Renzo De Felice e il regime fascista tra memoria pubblica e revisionismo

di Vincenzo Chiacchio

Introduzione

Negli ultimi cinquant’anni l’opera di Renzo De Felice è stata considerata come il più completo lavoro storiografico sul fascismo italiano e il primo vero termine di confronto con cui tutti, dopo di lui, hanno dovuto e dovranno continuare a fare i conti. Tuttavia la storiografia italiana del fascismo è ancora un cantiere aperto, come dimostra il proliferare di pubblicazioni che continuano ad apparire a un secolo dalla nascita del regime. Lo stesso De Felice ammetteva che, riguardo alla storiografia sul ventennio, «siamo tutti ancora tante Mme de Stäel»1, nel senso che, come per la storiografia della Rivoluzione francese Mme de Stäel era stata soltanto precoce e inconsapevole interprete, così tutti gli storici che si sono confrontati con l’argomento fascismo nell’immediatezza dei primi decenni successivi alla sua caduta saranno probabilmente considerati nient’altro che apripista, dal largo orizzonte visivo del futuro.

Il tema fascismo ha conservato però, nell’Italia dell’ultimo secolo, un valore che trascende la dimensione della ricerca storiografica, fino quasi a ostacolarla, a fonderla con altre dimensioni della significazione del passato: la memoria pubblica, la politica dei partiti, il dibattito giornalistico e mediatico. La sfida della storiografia per fare ricerca su una vicenda così prossima, una storia ancora così viva e impattante nello stesso spazio di senso in cui la ricerca si svolge, è una sfida ardua. Possiamo dire che Renzo De Felice, sotto molti aspetti, sia stato il primo a lanciarla questa sfida.

Si cercherà di indagare, in questa trattazione, come la sua operazione storiografica abbia dialogato con le altre dimensioni del ricordo e dell’impiego del passato, come la comunicazione di massa, l’uso politico della storia, le ideologie abbiano interferito con la sua visione del regime fascista, e come la memoria pubblica del fascismo –e dell’antifascismo− si sia trasformata nell’Italia del «lungo dopoguerra», incontrandosi o scontrandosi con la sua opera.

Una storicizzazione tardiva o prematura? L’opera di De Felice nel contesto memoriale dei primi decenni postbellici

Criticata, idolatrata, strumentalizzata, l’opera di Renzo De Felice ha giocato indubbiamente un ruolo decisivo per l’evoluzione della ricerca storiografica sul regime fascista in Italia. Quando lo storico reatino inizia a pubblicare la sua biografia su Mussolini, con il primo volume nel 1965, la produzione bibliografica della storiografia italiana sul fascismo di regime è assai poco significativa, non tanto in termini quantitativi, quanto più sulla sponda del lavoro scientifico di ricerca.

Le pubblicazioni che riguardavano gli anni del regime erano sempre state abbondanti, sin dall’immediato dopoguerra, ma si era trattato per lo più di una produzione massiccia, da parte degli storici della sinistra, di analisi nei campi tradizionali delle vicende politiche e culturali degli stessi partiti di orientamento socialista e progressista, durante e dopo l’ascesa al potere del fascismo.2 Esclusi studi parziali e ricerche specifiche, mancava ancora una rielaborazione complessiva, accompagnata da un’analisi sistematica, del fenomeno fascista in quanto tale, nel suo dispiegamento sull’arco di vent’anni di storia italiana.

De Felice trovò in questo senso campo libero, sgombro da qualsiasi precedente rilevante con cui porsi a confronto nell’ambito della ricerca. Fu il primo ad avere accesso agli archivi di Stato relativi al ventennio, messagli a disposizione tutta la documentazione riguardante gli anni del regime e della Repubblica Sociale3. A questa De Felice integrò materiali provenienti da archivi privati di protagonisti dell’epoca, oltre che incontri e colloqui personali con personaggi che avevano avuto un ruolo di primo piano all’interno del regime o che erano stati molto vicini allo stesso Mussolini.

Si spiega dunque facilmente, nelle sue stesse premesse storiche e metodologiche, l’importanza che un’opera come quella di De Felice dovette avere nell’Italia dell’epoca. Non basta ancora questo però a spiegarne anche il carattere incendiario, l’eco polemica che fin da subito suscitò e che dopo gli anni Settanta trasformò lo storico in un personaggio mediatico, trasportando l’impatto della sua opera ben oltre la sfera degli studi di ricerca storiografica.

Se è vero infatti che nei primi due decenni dell’Italia Repubblicana mancarono opere sistematiche sul regime fascista nei suoi vent’anni di potere, è chiaro che invece sul versante della memoria pubblica, delle rappresentazioni più sommarie, delle interpretazioni cosiddette “ufficiali”, tanto il ceto intellettuale, quanto la politica dei partiti, aveva investito largamente, nella necessità di fondare, legittimandolo storicamente, il nuovo ordine postbellico. Il fascismo, e soprattutto l’antifascismo, pur mancando una ricognizione scientifica sul ventennio da parte della ricerca storiografica, erano al centro del dibattito culturale e politico, piegati alle più varie interpretazioni dalla pubblicistica, sfumati nella molteplicità di immagini fornite dalla letteratura e dalla memorialistica.

Sembra chiaro, in quest’ottica, che l’opera di scientifica storicizzazione del regime iniziata da De Felice dovette avere, da qualunque prospettiva la si guardasse, un impatto significativo. C’è di più però.

La recente critica tende ormai a considerare quale principale merito di De Felice quello di aver «fatto cadere uno dopo l’altro i grandi miti su cui si era adagiata la storiografia italiana»4, «analizzando il regime fascista, senza lasciarsi condizionare da pregiudizi e da schematismi ideologici»5. De Felice può vantare, in un certo senso, anche la fama di eretico, da certa stampa e certa critica è stato ed è tuttora dipinto come un banditore di verità in epoca di oscurantismo. Questo perché è diffusa l’immagine di uno schema interpretativo sul regime fascista che avrebbe dominato gli anni del dopoguerra, onnipresente nei lavori intellettuali e nella memoria pubblica della società italiana, forgiato dall’egemonia culturale della sinistra e unanimemente accettato, fino alla rivelazione di De Felice, che con le sue ricerche avrebbe dato finalmente limpidezza al quadro storico sul ventennio, ripulendolo delle ricostruzioni ideologiche.

In questo senso la questione è certamente più complessa di così, e per affrontare l’operazione storiografica di De Felice, le sue principali tesi sul regime e comprendere la successiva polemica, occorre sviscerare questo aspetto, comprendere quali fossero le narrazioni dominanti sul fascismo all’epoca in cui De Felice dà in stampa la sua opera.

Partendo dal presunto schema interpretativo dominante sul fascismo, è vero che negli anni in cui appaiono i primi volumi del Mussolini defeliciano, nella seconda metà degli anni Sessanta, esiste effettivamente un paradigma storico-politico antifascista che risulta maggioritario nella società civile e nel ceto colto, e informa la rappresentazione storica “ufficiale”, per così dire, del passato fascista. Ma questo paradigma memoriale, impostosi in quegli anni, non era mai stato davvero egemonico.

