Una “eccezionalità coloniale”1?
di Isabella Zanettini
Introduzione
L’Estado Libre Asociado (ELA) di Puerto Rico è un arcipelago di lingua spagnola, la cui cultura si situa all’incrocio fra l’America Latina e i Caraibi. È posizionato tra la Repubblica Dominicana e le Isole Vergini statunitensi. Raggiunto da Cristoforo Colombo nel 1493, originariamente denominato Borikén e abitato dai Taino, divenne parte dell’impero spagnolo nel 1508. Il trattato di Parigi segnò il passaggio dal dominio spagnolo a quello statunitense nel 18982. González-Cruz e Immerwahr rinominano questa congiuntura “guerra spagnola-cubana-portoricana-filippina-statunitense”, sottolineando che il suo inizio è da collocarsi, senza considerare conflitti precedenti e correlati, nel 1895 a Cuba e l’anno seguente nelle Filippine3. Cinquecento anni di persistente dominio straniero hanno spinto Meléndez-Badillo ad assegnare a Puerto Rico il titolo di “colonia più antica del mondo”4.
A partire dal riconoscimento delle intricate relazioni fra il diritto internazionale, l’ordine mondiale post-coloniale che riposa sul principio di autodeterminazione, e i retaggi coloniali, questo articolo tenta una ricostruzione storica della formazione dell’attuale Puerto Rico e del suo status. Si analizzeranno la costituzione politica e la struttura economica dell’arcipelago con lo scopo di misurare lo spazio di manovra autonoma detenuto dal governo locale.
1. La colonia più antica: fra colonizzazione e ri-colonizzazione
Dando priorità ai cosiddetti “Greater United States” piuttosto che alla “logo map”, Immerwahr studia l’imperialismo durevole e trasformista degli Stati Uniti, utile per comprendere il contesto più ampio dello sviluppo storico di Puerto Rico come lo conosciamo oggi. La logo map, coerente con l’autorappresentazione degli Stati Uniti come una repubblica antimperialista, sottintende un’unione limitata al blocco continentale contiguo, contraddistinta dall’uniformità politica e dalla parità fra stati volontariamente membri5. Atiles-Osoria6 e Venator Santiago7 sollecitano un’indagine costituzionale e politica del colonialismo statunitense, per comprendere lo “stato di eccezione8” legale che è la condizione di possibilità della territorialità non-incorporata di Puerto Rico. Agamben, a partire da Carl Schmitt9, definì lo stato di eccezione: «neither external nor internal to the juridical order, […] a threshold or zone of indifference, where inside and outside do not exclude each other but rather blur with each other»; in altre parole, determina una “zona di anomia10“. Questa pratica è una tipica tecnica di governamentalità coloniale, che, nel caso di Puerto Rico, è divenuta permanente11.
La categoria politica di “territorio” risale al 1784. Poiché la Costituzione statunitense non forniva una politica territoriale dettagliata, il vuoto fu riempito dalle leggi: la Northwest Ordinance del 1787 stabilì l’opportunità, per i territori che rispettassero specifici requisiti di popolazione, di presentare al Congresso domanda di incorporazione. Fin dall’inizio, la procedura coinvolse logiche razziali (e classiste): come esemplificato dalla Indian Boundary Line del 1816, i territori rientravano in uno stato temporaneo di sviluppo che dipendeva direttamente dal colonialismo di insediamento bianco, ed erano conseguentemente soggetti a un apparato legale separato. Precisamente per via dei legami con la retorica del manifest destiny, Venator-Santiago evidenzia il carattere di costruzione nazionale proprio dell’espansione a Ovest del XIX secolo, il cui obiettivo ultimo rivendicato era l’integrazione attraverso la promozione a stato, ovvero un’equiparazione costituzionale finale12.
All’inizio del XX secolo, sotto le presidenze imperialiste di William McKinley e Theodore Roosevelt, la categoria di territorio, estesa alle terre di oltremare, fu sganciata dall’idea di un percorso intrinseco verso l’annessione. Quali linee di ragionamento comportarono questo cambio?
