Mao sindacalista. Organizzare il lavoro nello Hunan

La traiettoria di Mao come rivoluzionario iniziò nei centri urbani dello Hunan dove, tra la fine del 1920 e l’aprile del 1923, agì come un organizzatore sindacale di straordinario successo. Durante questo periodo di circa due anni e mezzo Mao ricoprì ruoli di vertice, diventando nel luglio 1921 responsabile del Segretariato del Lavoro guidato dai comunisti nello Hunan e, nel novembre 1922, Segretario Generale della neonata Federazione delle Organizzazioni del Lavoro dello Hunan. La sua uscita da questo scenario sindacale fu il risultato della repressione esercitata dal signore della guerra Zhao Hengti che lo costrinse ad abbandonare la provincia. Nonostante la storiografia classica abbia spesso ignorato questa fase, l’esperienza con il proletariato urbano fu fondamentale per la maturazione del suo pensiero marxista e per la comprensione delle dinamiche rivoluzionarie.

Il movimento operaio cinese degli anni ‘20, pur coinvolgendo una frazione minima della popolazione (circa l’0,3%, ovvero 1,5 milioni di lavoratori su 500 milioni di abitanti), esercitò una forza politica sproporzionata grazie alla sua concentrazione strategica. Jean Chesneaux evidenziò come l’attivismo sindacale fosse stato il vero catalizzatore dell’ascesa di Chiang Kai-shek e del Kuomintang durante la Spedizione del Nord. La crescita esplosiva del movimento fu segnata da ondate di scioperi massicci. La prima, innescata dai marittimi di Hong Kong nel gennaio 1922, portò a tredici mesi di agitazioni per diritti sindacali e aumenti salariali finché non fu brutalmente interrotta dal signore della guerra Wu Peifu nel febbraio 1923. Una seconda ondata, più esplicitamente politica e nazionalista, culminò nel Movimento del 30 Maggio del 1925 e nella successiva presa di Shanghai nel marzo 1927, evento che precedette di poco la violenta epurazione dei comunisti da parte di Chiang Kai-shek nell’aprile dello stesso anno.

Un punto critico risiede nella definizione stessa di proletariato nel contesto cinese. Chesneaux cercava di applicare una visione marxista occidentale, limitando il concetto di classe operaia moderna a coloro che erano completamente sottomessi al capitale e privi di legami paternalistici ma i dati reali dello Hunan rivelano una realtà molto diversa. Se si esaminano i 28.000 membri della Federazione dello Hunan nel marzo 1923 si scopre che ben l’85% di essi non rientrava nei canoni della modernità industriale: circa 13.500 erano minatori ancora legati al gang system tradizionale e 8.100 erano artigiani (muratori, sarti, fabbricanti di pennelli) che appartenevano alle antiche gilde. Soltanto una piccola minoranza, composta da circa 1.250 ferrovieri e poche centinaia di operai elettrici o tipografi, poteva essere definita moderna in senso stretto. Questo dato suggerisce che il cuore pulsante del movimento comunista guidato da Mao fosse una massa di lavoratori tradizionali che mantenevano strutture organizzative pre-industriali, dimostrando che l’energia rivoluzionaria in Cina non derivava dalle classiche contraddizioni del capitalismo avanzato ma da una fusione unica tra vecchie solidarietà di mestiere e nuova ideologia politica.

L’efficacia di questa mobilitazione è evidente nei quattro grandi scioperi analizzati nel libro Mao and the workers. The Hunan labor movement 1920-1923 da parte di Lynda Shaffer, tra cui spiccano quello dei minatori e ferrovieri di Anyuan e quello dei muratori di Changsha che ebbero un impatto dimostrativo devastante sulla stabilità del potere locale. Questi episodi furono laboratori politici in cui l’élite intellettuale, di cui Mao faceva parte, si mescolò a lavoratori alfabetizzati come i tipografi per costruire una rete di resistenza che superava i confini di classe tradizionali. Probabilmente il fallimento del movimento operaio nel 1927 non fu dovuto necessariamente a debolezze interne o a una mancanza di coscienza di classe ma alla violenta interruzione di un processo che stava riuscendo a trasformare le gilde e il gang system in strumenti di lotta rivoluzionaria moderna, costringendo infine Mao a cercare nelle masse contadine quella base sociale che il terrore bianco aveva smantellato nelle città.

1. Gli esordi nello Hunan

L’Hunan si distingue nella Cina del XX secolo come un’eccezionale fucina di leader rivoluzionari, un fenomeno supportato da dati statistici inequivocabili dato che nel 1956, mentre la provincia ospitava solo il 7,5% della popolazione nazionale, i suoi figli occupavano oltre il 25% dei seggi nel Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, con una rappresentanza tre volte superiore a quella attesa in base ai parametri demografici. Questa densità di leadership, che annovera figure come Mao Zedong, Li Lisan e Liu Shaoqi, affonda le radici in una geografia peculiare e in una struttura economica solida, caratterizzata da un territorio di 83.368 miglia quadrate che nel 1919 contava circa 30 milioni di abitanti con una densità di 355 persone per miglio quadrato. La prosperità della provincia era garantita da un sistema agricolo capace di produrre un surplus costante di riso, caso raro tra le province cinesi, con una produzione annuale che sfiorava i 50 milioni di picul, di cui un quinto veniva regolarmente esportato verso le metropoli costiere tramite il fiume Chang Jiang. L’economia non era però legata solo al riso poiché meno di un terzo dei terreni coltivati era destinato a questo cereale, lasciando spazio a colture d’esportazione come canapa, tè e fagioli foraggeri che raggiungevano persino l’Europa. A ciò si aggiungeva un patrimonio minerario straordinario, con l’Hunan che negli anni ’20 deteneva il monopolio mondiale dell’antimonio, convogliando attraverso la capitale Changsha il 90% della produzione globale destinata ai mercati occidentali.

Questa ricchezza materiale sostenne una tradizione intellettuale d’élite che, sebbene inizialmente sottorappresentata nei ranghi burocratici imperiali, subì una trasformazione radicale dopo la Ribellione Taiping (1850-1864). Grazie all’organizzazione dei Bravi dell’Hunan da parte dello studioso Zeng Guofan la provincia divenne il pilastro della difesa dinastica, portando nel 1865 ben 5 degli 8 viceré cinesi a essere di origine hunanese. Questa nuova élite si distinse per un conservatorismo militante e un’ostilità senza pari verso l’influenza straniera, riuscendo a mantenere l’Hunan chiuso alle missioni cristiane e al commercio internazionale molto più a lungo rispetto alle province costiere. Tra il 1863 e il 1900 furono respinti undici tentativi di stabilire missioni permanenti e solo nel 1904 Changsha fu aperta forzatamente all’estero. Il ritardo di questa penetrazione occidentale rese l’impatto con le nuove idee ancora più traumatico e politicamente esplosivo. Quando la sconfitta contro il Giappone nel 1895 dimostrò l’inefficacia delle strategie adottate per proteggere la nazione, l’élite dell’Hunan passò rapidamente all’adozione delle tecnologie “barbare” per fini difensivi, istituendo nel 1897 la Scuola di Affari Correnti.

Il fermento intellettuale che ne seguì, alimentato da pensatori radicali come Liang Qichao e martiri come Tan Sitong, si scontrò con la reazione dei conservatori locali, tra cui il mercante Ye Dehui, creando una polarizzazione sociale che sfociò in rivolte armate sempre più frequenti. La tensione tra la modernizzazione forzata, l’imposizione di nuove tasse per pagare le indennità della Ribellione dei Boxer e l’instabilità dei signori della guerra locali creò quel clima di crisi perenne in cui si formò la generazione di Mao. Le città della valle del fiume Xiang, come Changsha con i suoi 250.000 abitanti e Xiangtan con altri 200.000 abitanti, divennero centri di attivismo studentesco e artigianale dove il crollo dell’amministrazione repubblicana e la devastazione militare spinsero l’élite intellettuale a cercare soluzioni radicali per la salvezza della nazione, trasformando l’Hunan dal baluardo del confucianesimo ortodosso nell’epicentro della rivoluzione “rossa”.

L’ascesa di Mao Zedong all’interno dell’élite riformista dello Hunan si sviluppa in un arco temporale di profonda instabilità, segnato dal passaggio dalla dinastia Qing alla frammentazione dei signori della guerra. A differenza di figure come Tan Yankai, Mao non apparteneva ai vertici sociali, infatti suo padre, pur nato come contadino povero e indebitato, era riuscito attraverso una rigida frugalità a diventare un piccolo proprietario terriero e usuraio a Shaoshan, finanziando l’istruzione del figlio tra il 1901 e il 1906 (dagli otto ai tredici anni) solo per utilità pratica, affinché potesse tenere i libri contabili e gestire dispute legali citando i classici. La rottura con la tradizione avvenne precocemente nel 1908, quando il quindicenne Mao rifiutò un matrimonio combinato, fuggendo di casa per sei mesi, e si consolidò nel 1910, quando convinse il padre a iscriverlo alla scuola primaria Dongshan di Xiangxiang, dove fu ridicolizzato dai figli dei proprietari terrieri per i suoi modi contadini e la povertà evidente, puntando verso la “nuova conoscenza dell’Ovest”. Nell’estate del 1911 Mao percorse a piedi la distanza che lo separava da Changsha per entrare nella scuola media di Xiangxiang, giungendo nella capitale proprio allo scoppio della Rivoluzione del 10 ottobre 1911 che, pur portando all’abdicazione dei Manchu nel febbraio 1912, vide un compromesso tra rivoluzionari e burocrati imperiali sotto la presidenza di Yuan Shikai. Mao militò per sei mesi come soldato semplice nelle forze anti-dinastiche ma la sua fierezza di studente era tale da spingerlo a usare parte del misero stipendio per pagare portatori d’acqua affinché svolgessero le sue corvée, ritenute indegne del suo status. Dopo il congedo nel 1912 e un periodo di incertezze che lo vide iscritto per un solo mese a una scuola di commercio e per sei mesi alla Prima Scuola Media, si dedicò a un intenso studio autodidatta nella biblioteca provinciale leggendo le traduzioni cinesi di Montesquieu, Rousseau, Adam Smith, Darwin, Mill e Spencer.

L’ingresso definitivo di Mao nell’élite provinciale avvenne nel 1913 con l’ammissione alla Quarta Scuola Normale (poi fusa nella prestigiosa Prima Scuola Normale che contava 400 studenti) proprio mentre il sistema repubblicano entrava in crisi profonda a causa dell’autoritarismo di Yuan Shikai e dell’assassinio del leader nazionalista Song Jiaoren il 22 marzo 1913. La sconfitta della Seconda Rivoluzione portò alle dimissioni del governatore Tan Yankai nell’ottobre 1913 e all’inizio di un decennio di instabilità estrema. Tra il 1916 e il 1926 la Cina fu governata nominalmente da sei capi di stato e venticinque gabinetti diversi mentre il potere reale passava nelle mani dei comandanti militari regionali. Lo Hunan, attraversato dalla rotta Pechino-Guangzhou lungo la valle del fiume Xiang, subì la guerra in tredici dei quindici anni compresi tra il 1912 e il 1926, con conseguenze devastanti: coscrizione forzata di contadini, sequestro di carri e animali, emissione di moneta svalutata e un debito pubblico tale che nel febbraio 1922 il governatore dello Hunan doveva agli insegnanti circa 240.000 yuan di stipendi arretrati. In questo clima di rovina Mao emerse come leader studentesco assumendo nel 1917 la presidenza di tre comitati della Società degli Amici degli Studenti e dirigendo, tra l’autunno del 1917 e il settembre 1918, una scuola serale gratuita per circa 120 operai situata vicino alle fabbriche della Porta Sud di Changsha. Tramite questa esperienza educativa Mao criticò ferocemente il sistema pedagogico tradizionale che riduceva gli studenti a “burattini di legno” e impose ai docenti di non parlare troppo, di usare un linguaggio semplice legato all’esperienza quotidiana e di insegnare materie come storia, geografia e igiene per risvegliare la coscienza patriottica delle masse analfabete, sebbene continuasse a utilizzare il cinese classico per i testi scritti pur spiegandoli in vernacolare. Questa evoluzione culminò nel 1918 con la fondazione della Società di Studio del Nuovo Popolo e l’influenza del professor Yang Changji che introdusse Mao al pensiero dei filosofi occidentali come Kant e Spencer e alla rivista radicale Nuova Gioventù, segnando il passaggio definitivo del giovane studente dalle riforme liberali verso una ricerca di soluzioni più radicali per la crisi nazionale.

