La storia dell’influenza della Comune di Parigi in Cina può essere fatta iniziare con la testimonianza eccezionale di Zhang Deyi, un giovane interprete arrivato in Francia nel gennaio 1871 al seguito di una delegazione diplomatica. Attraverso il suo diario documenta con precisione la nascita e la caduta dell’insurrezione parigina, offrendo un resoconto che, pur partendo da una prospettiva legata all’élite imperiale, finisce per riflettere un’inattesa ammirazione per il valore dei combattenti. Zhang descrive il momento cruciale del 18 marzo 1871 a Montmartre, quando le truppe governative, inviate per sequestrare i cannoni della Guardia Nazionale, decisero di fraternizzare con il popolo portando alla fucilazione dei generali Lecomte e Thomas e alla fuga dei funzionari verso Versailles. Nel suo soggiorno parigino e nei successivi spostamenti Zhang annota con stupore il ruolo centrale delle donne, le quali non solo si occupavano della logistica e della propaganda ma combattevano sulle barricate con un coraggio che definisce superiore a quello degli uomini. Nonostante l’uso di termini talvolta dispregiativi come “teste rosse”, il suo racconto dei prigionieri catturati dai versigliesi nel maggio 1871 è intriso di rispetto per la dignità e la fermezza mostrata dai comunardi di fronte alla morte o alla prigionia.
Sebbene le note di Zhang siano rimaste sconosciute al pubblico cinese fino al 1982, la memoria della Comune iniziò a circolare in Cina già alla fine dell’Ottocento tramite le cronache dei missionari e le opere di intellettuali come Wang Tao, per poi subire una trasformazione radicale dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917. La Comune di Parigi cessò di essere un semplice fatto di cronaca estera per diventare il pilastro ideologico del nascente movimento comunista cinese. Leader come Mao Zedong, Zhou Enlai e Deng Xiaoping videro nell’esperienza del 1871 la “fioritura” di un ideale che aveva trovato il suo primo frutto nella Russia sovietica. Durante le imponenti commemorazioni degli anni ‘20, che videro la partecipazione di oltre un milione di persone, Mao analizzò criticamente la sconfitta parigina, individuandone le cause nella mancanza di un partito centralizzato e in un’eccessiva mitezza verso i nemici controrivoluzionari. Questa lezione teorica trovò un’applicazione pratica nelle insurrezioni di Shanghai e Guangzhou del 1927, dove gli operai tentarono di instaurare regimi basati sull’autonomia municipale, l’elezione diretta dei rappresentanti e la creazione di milizie popolari, ricalcando quasi perfettamente l’architettura istituzionale della Comune francese.
Il legame tra questi eventi e la storia moderna della Cina culminò infine nel 1967, durante la Rivoluzione Culturale, con la proclamazione della Comune di Shanghai. Mao, ispirato dai testi di Marx sulla Comune come “forma politica finalmente scoperta” per l’emancipazione del lavoro, teorizzò una società che funzionasse come una “grande scuola” capace di eliminare le distinzioni tra città e campagna e tra lavoro manuale e intellettuale. La Tempesta di gennaio a Shanghai portò alla sostituzione della vecchia burocrazia del partito con un governo popolare che rivendicava esplicitamente i principi del 1871, inclusa la revocabilità immediata dei delegati. Anche se l’esperimento della Comune di Shanghai durò solo venti giorni, rappresenta, nella visione di filosofi contemporanei come Badiou e Žižek, il punto di massima espansione dell’ideale comunardo nella storia del Novecento, segnando il momento in cui l’eredità di Parigi ha tentato con più forza di trasformare radicalmente la struttura statale cinese. La ricostruzione di questa vicenda è al centro del libro di Jian Hongsheng La Commune de Shanghai.
L’analisi storiografica occidentale della Comune di Shanghai inizia con il contributo fondamentale di Maurice Meisner, il quale già nel 1971 identificava nella Rivoluzione Culturale il tentativo di colmare la frattura tra la teoria sociale radicale e una prassi politica che era scivolata verso il conservatorismo burocratico. Per Meisner il richiamo al modello della Comune di Parigi del 1871 era la risposta alla necessità impellente di distruggere un apparato statale oppressivo, recuperando i principi marxiani di antiburocratismo, egualitarismo e spontaneità delle masse. Interpretava la Comune di Shanghai come un’esperienza utopica ma coerente con la dittatura del proletariato, la cui fine segnò l’inizio di un lungo riflusso verso la ristrutturazione dell’ordine guidato dall’esercito e dai vecchi quadri del Partito Comunista Cinese (PCC) dalla parte di Mao. Questa visione è stata tuttavia criticata per la sua natura parzialmente statica poiché Meisner tendeva a etichettare Mao come un populista, sottovalutando la sua enfasi sulla leadership e ignorando come i maoisti, pur essendo iconoclasti verso molte tradizioni, avessero in realtà recuperato elementi della cultura classica come il legismo. John Bryan Starr, invece, ha evidenziato come l’interesse cinese per la Comune di Parigi fosse nato non tanto nelle fasi iniziali della Repubblica Popolare ma durante la polemica ideologica con l’Unione Sovietica tra il 1957 e il 1964, sebbene studi successivi abbiano rintracciato discorsi di Mao sul tema già negli anni ‘20. A questa prospettiva politica si è affiancata quella antropologica di Stanley Diamond, il quale sosteneva che la Comune cinese attingesse anche a una concezione dialettica della società primitiva pre-statale cinese come archetipo del socialismo futuro, interpretando il movimento come un ritorno a un comunitarismo ancestrale elevato a un livello superiore di coscienza rivoluzionaria. Con il mutamento del clima politico dopo la morte di Mao e il colpo di stato del 1976 la storiografia occidentale ha subito una brusca virata, riflettendo il nuovo corso delle riforme cinesi. Studiosi come Andrew Walder hanno messo in discussione l’eroismo dei ribelli, proponendo un’analisi organizzativa in cui la Rivoluzione di Gennaio a Shanghai non appariva più come una spontanea presa del potere operaio, bensì come una manovra di Zhang Chunqiao per riprendere il controllo sulle masse e normalizzare l’economia, dipendente in ultima istanza dal supporto militare. Elizabeth Perry ha restituito centralità ai lavoratori, dimostrando come la Rivoluzione Culturale avesse effettivamente migliorato la coscienza di classe e lo status sociale del proletariato urbano. Perry inserisce la Comune di Shanghai in un processo transnazionale più ampio, collegandola ai movimenti globali del 1968 e vedendo in essa un tentativo universalista di integrazione politica che, nonostante il fallimento immediato, ha lasciato un’eredità significativa nella storia delle lotte cittadine e operaie, rendendo Shanghai una Parigi dell’Est capace di ispirare futuri cicli di rivolta mondiale.