La storia della memoria pubblica del regime nel dopoguerra, strettamente collegata a quella dell’antifascismo e della lotta resistenziale, è una storia lunga, e per certi versi contraddittoria, di cui qui possiamo soltanto limitarci a dare un’impressione complessiva.

La nozione da cui possiamo partire è che la Repubblica, pur fondata materialmente dalla collaborazione delle forze antifasciste, al suo principio non fondò, nell’autorappresentazione delle sue classi dirigenti, la propria legittimazione sull’antifascismo, contrariamente a quanto oggi appare scontato ai più.

Dopo il compromesso ciellenista e la Costituente infatti, consumata nel Maggio ’47 la rottura dell’unità antifascista protagonista della Liberazione, con l’espulsione di comunisti e socialisti dal governo di unità nazionale, andò in frantumi anche la possibilità di istituire una memoria comune solida e duratura che elevasse la Resistenza a evento fondativo dello Stato e, parallelamente, esprimesse sul regime fascista una condanna definitiva e, con essa, una lettura unitaria e ufficiale.6 La memoria del Paese sul suo passato più prossimo fu sin dall’inizio più conflittuale di quanto si potrebbe pensare. Pesarono tanto nella politica partitica, quanto nel mondo della cultura, in quel frangente inscindibilmente connessi, la contingenza politica della scelta di campo nel nuovo scenario della Guerra Fredda, e, insieme, il peso di una realtà solo eludibile ma non negabile: la complicità che la maggioranza degli italiani aveva avuto col fascismo.

Non fu affatto una retorica antagonista nei confronti del regime infatti quella che sostenne le tappe fondative del giovane Stato dopo il 1947. È più utile anzi parlare, per i primi anni repubblicani, di un diverso conflitto ideologico e culturale, fra un’Italia antifascista e un’Italia anticomunista. Adottando la formula proposta da Gianpasquale Santomassimo, possiamo dire che esistette un «duplice sistema di lealtà e appartenenze», da una parte a una «Costituzione antifascista scritta», riconosciuta come esito della guerra di liberazione e difesa dalla sinistra, e dall’altra a una «costituzione materiale anticomunista», convergenza politica del nuovo ordine, pretesa a fondamento dello Stato dal mondo cattolico e liberale, e guardata con favore dal composito mondo nostalgico dei sedicenti «afascisti».7 Questa divisione si riflette anche sulla memoria del regime, che noi qui stiamo prendendo in questione relativamente all’opera di De Felice. L’impossibilità per i due paradigmi, così polarizzati, agguerriti sul presente, di fare sintesi sulla comune memoria nazionale ebbe l’effetto di rimandare un vero confronto con la memoria profonda della dittatura fascista, di trasformare, nell’arco di vent’anni, fascismo e antifascismo in oggetti polemici, meri strumenti delle rispettive autorappresentazioni. La memoria del regime fu intesa superficialmente, espulsa dal novero delle priorità culturali, e dunque anche della ricerca storiografica.

L’immagine storica del regime, dal 1947 agli anni Sessanta, fu varia, contraffatta dalle esigenze del presente, talvolta astrattamente, ideologicamente definita, talvolta liquidata come genericamente drammatica, soprattutto dalla compagine governativa. C’è la nota interpretazione crociana del ventennio di dittatura come «parentesi», «malattia morale» che aveva assalito per vent’anni l’Italia liberale. Ma soprattutto c’è la lettura di area marxista, già adottata nell’ambito del Comintern negli anni Venti e Trenta, che riconduce tutto il fenomeno dei fascismi, inquadrato nella più ampia dimensione europea, a una reazione autoritaria del capitale, generata dalla lotta di classe e dalla paura del bolscevismo, fatto che, così posto, autorizzerebbe di conseguenza la pretesa comunista di una corrispondenza tra antifascismo e anticapitalismo. Questa è considerabile come l’impostazione interpretativa prevalente fra gli intellettuali e gli storici fino a De Felice, lungi però dall’essere sempre stata realmente egemonica nel Paese. Con questa infatti convive, diffusa tanto tra i ceti colti quanto nell’opinione pubblica di massa, la lettura più edulcorata del regime, propria di quel mondo «afascista» che abbiamo già richiamato, dei Montanelli e dei Longanesi, quella che vorrebbe la dittatura mussoliniana come un regime tutto sommato bonario e tollerante, che aveva saputo scendere a compromessi con una larga fetta della società civile e aveva avuto i suoi meriti nel migliorare il Paese, rendendosi deprecabile solo per l’alleanza con Hitler, che ne aveva decretato la fine.

Ciò che più interessa notare di queste immagini del regime, talvolta opposte, prodotte nei primi vent’anni del dopoguerra, è che in ognuna di esse la condanna del fascismo è isolata a un elemento o una porzione estranea dal tessuto civile della nazione. Che il regime sia condannato come male assoluto generato dal capitalismo, che sia liquidato in fretta come usurpazione del potere di una cosca di criminali, paragonato a un’occupazione straniera della storia patria –emblematica la metafora dell’«invasione degli Hyksos» di Croce− o che sia ricordato con indulgenza per assolvere la maggior parte della popolazione che vi fu connivente, l’elemento negativo è sempre alienato, di volta in volta identificato in ciò che più conviene alla parte che ne elabora l’analisi. È in questo senso che l’Italia non aveva fatto i conti, nel profondo, con la sua storia, ed è questa la retrospettiva da avere impressa quando si guarda all’opera di De Felice.

Arrivando quindi ai tempi che ci interessano, gli anni Sessanta del boom economico e del “centrosinistra”, in cui De Felice inizia a pubblicare la sua opera, possiamo affermare che solo allora l’antifascismo divenne veramente “ufficialità”.

Dopo la pacificazione politica tra cattolici e socialisti, per la prima volta la Resistenza e il regime fascista iniziarono ad essere largamente impiegati dalla coalizione governativa nelle politiche di memoria pubblica.

Grazie a una serie di iniziative culturali sollecitate dall’alto, dai programmi scolastici alle celebrazioni delle ricorrenze nazionali, la Resistenza ottenne la sua pubblica consacrazione e si entrò in un clima di più diffusa ed esplicita condanna del ventennio fascista. Poté esistere, a partire da allora, «realmente, in forme impreviste, un “antifascismo di massa”.»8

Certo non per questo si può parlare di un recupero profondo e sentito della storia, né di un vero monopolio culturale. Se di “egemonia antifascista” si trattava, era tutt’altro che consolidata, e poggiava su basi molto fragili, figlia di uno stravolgimento politico, economico e sociale e del nuovo propizio respiro culturale degli anni Sessanta. Come è intuibile, anche allora, il fascismo che veniva condannato era più un concetto che un’esperienza storica. Il regime e la lotta di liberazione erano ancora relegati in una dimensione astorica, che raccoglieva le varie interpretazioni formulate su fascismo e antifascismo nei decenni precedenti e ne faceva un’ideologia identitaria, finalmente unitaria e diffusa nel Paese, ma storicamente non ancora approfondita.