Dopo il conseguimento del diploma nel 1918 la storia politica e intellettuale di Mao Zedong si snoda attraverso un percorso che intreccia l’attivismo radicale e attività giornalistica, segnando il suo passaggio da una formazione accademica tradizionale a una consapevolezza rivoluzionaria marxista. Il primo punto di svolta risale al settembre 1918, quando Mao si trasferisce a Pechino su suggerimento del suo mentore Yang Changji. Qui, pur vivendo in condizioni di estrema indigenza come assistente bibliotecario sotto la guida di Li Dazhao, entra in contatto con le correnti anarchiche, liberali e democratiche che agitavano l’intellighenzia della capitale. Questo periodo è cruciale anche per la sfera privata poiché si innamora di Yang Kaihui, figlia del suo professore. Nella primavera del 1919 Mao fa ritorno a Changsha trovandosi immerso nel clima incandescente del Movimento del 4 Maggio. La sua opposizione al militarismo e all’imperialismo trova una valvola di sfogo immediata nel contrasto al generale Zhang Jingyao, un signore della guerra legato alla cricca del Nord e accusato di aver svenduto gli interessi nazionali al Giappone nel trattato di Versailles. Mao dimostra una straordinaria capacità organizzativa. Attraverso la Società di Studio del Nuovo Popolo diventa il motore delle proteste studentesche che portano al boicottaggio delle merci giapponesi. Parallelamente affina le sue doti di saggista e comunicatore, fondando nel luglio 1919 il Xiang River Critic una rivista che, nonostante la vita breve dovuta alla censura, riceve elogi nazionali per la profondità delle sue analisi come in La grande unione delle masse popolari, un testo che già prefigurava la sua fede nell’energia intrinseca del popolo cinese.

La sua attività editoriale prosegue con la direzione del settimanale New Hunan e con una serie di interventi sul quotidiano Dagong bao dove Mao affronta temi sociali d’avanguardia, come la critica al sistema patriarcale e la difesa dei diritti delle donne, partendo da fatti di cronaca come il suicidio di una giovane sposa. Un secondo viaggio verso Pechino e Shanghai nel 1920 segna la sua definitiva conversione al marxismo. Lo studio approfondito della Rivoluzione d’Ottobre e l’incontro decisivo a Shanghai con Chen Duxiu trasformano le sue vaghe passioni democratiche in una teoria per l’azione strutturata. Il ritorno di Mao nello Hunan nell’estate del 1920 lo vede protagonista di una situazione apparentemente paradossale perché con la fuga del tiranno Zhang Jingyao e l’ascesa al potere del riformista Tan Yankai entra a far parte dell’élite locale, assumendo la direzione della scuola primaria Xiuye. In questa fase applica una strategia di riforme democratiche graduali, promuovendo la Libreria della Cultura per diffondere testi marxisti e sostenendo il movimento per l’autonomia provinciale. Mao arriva a teorizzare una sorta di Repubblica dell’Hunan che potesse fungere da modello di modernizzazione costituzionale, separata dalle turbolenze dei signori della guerra del Nord. Insieme a giornalisti ed educatori firma petizioni per una Costituzione redatta da un’assemblea rappresentativa di tutte le classi sociali, inclusi operai e contadini, cercando di forzare le élite al potere verso una democrazia partecipativa. Questo attivismo poliedrico consolida la sua immagine di leader intellettuale capace di coniugare pragmatismo politico e visione ideologica, ponendo le basi per la sua futura carriera all’interno del Partito Comunista Cinese.

Tra il 1917 e il 1920 la sua strategia mutò drasticamente: se inizialmente le scuole serali servivano a rendere i lavoratori compatibili con le riforme borghesi, dopo l’adesione al marxismo l’obiettivo divenne la coscienza di classe, basata sulla premessa che un movimento operaio fosse impossibile senza una previa politicizzazione delle masse. Questo sforzo si inseriva nel solco del Movimento del Quattro Maggio che nello Hunan aveva alimentato la convinzione che il potere dei “tre signori” (i signori della guerra, i latifondisti e i magnati della finanza) poggiasse esclusivamente sull’analfabetismo del popolo minuto, a cui era precluso l’accesso all’istruzione superiore. Nelle aule della Scuola Primaria Xiuye, oltre alle nozioni di aritmetica e lettura, introdusse una pedagogia critica che spingeva gli studenti a denunciare l’imperialismo e a riflettere sulle durissime condizioni dei lavoratori a Changsha. Fondamentale fu la collaborazione con He Shuheng, nominato direttore dell’Ufficio per l’Educazione di Massa, il quale trasformò il Popular Education Journal da organo burocratico a “arma per l’educazione di massa”, pubblicando editoriali radicali sulla sacralità del lavoro e sulla liberazione delle donne. L’impegno di Mao si estese alla creazione di strutture organizzative come il Gruppo di Studio sugli Affari Russi nell’agosto 1920 e la Società di Studio Marxista a settembre, culminando nel ricevimento del Corpo della Gioventù Socialista inviata da Chen Duxiu per reclutare giovani tra i quindici e i ventotto anni. L’intera architettura di questo attivismo poggiava tuttavia sulla fragile speranza che lo Hunan potesse evolvere verso una stabilità democratica, una speranza che svanì bruscamente nel novembre 1920 con il colpo di stato di Zhao Hengti. Zhao, pur avendo un passato rivoluzionario, tradì le aspettative dei riformisti sopprimendo le istanze democratiche e allontanando i radicali dagli uffici educativi provinciali nel maggio 1921. Mao, che fino ad allora era riuscito a scalare le gerarchie sociali e istituzionali diventando un intellettuale rispettato e vicino alle élite al potere, subì un trauma politico che lo portò alla definitiva disillusione nei confronti del riformismo liberale. La sua analisi si fece più cupa e pragmatica: constatata l’incapacità dei liberali di contrastare il potere militare dei signori della guerra, giunse alla conclusione che solo il potere politico garantito dall’azione diretta delle masse potesse assicurare riforme reali. Di conseguenza, dall’inverno del 1920, Mao decise di abbandonare definitivamente la collaborazione con il sistema per dedicarsi nei tre anni successivi alla costruzione clandestina del Partito Comunista e all’organizzazione dei lavoratori nello Hunan, trasformando definitivamente il suo profilo da educatore teorico a leader rivoluzionario sul campo.

2. Mao e i lavoratori dello Hunan

L’evoluzione del pensiero e dell’azione di Mao Zedong tra il 1920 e il 1921 rappresenta una transizione densa di sfumature, documentata dalle sue conversazioni con Edgar Snow e dalle ricerche storiche di studiosi come Li Rui. Originariamente Mao vedeva nelle campagne di alfabetizzazione uno strumento di riforma democratica a lungo raggio per lo Hunan, convinto che una cittadinanza istruita avrebbe sostenuto un governo liberale contro la reazione. La sua conversione al marxismo all’inizio del 1920 iniziò a mutare la finalità di queste attività, trasformandole in un mezzo per politicizzare i lavoratori in vista di una futura rivoluzione. Un punto di svolta decisivo si verificò nel novembre 1920, quando la sconfitta politica di Tan Yankai distrusse le speranze di Mao in un’amministrazione liberale stabile, portandolo ad abbandonare il riformismo per abbracciare l’organizzazione delle masse come priorità assoluta. L’educazione popolare cessò di essere un fine e divenne una copertura strategica per l’attivismo sindacale e la propagazione del marxismo, culminando nell’esortazione ai giovani socialisti di infiltrarsi nelle fabbriche e nella pubblicazione di un articolo, nel dicembre 1920, in cui Mao sosteneva che la “liberazione dei lavoratori” potesse derivare solo dalla loro stessa coscienza di classe e da organizzazioni forti, rifiutando l’illusione che i padroni o i principi morali potessero tutelarne gli interessi. Nonostante questa spinta militante la storiografia ufficiale della Repubblica Popolare Cinese fatica a rintracciare sindacati puramente comunisti prima del 1922, un vuoto documentale che trova spiegazione nell’intensa collaborazione di Mao con i movimenti anarchici, allora dominanti nel panorama radicale cinese. L’anarchismo, influenzato da figure come Kropotkin e Bakunin, era particolarmente radicato nello Hunan e offriva una strategia rivoluzionaria basata sulla cooperazione spontanea e l’abolizione dello Stato, concetti che Mao dovette affrontare “scontrandosi con anarchici in ogni direzione” durante la sua opera di proselitismo marxista. Il fulcro di questa attività fu la Hunan Labor Association, fondata il 21 novembre 1920 da Huang Ai e Pang Renquan, entrambi studenti di scuole tecniche influenzati dall’anarco-sindacalismo. Questa associazione, pur non avendo un programma apertamente anarchico, mirava a elevare il livello intellettuale e materiale dei lavoratori attraverso cellule di tre persone, riuscendo a raccogliere entro il gennaio 1922 circa 3.000 membri tra operai specializzati, minatori di Shuikoushan e ferrovieri, diventando il vero motore del movimento operaio regionale. La radicalizzazione definitiva di questi leader e l’efficacia della tattica di infiltrazione di Mao furono accelerate dal conflitto con il governatore Zhao Hengti riguardante la Hua Shi Spinning Company. Quella che era nata come un’impresa pubblica fu ceduta a interessi privati e gestita da personale esterno alla provincia, scatenando una violenta reazione nazionalista e di classe guidata dalla Hunan Labor Association con il sostegno dei commercianti locali. Quando, nel marzo 1921, Huang Ai e Pang Renquan furono imprigionati e, successivamente, testimoniarono il tradimento della borghesia locale che accettò un compromesso con il potere militare per tutelare i propri profitti, la loro disillusione verso il fronte unito con i padroni divenne totale. Mao, che nel frattempo aveva costituito la Lega della Gioventù Socialista per preservare la purezza ideologica marxista, approfittò di questa crisi di fiducia per reclutare i migliori quadri anarchici, integrando le loro vaste reti organizzative sotto l’egida comunista, costituendo così una guida politica effettiva che avrebbe plasmato il futuro del movimento sindacale cinese.

Gran parte dei soci fondatori della Lega della Gioventù Socialista proveniva dalla Società di Studio del Nuovo Popolo, un’organizzazione che nel gennaio 1921 subì una drastica epurazione interna per espellere gli elementi privi di un reale impegno o incapaci di adeguarsi ai nuovi orientamenti ideologici marxisti. Questo processo portò al rapido declino della società stessa, tanto che osservatori come Siao-yu riferirono di aver avuto l’impressione, tornando a Changsha nel 1921, di assistere a un vero e proprio servizio funebre per l’istituzione. Contemporaneamente alla ristrutturazione interna Mao dedicò enormi sforzi alla conversione degli anarchici, sia tra gli studenti che tra i lavoratori, concentrandosi in particolare sulle figure di Huang Ai e Pang Renquan e sulla loro Società di Lettura Operaia (Gongren dushu hui). Per favorire questo reclutamento istituì nella primavera del 1921 la Società di Ricreazione Domenicale che utilizzava gite e picnic nei dintorni di Changsha come pretesto per approfonditi dibattiti politici. Questa attività subì una temporanea interruzione tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del 1921, quando Mao si recò a Shanghai per partecipare al Primo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, dove circa una dozzina di delegati, in rappresentanza di un’esigua base di cinquantasette iscritti totali, si riunirono nella Concessione Francese per approvare un programma ortodosso che puntava al rovesciamento del capitalismo e alla confisca dei mezzi di produzione, ignorando quasi completamente le condizioni pre-industriali della Cina. Poiché l’organizzazione del partito doveva rimanere clandestina, i delegati fondarono un organismo pubblico di facciata, il Segretariato del Lavoro delle Organizzazioni Cinesi che stabilì uffici in cinque città chiave tra cui Changsha, affidandone la segreteria locale a Mao. Al suo ritorno Mao sfruttò le strutture dell’Accademia Chuanshan, un istituto nato nel 1914 per promuovere la filosofia di Wang Fuzhi, per fondare l’Università dell’Auto-educazione. Grazie alla nomina del suo amico He Shuheng a direttore dell’Accademia l’università ottenne non solo i locali ma anche un sussidio mensile di 400 yuan, diventando un centro di studi marxisti-leninisti con seminari regolari e la pubblicazione della rivista teorica The New Age. Parallelamente Mao portò avanti la strategia della “convergenza tra anarchismo e marxismo”, persuadendo Huang Ai e Pang Renquan a unirsi alla Gioventù Socialista e suggerendo loro di riorganizzare l’Hunan Labor Association secondo modelli più centralizzati, dotati di segretariati e fondi per gli scioperi. Questa espansione fu stroncata nel gennaio 1922 da un tragico conflitto presso la compagnia tessile Hua Shi: lo sciopero di 4.000 operai per un bonus di Capodanno sfociò in scontri con la polizia aziendale e l’esercito del governatore Zhao Hengti che portarono all’esecuzione di Huang Ai e Pang Renquan il 17 gennaio 1922 sotto l’accusa di banditismo e anarchia. Di fronte a questa brutale repressione Mao dovette rivedere radicalmente i suoi piani, decidendo di operare sotto coperture liberal-democratiche e sfruttando il nuovo slancio del movimento per l’educazione di massa finanziato dalla YMCA e guidato da James Yen. Sebbene il programma della YMCA fosse supportato da fondi stranieri e utilizzasse libri di testo giudicati banali o impregnati di propaganda religiosa, Mao istruì i membri del partito affinché infiltrassero il movimento, arrivando a far pubblicare nell’ottobre 1922 il Lettore del Popolo redatto da Li Liuru. Quest’opera, basata sul tema “il lavoro è sacro”, utilizzava l’alfabetizzazione come veicolo per creare coscienza di classe, spiegando ai lavoratori che l’assenza di cibo e vestiti adeguati per chi produceva materialmente quei beni costituiva una grande ingiustizia sociale. Questa sofisticata operazione di infiltrazione culturale permise al movimento comunista di sopravvivere alla censura di Zhao Hengti e di gettare le basi per la successiva Federazione delle Organizzazioni del Lavoro dello Hunan, trasformando gli strumenti educativi della YMCA in una rete di reclutamento politico che, nonostante le proteste dei proprietari delle fabbriche e le indagini dei segretari americani del YMCA, garantì ai comunisti una presenza radicata e resiliente nel tessuto sociale della provincia.