1. Verso la comune
La rivoluzione di Shanghai si sviluppò come un violento scontro tra la base operaia e l’apparato burocratico, innescato dalla Circolare del 16 maggio 1966 e dalla successiva legittimazione maoista del primo dazibao dell’Università di Pechino che Mao definì superiore alla stessa Comune di Parigi per la sua capacità di smascherare i “revisionisti” interni al Partito. All’interno della Fabbrica Tessile n. 17, la quale impiegava ben 8.000 operai, il conflitto assunse una forma concreta il 12 giugno 1966, quando Wang Hongwen e altri sei lavoratori affissero un manifesto contro il vice-segretario Zhang Heming, accusandolo di temere la lotta di classe e di favorire il ritorno al capitalismo. La risposta della dirigenza fu una repressione sistematica che incluse la perquisizione degli uffici dei ribelli nella notte del 19 giugno, l’accusa di voler emulare l’insurrezione ungherese del 1956 e la minaccia di espulsione dal Partito per i simpatizzanti. Nonostante l’amministrazione municipale avesse inviato una squadra di lavoro guidata da Shi Huizhen per proteggere lo status quo, tra il 7 e il 19 luglio gli operai ribelli riuscirono a produrre l’impressionante cifra di 7.525 manifesti murali contro il comitato aziendale, sebbene la maggioranza dei lavoratori, spesso operai specializzati legati affettivamente al Partito per i miglioramenti post-1949, rimanesse fedele alle autorità, arrivando a picchiare i dissidenti fino a far loro vomitare sangue. Il tentativo di istituzionalizzare il movimento attraverso elezioni “in stile Comune di Parigi” nell’agosto 1966 si rivelò una manipolazione burocratica. Le squadre di lavoro truccarono i collegi elettorali e minacciarono chiunque votasse fuori dalle liste ufficiali, portando alla sconfitta di Wang Hongwen e all’elezione di quadri docili. La tensione si spostò su scala cittadina quando, dopo il raduno di un milione di Guardie Rosse a Pechino il 18 agosto, gli studenti rivoluzionari giunsero a Shanghai scontrandosi con i lealisti il 2 settembre. Questo clima di violenza portò alla fondazione del Quartier Generale degli Operai Rivoluzionari Ribelli (QGO) il 9 novembre 1966 presso il Parco Yu, con la partecipazione di circa 40.000 operai da 470 fabbriche, nonostante il boicottaggio del sindaco Cao Diqiu che definì l’assemblea una riunione di “scarti sociali”. L’insurrezione culminò nell’incidente ferroviario di Anting, dove 2.000 operai diretti a Pechino furono bloccati e lasciati per tre giorni e tre notti senza cibo né medicinali, circondati da agenti in borghese che stilavano liste nere includendo condanne a morte segrete per i leader. Lo stallo venne rotto solo dall’arrivo di Zhang Chunqiao il 12 novembre, il quale, agendo per conto del Gruppo Centrale della Rivoluzione Culturale e superando le resistenze dei moderati come Chen Boda, firmò i cinque punti che riconoscevano il QGO come organizzazione legale e l’azione di Anting come rivoluzionaria, imponendo al sindaco Cao Diqiu una storica capitolazione politica e sancendo il passaggio del potere effettivo nelle mani delle nuove fazioni operaie radicali.