Delle ex colonie spagnole, solo Cuba ottenne l’indipendenza. Puerto Rico, che appena pochi mesi prima del cambio di leadership coloniale aveva acquisito il diritto di autogoverno dalla Spagna13, divenne, insieme alle Filippine e a Guam, fonte di un dilemma riguardante lo status. Nel 1901, le Insular Cases della Corte Suprema distinsero fra i territori incorporati e non-incorporati. Come sintetizza efficacemente Rezvani: «while the 10th Amendment to the U.S. Constitution makes it clear that members of the federation (states) have some powers of domestic sovereignty, Article IV, Section 3, clause 214, by contrast, makes it clear that Congress has absolute power (plenary power) over nonstate territories […] that exist within America’s international legal confines15». È interessante osservare i precedenti di questo stato d’eccezione: la segregazionista “Domestic Dependent Nation”, contenuta all’interno della Marshall Trilogy (1823-32), che sanciva la domesticità delle nazioni indigene a fini federali e internazionali, ma non per scopi costituzionali; e la tristemente nota Plessy v. Ferguson (1896), che legittimò la costituzionalità delle istituzioni cosiddette “Jim Crow” all’insegna del “separate but equal” negli stati del Sud. Il paragone non è aleatorio: nelle Insular Cases, riferimenti razzisti a “alien races16” e “savage tribes17” sono motivazioni ricorrenti addotte per l’esclusione dall’incorporazione e, conseguentemente, da una futura promozione a stato. In altri termini, sembra plausibile affermare che, essendo le ex colonie spagnole densamente popolate e pertanto meno facilmente sottoponibili all’insediamento bianco rispetto alle Hawaii e all’Alaska (regioni che non a caso divennero entrambe stati nel 1959), furono mantenute legalmente distinte18. Questa applicazione della Territorial Clause, secondo Zambrana, perpetuò il sistema di classificazione razziale, riducendo il territorio a un mero possesso19.
Riforme politiche successive modificarono solo parzialmente l’alterità istituzionale di Puerto Rico. Il Foraker Act del 1900, che approntò un governatore, una legislatura e una Corte Suprema, tutti statunitensi e scelti dal centro, fu superato dal Jones Act del 1917: i portoricani ottennero la cittadinanza e una legislatura elettiva (sottoposta al veto del governatore statunitense). Tuttavia, finché fossero vissuti nell’arcipelago, sarebbe stato loro negato il diritto di voto per il Congresso e nelle elezioni presidenziali – una limitazione tutt’ora in vigore. Se la posizione coloniale dell’arcipelago era già difficile da giustificare agli occhi degli independentistas alla luce della dichiarazione dei Fourteen Points fatta dal presidente Woodrow Wilson (gennaio 1918)20, l’avvento della decolonizzazione nel secondo dopoguerra rese pressante la necessità di trovare una soluzione. Luis Muñoz Marín, fondatore e leader del Partido Popular Democrático (PPD), fu il primo governatore eletto nel 1948, e guidò localmente il processo di transizione verso l’ELA nel 1952. Il modello dell’Estado Libre Asociado fu lo Statute of Westminster del 1931, che regolamentava le relazioni fra l’impero britannico e i suoi possedimenti21. Stando alla Legge 600 del 1950, il Congresso concesse a Puerto Rico di redarre una Costituzione, ma lasciò immutato il suo status non-incorporato. Inoltre, prima dell’approvazione, il Congresso richiese l’eliminazione della Sezione 20, che riconosceva il lavoro e degli standard di vita adeguati come diritti da proteggersi attraverso lo sviluppo economico. Il neo-sancito “compact” si arrogò il merito di un ribilanciamento delle relazioni bilaterali e, nel 1953, funse da prova per la rimozione di Puerto Rico dalla lista dei territori non autonomi, stilata dalle Nazioni Unite22. Comparando lo status dei territori non-incorporati a quello degli ex possedimenti britannici, Rezvani sostiene l’esistenza di una contraddizione fra i documenti legali e gli accordi informali, e fra i principi e i precedenti rispetto alla non-interferenza, tutti elementi che confluirono nella creazione di una situazione di ambiguità23.