L’arco di tempo tra l’estate del 1922 e l’inizio del 1923 rappresenta uno dei momenti più complessi della storia del Partito Comunista Cinese, caratterizzato da un profondo scollamento tra le direttive centrali influenzate dal Comintern e la realtà operativa sul campo gestita da figure come Mao Zedong nello Hunan. Il Secondo Congresso del luglio 1922, svoltosi a Shanghai senza la presenza di Mao a causa di un banale contrattempo logistico, segnò l’abbandono della linea di isolamento radicale a favore della teoria degli stadi rivoluzionari imposta da Mosca. Questa nuova dottrina partiva dal presupposto che la Cina, essendo una nazione semicoloniale, non possedesse ancora le condizioni per una rivoluzione socialista immediata e dovesse quindi attraversare una fase democratico-borghese necessaria a eradicare il feudalesimo dei signori della guerra e la penetrazione imperialista. In quest’ottica il Manifesto del Congresso invitava formalmente il proletariato a sostenere la borghesia nazionale e il Kuomintang di Sun Yat-sen, trasformando l’obiettivo primario del Partito da un focus esclusivo sulla creazione di sindacati industriali a un più sfumato aiuto alla classe operaia all’interno di un fronte unito.

Questa spinta verso la collaborazione fu ulteriormente esasperata dal Plenum di Hangzhou dell’agosto 1922, dove il rappresentante del Comintern, Maring, impose la strategia del “blocco interno”, obbligando i comunisti a iscriversi individualmente al Kuomintang nonostante la strenua opposizione iniziale del Comitato Centrale cinese, preoccupato per la salvaguardia della propria autonomia politica. A livello nazionale si diffondeva un cauto ottimismo verso il governo di Pechino e la figura del generale Wu Peifu, descritto paradossalmente dai documenti del Congresso come un militarista progressista capace di restaurare l’ordine costituzionale, mentre la situazione vissuta da Mao Zedong nello Hunan dipingeva un quadro radicalmente opposto. Per Mao la vittoria della fazione Zhili, a cui apparteneva Wu Peifu, non rappresentava un progresso poiché il suo alleato locale nello Hunan era Zhao Hengti, il reazionario che aveva brutalmente represso i movimenti liberali e giustiziato leader sindacali nello stesso momento in cui promulgava costituzioni provinciali di facciata.

Mao mantenne dunque una posizione di profondo dissenso verso l’alleanza con i nazionalisti sia per motivi ideologici che per un’analisi pragmatica della forza delle masse. Rigettava l’idea che il proletariato fosse troppo debole per agire autonomamente e suggeriva che, se i numeri delle città erano insufficienti, la vera forza d’urto risiedeva nelle sterminate popolazioni rurali dei contadini delle valli dello Hunan. Operativamente Mao ignorò le ambiguità teoriche sulla protezione della borghesia nazionale, così, mentre il cuore del partito discuteva se fosse opportuno scioperare contro proprietari d’azienda iscritti al Kuomintang, Mao proseguì con una strategia di scontro frontale contro ogni forma di sfruttamento capitalistico. Sfruttando abilmente le risorse e le strutture legali fornite dai riformatori liberali e dalla YMCA attraverso il movimento per l’educazione di massa, i comunisti dello Hunan riuscirono a organizzare una forza operaia senza precedenti. La distruzione dell’Hunan Labor Association da parte di Zhao Hengti si rivelò un vantaggio per il PCC che fu in grado di assorbirne i membri e le strutture, portando gli iscritti dai 3.000 del gennaio 1922 alla sbalorditiva cifra di 28.000 all’inizio del 1923. 

3. Mao sindacalista 

Lo sciopero dei lavoratori ferroviari e dei minatori di Anyuan del settembre 1922 rappresenta un caso di studio fondamentale per comprendere l’evoluzione del movimento operaio cinese, configurandosi come un evento di transizione tra la dimensione puramente sindacale e quella politica rivoluzionaria. Geograficamente la localizzazione di Anyuan nella contea di Pingxiang, sul versante della provincia del Jiangxi ma idrologicamente legata al bacino del fiume Xiang attraverso l’affluente Lu, determinò una naturale gravitazione socio-economica verso l’Hunan piuttosto che verso il capoluogo provinciale Nanchang, una peculiarità territoriale cementata dalla costruzione della ferrovia Zhuzhou-Pingxiang che ricalcava il corso d’acqua. Questa configurazione logistica permise alla Segreteria del Lavoro dell’Hunan di estendere la propria influenza organizzativa oltre i confini amministrativi, integrando i minatori e i ferrovieri locali in un sindacato che sarebbe diventato il cuore pulsante del potere comunista nella regione. La rilevanza storica di questo sciopero subì una massiccia rivalutazione storiografica durante la Rivoluzione Culturale quando la figura di Liu Shaoqi, presidente della Repubblica e leader del sindacato tra il 1922 e il 1925, divenne bersaglio di epurazioni politiche che portarono alla mitizzazione del ruolo di Mao Zedong, celebrato nella propaganda dell’epoca come l’unico vero artefice della mobilitazione, oscurando anche il contributo pratico di dirigenti come Li Lisan. Dal punto di vista industriale la miniera di carbone di Pingxiang non era un’entità marginale ma il pilastro della Hanyeping Coal and Iron Company Ltd., la più grande impresa interamente cinese del periodo, capitalizzata nel 1922 per oltre 60 milioni di dollari e capace di impiegare direttamente circa 23.000 persone. Nonostante la modernizzazione avviata a fine Ottocento con l’ausilio di tecnici e macchinari tedeschi finanziati da un prestito di 3 milioni di dollari, il sito produttivo presentava un dualismo tecnologico esasperato, dove moderni carrelli elettrici e forni a coke di concezione germanica coesistevano con l’estrazione manuale più brutale, in un contesto di cronica instabilità finanziaria dovuta alla mancanza di un mercato interno solido e alla subordinazione agli interessi siderurgici giapponesi. La condizione della classe operaia, stimata in circa 12.000 minatori e 1.500 ferrovieri, era caratterizzata da una precarietà estrema aggravata da un sistema di salari congelati dal 1913 a fronte di un’inflazione galoppante e da un ambiente di lavoro pericolosissimo, segnato da frequenti crolli delle gallerie, inondazioni e una gestione sanitaria definita dai contemporanei come inefficiente. La forza lavoro era composta prevalentemente da giovani tra i quattordici e i ventitré anni, spesso contadini migrati dall’Hunan o dal Jiangxi che vedevano nei dirigenti stranieri e nei sorveglianti locali i simboli di un’oppressione che univa il risentimento di classe a quello nazionale contro l’imperialismo e il militarismo dei signori della guerra. Lo sciopero, iniziato il 18 settembre 1922, si concluse con una vittoria senza precedenti che garantì un aumento dei salari giornalieri fino a 750-1000 wen e trasformò Anyuan in una roccaforte sindacale capace di resistere alle ondate repressive del 1923, fornendo successivamente un contributo vitale in termini di quadri umani e risorse alla nascente Armata Rossa durante la ritirata verso i monti Jinggang nel 1927.

La realtà delle miniere di Anyuan all’inizio del XX secolo è quindi un ecosistema di sfruttamento brutale, dove la modernizzazione tecnologica delle infrastrutture Hanyeping conviveva paradossalmente con un sistema di gestione del lavoro arcaico e oppressivo. I minatori erano sottoposti a turni massacranti di almeno dodici ore giornaliere, operando in condizioni di totale indigenza, spesso privi di calzature e indumenti adeguati. Questa esposizione costante a un ambiente insalubre si traduceva in una crisi sanitaria di proporzioni sistemiche. I rapporti del Rockefeller Institute dell’epoca documentano come l’infestazione da anchilostomiasi (vermi intestinali) colpisse l’81,6% dei minatori di superficie e raggiunse il 90,2% tra i lavoratori nei pozzi, a causa del contatto diretto della pelle con il terreno contaminato. Questo scenario di sofferenza fisica era esacerbato dal sistema del lavoro “a contratto”, un modello preindustriale risalente alla dinastia Song ma ancora dominante, in cui il lavoratore era assunto, pagato e controllato da un appaltatore privato che fungeva da intermediario assoluto, lasciando l’azienda priva di qualsiasi contatto diretto con la manodopera. Tale sistema, benché aspramente criticato da riformatori e stranieri per l’inefficienza e la corruzione, persisteva perché era l’unico modo per i manager stranieri, come l’ingegnere tedesco Gustavus Leinung, di gestire una forza lavoro di cui non comprendevano né la lingua né la complessa cultura locale. Leinung stesso, dopo aver tentato nel 1898 di eliminare questi intermediari, dovette arrendersi alla loro influenza, arrivando a testimoniare come gli appaltatori si trasformassero rapidamente in una nuova aristocrazia locale, girando in lettiga e abiti di seta mentre i minatori venivano stipati in dormitori angusti dove dormivano in quaranta in stanze di soli venti metri quadri, su letti a castello a tre piani, in ambienti infestati da parassiti e privi di riscaldamento. Il controllo sociale all’interno delle miniere era garantito dalle gerarchie aziendale e da un intreccio di società segrete, come la Società dei Fratelli Maggiori, e confraternite regionali che spesso sfociavano in violente dispute per il controllo dei siti di lavoro, scontri che venivano persino incoraggiati dagli appaltatori per cementare la fedeltà dei propri “protetti”. La violenza era uno strumento di gestione ordinaria, con i contrattisti che potevano impunemente sottoporre gli operai a torture medievali, come inginocchiarsi su stufe ardenti, portare la gogna o essere fustigati con frustini da cavallo. Sul piano economico il parassitismo degli appaltatori era totale: essi ricevevano dall’azienda pagamenti in yuan d’argento (circa 0,28 per operaio) ma pagavano i lavoratori in valuta di rame svalutata, trattenendo per sé oltre la metà del salario e lucrando ulteriormente su mense che servivano cibo spesso marcio. In questo vuoto di diritti l’arrivo dei quadri comunisti nel 1921 segnò una frattura storica. Sotto la guida di Mao Zedong, che inizialmente visitò le miniere in abiti da studioso, il movimento scelse la via dell’istruzione di massa come copertura legale. Li Lisan, inviato appositamente ad Anyuan nel 1922, istituì una scuola serale per operai con il pretesto di insegnare a leggere e scrivere, ottenendo il beneplacito delle autorità locali. Sebbene inizialmente i minatori fossero restii, l’approccio umile e spartano dei giovani intellettuali comunisti, che insistevano per vivere allo stesso livello degli operai, iniziò a sgretolare la diffidenza. La scuola divenne così il laboratorio politico dove i problemi quotidiani, come il caro vita e le trattenute arbitrarie dei contrattisti, venivano trasformati in coscienza di classe. Con la fondazione del Club dei Minatori e dei Lavoratori Ferroviari il 1° maggio 1922 il movimento passò da piccoli gruppi di studio a un’organizzazione di massa che, adottando slogan pragmatici come la creazione di cooperative di consumo per abbattere il prezzo dei beni di prima necessità, riuscì a sfidare frontalmente il secolare potere degli appaltatori, preparando il terreno per quello che sarebbe diventato uno dei più significativi scioperi della storia moderna cinese.

Inizialmente le autorità minerarie e ferroviarie avevano ignorato la nascita del club dei lavoratori ma l’allerta crebbe drasticamente dopo lo sciopero di Hanyang del luglio 1922. Nonostante i tentativi di corruzione da parte di funzionari come Shu Chusheng, che offrì sussidi e una sede per neutralizzare l’organizzazione, i leader del club mantennero una linea di fermezza ideologica, dichiarando pubblicamente la propria legittimità. La tensione esplose durante l’estate del 1922, aggravata dal fatto che le compagnie non pagavano i salari da diversi mesi, portando i lavoratori sull’orlo della fame. Sebbene Mao Zedong, giunto da Changsha, avesse inizialmente consigliato prudenza per rafforzare l’organizzazione, la situazione precipitò quando i direttori delle miniere e delle ferrovie, Xu Haibo e Shen Kaiyun, chiesero l’intervento militare per sciogliere il club con la forza. L’arrivo del giovane Liu Shaoqi nel settembre 1922 coincise con un’escalation decisiva: lo sciopero sulla linea ferroviaria Guangzhou-Hankou del 9 settembre e il successivo incidente del 10 settembre, in cui i soldati uccisero 10 lavoratori e ne ferirono 20, funsero da catalizzatore per l’azione ad Anyuan.