La storia dell’opera di De Felice è interessante proprio perché è analizzabile nell’ambito di questo ruvido intersecarsi di storia e memoria, di ricerca storiografica e uso pubblico della storia. E qui sta il punto della questione. Se, come abbiamo provato a tratteggiare, l’interpretazione storica precedente sul ventennio fascista è prevalentemente esito di elaborazioni condizionate da esigenze del presente e indirizzate più all’impiego nella sfera dell’opinione pubblica che in quella dell’analisi storiografica, un’opera con la premessa di porsi davanti al fascismo «non polemicamente, ma storicamente»9, come lo stesso De Felice disse, arriva in grande ritardo.

Viene anche da chiedersi d’altra parte, se quella stessa operazione imparziale, che l’autore proclama sin dall’introduzione del primo volume del Mussolini, sia davvero possibile a soli vent’anni dalla fine della guerra civile, e se l’autore stesso, in tali circostanze storiche, sia nelle condizioni di tenere fede al suo principio. D’altronde anche lui ammetterà nel 1975 che per fare la storia del fascismo «sarebbe occorsa una persona di livello eccezionale, che non credo però possa oggettivamente esistere»10, e spiegherà a se stesso molto del fastidio suscitato dalle sue tesi con la difficoltà, soprattutto da parte dei più anziani, di accettare la sua «serenità nel giudicare certi personaggi, certi avvenimenti, come se si trattasse di avvenimenti di due, tre secoli fa.»11

Resta aperta la domanda quindi se sia possibile fare storia come se fossero passati due o tre secoli, quando in realtà sono passati due decenni –e se De Felice vi sia effettivamente riuscito−, se sia possibile fare ricerca storica senza condizionamenti quando una memoria così traumatica degli eventi è ancora tanto prossima da interferire in ogni sfera della realtà; se sia più legittima la discussa operazione di De Felice o le difficoltà della memoria storica nazionale nel riassorbire un trauma civile, se insomma la storicizzazione del regime fascista, avviata da De Felice e proseguita da tanti, sia arrivata troppo presto per essere accettata senza scatenare polemiche o troppo tardi per evitare che un confronto pacifico con il passato venisse subito affrontato di petto dalla nazione, grazie a una più pronta mediazione dei suoi rappresentanti intellettuali.

Il fascismo secondo De Felice e la polemica degli anni Settanta

Il primo aspetto da interrogare dell’opera di De Felice, prima di guardare alle sue tesi e al loro strascico polemico, è il metodo di lavoro che lo ha accompagnato dalla prima redazione dei volumi del Mussolini: la ricerca e la selezione delle fonti documentarie, la scelta del “taglio” e la definizione della cornice analitica.

È indubbio che il suo lavoro, come abbiamo già inteso, sia storicamente significativo e rappresenti una svolta nella storia del racconto del regime fascista in Italia, ma occorre evidenziare come già i suoi stessi elementi strutturali, i suoi presupposti metodologici, non possano dirsi a loro volta estranei alle discussioni, alle critiche e agli apprezzamenti che colpirono l’opera intera.

Al lavoro di ricerca documentaria è stato riconosciuto merito anche da chi è stato invece risoluto e severo critico dei contenuti e delle argomentazioni presenti nell’opera. Luciano Canfora si è espresso così in un’intervista a proposito del valore di apripista che ebbero le ricerche delle storico reatino:

Ha avuto il grande merito di voler usare per la prima volta, come documenti di ricerca scientifica sul fascismo, le carte di polizia e d’apparato. Fece da battistrada in questo campo di ricerca, anche grazie all’amicizia con il presidente Saragat, che lo favorì nell’accesso ad archivi ancora riservati, la cui consultazione era negata agli studiosi.12

Come Canfora, altro irriducibile contestatore delle tesi di De felice, Nicola Tranfaglia ha riconosciuto «i grandi meriti ch’egli ha acquisito sul piano delle laboriosità di ricercatore», giacchè «quella compiuta da De Felice è stata un’impresa importante e pionieristica su nodi fondamentali della nostra storia»13. Diversamente però, per esempio, la scelta del taglio biografico diventa argomento polemico da parte di Tranfaglia, secondo il quale «l’autore […] vuol spiegare la nascita e l’affermazione del fascismo attraverso le tortuose affermazioni di Mussolini, e da un simile modo di procedere è portato a trascurare il quadro politico in cui il fascismo deve essere collocato»14. È bene chiarire questo punto: il Mussolini di De Felice è una biografia, ma lo è in senso molto largo. È una biografia in otto volumi per settemila pagine, in cui lo storico affronta tutta la storia del ventennio: la vita del suo maggiore protagonista finisce per essere solo un punto d’osservazione, un pretesto per avere uno schema conduttore della scrittura. Pretesto in cui però, secondo più di qualcuno, De Felice sarebbe rimasto intrappolato, poiché l’avrebbe portato a «identifar[si] con l’oggetto dei propri studi»15 e addirittura a farsi «progressivamente influenzare dal personaggio di Mussolini, finendo per sentirsi in obbligo di abbellirlo»16.

Dunque se il riconoscimento della mole di lavoro d’archivio e della perseveranza nella ricerca è pressoché unanime, c’è chi critica già la selezione e la troppo soggettiva interpretazione delle fonti come peccato originale di tutto il lavoro di De felice e della sua stessa concezione del fascismo.

Insomma, il quadro dei punti problematici sembra già affollato guardando solo alle premesse di metodo e di forma dell’opera di De felice, di cui abbiamo presentato qualche osservazione critica a titolo d’esempio; se passassimo a osservare i contenuti dell’opera e il labirintico dibattito storiografico che se n’è fatto corredo, quello stesso quadro risulterebbe troppo saturo e denso di controversie e d’argomenti. Ma su di esso dobbiamo tentare di fare ordine, e ci fermeremo quindi a osservare i punti salienti della sua opera, soprattutto nell’impatto che hanno avuto sull’opinione pubblica e sull’evoluzione della memoria pubblica del regime.

Limitandoci all’immagine del fascismo di regime, fornita dai volumi del Mussolini e da successive pubblicazioni e interventi di De Felice, le principali e più discusse tesi emerse dalle ricerche dello storico possono essere così sommariamente illustrate:

  • il fascismo italiano fu un fenomeno a sé stante, non assimilabile agli altri regimi autoritari europei degli anni Venti e Trenta;
  • il regime fascista ebbe anche un innegabile carattere modernizzatore e seppe mobilitare le masse, motivi per cui poté godere, soprattutto negli anni fra la Conciliazione e la conquista dell’Etiopia, di un largo e autentico consenso nella popolazione;
  • il regime fascista fu sotto molti aspetti un risultato di compromesso fra le mire ideologiche, totalitarie e rivoluzionarie del partito e la persistenza dei poteri preesistenti nel Paese, la Monarchia, l’Esercito, la Chiesa, e in certa misura anche l’alta borghesia produttiva;
  • per alcuni degli argomenti sopra riportati e per altre motivate ragioni, più propriamente ideologiche, il fascismo italiano fu un fenomeno del tutto differente dal nazismo tedesco, e l’alleanza fra i due regimi non apparì mai naturale e inevitabile, ma fu soprattutto conseguenza della necessità storica originata dalla guerra.