L’incidente di Anting e la successiva Tempesta di Gennaio a Shanghai rappresentano un momento di rottura radicale nella gerarchia del PCC, dove l’azione diretta delle masse ha prevalso sulla disciplina burocratica tradizionale. Tutto ha inizio con la scelta rischiosa di Zhang Chunqiao di legittimare il QGO, una mossa che lo ha portato a scontrarsi con i vertici del Politburo, tra cui Tao Zhu, il quale lo accusò di aver agito senza autorizzazione seguendo il proverbio “tagliare le teste prima e commemorare poi”, ovvero agire prima di riferire. Il sostegno totale di Mao Zedong a Zhang ha ribaltato i rapporti di forza, stabilendo che la pratica rivoluzionaria degli operai doveva essere il fondamento della nuova teoria politica, superando persino i dogmi contenuti nel celebre testo di Liu Shaoqi, Commento essere un buon comunista, che imponeva l’obbedienza assoluta ai superiori. Questa protezione ideologica ha permesso a leader operai come Wang Hongwen, Pan Guoping e Huang Jinshai di emergere come figure di rilievo nazionale, trasformando l’incidente di Anting in un trampolino di lancio per la futura Comune di Shanghai. La reazione delle autorità cittadine del Comitato Provinciale (CPS), guidate da Chen Pixian e dal sindaco Cao Diqiu, è stata immediata e si è articolata su una strategia di resistenza attiva: da un lato la creazione dei Guardiani Scarlatti, una milizia lealista che ha raggiunto rapidamente il milione di iscritti a metà dicembre grazie ai generosi finanziamenti del sindacato ufficiale, dall’altro l’attivazione di una sofisticata manovra di sabotaggio nota come vento economicista. Quest’ultimo fenomeno ha visto i burocrati di Shanghai svuotare deliberatamente le casse dello Stato e del Tesoro, autorizzando nei soli primi sette giorni di gennaio 1967 l’erogazione di circa 38 milioni di yuan in bonus, aumenti salariali e rimborsi decennali, come nel caso emblematico delle 18 barcaiole che ricevettero 22.600 yuan. Tale iniezione massiccia di liquidità ha generato un boom artificiale dei consumi, con le vendite del Grande Magazzino n. 1 cresciute del 36,3% e la sparizione fulminea di beni di lusso come orologi importati da 500 yuan, portando l’economia cittadina sull’orlo del collasso e lasciando le brigate rurali prive di fondi per la produzione del 1967. Parallelamente il conflitto fisico si è inasprito con l’assedio del quotidiano Jiefang Ribao tra il 30 novembre e il 5 dicembre, dove i ribelli del QGO e gli studenti hanno resistito ai tentativi di corruzione delle autorità, rifiutando persino le prestigiose uniformi dell’esercito offerte come diversivo economicista. Il culmine dello scontro è avvenuto con la battaglia di via Kangping del 28 dicembre e il successivo incidente di Kunshan del 30 dicembre. Nella prima, una forza d’urto composta da un numero compreso tra 50.000 e 200.000 ribelli guidati da Geng Jinzhang ha sbaragliato i Guardiani Scarlatti, i quali avevano minacciato di interrompere acqua, luce e trasporti se Zhang Chunqiao non fosse stato rimosso. Il successivo tentativo di esodo dei lealisti verso Pechino, che coinvolgeva tra i 60.000 e i 100.000 uomini supportati da finanziamenti locali come i 100.000 yuan concessi dal comitato di Kunshan, è stato intercettato e neutralizzato da una mobilitazione ribelle ancora più vasta di 200.000 unità. Questo doppio scacco, unito al rifiuto della guarnigione militare di intervenire a favore della vecchia guardia municipale, ha lasciato il CPS privo di ogni autorità reale, sancendo il passaggio definitivo del controllo di Shanghai nelle mani delle organizzazioni rivoluzionarie dei lavoratori e degli intellettuali ribelli che, come il Gruppo degli Scrittori il 18 dicembre, avevano già voltato le spalle a Cao Diqiu.
La vicenda dell’autogoverno presso la Vetreria di Shanghai tra la fine del 1966 e l’inizio del 1967 rappresenta una delle sperimentazioni più radicali della Rivoluzione Culturale, configurandosi come un tentativo diretto di scardinare il modello industriale gerarchico di derivazione sovietica per sostituirlo con un sistema basato sulla democrazia operaia e sulla partecipazione di massa. La crisi che portò a questa trasformazione ebbe inizio quando lo sciopero generale dei lealisti, i cosiddetti Guardie Scarlatte, paralizzò la produzione tra il 25 dicembre 1966 e la metà di gennaio 1967. In quel periodo, su una forza lavoro di oltre 1.200 dipendenti, la maggior parte degli operai e dei quadri abbandonò il proprio posto per protestare contro il sindaco Cao e per la detenzione del dirigente Yu Zixiang, lasciando officine chiave come quella della fusione con solo un terzo degli operai e un unico tecnico su quattro originariamente presenti. Di fronte a questo vuoto di potere e all’arresto della produzione il 27 dicembre apparve un dazibao che proponeva la creazione di un Comitato operaio per l’organizzazione della produzione, iniziativa che ricevette il consenso immediato di circa cento lavoratori e scatenò un dibattito violentissimo tra le diverse fazioni dei ribelli. Mentre una minoranza suggeriva di continuare a utilizzare i vecchi dirigenti per le loro competenze tecniche, la stragrande maggioranza, stimata intorno all’80%, impose una linea di rottura totale, stabilendo che i capi delle quattro sezioni amministrative dovessero abbandonare i propri uffici per lavorare manualmente nelle officine, rifiutando ogni compromesso con la vecchia gerarchia burocratica in nome dello slogan “tutto il potere alla sinistra rivoluzionaria”. Il 30 dicembre, in un clima di scontri di piazza che scuotevano l’intera città di Shanghai, il Comitato venne ufficialmente istituito attraverso un processo elettorale ispirato alla Comune di Parigi, basato sul suffragio universale e sullo scrutinio segreto. I dieci eletti non assunsero titoli di comando ma vennero definiti “servitori” (fuwuyuan), con l’obbligo di continuare l’attività produttiva accanto ai compagni portando sempre con sé i propri attrezzi e la possibilità di essere revocati in qualsiasi momento se le masse fossero state scontente del loro operato. Questa nuova forma di gestione rifiutava esplicitamente sia la coercizione che gli incentivi materiali tipici dell’economicismo, puntando invece sulla mobilitazione ideologica e sulla Carta di Anshan del 1960 per superare il sistema fordista-taylorista che rendeva i dirigenti responsabili solo davanti ai vertici politici e non verso gli operai, come dimostrato dai casi storici del 1955 in cui invenzioni tecniche capaci di decuplicare la produttività, come quella di Jiang Shanhong per le lampadine, erano state sistematicamente ignorate dalla burocrazia. La legittimazione di questo esperimento arrivò l’11 gennaio con un messaggio di congratulazioni dal Comitato Centrale e dal Gruppo della Rivoluzione Culturale, proprio mentre i leader della città come Chen Pixian tentavano di sabotare la rivolta distribuendo enormi somme di denaro, circa 1.480.000 yuan versati solo al porto tra l’1 e il 9 gennaio sotto forma di premi e compensazioni, per spingere gli operai verso rivendicazioni puramente salariali e paralizzare i servizi pubblici essenziali. Nonostante il blocco del porto, dove rimasero fermi fino a 140 navi, e della centrale termica di Yangshupu per mancanza di carbone, i ribelli della vetreria riuscirono a mantenere attiva la produzione con una forza lavoro ridotta, dimostrando che l’industria poteva funzionare sotto il controllo diretto dei lavoratori ordinari. Mao Zedong seguì con estremo interesse questi sviluppi, elogiando il Messaggio a tutti gli abitanti di Shanghai pubblicato dai ribelli dopo aver preso il controllo del Wenhui Daily e dichiarando il 9 gennaio che la spinta rivoluzionaria di Shanghai portava speranza a tutto il paese, pur ammonendo a non epurare indiscriminatamente tutti i quadri ma a tenerli sotto sorveglianza delle masse secondo la classificazione della Dichiarazione in 16 punti dell’8 agosto 1966. Sebbene l’organizzazione del Comitato della vetreria presentasse l’evidente limite di escludere inizialmente i lavoratori lealisti e i quadri esperti, esso rimase l’embrione di quella Tempesta di Gennaio che avrebbe portato alla proclamazione della Comune di Shanghai, segnando un momento in cui la gestione e il funzionamento di una grande azienda pubblica passarono integralmente nelle mani di operai che si consideravano non più oggetti ma agenti della storia.
