Un piccolo appunto antologico
di Vincenzo Chiacchio
Francesco Guccini è stato, fra i cantautori italiani, quello che ho sempre considerato più vicino alla letteratura. E per questo anche quello che ho amato di più.
Senza alcuna ingenua pretesa, ma con molta abilità ed erudizione, sapeva viaggiare fra gli stili e le narrative più diverse. I repertori più opposti rientravano nel suo dettato. Passava da Gozzano a Ginsberg. Il testo era il cuore delle sue canzoni, tanto da poter accontentarsi talvolta di melodie povere in accompagnamento, di esecuzioni alla buona, non prive di difetti, con la sua erre arrotata e spesso nella voce l’ebbrezza del vino che lo accompagnava sui palchi. Ciò che contava era la parola, la restituzione del testo su un ritmo mnemonico, che potesse renderlo patrimonio comune, da tutti replicabile. Come si faceva in osteria, per accompagnare un racconto in rima con la chitarra, come si faceva in più lontani passati.
Voglio segnalare, così come mi vengono i mente in questo momento, qualche gruppo di canzoni:
- quelle elegiache, malinconiche, condite di un oraziano sorriso di accettazione e amore per la vita: Incontro, Signora Bovary, Quello che non, Lettera;
- quelle d’amore, mai rigonfie di passione, quella la teneva per sè, ma pregne di una sempre consapevole e divertita illusione, penso ad Autogrill, a Farewell, a Vorrei;
- quelle per la figlia, in cui invece il sentimento emerge, ma anche qui raffinato dalla saggezza: E un giorno, Culodritto;
- quelle più profonde ed esistenziali, che da situazioni di quotidianità traevano fuori un mondo sentimentale: La bambina portoghese, Il pensionato, Il frate, Cencio, tutti brani che svelano un’umanità comune, fragile, dietro le diversità;
- quelle più notoriamente impegnate, di passione civile, calate nella storia, che hanno arricchito il repertorio musicale e l’immaginario simbolico della sinistra italiana: Eskimo, la Locomotiva, Dio è morto, Stagioni, Canzone per il Che. Scritte da lui, che in realtà col suo disincanto s’era sempre definito romanticamente anarchico, e che mal sopportava eccessi massimalisti e pure teneva in antipatia l’URSS (vedi Primavera di Praga). Ma fu icona in un tempo che aveva bisogno di icone e questo non gli dispiacque certamente.
La passione civile però, meno affettata, la si può ritrovare declinata anche in altri modi, che trascendono la dimensione dell’inno, c’è quella che si svincola orgogliosamente da schematismi ideologici, radicalità, pose d’apparenza (Libera nos domine, Addio) e quella che coinvolge la politica nella storia vissuta di uomini e donne comuni, con straordinaria sensibilità, sull’aborto in Piccola storia ignobile, sul G8 di Genova in Piazza Alimonda. Continuando, ancora, ci sono quelle del registro dell’invettiva, iconiche e memorabili, per tutti ma non per lui, che voleva separare gli sfoghi dal resto della sua produzione di cui aveva più alta considerazione: L’avvelenata, Quattro stracci.
Ci sono i brani scanzonati, biografici e autoironici, Via Paolo Fabbri 43, o direttamente comici, riproposizioni in canzone delle chiacchierate da osteria, come in tutto l’album Opera Buffa, come nelle sperimentazioni con il folk montano e il dialetto dell’appennino. Quelle sui tempi e i cicli della vita, che riverberano talora echi di quella civiltà contadina a lui ben nota: Canzone dei 12 mesi, Un altro giorno è andato, Radici, Autunno.
Quelle delle città, dei luoghi e dei tempi. Non può esserci una definizione univoca per questo gruppo, ma direi che hanno come comun denominatore la letteratura, la fantasia e il viaggio fra gli immaginari più distanti. Dai ritratti, soggettive riletture atipiche di personaggi celebri: Odysseus, Cyrano, Cristoforo Colombo, Don Chisciotte, Gulliver, ai luoghi e gli itinerari topografici, cronologici, spirituali: la Bisanzio del VI secolo, la San Siro di Samantha, gli States degli anni 60 in 100, Pennsylvania Ave e quelli della fine della guerra in Amerigo, e poi l’Asia, Venezia, l’Emilia, Pavana, Modena e, ovviamente, Bologna, onnipresente, come sappiamo noi che ce la siamo fatti raccontare anche e soprattutto da lui.
Antiretorico, ma poeticamente. Voce intellettuale e trasfigurazione musicale della saggezza popolare. Poeta, ma soprattutto narratore. La musica contemporanea tanto dovrebbe attingere da quell’arte di raccontare. Ha dimostrato che una storia, in musica, può avvincere anche senza impiegare la prima persona singolare. Quando se ne serviva, quando diceva “io”, sapeva costruire su quell’io personaggi autentici, ma sempre diversi, che non evaporavano nella banalità dell’autobiografia. Non cercava la semplice immedesimazione biografica, preparava per l’ascoltatore un’immedesimazione culturale. Una volta rispose a tono quando in un’intervista gli chiesero che differenza ci fosse tra una sua qualsiasi canzone e, per fare un esempio, Si può dare di più di Tozzi, Morandi, Ruggeri, vincente a Sanremo. Disse che tutte le canzoni possono essere gradevoli per chi le ascolta. Ma una cosa non è l’altra: dietro le sue canzoni c’erano letture e libri. E consapevolmente tutta una rete di esperienza personale, sensibilità culturale ed elaborazione linguistica entrava nei suoi testi.
È una buona risposta per dire in generale cosa fosse davvero la canzone d’autore, e cosa resta tutt’oggi, in tono minore, più nascosta nel grande panorama musicale.
Una musica che non è al servizio del mercato ma del racconto, che non si modella sull’ascoltatore ma è modellata dall’autore. Che ha alle spalle libri, identità collettive, sensibilità intellettuali specifiche.Che dà al testo la priorità. E la musica lo accompagna. Oggi a lui diciamo tutti grazie per questo. Per essere stato parte irrinunciabile del fenomeno della canzone d’autore italiana.
Qualcuno di noi lo ringrazia anche per tanto altro.
Riposa in pace maestrone.