Sotto la guida di Liu Shaoqi e Li Lisan, e seguendo le direttive di Mao che esortava a una lotta implacabile per ottenere la simpatia dell’opinione pubblica, lo sciopero fu ufficialmente dichiarato a mezzanotte del 13 settembre 1922. L’organizzazione fu impeccabile: circa 7.000 iscritti al club paralizzarono le attività, bloccando i pozzi con lo slogan “Prima eravamo bestie, ora siamo uomini”, ma mantenendo strategicamente attivi i generatori per evitare l’allagamento delle miniere e garantire l’elettricità alla città. Il 14 settembre vennero presentate 17 richieste che miravano a trasformare il club in un sindacato riconosciuto, esigendo il pagamento immediato degli arretrati, aumenti salariali massicci (fino al 50% per i lavoratori nei pozzi), l’adozione della settimana di sette giorni e tutele per infortuni e decessi, come indennità pari a tre anni di salario. Superando l’opposizione iniziale e i tentativi di sabotaggio da parte dei contrattisti guidati da Wang Hongqing, la vulnerabilità delle compagnie, che stavano esaurendo il carbone per le pompe d’aria e l’acqua, portò alla firma dell’accordo il 18 settembre 1922. La vittoria fu totale dato che il sindacato ottenne il riconoscimento legale e aumenti salariali che videro i compensi giornalieri salire, ad esempio, da 15 a 33 centesimi per alcuni settori, svuotando di fatto il potere dei vecchi contrattisti. Quest’ultimi vennero infine assorbiti in una cooperativa controllata dal sindacato, segnando la fine del loro sfruttamento discrezionale e stabilendo un nuovo ordine sociale in cui i lavoratori, per la prima volta, detenevano un potere contrattuale reale e organizzato.

Dopo lo sciopero del 1922, sotto la stretta supervisione del Segretariato del Lavoro, la struttura interna dei club operai venne modellata su un sistema piramidale di rappresentanza volto a garantire il controllo capillare: ogni dieci operai veniva nominato un responsabile, i cui rappresentanti confluivano in gruppi di cento, coordinati a loro volta da un delegato generale per ogni sito operativo, tutti riuniti in un Congresso Generale che deteneva il potere deliberativo. Questa architettura istituzionale era guidata da un direttorio che rifletteva la divisione del lavoro industriale, con Li Lisan nel ruolo di direttore generale e una ripartizione specifica tra i responsabili delle miniere (Zhu Jintang), delle ferrovie (Zhu Shaolian) e il comparto educativo e cooperativo, dove figuravano Jiang Xianyun, Mao Zetan e Tang Shengchao.

Un aspetto distintivo di questa fase fu la politica di produttivismo patriottico promossa con vigore da Liu Shaoqi, il quale interpretava il rafforzamento della miniera, in quanto azienda di proprietà nazionale, come un atto di resistenza contro l’imperialismo straniero. Tale visione impose una disciplina senza precedenti. Il club non si limitava a rivendicare diritti ma assumeva funzioni di sorveglianza sulla condotta operaia, arrivando a condannare esplicitamente l'”arroganza” dei lavoratori e a punire internamente chi violava i regolamenti aziendali o sabotava la produzione. Liu Shaoqi fu autore di relazioni amministrative estremamente dettagliate, come un rapporto di tredici fitte pagine in cui criticava il Comitato Esecutivo per mancanza di sistematicità e denunciava atteggiamenti “anarchici” all’interno della cooperativa. Questa enfasi sulla stabilità portò il club a rifiutare nuovi scioperi nel giugno 1923, nonostante le disparità salariali createsi, per evitare quella che Liu definiva la “malattia infantile” dell’avventurismo che avrebbe potuto provocare la distruzione prematura del movimento.

Dal punto di vista dei dati socio-economici il club divenne un vero stato sociale in miniatura, riuscendo a sopravvivere per due anni e mezzo dopo la repressione dei sindacati nel nord della Cina del 1923. Grazie al reinvestimento dei salari venne eretta una sede sociale stabile e l’organizzazione arrivò a gestire un impero educativo e commerciale: 12.000 iscritti, 7 scuole serali con un corpo studenti di circa 2.000 unità, 12 sale di lettura distribuite sul territorio e una cooperativa di consumo finanziata da un capitale sociale di 13.000 azioni da un yuan. Vennero inoltre istituiti un Comitato di Arbitrato e un Ufficio Indagini per risolvere le dispute legali tra membri e non membri, drenando una parte considerevole delle energie organizzative del club. Il clima di collaborazione non impedì il declino della produzione che scese dalle 827.870 tonnellate del 1922 alle 666.939 del 1923, un dato che la compagnia utilizzò per accusare il club di inefficienza, nonostante le denunce operaie sulla scarsità di vagonetti e materiali tecnici. La caduta definitiva di quella che veniva chiamata la Piccola Mosca, che nel 1925 contava 500 membri nella Lega della Gioventù Socialista e 300 nel Partito Comunista, fu causata da una brutale operazione militare esterna. Anche in presenza del timore dei dirigenti locali di ritorsioni da parte dei minatori che potevano inizialmente bloccare gli ordini di chiusura governativi del 1923, nel settembre 1925 la dirigenza della Hanyeping a Shanghai finanziò i signori della guerra Fang Benren e Li Hongcheng con tangenti destinate all’occupazione armata. L’intervento culminò il 16 ottobre con la fucilazione di Huang Jingyuan davanti alla sede del club e il licenziamento di massa di 5.000 operai. La resistenza e le competenze organizzative maturate ad Anyuan non andarono però perdute dato che i sopravvissuti formarono il nucleo dei quadri per la Rivolta del Raccolto d’Autunno e nel 1930 oltre 1.000 minatori confluirono nell’Armata Rossa, trasformando l’esperienza sindacale in una forza militare determinante per la futura rivoluzione cinese.

Un altro esempio interessante di organizzazione dei lavoratori cinesi in questa fase riguarda la transizione dei lavoratori edili di Changsha da una struttura corporativa conservatrice a un sindacato di matrice comunista. Prima del 1922 questa categoria di lavoratori era lungi dal rappresentare un terreno fertile per l’ideologia marxista poiché i suoi membri erano profondamente radicati nella tradizione delle gilde e si erano distinti per una militanza politica di stampo reazionario. Un esempio eclatante fu la rivolta di Changsha dell’aprile 1910, durante la quale i lavoratori edili guidarono le masse nella distruzione sistematica di ogni infrastruttura moderna, dalle scuole alle assemblee provinciali, viste come simboli di un’oppressione fiscale legata alle riforme imperialiste e alla presenza straniera. Il legame che univa questi lavoratori non era basato sull’appartenenza di classe bensì su un’etica familiare sacralizzata dal culto di Lu Ban, figura mitizzata del V secolo a.C. venerata come il “patriarca” fondatore del mestiere. La gilda operava come un monopolio chiuso che limitava rigorosamente il numero di apprendisti per evitare la concorrenza e mantenere i profitti stabili in quello che veniva percepito come un mercato economico statico. La gerarchia interna era ferrea: i maestri agivano come patriarchi con il potere esclusivo di sedere nel Consiglio dei Direttori Annuali, gestire le imprese e formare i giovani mentre i lavoranti occupavano una posizione analoga a quella dei figli adulti, competenti ma subordinati all’autorità paterna del maestro. Una volta all’anno, durante il compleanno di Lu Ban, l’intera gilda si riuniva nel padiglione delle Cinque Armonie per rituali di venerazione che servivano a riaffermare l’obbedienza e la gratitudine verso i superiori, consolidando l’idea che il maestro non fosse solo un datore di lavoro ma colui che trasmetteva i segreti per la sopravvivenza economica.

Questo sistema millenario, che aveva resistito quasi inalterato dalla dinastia Tang, iniziò a vacillare sotto l’urto della rivoluzione industriale e del libero mercato imposto dalle potenze occidentali dopo la Prima Guerra dell’Oppio. I commercianti stranieri e i riformatori cinesi attaccavano le gilde definendole istituzioni “tiranniche” e “medievali” che ostacolavano l’iniziativa individuale mentre all’interno della gilda edile di Changsha si verificò una frattura strutturale decisiva: la differenziazione tra chi gestiva e chi lavorava. Alcuni maestri, spinti dalla crescente domanda edilizia, abbandonarono il lavoro manuale per trasformarsi in imprenditori capitalisti dediti esclusivamente all’appalto e agli investimenti, tradendo così il tradizionale rapporto insegnante-studente. Questa nuova classe di maestri-imprenditori iniziò a sfruttare l’afflusso di giovani contadini in fuga dalla miseria e dalle guerre dei signori della guerra, trasformando l’apprendistato in un sistema di estorsione economica. Nel 1922 la gilda di Changsha era arrivata a esigere una tassa di iscrizione per gli apprendisti di ben 12 yuan, una somma spropositata se si considera che corrispondeva a sessanta volte il salario giornaliero di un lavoratore altamente qualificato. A causa di queste tariffe gonfiate i giovani erano costretti a contrarre debiti con i maestri, finendo per lavorare senza un salario pieno per un periodo che andava dai cinque ai sei anni, ben oltre i tre anni previsti dalla tradizione.

Questa degenerazione del sistema corporativo creò un profondo senso di tradimento tra i lavoranti esperti, i quali videro minacciato il proprio status di artigiani qualificati dall’eccesso di apprendisti sottopagati e scarsamente addestrati. È in questo contesto di alienazione che Mao Zedong e gli organizzatori comunisti trovarono lo spazio per agire, individuando nella rottura della solidarietà familiare della gilda la chiave per la mobilitazione. I comunisti riuscirono a persuadere i lavoratori che la leadership del Tempio di Lu Ban non era più composta da “anziani rispettati” ma da “elementi corrotti” che avevano disertato la causa comune per perseguire il profitto personale. Dimostrando che gli interessi dei maestri-imprenditori erano ormai in diretto contrasto con quelli dei produttori manuali, Mao trasformò la frustrazione dei lavoratori in una moderna coscienza di classe, facilitando la creazione di un sindacato moderno capace di fornire ai lavoratori una voce autonoma e combattiva contro i propri ex “padri” professionali.

Il nucleo del conflitto risiede nel blocco salariale imposto nel 1919 dal signore della guerra Zhang Jingyao, il quale, dopo uno sciopero, aveva fissato la paga a 420 wan al giorno giurando che non sarebbe mai più aumentata. Nel 1922 l’inflazione aveva eroso drasticamente il potere d’acquisto di tale somma, portando il valore reale dai 30 centesimi d’argento del 1919 a soli 20 centesimi nel 1922, con una perdita netta di oltre un terzo del salario reale. Quando nel maggio 1922 i lavoranti del Tempio di Lu Ban cercarono di rimediare proponendo un aumento a 34 centesimi d’argento per la classe A e 26 centesimi per la classe B, la gentry locale e i mercanti delle commissioni stradali, spesso proprietari degli immobili e quindi datori di lavoro, reagirono spingendo il magistrato distrettuale a far rispettare il vecchio editto del 1919. La gilda tradizionale collassò sotto il peso della differenziazione sociale interna. I suoi dirigenti, ormai trasformati in appaltatori e uomini d’affari in “abiti lunghi e scarpe di pelle”, rifiutarono di attingere ai fondi comuni della gilda per le trattative, costringendo invece ogni lavoratore a versare una quota speciale di 50 centesimi d’argento. Questo fondo di circa 3.000 yuan venne dilapidato dai negoziatori Guo e Gan in sontuosi banchetti presso ristoranti di lusso come il Dongting Spring, senza ottenere alcun risultato concreto se non una tardiva offerta ad agosto che si limitava a convertire in argento il vecchio salario di 20 centesimi, senza recuperare il potere d’acquisto perduto. In questo vuoto di potere emerse la figura di Ren Shude, un carpentiere istruito da Mao Zedong e già membro del Partito Comunista, che seppe trasformare il risentimento verso la gilda, accusata di aver tradito la “famiglia confuciana” dei lavoratori, in una struttura sindacale moderna, il Sindacato dei Lavoratori Edili di Changsha, fondato ufficialmente il 5 settembre 1922. Mao Zedong giocò un ruolo cruciale redigendo uno statuto che escludeva i non-lavoratori, aboliva i riti religiosi e orchestrando una complessa manovra politica attraverso il quotidiano Dagong bao e i suoi contatti con l’élite riformista legata a Tan Yankai. Mao utilizzò abilmente la retorica della “libertà d’impresa” prevista dalla nuova costituzione provinciale del 1922 per presentare le rivendicazioni operaie come una difesa della legalità contro l’arbitrarietà del magistrato distrettuale che si ostinava ad applicare le leggi di un regime ormai decaduto. Lo sciopero generale, proclamato il 6 ottobre 1922 dopo il rifiuto di una mediazione a 26,7 centesimi, paralizzò l’intera Changsha grazie a una disciplina ferrea e a tattiche di comunicazione clandestine, come l’invio di volantini tramite frecce. La vittoria finale fu sancita dal fatto che i clienti privati, pressati dall’urgenza di terminare i lavori prima dell’inverno, iniziarono a scavalcare la gilda rivolgendosi direttamente al sindacato e accettando la tariffa di 34 centesimi, dimostrando che il legame tradizionale tra maestri e lavoranti era stato definitivamente spezzato a favore di un’identità di classe autonoma e politicamente guidata.