Il 6 gennaio 1967, sotto una fitta nevicata, oltre 100.000 ribelli occuparono Piazza del Popolo per una manifestazione intitolata al pensiero di Mao Zedong e finalizzata al rovesciamento del Comitato Municipale del Partito guidato da Chen Pixian e Cao Diqiu. L’evento, di portata enorme, fu trasmesso in diretta da un circuito televisivo locale e rilanciato da 14 stazioni radio nelle province limitrofe, mobilitando complessivamente più di due milioni di cittadini in vari punti della metropoli. Durante questo raduno i vertici cittadini furono costretti a subire un’umiliazione pubblica sulle strade circondati da centinaia di quadri di medio e alto livello obbligati ad assistere per marcare la loro sottomissione alla lotta. Le rivendicazioni formali dei ribelli furono durissime: chiesero l’invio di un telegramma immediato a Mao per riorganizzare il Partito, la rimozione del sindaco Cao con conseguente condanna ai lavori manuali e l’obbligo per il primo segretario Chen di redigere entro sette giorni una confessione che svelasse i suoi legami con la fazione di Liu Shaoqi e Deng Xiaoping. Questa manifestazione segnò il punto di non ritorno per il Comitato Municipale, la cui influenza iniziò a sgretolarsi rapidamente a favore di un movimento ribelle sempre più pervasivo. Nonostante Chen Pixian cercasse di mantenere un barlume di autorità assecondando richieste salariali e compensazioni economiche, la sua figura era ormai svuotata di potere reale. I ribelli, infatti, ignorando ogni obiezione, presero il controllo militare e amministrativo del porto di Shanghai, impedendo a qualsiasi imbarcazione di salpare senza il loro esplicito consenso e bloccando così la fuga dei membri delle Guardie Scarlatte e la distribuzione di fondi pubblici da parte della vecchia dirigenza.
Il 7 gennaio l’offensiva si spostò sul fronte finanziario con l’occupazione della Banca del Popolo Cinese, dove i ribelli, supportati da dipendenti interni, imposero il blocco totale dei pagamenti per salari, sindacati e fondi di fabbrica, consentendo transazioni solo previa autorizzazione del Comitato Centrale. Nonostante alcuni funzionari tentassero di aggirare i divieti emettendo assegni clandestini, i ribelli della Compagnia di Navigazione Interna intervennero con la forza, sventando tra l’altro un tentativo di prelievo massiccio di un milione di yuan nella filiale di Zhabei e assumendo di fatto la gestione dei flussi economici della città. Per far fronte alla paralisi produttiva causata dal caos rivoluzionario, l’8 gennaio fu istituito il Quartier Generale del Fronte per afferrare la rivoluzione e promuovere la produzione, un organo di coordinamento composto da 7 operai, 2 quadri e 35 Guardie Rosse che cercò di riattivare i servizi essenziali come ferrovie, poste e trasporti marittimi. In questo clima studenti e docenti si riversarono nelle fabbriche e nei porti per sostituire i lavoratori assenti e fare propaganda contro l’economicismo, ovvero l’uso di incentivi monetari per distogliere le masse dalla lotta politica. Dazebao apparvero ovunque denunciando come l’aumento dei salari fosse una trappola dei burocrati per rompere l’alleanza tra operai e contadini, spingendo molti lavoratori a restituire allo Stato i bonus percepiti. Il 9 gennaio la tensione salì ulteriormente con la pubblicazione della Nota Urgente, un appello in dieci punti firmato da 32 organizzazioni ribelli che accusava il Partito di sabotare deliberatamente l’economia e le comunicazioni per fare pressione sul Gruppo della Rivoluzione Culturale a Pechino. Il riconoscimento ufficiale di questo nuovo ordine arrivò l’11 gennaio tramite un telegramma di congratulazioni inviato dalle massime autorità centrali che legittimò le azioni dei ribelli di Shanghai come un esempio radioso per l’intero paese. Sfruttando questo avallo politico, tra l’11 e il 14 gennaio i ribelli scatenarono un’ondata di occupazioni sistematiche che portarono sotto il loro controllo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, l’Ufficio del Lavoro, la rete ferroviaria, garantendo l’arrivo di carbone fondamentale per il riscaldamento cittadino, e le principali compagnie di navigazione, culminando nella presa di potere di ben 49 unità amministrative chiave e trasformando radicalmente il volto politico e sociale di Shanghai.