A queste linee interpretative, che attraversano, con oscillazioni, la complessità del lavoro decennale di De Felice, va aggiunta la nozione dell’impostazione di tono generalmente adottata, un tono che sembrerebbe porsi a una scientifica distanza di sicurezza dagli eventi, quel «giudicare certi avvenimenti come se si trattasse di avvenimenti di due, tre secoli fa», che abbiamo già citato. Nell’approccio dello storico, anche quando vengono trattati i passaggi più delicati, che rappresentavano ancora dei nervi scoperti della memoria nazionale, «si avverte in misura prevalente la sensazione di una normale dialettica politica a cui viene ricondotta la vicenda del fascismo»17.

Certamente fin dalle prime pubblicazioni, una simile operazione, sostenuta da uno studio scientificamente fondato, insinuandosi sul terreno poco battuto della storiografia italiana sul regime, non poteva che avere un certo impatto. De Felice stava contemporaneamente normalizzando il discorso sul ventennio e creando una nuova semantica del fascismo, inteso come oggetto storico pluristratificato di cui indagare gli aspetti concreti, e non più come concetto monolitico su cui emettere un giudizio in una prospettiva di superamento.

La nuova direzione inaugurata dal biografo di Mussolini, precoce o meno che fosse nella sua manifestazione, sarà seguita nel lungo periodo tanto dai suoi allievi quanto dai suoi critici.

Come già presentavamo a proposito delle premesse metodologiche, il riconoscimento dei meriti storiografici di apripista per un nuovo settore di studi non mancò, ma fu sempre accompagnato dalle voci critiche, aspre in molti casi, com’era naturale che fosse, poiché «pretendere che su temi come Mussolini e il fascismo non vi fossero contrasti e si accettasse l’ipse dixit di un interprete, sia pure autorevolissimo, era chiaramente assurdo»18.

È qui però che va fatta una distinzione, perché il “caso De Felice”, per quanto impattante sul piano del dibattito storiografico, non si può leggere soltanto per i risvolti, comunque significativi, avuti limitatamente al campo degli studi sul fascismo, e, ancora, non si può comprendere, limitandolo alla sola dimensione storiografica. Il “caso De Felice” si allarga, si espande, e investe molto più che la sola cerchia degli studiosi. Bisogna infatti distinguere le critiche che vengono mosse alla sua opera negli anni Sessanta, che «erano venute su aspetti specifici, sia pure importanti e qualificanti»19, e la polemica sul revisionismo che si accende negli anni Settanta, con quella che, come è noto, è stata la svolta mediatica del dibattito.

De Felice a partire dal 1975 accetta di dare la propria ricerca in pasto al grande pubblico, concede interviste alla stampa e alla televisione, e, soprattutto, presenta in una forma accessibile e sintetica le tesi che prima potevano essere colte nella complessità del suo lavoro, col risultato di semplificarle e spesso privarle di profondità. Avvia praticamente un’opera parallela di divulgazione rivolta alla pubblica opinione, con il suo discorso sul fascismo, che, a parità di schiettezza, privato della sua collocazione scientifica originaria, alimenta la polemica e la trasporta in una differente dimensione simbolica. Nel 1975, con l’Intervista sul fascismo, la stampa scopre la polemica su De Felice. Quell’approccio storiografico all’argomento fascismo, che già di per sé era potenzialmente incendiario, arriva a interferire con la memoria pubblica della storia nazionale, in un’epoca in cui, come ricordavamo nel paragrafo precedente, le classi dirigenti erano riuscite dopo lungo tempo, e a fatica, a sollecitare una diffusa identificazione della popolazione nei valori dell’antifascismo.

Riportiamo il focus sull’Italia di allora e vediamo rapidamente come muta, nel passaggio fra anni 60 e 70, lo spazio della memoria del fascismo.

Come suggerivamo, quell’identità di un’Italia antifascista, sollecitata dal “centrosinistra” al governo, era in realtà abbastanza precaria, e se già negli anni Sessanta la memoria pubblica del regime non era accompagnata da una coscienza storica profonda, nel decennio successivo stava vivendo una crisi vera e propria, sulla scia del ’68 e dei movimenti di contestazione.

In quegli anni si era «persa la stessa precisa nozione di fascismo»20. Tra la continuità dell’antifascismo “ufficiale” dei partiti, nelle sua forma astratta e identitaria negli anni del «compromesso storico», e l’elaborazione, all’interno della sinistra extraparlamentare, di quell’antifascismo militante, critico della Resistenza, frainteso dalla mistica della Contestazione e ugualmente astorico, la parola fascismo finiva per voler dire indeterminatamente troppe cose, tutte che si discostavano nettamente dalla nozione di «fascismo storico»21 che proponeva De Felice con la sua intenzione di ricognizione scientifica sull’argomento.

L’impatto della “volgarizzazione” delle sue tesi su quel clima civile fu disorientante, e ci sarebbe anche da chiedersi se non sia stato proprio quel determinato clima civile a spingere lo storico ad aprirsi al grande pubblico.

De Felice in quegli anni divenne bersaglio polemico e politico, tra chi lo accusava, già alla metà degli anni Settanta, di voler riabilitare il fascismo, e chi lo considerava una voce fuori dal coro, vittima di un ingiusto linciaggio mediatico da parte di un certo “sinistrismo” maggioritario al tempo nella cultura nazionale.

La storiografia e il giornalismo italiano presero a «dividersi tra defeliciani e antidefeliciani»22, con riflessi sull’opinione pubblica, che portarono anche a episodi spiacevoli di manifesta ostilità personale: in più di un caso De Felice si vide minacciato in università e sotto la sua abitazione.23

La polemica continuerà negli anni successivi, almeno fino alla morte dello storico nel ’96, se non oltre, e non accennerà ad ammorbidirsi, soprattutto, come vedremo, con il mutare dello scenario politico-culturale italiano ed internazionale tra gli anni Ottanta e Novanta.

Guardando da lontano l’evolversi del “caso De Felice”, ci è lecito pensare, come suggerivamo tra le righe, che anche lo storico reatino abbia avuto la sua parte nell’innescare la polemica. È possibile che nell’iniziale divampare della polemica nella direzione di De Felice, vi sia stato anche un uguale movimento di De Felice verso la polemica, cioè che egli abbia consapevolmente travalicato il confine della dimensione specificamente storiografica, finendo per sensibilizzare gradualmente le sue interpretazioni alla loro ricezione nel presente. Certamente è stato sottolineato come dagli anni Settanta, dalla pubblicazione dell’Intervista sul Fascismo, ma anche dal terzo volume del Mussolini, l’atteggiamento intellettuale di De Felice sia sensibilmente mutato: «si nota il montare di un astio e di un rancore verso la tradizione antifascista» e, soprattutto nell’Intervista, «un revisionismo non più solo episodico e embrionale», con alcuni concetti che vengono esasperati, e altre intuizioni audaci, precedentemente solo accennate, che ora vengono presentate come tesi portanti del suo lavoro.