2. Estado Libre Asociado o “colonialità neoliberale24“?
Quando l’esercito statunitense sbarcò sul suolo portoricano, il parallelo con la Spagna illiberale rese la ricezione perlopiù positiva, dato che gli Stati Uniti, una federazione di repubbliche, erano visti come una via d’accesso tangibile a un governo liberale autonomo. Per usare le parole di Rivera Quiñones, lo statunitense apparve sotto le spoglie di “imperialista magnanimo25“. Qui si palesa la ragione del clima di aspra disillusione inaugurato dai risultati deludenti del cosiddetto “momento wilsoniano”.
Già nei primi anni di istituzionalizzazione del nuovo regime coloniale, i neofondati partiti locali sostennero la promozione a stato e sottolinearono i vantaggi economici di un libero accesso al mercato statunitense26. Infatti, sin dal momento in cui la Spagna aveva limitato le sue importazioni di zucchero di canna per favorire i produttori andalusi, l’hacendado portoricano si era riorientato verso gli Stati Uniti. In più, l’amministrazione coloniale sperimentò allora per la prima volta la politica (poi ricorrente) di fornire benefici materiali e integrare nel progetto coloniale specifici settori della popolazione con il fine di incentivare il consenso. Per esempio, si investì largamente nell’educazione, sebbene a costituzione di un sistema americanizzante e assimilazionista; fu fondata la prima università locale; la neonata Federación Libre de Trabajadores (FLT) venne accettata nella American Federation of Labour; e, specialmente dopo la Prima guerra mondiale, ci fu una grande professionalizzazione della forza lavoro femminile27.
Da un punto di vista economico, si assistette a una generale ristrutturazione a fronte della domanda del mercato centrale, privilegiando quindi le piantagioni di zucchero grezzo, il tabacco e le industrie tessili. Nel 1930, quasi il 95% delle esportazioni era diretto agli Stati Uniti. L’alleanza fra l’hacendado e le compagnie statunitensi per la raffinazione dello zucchero di canna causò importanti mutamenti sociali: la conversione degli appezzamenti agricoli all’agricoltura di esportazione28 segnò il passaggio da coltivazioni di sussistenza da parte degli abitanti delle zone rurali che, pur non essendo proprietari, vi avevano accesso tramite accordi fondiari, a uno stato di soggezione del salario all’industria dello zucchero, che tuttavia offriva impiego soltanto nei mesi della zafra. In aggiunta, un settore agricolo dedicato al commercio estero costrinse all’acquisto di prodotti d’importazione per il consumo locale. Nel 1920, il capitale statunitense aveva raggiunto tutti i settori chiave dell’economia portoricana e consolidato la propria collaborazione con la nuova borghesia coloniale: per esempio, sebbene la coltura del tabacco rimanesse in mano ai piccoli coltivatori concentrati nelle aree collinari o nelle vallate dell’entroterra, era tuttavia anch’essa subordinata alla manifattura e al capitale commerciale controllati dal Trust statunitense29.
Questa struttura spiega le gravi conseguenze del crollo internazionale dei prezzi delle materie prime agricole negli anni ’20 e la vera e propria piaga rappresentata dal 1929, resa ancor peggiore dal fatto che le ineguaglianze sopravvivevano intoccate. Gli anni ’30 assistettero a tumulti politici ed episodi violenti: il sindacato godette di un momento di alto profilo e crebbe l’independentismo. Luis Muñoz Marín acquistò popolarità sino a divenire la più eminente figura politica istituzionale. Eppure, la sua posizione precedentemente independentista si trasformò non appena si rese conto che, essendo l’economia portoricana direttamente sotto il controllo statunitense e del tutto dipendente dalle esportazioni, la relazione fra il colonialismo e la miseria era intricata, al punto che la secessione avrebbe probabilmente comportato il collasso dell’economia. Fu in questo contesto che, nel 1938, Muñoz Marín fondò il PPD e si spostò su una seconda soluzione, che assicurasse l’autonomia pur preservando l’accesso al mercato centrale. Questa opzione, spesso accompagnata dal sostegno all’incorporazione, è tutt’oggi predominante30.