2. Sorge la comune
Sul piano operativo la Tempesta di Gennaio dimostra inizialmente la capacità di autogestione del proletariato. Anche dopo la defezione delle Guardie Scarlatte e il sabotaggio dei tecnici conservatori, i lavoratori del porto riescono a movimentare oltre 80.000 tonnellate di merci al giorno entro la metà del mese mentre l’efficienza ferroviaria viene ripristinata a 22 convogli quotidiani partenti da Shanghai, eguagliando i ritmi precedenti alla rivoluzione. Questa vitalità economica funge da base per la legittimazione del nuovo potere “di controllo” che Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan cercano di istituzionalizzare. Il 12 gennaio la proposta di un Bureau di collegamento mira a sostituire il CPS ma la sua effettiva nascita il 16 gennaio sotto l’egida del QGO rivela subito le fragilità dovute ai conflitti tra le 15 organizzazioni ribelli coinvolte, le quali non riescono a creare un’alleanza solida tra studenti, operai e contadini. Il potere si frammenta così in diverse entità specializzate, come il Quartier Generale del Fronte per l’economia e il Comitato di Difesa della Grande Rivoluzione Proletaria nato il 19 gennaio, quest’ultimo incaricato di soppiantare tribunali e forze di pubblica sicurezza ormai inoperanti.
In questo scenario la dualità del potere si manifesta in modo plastico. Il CPS, sebbene politicamente “crollato” dopo la riunione del 6 gennaio, mantiene il controllo fisico dell’accesso ai fondi pubblici, sostenuto da figure come Chen Pixian che, appellandosi alla gerarchia verticale del Partito, rifiutano di cedere l’autorità senza un ordine esplicito di Pechino. Contemporaneamente il movimento ribelle cresce esponenzialmente fino a superare il milione di aderenti, radicando la propria autorità sulla gestione diretta delle fabbriche e sulla democrazia interna ispirata al modello della Comune di Parigi del 1871. La tensione culmina nel dibattito sulla natura del vecchio apparato. Una fazione radicale dei ribelli considera il governo locale intrinsecamente borghese e da abbattere totalmente, la Dichiarazione in 16 punti e la linea di Pechino suggeriscono inizialmente che la maggior parte dei quadri sia recuperabile attraverso la rettifica. Tuttavia il 16 gennaio Mao Zedong imprime una svolta definitiva ratificando la fine del potere delle vecchie autorità e supportando la presa del potere dal basso, sconfessando la cautela di Zhou Enlai e Chen Boda che temevano il caos produttivo. Nonostante l’appoggio di Mao la grande alleanza inizia paradossalmente a sfaldarsi proprio nel momento del trionfo. L’assenza di un nemico comune immediato e le infiltrazioni di elementi conservatori camuffati portano alla disgregazione del fronte ribelle proprio mentre si pongono le basi per la proclamazione ufficiale della Comune, evidenziando come la transizione verso il nuovo ordine sia ostacolata anche dalle contraddizioni interne al movimento di massa.
La strada verso la Comune di Shanghai si snodò attraverso un labirinto di conflitti intestini dove la teoria maoista della grande alleanza si scontrava con l’ambizione anarchica delle diverse fazioni ribelli. Tutto ebbe inizio il primo gennaio 1967, quando un editoriale congiunto del Quotidiano del Popolo e di Bandiera Rossa tentò di stabilire una legge oggettiva della rivoluzione: sebbene i movimenti partissero dagli studenti, il ruolo di forza motrice spettava ora esclusivamente agli operai. Le tre principali organizzazioni studentesche, i Rivoluzionari Rossi, Fuoco sul Quartier Generale e il Terzo Quartier Generale Rosso, ignorarono la direttiva di porsi al servizio dei lavoratori, entrando in un violento conflitto politico con Zhang Chunqiao. Zhang, che operava come emissario di Pechino, era protetto dal Quartier Generale Operaio (QGO) ma era visto dagli studenti come un residuo burocratico del vecchio CPS. Questa frammentazione portò a ben cinque tentativi disorganizzati di presa del potere cittadino tra la metà e la fine di gennaio. Il primo fu guidato dall’oscuro Ottavo Quartier Generale degli operai che occupò via Kanping solo per essere respinto da Zhang per mancanza di consultazione collettiva. Il 15 gennaio il Terzo Quartier Generale delle guardie rosse e il Secondo Corpo di Geng Jinzhang occuparono il CPS e il Bureau della Cina dell’Est, arrivando a inviare un telegramma a Mao per richiedere la nomina ufficiale di Zhang e Yao Wenyuan. I due dirigenti, tuttavia, convinsero i ribelli a ritirarsi, sostenendo che un’azione condotta da sole due organizzazioni non avrebbe mai ottenuto l’obbedienza della città. La tensione salì ulteriormente il 22 gennaio, quando Zhao Quanguo dell’Istituto d’arte drammatica proclamò una Comune solitaria, millantando il sostegno di Zhou Enlai tramite un falso documento. La sua sfida si concluse con l’arresto immediato da parte delle pattuglie di sicurezza del QGO. Proprio mentre alla Yuqing Road Rest House si discuteva la nascita della vera Comune, termine suggerito da un operaio e rifinito da Zhang come Comune Popolare di Shanghai per rievocare il modello parigino del 1871, i Rivoluzionari Rossi, la fazione studentesca più potente con 40.000 membri, sferrarono l’attacco più pesante. Nella notte del 24 gennaio occuparono il Palazzo delle Esposizioni e sequestrarono i sigilli ufficiali di 23 uffici governativi, minacciando una guerra civile interna al fronte ribelle se non fossero stati posti al centro del nuovo governo. La mediazione di Yao Wenyuan fu estenuante e solo la minaccia di un isolamento politico totale spinse gli studenti a restituire i sigilli alla guarnigione militare. Questa sconfitta tattica alimentò un livore personale contro Zhang Chunqiao. Gli studenti iniziarono a scavare nei dossier del Partito, usando informazioni riservate per denunciare il passato della moglie di Zhang, Li Wenjing, accusata di tradimento durante la guerra contro il Giappone, e quello del padre di Yao, etichettato come rinnegato. Sfruttando la linea estremista del “dubitare di tutto”, promossa paradossalmente da alti quadri come Tao Zhu, le guardie rosse dell’Università Fudan affissero manifesti accusando Zhang di essere un agente segreto del vecchio CPS e un seguace della via del capitalismo. Questo clima di sospetto paranoico e le continue dispute tra le 32 organizzazioni coinvolte costrinsero a rimandare la nascita ufficiale della Comune a febbraio, trasformando quella che doveva essere una vittoria proletaria unitaria in un precario equilibrio tra fazioni nemiche.