Ci sono in particolare due elementi che in questa svolta dell’opera di De Felice acquisiscono maggior spessore e attirano le critiche: la provocatoria tendenza a ricollegare quello che chiamava «fascismo movimento» alla tradizione della sinistra rivoluzionaria, e l’insistenza sulla differenza tra fascismo e nazismo, con la specificità che costituirebbe il regime italiano rispetto al fenomeno dei totalitarismi.

Per quanto riguarda il primo aspetto, premessa la distinzione fra un «fascismo regime», progressiva realizzazione di compromesso del fascismo all’interno del contesto italiano, e «fascismo movimento», originarie e immutate aspirazioni politiche rivoluzionarie del partito, De Felice ricollegava il secondo alla tradizione del radicalismo di sinistra, forzando la tesi di Jacob Talmon, che aveva stabilito una continuità, in chiave negativa, tra giacobinismo e sinistra radicale novecentesca.24 Era una tesi ardita, soprattutto per la presunzione di evidenza con cui veniva presentata, e sentire attribuita al fascismo un’origine ideologica di sinistra, nell’Italia di allora, fu per molti blasfemia. Ma il discorso, che fin lì avrebbe pure avuto i suoi fondamenti esterni, andava anche oltre e instaurava un’opposizione netta, radicale, fra nazismo, come totalitarismo di destra che guardava alla tradizione, e il fascismo –nella sua componente ideologica e potenziale, dunque il «fascismo movimento»−, come totalitarismo, almeno ideologicamente, di sinistra, che possedeva «una propria concezione del progresso e mirava alla creazione di un “uomo nuovo”»25:

Leggendo i libri scritti da fascisti, guardando la pubblicistica fascista, i giornali fascisti, ciò che colpisce è l’ottimismo vitalistico che c’è dentro, un ottimismo vitalistico che è la gioia, la giovinezza, la vita, l’entusiasmo, la lotta come lotta per la vita. Una prospettiva che – sia pure nei termini che poteva avere un fascista – è di progresso. Nel nazismo questo non c’è. Intanto non c’è l’idea di progresso, se mai c’è quella di tradizione, di razza.26

Qui si giunge al secondo elemento: la distinzione fra il regime italiano e quello tedesco, che nell’Intervista è sottolineata soprattutto coerentemente con la tesi dell’opposizione ideologica appena illustrata, ma non si limita ad essa.

De Felice infatti, come detto, concepiva la realizzazione storica del fascismo come qualcosa di diverso dai suoi presupposti ideologici, «fascismo regime» non corrispondeva a «fascismo movimento» appunto. Potremmo quasi dire che la realizzazione del «fascismo regime» sia una sorta di fallimento delle aspirazioni del «fascismo movimento». Anche nella biografia questo concetto torna spesso, nelle oscillazioni psicologiche di Mussolini fra la preferibile utilità del compromesso e il sentimento dell’ala più radicale del partito, che rappresenterebbe il “vero” fascismo, il «fascismo movimento».

Sembra allora che De Felice, tanto nell’Intervista sul fascismo, risolutamente, quanto nei volumi della biografia degli anni Settanta, stia recuperando la vecchia immagine del fascismo come totalitarismo irrealizzato, assimilatosi in tutto al costume politico italiano, tanto da non differire, sotto molti aspetti, dall’Italia liberale precedente, ponendosi invece all’opposto del compiuto totalitarismo nazista.

È indicativo che De Felice scriva che: «Il discorso continuità-frattura, che viene fatto tanto spesso per la storia d’Italia […] si articola proprio attraverso il discorso sul fascismo regime», concludendo che rispetto alla storia d’Italia prefascista e postfascista «il fascismo movimento è frattura, il regime è continuità». Più volte inoltre sembra concedere spazio all’interpretazione per cui, rispetto al nazismo, il fascismo italiano è stato «un’esperienza sostanzialmente fallimentare […] per l’incapacità che ha dimostrato di creare uno stato fascista vero». Emilio Gentile, allievo di De Felice, segnala come, a dir la verità, già nei primi volumi del Mussolini, «il fascismo italiano, per un’aporia interpretativa […] veniva di fatto a trovarsi collocato ai margini, se non addirittura al di fuori, del fenomeno fascista»27.

Interessa porre in rilievo questa questione poiché assume grande importanza nell’opera e nel pensiero di De Felice, tanto che per Santomassimo questa «divaricazione tra fascismo e nazismo […] diviene la chiave di volta e l’elemento caratterizzante dell’intero edificio interpretativo di De Felice». Vogliamo rilevare nell’immagine fornita da De Felice questa specifica “caratterizzazione” del fascismo, come rivoluzione in buona parte non riuscita e totalitarismo «meno totalitario»28−citiamo testualmente− rispetto al nazismo, poiché è un’immagine, che, con i dovuti distinguo, sembra risentire, consapevolmente o meno, della più diffusa e indulgente immagine che la memoria civile italiana, da destra a sinistra, ha prodotto del regime nell’immediato dopoguerra, un’immagine che sembrerebbe continuare a sopravvivere sotterranea, sedimentata nel tessuto civile della nazione. Ci riferiamo a quella formula retorica che tende ad assolvere il fascismo attraverso la comparazione tra «il cattivo tedesco e il bravo italiano»29, cioè una formula che, come detto, aliena la colpa, la fa ricadere all’esterno del confine ideale che segna i limiti dell’identità nazionale. Una formula che, anche quando condanna il regime fascista, tende a ridurne le responsabilità storiche, relativizzandole a quelle più gravi del nazismo tedesco e, inoltre, si compiace di una certa “indole italiana”, che avrebbe impedito al “vero” fascismo di attecchire nella società, rispetto a quanto sarebbe accaduto invece in Germania.

È una retorica che, soprattutto nell’immediato dopoguerra, si trova impiegata da tutte le grandi culture politiche italiane: dalla destra nostalgica, naturalmente, ma anche dall’area liberal-crociana –Croce stesso scrisse «gli italiani fanno i fascisti, i tedeschi sono nazisti»−, fino ai cattolici, per cui il fascismo era stato «un totalitarismo frenato dal Cattolicesimo», e addirittura ai marxisti, che condividevano la lettura di «una via speciale tedesca» storicamente, culturalmente più permeabile agli abomini ideologici totalitari.30

C’è dunque una chiave interpretativa nel lavoro defeliciano, che conquista sempre più spazio nella sua opera, e che in qualche modo trova riscontro in una costante della retorica memoriale italiana, durevole nella storia del dopoguerra e sicuramente non ancora estinta al tempo in cui lo storico scrive. Con questo non vogliamo accertare alcuna intenzione riabilitativa del regime da parte di De Felice, la cui opera di certo non è riducibile a questi soli elementi che abbiamo isolato, salienti nel dibattito di allora, ma interessa evidenziare come il biografo di Mussolini, a partire dagli anni Settanta, abbia manifestato una certa propensione a considerare la ricezione della sua opera nel contesto italiano e a semplificare alcuni concetti, in una forma che sembrava però mirare alla precisa direzione di un revisionismo provocatorio, che volesse sfidare quella che percepiva come una cultura ufficiale arroccata nelle sue posizioni e contemporaneamente far leva su immagini già presenti nella sfera della memoria.