La campagna delle petizioni, che segnò il culmine dello sciopero dei lavoratori edili di Changsha nell’ottobre del 1922, si sviluppò come una sofisticata partita a scacchi politica tra il sindacato e le autorità imperiali e burocratiche. Al dodicesimo giorno di sciopero, il 16 ottobre, il comitato esecutivo, guidato dalla consapevolezza di un forte sostegno pubblico testimoniato da lettere che offrivano donazioni di 34 centesimi al giorno e telegrammi di solidarietà da sindacati lontani come quello di Changxindian, decise di rompere l’inerzia del magistrato distrettuale Zhou Yinggan. Quest’ultimo, insieme alla leadership della gilda padronale, aveva tentato di ignorare la protesta sperando in un suo naturale esaurimento. La minaccia formale lanciata dal sindacato il 16 ottobre prevedeva una marcia sull’ufficio del magistrato per il giorno 19 se le richieste non fossero state accolte entro il 17. Questa mossa provocò una reazione immediata: il magistrato, temendo che la protesta sfociasse in canali violenti secondo la tradizione delle rivolte disperate cinesi, istituì una commissione di mediazione composta da figure delle élite come mercanti, studiosi e membri di associazioni legali. Il 17 ottobre, tramite il quotidiano Dagong bao, fu annunciato questo nuovo corpo di mediatori che esortò immediatamente il sindacato a cancellare la marcia, avvertendo che l’evento avrebbe potuto portare a incidenti molto dolorosi per i lavoratori. Il 18 ottobre lo stesso magistrato rincarò la dose ordinando la cessazione dello sciopero e minacciando i lavoratori in caso di rifiuto. Anche la gilda padronale tentò di minare la coesione operaia inviando mediatori come Kuo Shousong a diffamare i leader sindacali, definendoli fomentatori di violenza (baotu fenzi).

Questa pressione psicologica creò una profonda spaccatura tra i ranghi operai. Molti, temendo ritorsioni, chiesero di annullare la marcia del 19 ottobre. Ren Shude, per evitare la frammentazione interna, acconsentì temporaneamente a riprendere le trattative. Durante questi incontri i mediatori tentarono una manovra diversiva estremamente astuta: offrirono una paga uniforme di 30 centesimi al giorno per tutti, eliminando la distinzione tra lavoratori specializzati (A) e generici (B). Sebbene questa cifra rappresentasse un aumento del 50% rispetto ai salari pre-sciopero (pari a 20 centesimi d’argento) e offrisse ai lavoratori B quattro centesimi in più di quanto richiesto dal sindacato, essa negava ai lavoratori A i 34 centesimi su cui l’organizzazione aveva costruito la propria reputazione. Era un tentativo deliberato di dividere la base operaia lungo le linee dell’anzianità e delle competenze. Ren Shude, comprendendo la natura “viziosa” della proposta che mirava a distruggere il sindacato nonostante l’esborso economico totale fosse potenzialmente superiore per i datori di lavoro, rifiutò l’offerta sul posto. Il 21 ottobre, un’assemblea di migliaia di lavoratori approvò la linea dura: non ci sarebbe stato alcun compromesso sui 34 centesimi. Venne lanciato un nuovo ultimatum per il 23 ottobre, nominando sedici rappresentanti, tra cui Ren e Yuan Fuqing, per presentare la petizione. Il 22 ottobre il magistrato vietò nuovamente la marcia, minacciando di agire “secondo la legge” e bollò i sedici rappresentanti come fomentatori di violenza, termine che evocava lo spettro della decapitazione subita dai leader Huang Ai e Pang Renquan nel gennaio dello stesso anno. In questo clima di terrore a mezzanotte del 22 ottobre Mao Zedong fece la sua prima apparizione pubblica davanti agli scioperanti, convincendoli che la situazione era mutata rispetto al passato grazie alla loro forza organizzativa e all’isolamento politico del governatore Zhao Hengti. Il 23 ottobre, nonostante la pioggia, 4.000 operai marciarono verso l’ufficio distrettuale dietro striscioni che recitavano “Trentaquattro centesimi o non lasceremo l’ufficio”. Mentre Mao restava nascosto tra la folla, i rappresentanti entrarono a negoziare con il magistrato Zhou Yinggan che però rimase fermo sull’offerta di 30 centesimi. La tensione esplose quando alcuni operai tentarono di forzare i cancelli presidiati da guardie con baionette innestate. Un operaio arrivò a sottrarre un fucile a una guardia prima di restituirlo. Di fronte al rischio di un massacro il governatore Zhao Hengti intervenne inviando truppe e, alle 20:00, incaricò Wu Jinghong del Dipartimento provinciale dell’Amministrazione di risolvere la disputa. Gli operai, che si stavano preparando a passare la notte all’addiaccio sostenuti da altri sindacati che portavano cibo e lanterne, accettarono di tornare a casa solo dopo la promessa di un incontro risolutivo per il giorno seguente.

Il 24 ottobre, dopo ore di attesa e sotto la minaccia di un nuovo assedio operaio agli uffici del governatore, Mao Zedong intervenne direttamente nel dibattito pubblico con Wu Jinghong. Mao utilizzò una retorica brillante, citando l’Articolo 16 della Costituzione provinciale sul diritto di petizione e invocando i principi di Adam Smith sulla libera impresa. Argomentò che, se il governo non controllava i prezzi di riso, carbone e affitti, non aveva alcun diritto legale di interferire nel “prezzo del lavoro” imponendo un blocco salariale. Sfidò Wu a verificare la volontà dei 1.000 operai radunati presso l’Associazione per l’Educazione, i quali chiesero a gran voce l’applicazione della “vera autonomia”. Alle 20:00 del 24 ottobre, Wu Jinghong cedette, ammettendo che il blocco salariale del magistrato violava la costituzione e firmando una dichiarazione scritta da Mao. La vittoria totale fu sancita il 26 ottobre quando, nonostante un ultimo tentativo di Wu di inserire clausole che favorissero la mediazione della vecchia gilda, una massiccia processione di 20.000 persone appartenenti a diversi sindacati (tessili, elettrici, barbieri, sarti) costrinse il funzionario a firmare la petizione definitiva. Il documento confermava i 34 centesimi per i lavoratori A e riconosceva la legalità dei metodi sindacali, ponendo fine a ventuno giorni di lotta e segnando una storica vittoria del lavoro organizzato che fu riportata con stupore persino dalla stampa in lingua inglese dell’epoca, come il Weekly Review of the Far East.

La gilda, un tempo garante della stabilità del settore, entrò in una crisi di legittimità irreversibile quando smise di proteggere i mezzi di sussistenza dei lavoratori per schierarsi con il governo, sabotando la richiesta di un aumento salariale a 34 centesimi al giorno e incamerando arbitrariamente oltre 3.000 yuan d’argento come “tassa di negoziazione” senza offrire contropartite. Questo tradimento economico trasformò il santuario in una struttura percepita come puramente estrattiva, culminando nel drammatico confronto dell’ottobre 1922. Durante il finto banchetto celebrativo, i direttori annuali Xiong “il Settimo” e Zhou Xinglou, supportati da quattro poliziotti e funzionari distrettuali, cercarono di imporre lo scioglimento del sindacato definendolo una violazione del sistema tradizionale. La pronta reazione di Ren Shude e l’intervento fisico dei lavoratori, che invasero il cortile costringendo i notabili a barricarsi nel Padiglione Wu Mu per sequestrarne i registri contabili, sancirono la fine effettiva dell’egemonia feudale sulla vita dei carpentieri. I dati del 1923 offrono una prospettiva realistica sulla penetrazione del sindacato: dei 4.000 operai che parteciparono allo sciopero solo 2.000 risultavano iscritti al sindacato, indicando che una metà della forza lavoro conservava ancora legami psicologici o strutturali con l’antico sistema. Sotto il profilo ideologico lo sciopero di Changsha si distinse da quello dei minatori di Anyuan per la sua durata (21 giorni) e per la capacità di Mao Zedong di strumentalizzare la Costituzione provinciale dell’Hunan del gennaio 1922. Mao utilizzò la clausola sulla “libera impresa” come scudo legale per rifiutare il compromesso governativo di 30 centesimi (che avrebbe appiattito le differenze tra lavoratori di classe A e B) e per trasformare il concetto di autonomia politica in autonomia del lavoratore sul proprio corpo e prezzo. La forza del movimento stava nella capacità di canalizzare il risentimento pre-capitalista dei lavoratori contro i leader della gilda, ormai trasformatisi in datori di lavoro capitalisti interessati solo al profitto. La vittoria finale fu dunque il risultato di una pressione di massa senza precedenti,che vide 20.000 persone marciare verso l’ufficio del governatore, dimostrando che la mobilitazione fisica e la minaccia di un blocco totale del lavoro erano strumenti ben più efficaci del limitato supporto dell’élite liberale dell’epoca.

Il sindacato dei tipografi e compositori a caratteri mobili di piombo si impose come il “motore spirituale” del movimento operaio dell’Hunan nei primi anni ‘20 grazie a una forza lavoro atipica, composta da individui più istruiti della media, spesso con alle spalle studi primari o secondari, e profondamente inseriti nei flussi politici e letterari dell’epoca. Questa categoria di lavoratori occupava una posizione strutturale unica poiché operava in un settore tecnologicamente importato dall’Occidente nel XIX secolo, distinguendosi nettamente dai minatori, dai lavoratori edili o dai tradizionali stampatori su blocchi di legno. Sappiamo che la stampa in Cina è un’invenzione millenaria legata alla diffusione dei testi buddisti, confuciani e taoisti e alla produzione delle gazzette ufficiali per i letterati, la tecnica del carattere mobile metallico e dell’inchiostrazione a rulli fu, invece, una rivoluzione introdotta dai missionari protestanti come Robert Morrison, i quali cercavano un metodo più rapido, economico e controllabile rispetto all’intaglio del legno per creare una nuova letteratura per la formazione. Entro il 1860 i missionari avevano perfezionato caratteri economici organizzati secondo i 214 radicali del dizionario Kangxi, una superiorità tecnologica che portò alla nascita di testate come l’American Presbyterian Mission Press e, successivamente, alla fioritura della stampa periodica cinese dopo la guerra sino-giapponese del 1894-1895, rendendo la professione del compositore di piombo essenziale per l’agitazione politica che avrebbe poi alimentato la Rivoluzione del 1911.

A Changsha questo passaggio tecnologico creò una profonda frattura sociale tra la Wen Chang Society, una gilda di circa 300 incisori di legno ormai ridotti a salari miserrimi e orari estenuanti a causa del declino del settore, e le moderne case editrici o i quotidiani come l’Hunan Daily News o il Dagong bao, quest’ultimo sostenitore della Nuova Cultura e megafono per i testi di Mao Zedong. In questo ambiente, nel 1920, i tipografi fondarono il sindacato della stampa dell’Hunan, un’organizzazione che escludeva i padroni e che Mao stesso, in qualità di segretario, utilizzò come perno per la Federazione delle Organizzazioni del Lavoro dell’Hunan. Nel novembre 1922 emersero tensioni interne che i resoconti comunisti successivi hanno spesso cercato di minimizzare: i compositori a caratteri mobili, più moderni e radicalizzati, entrarono in conflitto con i litografi. Quest’ultimi, pur facendo parte della stessa industria, operavano in officine più piccole e capitalizzate tra i 400 e i 2000 dollari, dove permaneva un legame tradizionale e quasi familiare tra proprietari e dipendenti. Quando i compositori che utilizzavano i caratteri in piombo richiesero uno sciopero per ottenere la giornata di otto ore e un salario fisso di 12 yuan i litografi si rifiutarono di aderire, temendo di rompere l’equilibrio di mutua assistenza con i propri maestri. La disputa degenerò in una rissa il 15 novembre, portando a una scissione formale e alla nascita di due sindacati separati dopo una riunione riparatrice alla scuola media Xiangxiang.