Questo anarchismo è emerso come una forma di reazione violenta alle esitazioni del movimento operaio, trovando espressione nel “bombardamento” sistematico contro la figura di Zhang Chunqiao. Tra il 24 e il 25 gennaio 1967 la fazione dei Rivoluzionari Rossi, guidata da figure come Lao Yuanyi e Zhao Jihui e incalzata dal radicalismo del gruppo Re Scimmia di Hu Shoujun, scatenò un’offensiva mediatica e fisica per smarcarsi dall’accusa di lealismo verso il vecchio apparato, culminata nella redazione del celebre dazibao che invocava un “secondo grande caos” per la città. Questa escalation non si limitò alla retorica: il 28 gennaio trenta guardie rosse della Fudan compirono azioni di guerriglia urbana, assaltando la scuola di partito e sequestrando Xu Jingxian, stretto collaboratore di Zhang, arrivando a percuotere brutalmente Wang Chenlong fino a fargli perdere conoscenza e prelevando con la forza Zhi Yongjia dal suo letto d’ospedale nel tentativo di estorcere prove contro il Gruppo centrale per la Rivoluzione culturale. L’umiliazione di Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan raggiunse il suo apice al Palazzo dell’Amicizia sino-sovietica, dove furono sottoposti a un interrogatorio estenuante fino alle due del mattino, costretti a rimanere in piedi dopo che era stata loro sottratta la sedia e obbligati a recitare citazioni di Mao per scherno mentre la folla li accusava di essere agenti di un “Partito Comunista Clandestino” revisionista.
Mentre gli studenti pianificavano una parata di pubblica umiliazione per le strade di Shanghai e una manifestazione da 100.000 persone alla Piazza della Cultura, il potere centrale a Pechino intervenne il 29 gennaio con un telegramma perentorio che ribaltava i rapporti di forza. Il documento non solo riabilitava Zhang, definendo gli attacchi “un errore”, ma minacciava esplicitamente i manipolatori dietro le quinte, portando allo sfaldamento quasi immediato del fronte studentesco anti-Zhang e alla successiva esclusione dei Rivoluzionari Rossi dalla neonata Comune di Shanghai. Parallelamente il movimento operaio subiva una frammentazione interna altrettanto distruttiva, orchestrata dai vecchi quadri del Partito come Chen Pixian, il quale utilizzò sistematicamente fondi pubblici per finanziare scissioni all’interno del Quartier Generale degli Operai (QGO). Questo portò alla nascita di fazioni autonome come il Terzo QGO di Chen Hongkang e il formidabile Secondo Corpo di Geng Jinzhang che in soli tre mesi passò da poche centinaia a 500.000 membri, assorbendo le ex guardie conservatrici e trasformandosi in un vero e proprio “santuario” per i vecchi dirigenti del Partito, proteggendoli dalle sessioni di critica organizzate dalle altre fazioni ribelli. La tensione tra il QGO di Wang Hongwen e il Secondo Corpo degenerò in scontri armati ma fu risolta solo quando Zhang Chunqiao, ricorrendo alla diplomazia e al prestigio diretto di Mao, convinse Geng Jinzhang a rinunciare al suo progetto di una Nuova Comune alternativa in cambio di un ruolo di rilievo istituzionale, svelando così come dietro l’apparente fervore ideologico si celassero spesso ambizioni di potere personali e una manipolazione cinica dei militanti da parte del vecchio ordine politico.
La fondazione della Comune di Shanghai fu un evento di portata storica e teorica senza precedenti nel contesto della Rivoluzione Culturale, originandosi da una complessa dialettica tra l’iniziativa spontanea delle masse e la direzione ideologica dei vertici maoisti che, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 1967, individuarono in questa esperienza il modello per la rigenerazione dello Stato. Il perno dottrinale di questa trasformazione fu l’editoriale di Bandiera Rossa del 31 gennaio, un testo intitolato Sulla lotta proletaria rivoluzionaria per la presa del potere che Wang Li e Guan Feng redassero sotto la supervisione diretta di Mao Zedong, il quale lo revisionò personalmente il 30 gennaio per sancire la Rivoluzione di Gennaio come la battaglia decisiva tra il proletariato e la borghesia. Questo documento non si limitava a una cronaca dei fatti ma stabiliva una prassi rivoluzionaria radicale fondata sul superamento della macchina statale esistente. Citando Marx e la sua analisi della Comune di Parigi, l’editoriale intimava di non riformare le unità amministrative cadute sotto l’influenza capitalista, bensì di frantumarle totalmente per far emergere un potere dal basso, capace di sradicare le vecchie pratiche burocratiche attraverso una grande alleanza tra organizzazioni ribelli, quadri del partito rimasti fedeli alla linea rivoluzionaria e unità dell’Esercito Popolare di Liberazione. Questa visione trovò la sua traduzione operativa nel Manifesto della Comune di Shanghai, inizialmente concepito da redattori come Xu Jingxian con il titolo ambizioso Dalla rivoluzione d’Ottobre alla rivoluzione di Gennaio, un’intestazione che intendeva rimarcare come la Cina stesse superando l’esperienza sovietica del 1917 risolvendo il problema della conservazione del potere contro le derive revisioniste. La nascita della Comune fu tutt’altro che lineare poiché il comitato preparatorio dovette affrontare una violenta frammentazione interna e l’ostilità di numerose fazioni escluse. Nel periodo immediatamente precedente la proclamazione ufficiale del 5 febbraio, centinaia di organizzazioni, incluse l’Armata delle Guardie Rosse composta da soldati smobilitati e vari gruppi accusati di economicismo per le loro rivendicazioni materiali, assediarono i centri di coordinamento e le sedi giornalistiche, come quella del Wenhui Daily, minacciando azioni di forza e pretendendo di essere inserite tra i membri fondatori. In questo clima di estrema tensione, che rischiava di sfociare in uno scontro