Forse è vero quello che ha scritto Tranfaglia, che De Felice, in generale, era più «preciso nel ricostruire situazioni politiche particolari di breve periodo» e che si trovava, invece, in «grave difficoltà quando subentra[va] la necessità di proporre sintesi teoricamente solide»31. E, forse, questa difficoltà faceva il paio con i condizionamenti che inevitabilmente aveva subito nel corso della polemica che lo aveva travolto, col risultato di farlo pervenire a posizioni scivolose e tesi ardite, che alimentavano il dibattito nel contesto pubblicistico, ma spesso erano agevolmente criticate e smontate sul piano storiografico.

In ogni caso De Felice non interruppe le sue apparizioni e i suoi interventi più diretti alla dimensione dell’opinione pubblica, e la polemica sul revisionismo e sulla memoria del regime fascista, negli anni a seguire, coinvolgerà nuovamente il suo nome, nell’ancor più cruciale fase di transizione fra prima e seconda Repubblica.

La crisi dell’antifascismo negli anni Ottanta e l’eredità di De Felice nella “vulgata revisionista”

Io ho fatto e faccio il mio lavoro di storico del fascismo. So che il fascismo italiano è al riparo dall’accusa di genocidio, è fuori dal cono d’ombra dell’Olocausto. […] Inoltre, da noi la revisione è più utile, per le ragioni che le ho appena esposto e che riguardano la necessità di costruire una nuova Repubblica, e meno rischiosa. […] Dunque possiamo ragionare, informare, parlare del fascismo con maggiore serenità.32

Con queste parole De Felice concludeva la prima delle due interviste rese a Giuliano Ferrara tra il Dicembre 1987 e il Gennaio 1988. Era passato più di un decennio dal dibattito scaturito dall’Intervista sul fascismo e l’atteggiamento di De Felice era virato sempre più verso la direzione di un’analisi polemica del presente dell’Italia Repubblicana. In queste interviste, con le quali lo storico tornava a far discutere, all’esplicito richiamo alla necessità del revisionismo sul fascismo, che già nell’Intervista non era stata taciuta, e al ribadito ridimensionamento dei crimini del fascismo italiano rispetto al nazismo, si aggiungeva un primo inequivocabile appello al superamento politico e istituzionale, oltre che culturale, e nello specifico storiografico, del paradigma antifascista.

In questi anni il cosiddetto fenomeno revisionista andava sempre più prendendo una connotazione politica esplicita, andava a sovrapporsi a un’azione di uso pubblico della storia funzionale a mutare l’aspetto politico-culturale del Paese e prepararne l’avvenire. De Felice, che di quel fenomeno era considerato il capofila, evidentemente non nascondeva più che per lui la «revisione» del passato fascista era più che mai utile anche per «ripristinare i presupposti storici di una nuova legittimazione politica», favorendo «la sostituzione del paradigma culturale su cui si era fondata la prima repubblica».33 È chiaro che De Felice, almeno nelle sue intenzioni, non si riferiva a una revisione del passato fascista in senso riabilitante. L’operazione di revisione che credeva necessaria consisteva ancora una volta nel ripristinare la verità storica e sottrarla a quello che riteneva il monopolio interpretativo custodito dalla sinistra: il modello che tendeva a semplificare la vicenda del fascismo, cristallizzarla in un’immagine astorica, al solo scopo di accreditare l’antifascismo come unico discriminante fondamento della democrazia repubblicana.

Nella seconda intervista rilasciata a Ferrara De Felice spiegava:

L’accusa secondo cui avrei inteso riabilitare il fascismo non mi ha colpito nemmeno di striscio. Per chi sa leggere, è una semplice sciocchezza. Io ho contestato che l’antifascismo, inteso come ideologia di Stato, sia un discrimine storicamente, politicamente e civilmente utile per stabilire cos’è un’autentica democrazia repubblicana, una democrazia liberaldemocratica.34

Lo storico, più avanti, faceva cenno in particolare alla necessità per i comunisti di affermare «con radicalità di quali valori si nutra una loro moderna identità e mentalità liberaldemocratica»35. De Felice, a detta sua, stava praticamente rivendicando l’operazione che, da «storico del fascismo», aveva sempre scrupolosamente condotto fin dagli anni Sessanta, ma adesso stava sottolineando la necessità di una simile opera di storicizzazione contestualmente al mutato scenario politico interno, contestualmente cioè, alla crisi del sistema dei partiti che prospettava l’instaurazione di un nuovo corso politico pluralistico, in cui il Pci avrebbe dovuto disfarsi delle sue ambiguità nei confronti della democrazia liberale.

Al di là della complessa analisi politologica che si può fare di quella transizione, e che fosse o meno legittima la preoccupazione di De Felice per le sorti del Partito Comunista, occorre vedere come queste velleità analitiche dei revisionisti sul presente degli anni Ottanta si intersechino con la memoria del passato.

Per cominciare, è chiaro che quella di De Felice, alla fine degli anni Ottanta, non è affatto una voce nel deserto, e che l’operazione revisionista non risulta a quei tempi minoritaria, oltre che nella storiografia, soprattutto nella società, nella politica e nell’opinione pubblica italiana. Lo dimostra la stessa occasione che era stata il pretesto delle interviste di Ferrara al biografo di Mussolini: l’incontro fra Bettino Craxi e Gianfranco Fini, l’episodio che aveva rappresentato la prima storica apertura politica dei socialisti ai postfascisti nell’Italia del dopoguerra.

L’antifascismo, che aveva agito da collante governativo nella fase storica dei governi del “centrosinistra” e poi della “solidarietà nazionale”, entrato già in crisi durante gli anni Settanta, per la conflittualità interna sulla sua memoria e il suo significato politico, era tornato a essere un’ideologia minoritaria negli anni del “Pentapartito”. Era una nuova epoca quella degli anni 80, che portava con sé il neoliberismo e la sua cultura spiccatamente individualista, e anche in questo senso, se l’antifascismo aveva voluto dire, nella sua risignificazione essenzialmente politica, Stato sociale e collettività, ora perdeva anche quella forza. Contemporaneamente l’Italia si avviava consapevolmente verso un nuovo corso politico, energie nuove smuovevano lo stato del sistema partitico, diffusamente percepito come bloccato, bisognoso di una rigenerazione dopo la fine di un «lungo dopoguerra».36

Craxi, protagonista del decennio, lanciò la sua sfida a sinistra al Pci, esattamente allo stesso modo in cui lo faceva De Felice, auspicando cioè lo scioglimento dei vincoli con la tradizione marxista-leninista e con il modello sovietico e profilando per la democrazia italiana un superamento della sua coincidenza con il paradigma antifascista che aveva retto fin lì il sistema repubblicano.

In sostanza, quello che si stava delineando era un nuovo –vecchio− scenario, in cui la cultura di sinistra che voleva a fondamento della Repubblica l’antifascismo si trovava contrapposta a una cultura che pretendeva alla base del nuovo corso repubblicano la liberal-democrazia, escludendone dunque i comunisti, che verso di essa mantenevano ancora un atteggiamento ambiguo.