Una volta materializzatasi nel Estado Libre Asociado, quale grado di indipendenza riuscì a garantire la seconda soluzione di Muñoz Marín?
Nel secondo dopoguerra, si aprì un lungo periodo di espansione del capitalismo globale che durò fino ai tardi anni ’60. Allontanandosi dal programma di sviluppo a direzione statale promosso negli anni ’40 dal governatore Tugwell, Puerto Rico imboccò il sentiero della semi-industrializzazione seguito da molti paesi cosiddetti sottosviluppati e produttori di materie prime. La Operación Manos a la Obra (Operation Bootstrap; 1948) lanciò una serie di riforme dall’alto dirette alla modernizzazione. Cruciale fu l’Industrial Incentives Act del 1947, che garantì alle imprese private immunità dalle tasse insulari. Sommato alle esenzioni federali già in vigore, trasformò Puerto Rico in un paradiso fiscale31. Questi provvedimenti, uniti al fatto che le leggi federali sul salario minimo non godevano di applicazione automatica, formarono i pilastri su cui poggiò un progetto di industrializzazione orientato verso l’esterno, che cementificò l’alleanza fra le élite politiche ed economiche locali, e gli interessi statunitensi32. Svariati ne furono gli effetti durevoli: innanzitutto, la dipendenza dagli incentivi esterni innescò presto un circolo vizioso; in secondo luogo, la manifattura per l’esportazione impedì l’ascesa di un settore industriale integrato e rafforzò il ricorso alle importazioni. Già a metà degli anni ’50, i profitti generati dall’industria superarono quelli dell’agricoltura in piena contrazione. I piccoli centri e le zone rurali videro una costante riduzione delle loro opzioni economiche, generando un’imponente ondata migratoria interna in direzione delle zone urbane in forte crescita e, in ultima istanza, una fuoriuscita verso la terraferma. Difatti, l’espansione industriale non ridusse le ineguaglianze, e la disoccupazione non scese mai oltre il 10-11% per via dell’instabilità nella presenza delle compagnie statunitensi, che a metà degli anni ’60 avviarono un processo di delocalizzazione. La fuga dei profitti risultò in carenza di reinvestimenti sul territorio e, in definitiva, in scarsità di opportunità lavorative, crescita esponenziale dell’economia informale33 ed emigrazione di massa. I progetti su larga scala di estrazione mineraria e nel settore petrolchimico, avanzati dal governo come possibile rimedio, non riuscirono mai a decollare a causa di ingenti proteste ambientaliste e a seguito della crisi petrolifera degli anni ’7034.
L’economia incentrata sulla massimizzazione del profitto delle multinazionali estere generò un doppio sbilanciamento strutturale, sia a livello sociale, in quanto uniche beneficiarie furono fasce ristrette della popolazione, sia nella capacità di generare sufficienti posti di lavoro, fattore, questo, tipico dell’industrializzazione subordinata. La stagnazione, accompagnata dalla crisi fiscale e dagli effetti degli shock petroliferi del 1973, stimolarono la riforma dell’Internal Revenue Code da parte del Congresso, nel 1976. La famigerata Sezione 936, che permetteva alle compagnie statunitensi il trasferimento dei propri profitti alla terraferma esente da tasse in qualunque momento, senza più la clausola, prima vigente, di liquidazione delle operazioni sull’arcipelago, divenne il caposaldo dell’economia portoricana sino alla sua graduale eliminazione fra il 1996 e il 2006. Pur agendo in senso preventivo rispetto al rischio di collasso economico e nonostante la forte attrattiva esercitata sulle compagnie farmaceutiche, gli effetti negativi di questa soluzione d’emergenza sulle famiglie a basso reddito poterono essere mitigati – per giunta temporaneamente – solo dai sussidi statunitensi. I trasferimenti a carattere non contributivo agirono meramente da ammortizzatore sociale. Questa struttura economica neoliberale mantenne la classe capitalista portoricana in posizione subordinata e parassitaria; secondo Ayala, «a modern-day version of the comprador bourgeoisie that in the nineteenth century acted as agents of metropolitan capital35». Quanto meno l’importo del GNP (prodotto nazionale lordo) rispecchiava la crescita del GDP (prodotto interno lordo), tanto meno l’espansione economica di Puerto Rico era in grado di garantire il welfare dei propri cittadini: sin dagli anni ’70, il divario non ha mai cessato di crescere. Le multinazionali e i settori locali finanziario, assicurativo e immobiliare, interessati nella perpetuazione della Sezione 936, si affidarono, nel corso degli anni ’80 e ’90, al PPD36.