Le condizioni quotidiane di questi lavoratori riflettevano un paradosso tra la loro importanza politica e la miseria materiale. Sebbene i tipografi fossero pagati meglio degli artigiani tradizionali, i loro guadagni reali oscillavano tra i 4 e gli 8 yuan mensili, cifra sistematicamente erosa dalle trattenute forzose per vitto e alloggio forniti dall’azienda in dormitori fatiscenti e insalubri. Il lavoro era suddiviso in gerarchie rigide: i compositori di giornali lavoravano lunghe ore notturne mentre gli addetti alle presse erano divisi tra operai specializzati e manovali non qualificati incaricati di girare manualmente le ruote delle macchine. Il degrado sanitario era tale che il Chinese Economic Bulletin riportava come l’80% di questi operai morisse intorno ai trent’anni, consumato dalla tubercolosi. Il sistema era ulteriormente appesantito da un apprendistato triennale non retribuito che fungeva da serbatoio di manodopera a basso costo, abbassando gli standard qualitativi complessivi del settore. 

Lo sciopero dei tipografi di Changsha del 1922 rappresenta un momento cruciale nell’evoluzione del movimento operaio cinese per la sofisticata strategia organizzativa e lo scontro ideologico che ne scaturì. Tutto ebbe inizio ufficialmente il 22 novembre 1922, quando l’Unione dei Compositori e dei Tipografi a caratteri mobili, dopo aver ricevuto risposte negative dalle varie stamperie, pubblicò una lettera aperta sul quotidiano Dagong bao. In questo documento i lavoratori cercarono inizialmente una sponda diplomatica con la stampa, definendo il rapporto tra operai e giornali come profondo e rispettoso, sperando che la comunità giornalistica adottasse una posizione imparziale verso le loro richieste di aumento salariale e miglioramento delle condizioni lavorative. La resistenza si cristallizzò attorno alla figura di Zhao Hengti e al suo Segretariato che controllava lo Hunan ribao, il giornale governativo. La loro offerta di un solo yuan di aumento mensile e il rifiuto totale di ridurre l’orario di lavoro portarono al collasso dei negoziati poiché anche le aziende private decisero di allinearsi alla linea dura del governo. Durante questa fase di stallo il ruolo di Mao Zedong fu determinante sul piano politico e su quello logistico. Secondo la testimonianza di Liao Zhongkun Mao ammonì i lavoratori a non iniziare la protesta senza aver prima garantito cibo e alloggio per i circa 300 operai coinvolti, consapevole che la fame sarebbe stata l’arma principale usata dai padroni per spezzare lo sciopero. Una volta messi in sicurezza i beni di prima necessità e formulate quattordici richieste specifiche lo sciopero fu proclamato il 25 novembre 1922, portando al blocco totale dell’informazione nella città già dal giorno successivo. I proprietari e il governo provinciale inizialmente ignorarono la protesta, convinti che la mancanza di risorse avrebbe costretto gli operai alla resa in pochi giorni, ma la preparazione suggerita da Mao permise ai lavoratori di resistere oltre le aspettative. Di fronte all’intransigenza sindacale e al crescente clamore pubblico per l’assenza di notizie Zhao Hengti tentò la via della forza chiamando l’esercito e la polizia e minacciò di spostare tutta la produzione editoriale nella città commerciale di Xiangtan. Fu ancora Mao a intervenire per rincuorare i lavoratori spaventati, assicurando loro che un passo indietro a metà strada sarebbe stato fatale e che i colleghi di Xiangtan, per solidarietà di classe, si sarebbero rifiutati di accettare il lavoro dirottato. Dopo circa nove giorni di paralisi le autorità, esaurite le opzioni e pressate dai dipartimenti editoriali, accettarono di negoziare presso l’Associazione Provinciale per l’Educazione, una sede insolita che rifletteva un cambiamento nei rapporti di forza. Le trattative, iniziate il 10 dicembre alle 13:00 e concluse a mezzanotte, videro una partecipazione paritaria: Mao Zedong guidò i mediatori insieme a rappresentanti della Federazione del Lavoro dello Hunan, confrontandosi con tredici delegati sindacali e tredici rappresentanti delle case editrici. L’accordo finale fu un successo straordinario. I compositori ottennero un salario di 11 yuan mensili (un incremento del 37,5% rispetto ai massimi precedenti), il riconoscimento della giornata lavorativa di otto ore e limiti precisi ai carichi di lavoro, basati sulla complessità della composizione e del tipo di carattere utilizzato. Vennero stabilite clausole protettive contro i licenziamenti ritorsivi, l’obbligo per le aziende di fornire il vitto e il divieto di assumere nuovi apprendisti per un anno, misura volta a proteggere i lavoratori qualificati dalla concorrenza di manodopera non pagata. Nonostante la vittoria materiale il 13 dicembre il Dagong bao pubblicò un editoriale critico che accusava i lavoratori di “mancanza di buonsenso” e di essere “vittime sacrificali degli esperimenti altrui”, riferendosi velatamente a Mao. La risposta di quest’ultimo, pubblicata il 14 dicembre, fu una durissima requisitoria contro l’elitarismo degli intellettuali. Mao derise i “signori in toga lunga” che pretendevano di insegnare la salute e l’esercizio fisico a uomini esausti per il lavoro notturno e la malnutrizione. Questo scontro finale evidenziò come lo sciopero fu anche un attacco diretto ai settori strategici della borghesia nazionale, dimostrando che Mao era disposto a sacrificare persino il supporto dei riformatori liberali pur di mantenere l’integrità e l’autonomia del movimento operaio.

Lo sciopero dei minatori di piombo e zinco di Shuikoushan, svoltosi tra il 5 e il 27 dicembre 1922, si colloca temporalmente tre mesi dopo il successo di Anyuan. Situata nel distretto di Changning, circa 45 miglia a sud di Hengyang alla confluenza dei fiumi Kiang e Zhao, la miniera era all’epoca l’unico sito in Cina a vantare i più ricchi depositi di galena e sfalerite (solfuri di piombo e zinco), estratti su un’area sotto la supervisione del Bureau Minerario dello Hunan. L’infrastruttura industriale presentava una dicotomia tecnologica estrema: il primo pozzo, profondo circa 183 metri, operava ancora con metodi tradizionali mentre il secondo, profondo circa 198 metri, disponeva di sei livelli operativi e un pozzo verticale sussidiario per i livelli più profondi, supportati da un argano a vapore da 50 cavalli. Pur in presenza di una modernizzazione parziale che aveva permesso di produrre 50.000 tonnellate di piombo e 126.000 di zinco in vent’anni, la gestione finanziaria era gravemente compromessa da un’ipertrofia burocratica. Nel 1919 il costo di amministrazione era di ben 7,00 dollari per tonnellata, ovvero il 36% del budget operativo totale ($19,30 per tonnellata), a causa di uno staff pletorico di cinque direttori, un manager, un sovrintendente e vari tecnici i cui salari arrivavano a 1.000 dollari mensili per il manager e 500 dollari per il sovrintendente, mentre la manutenzione delle pompe e degli argani assorbiva un ulteriore 26% dei costi a causa dell’alto prezzo del carbone.

In questo contesto di inefficienza, dove la produttività era del 30% inferiore a quella delle miniere dell’Indocina francese e solo il 4% di quella statunitense, i 3.000 minatori vivevano in condizioni di sussistenza critica. Sebbene le tabelle ufficiali riportassero paghe di 0,25 dollari per otto ore per i perforatori e 0,15 dollari per gli addetti alle pompe di bambù, la realtà del sistema dei contrattisti riduceva queste somme a pochi centesimi. Il mediatore tratteneva per sé il 10-20% della paga come commissione, oltre a dedurre tra il 30% e il 50% per il costo di pasti e alloggi precari. Lo sciopero fu dunque una reazione diretta a questo squilibrio, guidata dal Club dei Minatori organizzato dai comunisti che sfruttò la posizione strategica della miniera lungo le rotte commerciali fluviali verso Songbai e Changsha. La crisi post-bellica aveva causato accumuli di scorte invendute fino al 1923 ma la ripresa della domanda da parte di acquirenti britannici e giapponesi nel 1922 fornì la leva economica necessaria per la protesta. La vittoria dello sciopero migliorò temporaneamente le condizioni di vita ma ebbe un impatto strutturale unico. Nel 1923 il sindacato di Shuikoushan generò il primo sindacato contadino dello Hunan, creando quel legame tra proletariato industriale e masse rurali che sarebbe diventato il pilastro della Quarta Armata comunista.

Il resoconto dettagliato dello sciopero di Shuikoushan del dicembre 1922, basato sulla cronaca di Ming Fei pubblicata nel 1923, descrive una mobilitazione nata dalla convergenza tra il malcontento spontaneo dei minatori e la direzione politica dei giovani quadri comunisti. Il contesto in cui maturò l’agitazione fu fortemente influenzato dal successo ottenuto pochi mesi prima dai minatori di Anyuan. Proprio i legami geografici tra i lavoratori delle due aree permisero una rapida diffusione delle notizie e delle tecniche organizzative, portando un gruppo di circa dodici macchinisti di Shuikoushan, tra cui figurano Liu Dongsheng, Chen Meisheng e Liu Qisheng, a riunirsi segretamente per quasi due settimane con l’intento di replicare il modello del Club di Anyuan. Consapevoli della propria mancanza di fondi e di esperienza, i lavoratori raccolsero tra loro il denaro necessario per inviare Liu Dongsheng ad Anyuan affinché richiedesse il supporto del Segretariato del Lavoro. La risposta non tardò ad arrivare e in autunno giunsero a Shuikoushan quattro organizzatori, tra cui lo studente Jiang Xianyun e il minatore Xie Huaide, entrambi originari della zona di Hengyang. Pur in presenza dell’opposizione preventiva della direzione della miniera, guidata in assenza del manager Zhao Mingding dai direttori Huang e Tang, i quali cercarono di intimidire la forza lavoro definendo i club operai come organizzazioni perverse e minacciando l’immediata cattura di eventuali “agitatori esterni”, l’atmosfera di timore iniziale si dissipò rapidamente grazie alla determinazione del nucleo dei macchinisti. Il Club degli Operai di Shuikoushan fu stabilito presso il Teatro Kangjia e in brevissimo tempo ottenne l’adesione di oltre 3.000 lavoratori provenienti dalle varie sezioni della miniera, portando alla formazione di un Comitato Esecutivo Provvisorio guidato da Luo Tongxi come direttore e Liu Dongsheng come vice. L’organizzazione si diede una struttura formale complessa, con dipartimenti dedicati agli affari generali e ai documenti, nominando Jiang Xianyun rappresentante plenipotenziario e gli altri tre delegati di Anyuan come consiglieri. Sebbene la direzione politica cercasse di mantenere un approccio non violento per evitare repressioni immediate, Jiang Xianyun si spese molto per contenere le spinte più radicali della massa operaia, il risentimento era profondo e alimentato da torti storici mai risolti, come la controversia del 1917 sulla spartizione dei bonus che aveva visto il personale tecnico e amministrativo ribaltare a proprio favore la quota del 70% o le più recenti accuse di appropriazione indebita dei salari da parte della dirigenza per finanziare il gioco d’azzardo. Dopo il rifiuto della direzione di negoziare su una prima lista di quattro richieste minime presentate il 30 novembre, il clima si esasperò. Il Club, sospettando che il personale tecnico e amministrativo locale stesse complottando per giustiziare i leader sindacali, iniziò a prepararsi segretamente allo sciopero istituendo squadre speciali di sorveglianza, comunicazione e persino una “squadra di assassinio”, quest’ultima probabilmente legata a influenze anarchiche. Il 4 dicembre, non avendo ricevuto risposta ufficiale all’ultimo ultimatum, il Club proclamò lo stato di agitazione che ebbe inizio alle ore 3:00 del mattino del giorno successivo. L’operazione fu chirurgica, con lo spegnimento delle caldaie a vapore e delle pompe idrauliche che tenevano i pozzi liberi dall’acqua, ma garantendo la continuità dell’illuminazione elettrica per prevenire furti e atti vandalici che avrebbero danneggiato l’immagine pubblica della causa. Durante i 23 giorni di sciopero, dal 5 al 27 dicembre, la tensione rimase altissima. Il personale tecnico e amministrativo, terrorizzato dall’allagamento delle miniere ma privo dell’autorità per agire militarmente senza il manager generale, tentò mediazioni infruttuose mentre il Club ampliava il proprio elenco di rivendicazioni a 18 punti. Queste nuove richieste includevano il riconoscimento formale del sindacato e sussidi mensili per l’educazione operaia e perfino una riforma radicale dei salari, l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore, ferie pagate, indennità di morte e infortunio e la fine delle punizioni corporali da parte dei sorveglianti. La situazione di stallo si ruppe solo con il ritorno da Changsha del manager Zhao Mingding, accompagnato dal suo rivale Liu Shitao e da una compagnia di fucilieri inviata dal governatore provinciale Zhao Hengti. Con la presenza dei militari il Club adottò una strategia comunicativa abile, inviando petizioni ai vari attori coinvolti in cui si alternavano toni lusinghieri verso i manager e descrizioni strazianti della povertà estrema delle famiglie dei minatori, descritti come “pesci arenati in un letto di ruscello secco”. Questo mix di fermezza operativa e diplomazia flessibile permise ai lavoratori di mantenere la compattezza e di trasformare una lotta industriale in un caso politico di rilevanza nazionale, portando infine alla risoluzione di un conflitto che Ming Fei volle immortalare affinché il mondo non considerasse “illegale” la lotta per la dignità del lavoro.