In questo processo, la memoria pubblica del ventennio, già negli anni Settanta attaccabile, come aveva dimostrato De Felice, era tornata ora ad essere anche divisiva nella società. Nel colloquio «Il fascismo e gli storici di oggi», organizzato dal Centro Culturale Saint Vincent nell’88, proprio a seguito della discussa coppia di interviste di De Felice, Gabriele Turi affermava:

Nel corso degli anni Ottanta si è assistito a una reale modificazione del giudizio prevalente sul fascismo, che ha investito contemporaneamente, anche se in misura diversa, il mondo accademico e l’ambito dell’opinione pubblica, incontrando sempre minori «resistenze» rispetto al decennio precedente. L’intervista rilasciata al «Corriere della sera» il 27 dicembre da Renzo De Felice è solo l’espressione più trasparente di un processo di revisionismo storiografico che ha ormai concluso la sua salutare opera di rinnovamento degli studi, per svelare nessi sempre più profondi con orientamenti politici attuali tesi a svalutare le basi resistenziali della democrazia italiana.37

Qui crediamo stia il punto: il revisionismo sul fascismo incontrava, nella società degli anni Ottanta, sempre meno «resistenze». Anzi potremmo dire anche che era un’operazione culturale con il vento a favore. Si pensi ai giornali vicini al mondo socialista che tradizionalmente si erano riconosciuti nell’antifascismo, come l’«Avanti!» e «Mondoperaio», che ora incalzavano la cultura comunista prospettando il superamento dell’antifascismo, attingendo addirittura a spunti polemici cari alla destra nostalgica, come la questione delle foibe e il caso di Porzus38. Ma anche a un grande quotidiano nazionale come «La Stampa», che sotto la direzione di Paolo Mieli conobbe la medesima svolta, dando sempre più spazio alle tesi defeliciane nelle sue pagine culturali.

In questo scenario propizio, l’azione revisionista acquisiva, ormai, un chiaro segno politico, ed era come libera di dispiegarsi senza remore e impacci.

Il problema è che per quanto le intenzioni sottese a quest’uso politico della storia fossero di preparare il terreno a un’Italia nuova, a un nuovo ordine democratico –con spiccato antagonismo verso i comunisti−, la ricezione sociale era molteplice e variegata, ed erano molte, e differenti, le parti di società che si riconoscevano in quell’auspicio e convergevano verso l’instaurazione di un nuovo ordine. C’erano soprattutto delle forze che remavano nella stessa direzione, ma con invece il preciso obbiettivo di recuperare la memoria indulgente del fascismo che aveva sempre attraversato, nel sottosuolo, il tessuto civile italiano. Questo fu l’effetto più deleterio di quella contesa attorno alla memoria alla ricerca di legittimazione per il presente: si finì anche per rilegittimare il passato fascista, in forme e modalità sempre attive, ma ancora estranee alla cultura “ufficiale”.

La riconfigurazione, cinquant’anni dopo, di quello stesso schema oppositivo fra antifascisti e anticomunisti favorì anche il recupero della «cosiddetta memoria grigia anti-antifascista»39, o «afascista», manifestatasi fin dall’immediato dopoguerra; fu possibile in quel frangente la «[ri]emersione di un’Italia che era sempre esistita, ma non aveva mai trovato possibilità di esprimersi senza i freni inibitori e i tentativi di incivilimento imposti dalla mediazione democristiana»40, un’Italia che indifferentemente dall’orientamento politico, in un senso quasi prepolitico, aveva mantenuto una concezione non troppo negativa del regime.

Furono quelle forze culturali vicine alla destra postfascista, e questa larga parte dell’opinione moderata, più sensibile alla «memoria grigia», che raccolsero il frutto più corrotto della revisione storica, e in particolare della revisione di De Felice. La visione di De Felice, che già piaceva tanto a destra, ed era penetrata nell’opinione pubblica fin dagli anni Settanta, fu ulteriormente “volgarizzata” da «una fitta schiera di storici e giornalisti, da Arrigo Petacco a Antonio Spinosa, da Roberto Gervaso a Giordano Bruno Guerri, fino al più rappresentativo di tutti, Indro Montanelli», i quali crearono «un’autentica vulgata mediatica».

Veniva così riproposto il mito del fascismo bonario e tollerante e portate agli estremi alcune delle già discutibili sintesi defeliciane. Non mancava la costante «lettura del fascismo italiano sul metro del nazismo tedesco», per cui, partendo dalle tesi di De Felice, il primo era stato meno compiuto del secondo, ma anche meno reazionario, meno repressivo, meno intimamente feroce e nichilista. Viene naturalmente anche recuperata acriticamente, in funzione riabilitativa, la questione del consenso al regime, che De Felice aveva reso nota con i contributi documentari –ma già precedentemente, al contrario di come vorrebbe questa vulgata, era stata considerata da storici di sinistra−. Soprattutto, oltre alla pubblicazione saggistica e agli interventi da terza pagina di questi intellettuali, nacque tutto un filone letterario, cinematografico, documentaristico, che, avvalendosi del taglio biografico defeliciano e esasperando il soggettivismo, costruiva quadri edulcorati della vita, soprattutto privata, di Mussolini e di altri protagonisti del regime. Si tratta di documentari come «Tutti gli uomini del duce» di Nicola Caracciolo41, serie tv come «Il giovane Mussolini»42 di Gianluigi Calderone o «Io e il duce» di Alberto Negrin43, tutti trasmessi dalla Rai, l’ultimo in prima serata sul primo canale. Fu un incontro, propiziato dal contesto storico, tra «vecchie nostalgie e nuove spinte semplificatrici»44, che dal revisionismo storiografico, diluito nella pubblicistica con intenti politici, era diventato un revisionismo massmediatico, realizzando quello svuotamento postumo del fascismo dei suoi aspetti più criminali e traumatici per la nazione, quella che Emilio Gentile ha definito «defascistizzazione retroattiva».45

Nello Ajello aveva scritto già nel 1984 su «La Repubblica» una valida sintesi critica del fenomeno mediatico e sociale che era originato dalla storiografia revisionista, e attraverso le contingenze politiche, era sfociato nella creazione di un nuovo senso comune sul fascismo:

Dalla metà degli anni Sessanta in poi, la storiografia italiana sul periodo fascista ha ripudiato gli eccessi ideologici dell’immediato dopoguerra, distaccandosi da un certo apriorismo d’indole marxista o salveminiana, che in quella stagione storica vedeva tutto nero, pregiudizialmente, senza potersi consentire il necessario distacco. Uno studioso del livello di Renzo De Felice ha fatto moltissimo per illuminare quei vecchi scenari, dimostrando che è passato il tempo di pronunciare invettive ed è venuto il tempo di capire. Ma al grosso pubblico, di questa razionalizzazione storiografica arriva un’eco stravolta, una “Vulgata” fuorviante. Gli emuli di De Felice, che ormai sono un esercito, qualche volta perdono il senso delle proporzioni.