La decurtazione definitiva della Sezione 936 nel 2006 marcò l’inizio della depressione economica che ancora affligge Puerto Rico, a motivo anche dell’incapacità del governo di avanzare proposte per un modello economico alternativo. Questa inadeguatezza è stata resa palese dall’Act 20/22 del 2012, che ha esteso le agevolazioni fiscali al settore immobiliare. La crisi del debito si è fatta tanto drammatica37 che, nel 2016, la Corte Suprema statunitense ha rivendicato la pertinenza della sovranità portoricana al Congresso, cosa che ha portato alla controversa installazione del Fiscal Control Board a guida statunitense, facente parte del Puerto Rico Oversight, Management and Economic Stability Act (PROMESA)38. La Junta – ancora operante – ha la facoltà di bypassare le decisioni del governo locale, pregiudicando in tal modo, a tutti gli effetti, la sovranità portoricana, dal momento che i suoi cittadini tutt’ora non esercitano il suffragio nelle elezioni presidenziali, né tantomeno hanno un rappresentante votante nel Congresso, vale a dire l’organo istituzionale che detta la sua gestione economica39.
3. Conclusioni
Rivera Quiñones fa una considerazione interessante quando rileva la specificità della dominazione coloniale statunitense, in grado di mantenere costante una rete di protezione sociale minima utile a preservare uno stabile controllo politico. Questa è la logica sottesa all’autorizzazione da parte del Congresso di trasferimento sociali a Puerto Rico in occasione della crisi degli anni ’70. Nell’interesse dei profitti delle multinazionali, i livelli di ineguaglianza e povertà sono tenuti entro una soglia di tollerabilità. Ad ogni modo, nota Rivera Quiñones, questi programmi parrebbero responsabili di creare una certa acquiescenza rispetto alla presente situazione socioeconomica. Uno studio del 2014 ha rivelato l’assenza di percezione, da parte delle persone povere, della propria indigenza. L’accesso alla nutrizione di base e il soddisfacimento dei requisiti minimi di alloggio erano la causa dell’autoidentificazione del 56% dei partecipanti provenienti da aree ad alta vulnerabilità come “classe media”40. Ciononostante, in base a un confronto di dati operato dalla Banca Mondiale (2015), Puerto Rico è uno dei paesi con il più alto tasso di diseguaglianze al mondo41.
Se la sentenza del 2016 Puerto Rico v. Sánchez-Valle ha rimesso in discussione lo status di Puerto Rico senza più spazio per fraintendimenti, Zambrana rimarca con efficacia che «debt functions as an apparatus of capture, predation, extraction42», alimentato dalla liminalità della categoria di territorio, la quale ci costringe a chiederci se Puerto Rico è mai stato, realmente, decolonizzato. A questo proposito, potrebbe essere utile aggiungere che le Insular Cases, nonostante siano generalmente considerate razziste dalla comunità accademica, sono state il precedente giuridico scelto per approvare, nel 2008, la regolamentazione della Corte Suprema Boumediene v. Bush a proposito dei campi di detenzione a Guantanamo Bay, Cuba43.
Ciò che non è emerso da questo articolo è l’attivismo della popolazione portoricana. C’è stato un lungo dibattito interno sullo status di Puerto Rico, espressosi nei referendum non vincolanti tenutisi regolarmente, e nelle innumerevoli mobilitazioni44. La corruzione e la persistente paura del collasso economico una volta tagliato il cordone ombelicale con gli Stati Uniti hanno seriamente limitato le aspirazioni all’indipendenza, mentre gli interessi statunitensi hanno mantenuto vive le pressioni per il mantenimento del presente stato d’eccezione. Eppure, la lotta politica non è mai veramente cessata, come Zambrana ha dimostrato nella sua ricostruzione delle proteste dell’estate 201945: lo slogan delle giovani generazioni è «yo no me dejo46».