La crisi giunse a un punto di rottura il pomeriggio del 19 dicembre, quando il direttore Zhao Mingding, convinto che la rimozione fisica degli agitatori fosse l’unica soluzione per sedare i disordini, tentò di attirare con l’inganno Jiang Xianyun presso l’ufficio minerario attraverso il suo inviato Zhao Yuanyou, il quale rassicurò falsamente il leader operaio sulla correttezza delle rivendicazioni. Nonostante i sospetti del Comitato Esecutivo Provvisorio, Jiang e Liu Dongsheng decisero di partecipare per non compromettere la credibilità del Club, trovandosi però immediatamente circondati da polizia e soldati armati all’interno della sala ricevimenti, dove Zhao Mingding li accusò apertamente di aver incitato i lavoratori a fermare le pompe. La situazione di stallo, aggravata dalle minacce di esecuzione immediata proferite dai funzionari Xiao e Li giunti da Changsha, fu risolta solo dall’intervento di diverse migliaia di minatori che circondarono l’edificio al grido di sfida “Se uccidete Jiang, ce ne sono ancora migliaia come lui!”, costringendo il Comandante Xu a mediare il rilascio dei due leader per evitare un massacro. Due giorni dopo, il 21 dicembre, la tensione si riaccese quando Pan Zhengang, direttore della sezione trattamento minerali, tentò di forzare i giovanissimi operai di quel reparto, descritti come “semplici ragazzini” e tra i meno pagati della miniera, a riavviare le macchine sotto la minaccia delle armi. Il lavoro del Club sulla solidarietà di classe portò i giovani a rifiutare il lavoro nonostante il pericolo. L’intervento dei coordinatori del sindacato, che circondarono le piattaforme di lavorazione e disarmarono Pan consegnando la sua pistola al Comandante Xu, segnò il fallimento definitivo dei tentativi della dirigenza di dividere il fronte operaio. Seguirono tentativi di corruzione ai danni di Jiang, che rispose chiedendo pubblicamente la propria morte qualora avesse mai accettato un centesimo, e l’emissione di una taglia di 200 yuan per il suo assassinio che costrinse il Club a proteggerlo costantemente con scorte di decine di lavoratori. La vittoria diplomatica fu consolidata attraverso l’invio di telegrammi a testate e sindacati nazionali per smentire le accuse di sabotaggio ai macchinari, definiti dai minatori come “proprietà pubblica dell’Hunan”, ottenendo aiuti finanziari cruciali dalle aree minerarie di Anyuan e Tangshan. Le trattative finali portarono alla firma dell’accordo la sera del 25 dicembre 1925 tra i delegati del Bureau provinciale (Li Changyu e Xiao Wen) e i rappresentanti del Club (Jiang Xianyun, Luo Tongxi e Liu Dongsheng), sancendo il riconoscimento ufficiale del sindacato e l’accesso alla scuola per apprendisti con un fondo di costruzione di 1.000 yuan e un sussidio mensile di 200 yuan per l’istruzione. Sul piano economico gli aumenti salariali furono calibrati per favorire le fasce più povere: chi guadagnava 20 centesimi o meno ottenne un incremento di 8 centesimi al giorno (quasi il 200%) mentre per i redditi superiori a un yuan l’aumento fu di soli 5 centesimi (5%), abolendo contestualmente il sistema del subappalto per i lavoratori specializzati di superficie e il prelievo illecito dei capisquadra (hongqian) per i portatori di secchi. Sebbene alcune richieste originali subissero riduzioni marginali, come i giorni di vacanza per il Capodanno ridotti da sette a cinque o le indennità per decesso fissate a un massimo di 150 yuan o un anno di salario, lo sciopero ottenne la giornata lavorativa di otto ore e il pagamento dei salari arretrati per l’intero periodo di agitazione. La celebrazione finale del 26 dicembre vide la partecipazione di circa 10.000 persone, inclusi contadini dell’area circostante, concludendosi con discorsi paradossali degli stessi manager Zhao, Xiao e Li davanti a una folla che sventolava slogan come “Il lavoro è sacro”, a testimonianza di una vittoria che il sociologo Boris Torgasheff definì pionieristica, capace di ottenere privilegi raramente riscontrabili persino nel contesto europeo dell’epoca.

Dopo il successo dello sciopero del dicembre 1922 il sindacato dei minatori di Shuikoushan attraversò una fase di riorganizzazione strutturale e ideologica senza precedenti, trasformandosi da semplice organo di protesta in una vera e propria amministrazione locale alternativa. La nuova architettura interna venne modellata fedelmente sul sistema di Anyuan, introducendo per la prima volta le squadre da dieci uomini come cellula base della partecipazione operaia. Sopra questa base si ergeva una piramide rappresentativa composta dai “rappresentanti dei 10”, dai “rappresentanti dei 100” e dai rappresentanti generali. L’organo deliberativo supremo, il Congresso dei Rappresentanti, includeva tutte queste figure mentre il cosiddetto Congresso Supremo era ristretto ai rappresentanti dei 100 e a quelli generali. Questa struttura piramidale convergeva in un Comitato Esecutivo guidato da un Direttore e un Vice-direttore, supportati da nove dipartimenti specializzati che coprivano ogni aspetto della vita sociale e lavorativa: contabilità, affari generali, documenti, istruzione, mutuo soccorso, affari esterni, conferenze e ricreazione. Una volta consolidata questa Costituzione Generale Provvisoria il sindacato lanciò un ambizioso programma per incrementare la produzione e l’efficienza, motivato dalla necessità politica di dimostrare che l’organizzazione operaia non era una forza “distruttiva”. Ming Fei, nei suoi rapporti del 1958, evidenziò come l’approccio fosse tripartito, mirando a migliorare l’atteggiamento lavorativo, la moralità e a domare l’arroganza dei minatori. Inizialmente i minatori mostrarono un entusiasmo travolgente che portò la produzione a livelli record in ogni reparto ma quando tale fervore iniziò a scemare il sindacato intervenne con assemblee di sezione, rapporti dettagliati e distribuzione di volantini, responsabilizzando i rappresentanti di ogni reparto affinché monitorassero personalmente la produttività.

Parallelamente agli obiettivi economici il sindacato promosse una rigorosa campagna di “purificazione morale” per trasformare Shuikoushan in quella che Ming Fei definì una “società pura”. In un contesto dove le miniere cinesi erano tradizionalmente descritte come covi di vizio tra gioco d’azzardo, prostituzione, oppio e società segrete, il sindacato riuscì dove le autorità militari e la dirigenza mineraria avevano fallito per anni. Utilizzando una strategia a doppio binario, educazione di massa per dimostrare come il vizio fosse una forma di sfruttamento che drenava i salari e sanzioni severe per i trasgressori, l’organizzazione eliminò il gioco d’azzardo e spinse spacciatori e prostitute ad allontanarsi spontaneamente per il solo prestigio e l’influenza esercitata dal club. Questa precoce manifestazione di puritanesimo industriale, emersa già nel 1923, anticipò i metodi di controllo sociale che sarebbero diventati distintivi della Repubblica Popolare dopo il 1949, sottolineando il legame tra etica del lavoro e sviluppo economico moderno. Un problema inedito fu quello della “arroganza” dei lavoratori. Dopo lo sciopero i minatori, che prima subivano ogni genere di umiliazione e dovevano rivolgersi a ogni membro del personale tecnico e amministrativo con termini come “maestro” o “signore”, iniziarono a sentirsi intoccabili e superiori, arrivando a intimidire il personale tecnico. Il Comitato Esecutivo dovette intervenire energicamente, spiegando che l’orgoglio superficiale danneggiava la causa e che il vero significato della lotta di classe non risiedeva in manifestazioni esteriori di potere, riuscendo a stabilizzare i rapporti tra operai e personale tecnico su un piano di reciproca decenza, nonostante le contraddizioni irrisolte.

Il ruolo del sindacato si espanse ulteriormente nei servizi sociali, investendo massicciamente nell’istruzione e nel mutuo soccorso. Grazie alle vittorie ottenute con lo sciopero l’ufficio minerario fu costretto a versare 2.000 yuan iniziali (oltre a un fondo aggiuntivo di 1.000 yuan) e un sussidio mensile costante di 200 yuan per l’istruzione. A queste cifre si aggiunsero le donazioni di due compagnie straniere acquirenti di minerale e di una compagnia cinese per un totale di 12.000 yuan, portando il fondo complessivo per l’edilizia scolastica a circa 15.000 yuan. Sebbene la costruzione del nuovo edificio fosse iniziata solo nel settembre 1923, le lezioni partirono già il 9 aprile con 120 studenti, dirette da insegnanti scelti personalmente da Mao Zedong, tra cui suo fratello Mao Zetan. Il dipartimento di Mutuo Soccorso gestiva inoltre una cooperativa di consumo inaugurata nell’estate del 1923, occupandosi di assicurazione sul lavoro, assistenza sanitaria e collocamento professionale, riflettendo la convinzione che l’aiuto reciproco fosse una questione di vita o di morte. Persino la parte ricreativa fu istituzionalizzata come strumento per prevenire passatempi malsani e forgiare il carattere dei lavoratori, con comitati dedicati alla musica cinese e occidentale, allo sport e al dramma teatrale. Entro l’autunno del 1923 il sindacato agiva di fatto come una corte d’arbitrato e un’amministrazione locale, al punto che la direzione mineraria non poteva applicare alcuna regolamentazione senza il previo consenso del club.

L’influenza di Shuikoushan si irradiò velocemente nei territori circostanti, dando vita ad altre organizzazioni sindacali e contadine. Nel gennaio 1923 il sindacato aiutò i barcaioli di Songbai a organizzarsi nella Songbai Ore-Boat Union che ottenne immediatamente un aumento delle tariffe di trasporto da 160 a 180 wan per carico. Ad aprile anche i lavoratori addetti al caricamento delle navi formarono il proprio sindacato (Songbai Transport Workers’ Union), limitato a 800 membri, elevando le tariffe da 12 a 20 wan per carico. Questi sindacati, pur essendo semi-autonomi, erano integrati nel Congresso Supremo di Shuikoushan. Forse l’eredità più significativa fu la creazione del Sindacato dei Lavoratori e dei Contadini dello Yuebei, il primo sindacato contadino dello Hunan che in breve tempo organizzò oltre 10.000 contadini in unità di dieci famiglie, lottando per il controllo del mercato del riso e contro l’esportazione di prodotti fuori dalla provincia da parte dei proprietari terrieri. Questa espansione aggressiva fu però la causa della caduta del sindacato: il governatore Zhao Hengti, vedendo minacciata la stabilità politica e i propri interessi economici in un’impresa statale, oltre ad essere allarmato dall’attività sindacale proprio nel suo villaggio natale di Baiguo, ordinò l’intervento militare nel dicembre 1923. Gli scontri portarono alla chiusura del club, all’uccisione di un operaio e al licenziamento di oltre 1.000 minatori, costringendo i leader comunisti come Jiang Xianyun alla fuga. L’esperienza non andò perduta dato che molti dei leader operai addestrati a Shuikoushan, come Liu Dongsheng, continuarono la militanza nel Partito Comunista e nel 1928 i veterani di queste lotte costituirono il nucleo del Reggimento Indipendente della Quarta Armata, partecipando attivamente all’insurrezione dello Xiangnan.