fratricida, Zhang Chunqiao emerse come figura mediatrice, convincendo i rappresentanti delle 32 organizzazioni ribelli originarie a rinunciare alla menzione nel Manifesto in favore di una firma collettiva a nome del Comitato provvisorio, una soluzione politica che permise di presentare la Comune come l’organo supremo di potere di tutti i rivoluzionari di una metropoli di dieci milioni di abitanti. Il culmine simbolico e istituzionale di questo processo avvenne il 5 febbraio 1967 in una Piazza del Popolo gremita da oltre un milione di cittadini, dove, tra discorsi programmatici che inneggiavano all’abolizione del “privato” in favore del “pubblico” e il lancio di volantini celebrativi, venne dichiarata la morte del vecchio Comitato del Partito di Shanghai e della municipalità, sigillando la transizione con la Circolare n° 1 che avocava alla Comune ogni potere politico, finanziario e culturale. L’evento si concluse con un atto di iconoclastia politica di forte impatto visivo: le vecchie targhe governative vennero rimosse, spezzate, bruciate pubblicamente e sulle loro ceneri fu installata la nuova insegna della Comune popolare di Shanghai a caratteri rossi, a testimonianza di una volontà di rottura totale che, nelle parole dei suoi protagonisti, avrebbe dovuto inaugurare una nuova era nella storia internazionale della dittatura del proletariato e arricchire definitivamente il patrimonio del marxismo-leninismo.
L’esperienza della Comune di Shanghai fu un tentativo radicale di ristrutturazione del potere politico che, pur richiamandosi esplicitamente alla Comune di Parigi, cercò di declinare il superamento della burocrazia attraverso i precetti maoisti del periodo della Rivoluzione Culturale. Il nuovo sistema di potere non si fondava su un’autorità precostituita ma su un complesso meccanismo di delega negoziata tra le trentotto organizzazioni ribelli fondatrici, le quali, lungi dall’agire come un blocco monolitico, inviavano i propri rappresentanti a comporre un organo di gestione semplificato. Questa volontà di rottura con il passato si manifestò concretamente nella riduzione degli apparati: il vecchio apparato del Comitato Municipale del Partito fu smantellato in favore di una struttura snella composta da sole sette squadre e un ufficio, rinunciando persino alla terminologia tradizionale sostituendo il termine dipartimento con quello di squadra, un mutamento semantico che sottendeva l’intenzione di declassare la rigidità burocratica a favore di un’operatività più fluida. La direzione non era affidata a singoli individui dotati di potere assoluto, a eccezione delle figure carismatiche di Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan, ma a un comitato collettivo di diciannove membri scelti per rappresentare le diverse anime della rivolta, includendo militari, operai del Quartier Generale degli Operai, contadini, studenti e quadri del Partito che avevano aderito alla causa ribelle.
Il distanziamento dallo Stato non fu privo di contraddizioni interne e tensioni ideologiche, specialmente riguardo al principio delle elezioni generali, pilastro fondamentale del modello parigino del 1871. Nonostante le dichiarazioni di intenti la Comune di Shanghai non riuscì mai a implementare un sistema di voto universale a causa del caos politico e della ferma opposizione verso le fazioni considerate ostili o attendiste, preferendo invece un sistema di responsabili nominati che rendeva l’autorità della Comune fragile e soggetta ai continui rimpasti decisi dalle singole organizzazioni di base. Questa dinamica creava un paradosso istituzionale in cui i servitori del popolo erano costantemente monitorati e revocabili dalle proprie fazioni, impedendo di fatto la formazione di una visione amministrativa di lungo periodo e lasciando l’organismo privo di un’autorità riconosciuta di fronte alle istanze superiori del potere centrale. Correnti più radicali all’interno del movimento, come quelle che produssero l’Ordine generale dell’8 febbraio, spinsero l’attacco al sistema gerarchico fino a chiedere l’abolizione totale di ogni titolo professionale e direttore, sostenendo che la gerarchia stessa fosse un residuo della dittatura borghese e un ostacolo all’entusiasmo delle masse, arrivando a proporre l’uguaglianza salariale e l’abolizione delle distinzioni di rango amministrativo.
Questa spinta verso l’anarchismo e l’ultra-democrazia generò però una reazione difensiva da parte della leadership maoista e dei settori più moderati della popolazione, i quali vedevano nella distruzione totale dei quadri intermedi un rischio di paralisi sociale e produttiva. La critica ufficiale che ne seguì, supportata da citazioni di Mao e di Engels sulla necessità del centralismo e dell’autorità per la sopravvivenza stessa della rivoluzione, evidenziò come la maggior parte dei ribelli non mettesse in discussione l’esistenza del Partito in quanto tale ma piuttosto la condotta dei suoi vecchi dirigenti locali. Anche i documenti più radicali, pur rifiutando i capi ufficio, continuavano a fare riferimento alle future raccomandazioni del Comitato Centrale per la gestione dei salari, dimostrando che il cordone ombelicale con lo Stato-Partito non era mai stato realmente reciso. La Comune di Shanghai non riuscì a stabilizzarsi come modello alternativo duraturo poiché il suo tentativo di conciliare la democrazia diretta delle masse con la necessità di una direzione politica portò a un vuoto di potere che la leadership centrale decise di colmare trasformando la Comune nel Comitato Rivoluzionario, un organo basato sulla triplice unione che reinseriva ufficialmente i quadri del Partito e l’esercito nella gestione della città, ponendo fine all’esperimento del depauperamento statale a favore di un ritorno alla stabilità istituzionale.