De Felice mantenne verso questa “vulgata” un atteggiamento ambiguo, come del resto, fu anche per tutto il complessivo fenomeno di “mediatizzazione” del dibattito attorno alla sua opera, che a partire dagli anni Settanta lo storico aveva consapevolmente trainato, e da cui probabilmente egli stesso era stato trainato a sua volta verso un preciso orientamento nell’esposizione più sommaria del suo pensiero. Lo storico non mancò di prendere le distanze dagli aspetti più ambigui del fenomeno46, ma talvolta accettò anche di farsi coinvolgere nella cura di opere che erano abbastanza confacenti a quella stessa visione, come per esempio in due delle produzioni Rai che abbiamo citato, quella di Caracciolo e di Calderone47.

Negli anni Novanta, con le metamorfosi dei partiti che avevano sorretto la prima Repubblica, le accuse alla «partitocrazia» e alla stessa Costituzione repubblicana dopo Tangentopoli48, la crisi d’identità del comunismo e lo sdoganamento dei postfascisti al governo della nazione, l’immagine del regime poté continuare il percorso di riabilitazione cominciato nei decenni precedenti.

La memoria pubblica resterà sempre un terreno di battaglia da parte dei medesimi schieramenti, e Renzo De Felice non si risparmierà in ulteriori interventi che faranno discutere. L’ultima freccia la scoccherà l’anno prima della morte, con la pubblicazione di Rosso e nero, un altro libro-intervista dall’alto potenziale polemico.

Dopodiché, alle santificazioni di chi lo considerò «la figura preminente dell’Italia del dopoguerra»49 e alle demonizzazioni di chi lo aveva sempre considerato l’autore di un monumento alla dittatura fascista, cominceranno pian piano ad affiancarsi i giudizi di chi, tutto sommato, sapeva che era stato uno storico laborioso e intraprendente, che aveva aperto il solco di una strada sdrucciolevole per gli studi storici in Italia, ma era poi probabilmente scivolato anch’egli, facendosi inghiottire inevitabilmente dal presente di quella storia che riteneva già superata, al modo in cui può accadere di essere divorato a qualcuno che provi a sezionare il cadavere di una bestia che è ancora viva.


Note

  1. R. De Felice, M.A. Ledeen, Intervista sul fascismo, p. 30.

  2. Cfr. N. Tranfaglia, Un passato scomodo, p. 49.

  3. Cfr. R. De Felice, M.A. Ledeen, Intervista sul fascismo, p. 22. De Felice qui spiega che ebbe accesso per primo agli archivi fascisti quando ancora non aveva neanche in mente di scrivere una grande opera sugli anni del regime, ma era alla ricerca di materiale documentario per la sua Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo.

  4. E. Aga-Rossi, Fascismo e antifascismo nell’opera di Renzo De Felice, p. 126.

  5. Ibidem.

  6. Cfr. G. Santomassimo, La memoria pubblica dell’antifascismo, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni 70, pp. 142-151.

  7. Cfr. ivi, p. 145.

  8. Ivi, p. 164.

  9. R. De Felice, M.A. Ledeen, Intervista sul fascismo, p. 34.

  10. R. De Felice, M.A. Ledeen, Intervista sul fascismo, p. 21.

  11. R. De Felice, M.A. Ledeen, Intervista sul fascismo, p. 93.

  12. L. Canfora intervistato da Marco Brando, Niente di nuovo in quel libro, «Corriere della Sera-Corriere del Mezzogiorno», 19 Giugno 2005. [https://www.mondimedievali.net/rec/canfora.htm] [07/06/2025].

  13. N. Tranfaglia, Un passato scomodo, p. 64.

  14. Ivi, p. 67.

  15. D. Aramini, Renzo De Felice e la recente storiografia italiana in «Studi storici», 55 (2014).

  16. M. Isnenghi, Una storia di parte, in «Il manifesto», 26 maggio 1996.

  17. G. Santomassimo, Il ruolo di Renzo De Felice, in Fascismo e antifascismo, a cura di E. Collotti, p. 427.

  18. Ivi, p. 421.

  19. Ibidem.

  20. G. Santomassimo, La memoria pubblica dell’antifascismo, p. 161.

  21. R. De Felice, M.A. Ledeen, Intervista sul fascismo, p. 21.

  22. E. Gentile, Renzo De Felice. Lo storico e il personaggio, p. 14.

  23. Ibidem.

  24. Cfr. Introduzione, in Intervista sul fascismo, p. 10.

  25. E. Gentile, Lo storico e il personaggio, p. 12.

  26. R. De Felice, M.A. Ledeen, Intervista sul fascismo, p. 85.

  27. E. Gentile, Renzo De Felice. Lo storico e il personaggio, p. 104.

  28. G. Santomassimo, Il ruolo di Renzo De Felice, p. 424.

  29. Cfr. F. Focardi, L’alibi del cattivo tedesco, in Nel cantiere della memoria, pp. 18-37.

  30. Per il concetto e le citazioni riportate cfr. F. Focardi, Una difficile resa dei conti: l’Italia repubblicana e la memoria del fascismo, lezione all’Università di Padova [https://m.youtube.com/watch?v=qzQB9ZHNF6M] [05/06/2025].

  31. N. Tranfaglia, Un passato scomodo, p. 80.

  32. R. De Felice, intervista di Giuliano Ferrara, «Corriere della sera», 27 dicembre 1987, in Il fascismo e gli storici italiani, a cura di J. Jacobelli, p. 6.

  33. G. De Luna, La storia sempre nuova dei quotidiani, in Fascismo e antifascismo, p. 457.

  34. R. De Felice, intervista di Giuliano Ferrara, «Corriere della sera», 8 gennaio 1988, in Il fascismo e gli storici italiani, a cura di J. Jacobelli, p. 7.

  35. Ivi, p. 8.

  36. F. Focardi, Il passato conteso, in Nel cantiere della memoria, p. 197.

  37. G. Turi, Una storia ancora non scritta, in Il fascismo e gli storici italiani, a cura di J. Jacobelli, p. 121.

  38. Cfr. F. Focardi, Il passato conteso, pp. 198-200.

  39. Ivi, p. 198.

  40. G. Santomassimo, La memoria pubblica dell’antifascismo, p. 164.

  41. Cfr. A. Ventura, Introduzione in Il diciannovismo fascista, pp. 19-20.

  42. Ibidem.

  43. T. Baris, La stampa italiana e il dibattito sul regime fascista (1945-1990). Appunti per una ricerca, in “E-Review”.

  44. Ibidem.

  45. E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, p. VII.

  46. [Nota non presente nel testo originale.]

  47. Cfr. sia T. Baris, La stampa italiana e il dibattito sul regime fascista, sia F. Focardi, Il passato conteso, p. 202.

  48. Cfr. T. Baris, La critica dell’antifascismo negli anni Novanta: il nesso Resistenza-Costituzione-partitocrazia, in L’Italia contemporanea dagli anni Ottanta ad oggi, pp. 439-447.

  49. D. Aramini, Renzo De Felice e la recente storiografia italiana, in «Studi storici», 55 (2014), p. 339.


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