Conclusioni

L’analisi approfondita della formazione dei sindacati nel Segretariato del Lavoro del Hunan rivela una realtà storica complessa che sfida apertamente l’idea di una rivoluzione cinese “ortodossa” e strettamente aderente ai dettami del marxismo classico. Anche se il movimento precedente al 1927 fosse prevalentemente urbano e incentrato sul sindacalismo, esso operava in un ambiente profondamente eterodosso, dove le distinzioni tra modernità e tradizione erano estremamente sfumate. Ad esempio, figure centrali come Mao Zedong guidavano scioperi di ex membri delle corporazioni sotto slogan che richiamavano la libera impresa mentre Liu Shaoqi si dedicava ossessivamente all’incremento della produzione nelle miniere. Queste azioni non corrispondono affatto allo scenario rivoluzionario che Marx aveva previsto per il futuro dell’Europa industrializzata. La ricerca di Lynda Shaffer suggerisce che la rivoluzione cinese non si sia mai adattata al modello ortodosso, neppure durante l’ondata di scioperi nazionali del 1922 che era caratterizzata da rivendicazioni prettamente economiche spesso slegate dalle cause nazionaliste. Molte città cinesi del periodo, lungi dall’essere centri moderni, conservavano istituzioni antiche quanto il sistema agrario delle campagne, condizionando inevitabilmente lo sviluppo del movimento operaio. Il paradosso centrale risiede nel fatto che un movimento operaio guidato dai comunisti sia fiorito in una Cina ampiamente pre-industriale, dimostrando che il successo iniziale fu determinato da fattori scaturiti proprio dall’impatto, talvolta indiretto, dell’industrializzazione. Tra questi elementi spicca la condizione di estrema povertà dei lavoratori, aggravata da un’inflazione incessante che dal 1918 alimentava disordini e richieste di salari più alti e valuta forte. In tutti gli scioperi presi in esame il desiderio di miglioramenti salariali e bonus fu il motore primario dell’organizzazione, e ogni vittoria economica consolidava la credibilità del Partito Comunista Cinese, dimostrando la sua capacità di ottenere risultati tangibili. Un dato peculiare dell’Hunan è che tutta l’attività organizzativa e gli scioperi furono rivolti esclusivamente contro datori di lavoro cinesi poiché l’élite locale era riuscita a limitare l’insediamento di fabbriche straniere. Questa assenza di “imperialisti” privò gli organizzatori di un potente argomento retorico ma rese gli imprenditori locali avversari più vulnerabili, meno esperti nel gestire sindacati moderni e sprovvisti delle risorse finanziarie per resistere a lunghi periodi di inattività.

Un altro pilastro del successo del movimento fu la pre-esistenza di forme organizzative tradizionali, come le corporazioni cittadine. Sebbene queste non fossero istituzioni militanti delineate per classe, fornivano già un senso di identità di gruppo e un quadro strutturale pronto per essere infiltrato. I sindacalisti non dovettero creare l’unità dal nulla ma solo screditare le vecchie leadership e riorganizzare i lavoratori in sindacati moderni. È interessante notare che l’energia rivoluzionaria scaturì da mestieri tradizionali che stavano vivendo una transizione tecnologica o venivano risucchiati dal mercato mondiale, come nel caso dei tipografi e dei minatori. Nelle miniere di Anyuan, ad esempio, il sistema del lavoro a contratto, un tempo funzionale in un regime di domanda fluttuante, divenne obsoleto e fonte di risentimento quando la produzione divenne permanente per il mercato giapponese, trasformando i contrattualisti in intermediari parassitari. Nell’edilizia la differenziazione tra la funzione produttiva e quella imprenditoriale all’interno delle corporazioni portò i lavoratori a sentirsi traditi dai propri leader, permettendo ai comunisti di presentare il sindacato di classe come l’unica difesa contro questa trasformazione capitalistica. Il marxismo, in questo senso, funse da critica legittimante contro i cambiamenti indesiderati, fondendo visioni utopiche del futuro con ideali pre-industriali di solidarietà comunitaria che i lavoratori non avevano mai abbandonato.

Questa dinamica di rottura e fusione istituzionale fu più drammatica in Cina che in Europa perché i cambiamenti apparivano improvvisi e chiaramente alieni, rendendo il sentimento anticapitalista inseparabile dal patriottismo. Nell’Hunan la mancanza di concorrenza politica, con un Kuomintang debole e gli anarchici messi fuori gioco dalla repressione del signore della guerra Zhao Hengti, lasciò il campo libero al PCC che poté monopolizzare la guida dei nuovi sindacati di classe proprio nel momento di massima vulnerabilità delle vecchie strutture. Il successo iniziale pose ai giovani organizzatori come Li Lisan, Liu Shaoqi e Mao Zedong il difficile problema di come perseguire obiettivi proletari collaborando al contempo con la borghesia nazionale, come richiesto dalla teoria degli stadi del Comintern. Poiché nell’Hunan non c’erano capitalisti stranieri da colpire, ogni azione sindacale finiva inevitabilmente per danneggiare la borghesia cinese locale, costringendo i leader comunisti a interpretare in modi diversi e spesso divergenti la strategia rivoluzionaria, portando a variazioni locali significative e a inversioni di rotta che riflettevano le diverse visioni che avrebbero poi segnato la storia successiva del Partito.

Li Lisan proponeva l’ostinata fedeltà ai modelli industriali occidentali, frutto della sua esperienza diretta in Francia dove, giunto nel 1919, aveva potuto osservare da vicino la struttura del proletariato europeo e le sue dinamiche organizzative prima di aderire al Partito Comunista Cinese. Questa formazione lo portò a trascurare sistematicamente la realtà di una Cina ancora profondamente pre-industriale, rifiutandosi di ammettere che l’arretratezza economica del Paese dovesse influenzare la strategia rivoluzionaria. La sua insofferenza verso le ingerenze esterne si manifestò precocemente nel 1926 quando, attraverso una missiva inviata a un sindacato di Shanghai e successivamente riportata dal North China Herald il 10 aprile 1926, dichiarò esplicitamente che il movimento operaio cinese aveva raggiunto una tale maturità da non necessitare più della direzione o dell’aiuto del Comintern. Questa vena di indipendenza dogmatica sfociò, tra il 1928 e il 1930, nella cosiddetta linea di Li Lisan che imponeva l’impiego delle armate comuniste in attacchi frontali contro i grandi centri urbani nel tentativo disperato di ricostruire una base proletaria cittadina, ignorando con noncuranza le strategie rurali di Mao Zedong e la direttive di Mosca. Pur essendo un agitatore energico ed efficace, capace di mobilitare i minatori di Anyuan con un carisma che superava le perplessità degli intellettuali sul suo stile talvolta rozzo, Li Lisan mancava di interesse per la gestione disciplinare a lungo termine, tanto che, dopo il successo dello sciopero di Anyuan e la presa di Shanghai del marzo 1927, preferì lasciare i compiti amministrativi a Liu Shaoqi per inseguire nuovi fermenti urbani. Il suo fallimento strategico lo condusse nel 1930 a un esilio forzato a Mosca per “studiare i propri errori”, un percorso che lo portò nelle carceri di Stalin e lo tenne lontano dalla Cina per vent’anni, fino al 1949, quando tornò per occuparsi nuovamente, con immutata ortodossia marxista, dei lavoratori delle città ormai riconquistate.

In totale contrapposizione, Liu Shaoqi interpretò il suo ruolo con una cautela analitica che derivava dalla sua permanenza in Russia a partire dal 1921, dove aveva studiato presso la scuola di lingue sponsorizzata dai sovietici e aderito al Partito respirando il clima di estrema privazione del dopoguerra civile russo sotto la guida di Lenin. Questa esperienza instillò in lui la convinzione che la rivoluzione dovesse attraversare una fase nazionalista e democratica, in cui il proletariato avrebbe dovuto collaborare con la borghesia nazionale, anch’essa oppressa dal capitalismo internazionale, per modernizzare e rafforzare la nazione contro gli imperialisti. Per Liu il movimento operaio non era solo lotta di classe ma un’opportunità pedagogica per trasformare i lavoratori in cittadini moderni, educandoli alla cura degli strumenti, alla manutenzione dei macchinari e al miglioramento delle abitudini lavorative, in una visione in cui management e operai avrebbero dovuto condividere obiettivi di efficienza e competenza. Misurava la dedizione rivoluzionaria attraverso la capacità di sopportare privazioni e sacrifici, arrivando quasi a sacralizzare la sofferenza come prova di fede politica ma mantenne sempre un atteggiamento distaccato e critico verso le masse che considerava inclini a impulsi avventuristi, dispute regionali e carenze disciplinari. Questo approccio tecnocratico e severo gli impedì di stabilire un vero rapporto di empatia con i lavoratori di Anyuan che lo rispettavano per la dedizione ma talvolta formavano fazioni a lui ostili. Fu proprio la sua gestione prudente a permettere alla Piccola Mosca di Anyuan di sopravvivere per due anni e mezzo dopo la repressione del febbraio 1923, un successo che Liu attribuì alla sua capacità di canalizzare l’energia sindacale in percorsi costruttivi. La sua propensione per il lavoro clandestino e organizzativo lo portò a rimanere nelle “zone bianche” occupate dai nazionalisti fino al 1937, affinando quelle teorie sulla disciplina di partito e sulla diffidenza verso la politica di massa spontanea che, anni dopo, durante la Rivoluzione Culturale, lo avrebbero reso il bersaglio principale delle guardie rosse con l’accusa di essere il “Krusciov cinese”.

La linea di Mao Zedong emerge come un processo estremamente stratificato che smentisce la narrazione di un leader rurale per destino o per mancanza di cultura urbana. Mao non fu affatto un “provinciale” le cui origini contadine preclusero un impegno proletario, al contrario trascorse gli anni più formativi della sua educazione e carriera politica a Changsha, dove visse dai diciassette anni (1911) fino ai ventinove (1923). Durante questo decennio accumulò un curriculum di successi sindacali paragonabile a quello di leader come Li Lisan e Liu Shaoqi, lasciando il movimento operaio dell’Hunan solo nell’aprile del 1923, quando la repressione militare del signore della guerra Zhao Hengti lo costrinse all’esilio a Shanghai. È significativo che Mao non si sia dedicato all’organizzazione dei contadini fino al 1925, ovvero quattordici anni dopo aver lasciato il villaggio natale, dimostrando che la sua successiva svolta fu una scelta dettata dall’analisi politica delle condizioni strutturali della Cina.

Il motivo per cui Mao, una volta giunto a Shanghai nel 1923, la città con la più alta concentrazione di operai del paese, non proseguì l’attività sindacale risiede in un mix di difficoltà pratiche e intuizioni ideologiche. Sul piano logistico Mao si scontrava con la barriera linguistica, parlando un mandarino fortemente marcato dall’accento dell’Hunan e non comprendendo il dialetto locale di Shanghai, inoltre la sua efficacia nell’Hunan derivava dalla profonda conoscenza della politica locale, della costituzione provinciale e dal sostegno di intellettuali locali, elementi del tutto assenti nella metropoli costiera dominata dalle potenze straniere. L’esperienza nell’Hunan, tuttavia, lo aveva convinto che la borghesia nazionale cinese fosse una classe troppo debole e “timida” per svolgere il compito storico che il marxismo le assegnava. In un articolo del luglio 1923 Mao derise l’atteggiamento dei mercanti cinesi che speravano di ottenere riforme finanziarie e costituzionali tramite lo scambio di telegrammi, senza comprendere che una rivoluzione richiedeva la partecipazione di massa e il sacrificio personale. A differenza di Liu Shaoqi, che a Anyuan cercava di disciplinare i minatori criticandone l’arroganza o la scarsa moralità e promuovendo l’efficienza produttiva per non alienarsi i proprietari, Mao adottò un approccio radicalmente pro-operaio e privo di concessioni alla borghesia. Usava lo slogan della “libera impresa” presente nella costituzione dell’Hunan come grimaldello per legittimare il diritto di sciopero. Durante lo sciopero dei tipografi e dei lavoratori edili Mao non mostrò alcuna preoccupazione per la sopravvivenza economica delle aziende, sostenendo richieste salariali così alte da causare la chiusura di diverse stamperie e rispondendo con sarcasmo alle critiche degli editori borghesi sulla mancanza di istruzione dei lavoratori. Questa ostilità verso la borghesia nazionale derivava dall’osservazione che, sebbene gli operai potessero vincere contro i datori di lavoro, il vero nemico insormontabile rimanevano i signori della guerra. Mao comprese che il potere dei militaristi come Zhao Hengti, che non esitava a giustiziare i leader sindacali e a violare ogni diritto civile, era il vero ostacolo alla rivoluzione.

La transizione finale verso una maggiore attenzione per i contadini nel 1925 fu dunque il risultato di questa analisi: Mao si rese conto che, sebbene i signori della guerra risiedessero nelle città, la loro base di potere era rurale, fondata sull’alleanza con la classe dei proprietari terrieri, sulla tassazione agricola e sul reclutamento di soldati tra i contadini poveri. Arrivò alla conclusione che in un paese economicamente arretrato e semicoloniale la lotta di classe rurale tra contadini e proprietari terrieri fosse l’unico strumento capace di abbattere le fondamenta del potere feudale che sosteneva i signori della guerra. Nello scritto La rivoluzione nazionale e i contadini del 1926,Mao esplicitò che il rovesciamento della struttura di potere rurale era il vero obiettivo della rivoluzione nazionale poiché gli operai urbani, per quanto organizzati, non possedevano la leva necessaria per distruggere le basi economiche e militari del regime dei signori della guerra. Di conseguenza il suo spostamento verso il mondo contadino fu un’applicazione del marxismo a una realtà dove la borghesia era incapace di agire e il proletariato urbano era numericamente troppo esiguo e vulnerabile per vincere da solo contro un nemico armato e radicato nel territorio.

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