Note
- Zambrana, Rocío. Colonial Debts: The Case of Puerto Rico, 53-81. Durham & London: Duke University Press, 2021 ↩
- Denis-Rosario, Milagros. «The Perpetual Colony: Historical Memory and Inequalities in Puerto Rican Society», 202-212. In: Burchardt, Hans-Jürgen. Leinius, Johanna (eds). (Post-)colonial Archipelagos. Comparing the Legacies of Spanish Colonialism in Cuba, Puerto Rico, and the Philippines, 202-223. Ann Arbor: University of Michigan Press, 2022 ↩
- González-Crúz, Michael. «The US Invasion of Puerto Rico. Occupation and Resistance to the Colonial State, 1898 to the Present», 7. Latin American Perspectives, 25, n. 5 (1998): 7-26. Immerwahr, Daniel. How to Hide an Empire: A History of the Greater United States, 67-81. New York: Farrar, Straus and Giroux, 2019 ↩
- Meléndez-Badillo, Jorell. Puerto Rico: Historia de una Nación, 11. Princeton: Princeton University Press, 2024 ↩
- Immerwahr. How to Hide an Empire, 7-25 ↩
- Atiles-Osoria, José. «Colonial State Terror in Puerto Rico: A Research Agenda». State Crime Journal, 5, n. 2 (2016): 220-241 ↩
- Venator Santiago, Charles R. «From the Insular Cases to Camp X-Ray: Agamben’s State of Exception and United States Territorial Law». Studies in Law, Politics, and Society, 39 (2006): 15–55 ↩
- Definizione presa a prestito da: Agamben, Giorgio. State of Exception: Homo Sacer II, 1. Chicago: University of Chicago, 2005 ↩
- In Political Theology, 1922. ↩
- Agamben. State of Exception, 23 ↩
- Atiles-Osoria. «Colonial State Terror in Puerto Rico», 224-227. Venator Santiago. «From the Insular Cases to Camp X-Ray». Zambrana. Colonial Debts, 53-81 ↩
- Atiles-Osoria. «Colonial State Terror in Puerto Rico». Immerwahr. How to Hide an Empire, 30-52. Venator Santiago. «From the Insular Cases to Camp X-Ray». Zambrana. Colonial Debts, 53-61 ↩
- Carta Autonómica, 25 novembre 1897. Le prime, e ultime, elezioni si tennero nel marzo 1898; gli Stati Uniti sbarcarono nel maggio dello stesso anno. ↩
- La Territorial Clause. ↩
- Rezvani, David A. «The Basis of Puerto Rico’s Constitutional Status: Colony, Compact, or “Federacy”?», 118-119. Political Science Quarterly, 122, n. 1 (2007): 115-140 ↩
- «Downes v. Bidwell, 182 U.S. 244 (1901)». Consultato il 25 marzo 2025. https://supreme.justia.com/cases/federal/us/182/244/ ↩
- «DeLima v. Bidwell, 182 U.S. 1 (1901)». Consultato il 25 marzo 2025. https://supreme.justia.com/cases/federal/us/182/1/ ↩
- Immerwahr. How to Hide an Empire, 82-97. Venator Santiago. «From the Insular Cases to Camp X-Ray», 33-35. Zambrana. Colonial Debts, 58. ↩
- Ivi, 57 ↩
- Conosciuto per i suoi Fourteen Points (1918), il quinto dei quali ironicamente garantisce: «A free, open-minded, and absolutely impartial adjustment of all colonial claims, based upon a strict observance of the principle that in determining all such questions of sovereignty the interests of the populations concerned must have equal weight with the equitable government whose title is to be determined». In «President Woodrow Wilson’s 14 Points (1918)». Consultato il 24 marzo 2025. https://www.archives.gov/milestone-documents/president-woodrow-wilsons-14-points ↩
- Rezvani. «The Basis of Puerto Rico’s Constitutional Status», 121-122 ↩
- Ayala, César J. Bernabe, Rafael. Puerto Rico in the American Century. A History since 1898, 14-32; 57-59; 163-178. Chapel Hill: University of North Carolina Press, 2007. González-Crúz. «The US Invasion of Puerto Rico», 8-15. Meléndez-Badillo. Puerto Rico, 82-115. Oostindie, Gert. Klinkers, Inge. «The Comparative Context: Puerto Rico and the U.S. Virgin Islands, Deadlocks in American Geopolitics», 43-48. In: Decolonising the Caribbean. Dutch Policies in a Comparative Perspective, 42-56. Amsterdam: Amsterdam University Press, 2003. Rezvani. «The Basis of Puerto Rico’s Constitutional Status». Zambrana. Colonial Debts, 53-61 ↩
- Rezvani. «The Basis of Puerto Rico’s Constitutional Status», 131 ↩
- Definizione presa a prestito da: Atiles-Osoria. «Colonial State Terror in Puerto Rico», 235 ↩
- Citato da: Rivera Quiñones, Miguel A. «Postcolonial Colonialism in Puerto Rico: Inequality, Capital, and Social Transfers», 225. In: Burchardt. Leinius (eds). (Post-)colonial Archipelagos, 224-237 ↩
- Garantito dal Foraker Act del 1900. ↩
- Rivera Quiñones. «Postcolonial Colonialism in Puerto Rico», 225-227 ↩
- Nel 1910, le compagnie statunitensi detenevano il 62% delle terre produttrici di zucchero. Ivi, 227. ↩
- Ayala. Bernabe. Puerto Rico in the American Century, 33-51. Meléndez-Badillo. Puerto Rico, 99-115 ↩
- Ayala. Berbabe. Puerto Rico in the American Century, 95-116; 136-161. Immerwahr. How to Hide an Empire, 119-133; 149-166; 262-266. Meléndez-Badillo. Puerto Rico, 116-134 ↩
- A peggiorare le cose, le esenzioni concepite come temporanee vennero rese permanenti da leggi successive, come la Legge 57, del 13 giugno 1963. ↩
- Quiñones Pérez, Argeo T. Seda-Irizarry, Ian J. «The Political Economy of Contemporary Puerto Rico», 118-120. In: Burchardt. Leinius (eds). (Post-)colonial Archipelagos, 113-127 ↩
- Sull’economia della droga, vedi: Zambrana. Colonial Debts, 66-71 ↩
- Ayala. Bernabe. Puerto Rico in the American Century, 162-200. Meléndez-Badillo. Puerto Rico, 135-150 ↩
- Citato da: Ayala. Berbabe. Puerto Rico in the American Century, 270 ↩
- Ivi, 223-246; 267-290. Meléndez-Badillo. Puerto Rico, 167-200. Quiñones Pérez. Seda-Irizarry. «The Political Economy of Contemporary Puerto Rico» ↩
- Nel 2015, un report sulla crisi fiscale di Puerto Rico da parte dell’ex funzionaria del FMI Anne Krueger stabilì che il debito di Puerto Rico era irreparabile. Zambrana. Colonial Debts, 63 ↩
- Commonwealth of Puerto Rico v. Sánchez Valle, No. 15–108, 2016 ↩
- Rivera Quiñones. «Postcolonial Colonialism in Puerto Rico» ↩
- Ivi, 233-234 ↩
- Quiñones Pérez. Seda-Irizarry. «The Political Economy of Contemporary Puerto Rico», 116 ↩
- Citato da: Zambrana. Colonial Debts, 10 ↩
- Ivi, 56-57 ↩
- Atiles-Osoria. «Colonial State Terror in Puerto Rico», 230-236. Ayala. Bernabe. Puerto Rico in the American Century, 52-73; 223-315. Mélendez-Badillo. Puerto Rico, 167-183; 201-261 ↩
- Zambrana. Colonial Debts, 1-19 ↩
- Citato da: Mélendez-Badillo. Puerto Rico, 259 ↩
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