3. La trasformazione della comune
La trasformazione della Comune di Shanghai e l’ascesa della triplice unione si collocano in un momento di profonda crisi tra l’idealismo della mobilitazione di massa e la necessità di stabilità dell’apparato statale cinese nel 1967. Sebbene Shanghai fosse il cuore pulsante della Tempesta di Gennaio, la sua Comune fu paradossalmente superata sul piano della legittimazione politica dall’Heilongjiang che il 31 gennaio istituì il Comitato Rivoluzionario dei Ribelli Rossi dell’Heilongjiang. Questo nuovo organo fu celebrato dal Quotidiano del Popolo il 2 e il 10 febbraio come il buon esempio da seguire poiché integrava i leader ribelli con i quadri del Partito e i vertici militari, una formula che Pechino preferiva all’estremismo di Shanghai. Nella metropoli il ritardo di dieci giorni nella proclamazione della Comune, slittata al 5 febbraio, fu causato dalle feroci lotte di fazione. Geng Jinzhang e il suo Secondo Corpo accusavano Zhang Chunqiao e il QGO di aver instaurato una dittatura settaria che escludeva la maggioranza della sinistra. Gli oppositori arrivarono a contestare la Comune con manifesti intitolati Domande sulla Comune di Shanghai, sottolineando come Zhang non controllasse nemmeno uffici chiave come la Sicurezza Pubblica. In risposta Zhang Chunqiao sostenne che l’assenza di quadri veterani non fosse una scelta deliberata ma la conseguenza dell’ostilità del vecchio CPS, il quale aveva attuato un boicottaggio sistematico non trasmettendo le direttive centrali ai funzionari.
Nel frattempo le forze anti-Comune spostarono il bersaglio della lotta dai veri “detentori del potere” ai piccoli quadri di quartiere, cittadini comuni e pensionati che gestivano i comitati di strada, una manovra denunciata dai maoisti come una linea borghese reazionaria volta a proteggere i veri responsabili del sistema. La situazione precipitò quando Pechino mantenne un silenzio assoluto sulla nascita della Comune di Shanghai, non inviando alcun telegramma di congratulazioni. Geng Jinzhang interpretò questo silenzio come un disconoscimento di Zhang Chunqiao, arrivando a pianificare, durante una riunione del 9 febbraio con 14 organizzazioni, un attacco armato ai quartier generali del QGO e minacciando uno sciopero generale. La tensione culminò tra l’11 e il 16 febbraio al Huai Ren Hall di Pechino, dove i massimi vertici militari e governativi scatenarono quella che sarebbe stata definita la Crisi di rabbia. Marescialli come Ye Jianying e vice-Primi ministri come Tan Zhenlin attaccarono frontalmente la Rivoluzione Culturale. Ye Jianying, in particolare, sollevò obiezioni strutturali sulla Comune di Shanghai vedendovi un pericolo mortale per il sistema di difesa nazionale e per l’esistenza stessa dell’esercito di mestiere, temendo che l’applicazione dei principi della Comune di Parigi portasse allo smantellamento dell’esercito.
Questa resistenza dei veterani, ribattezzata Contro-corrente di febbraio, fu duramente condannata da Mao il 18 febbraio, il quale minacciò di tornare alla guerra di guerriglia pur di non cedere ma l’effetto pratico fu una svolta repressiva su scala nazionale nota come Repressione di febbraio. L’esercito, anziché sostenere i ribelli, iniziò a perseguitarli. Dopo l’uccisione del giovane Han Tong a Huhehaote il 5 febbraio la repressione si estese ferocemente nel Sichuan, dove su ordine del generale Gan Weihan e con il beneplacito di Ye Jianying, furono arrestati decine di migliaia di ribelli in una singola notte (tra i 32.554 ufficiali e gli oltre 100.000 stimati da Zhou Enlai). Anche il fallito tentativo di portare Chen Pixian a Pechino per proteggerlo dall’odio delle masse di Shanghai esasperò gli animi, con Tan Zhenlin che accusò Zhang Chunqiao di voler sterminare ogni singolo quadro veterano del Partito. Questo clima di violenza e incertezza istituzionale sancì il declino definitivo dell’esperimento della Comune di Shanghai, dimostrando come il potere militare fosse ormai l’unico pilastro in grado di decidere le sorti della Rivoluzione.
Con la Contro-corrente di febbraio l’apparato militare e le autorità locali cercarono di arginare l’ascesa delle fazioni ribelli. La scala della detenzione fu tale che, con le carceri provinciali ormai sature, persino i luoghi di culto come i templi buddisti vennero riconvertiti in centri di prigionia, portando il numero complessivo dei ribelli incarcerati a una cifra stimata di almeno un milione di individui. In province come il Sichuan la repressione sfociò in esecuzioni sommarie: a Wanxian l’esercito massacrò oltre 170 persone, includendo tragicamente anche dei bambini, atti per i quali Zhou Enlai attribuì la responsabilità diretta al maresciallo Ye Jianying. L’episodio più cruento di questa fase si consumò però nel Qinghai il 23 febbraio, quando le truppe al comando di Zhao Yongfu cinsero d’assedio l’edificio del Qinghai Daily occupato dai ribelli. L’assalto provocò la morte di oltre 300 persone e il ferimento di migliaia, un evento che il maresciallo Ye celebrò con entusiasmo inviando telegrammi di congratulazioni e tentando di esportare tale metodo repressivo su scala nazionale. In questo clima di restaurazione dell’ordine grandi organizzazioni ribelli come il 18 agosto nel Qinghai o la Comune del 7 febbraio nel Henan furono dichiarate controrivoluzionarie e sciolte forzosamente, lasciando le poche enclavi ribelli superstiti come piccole oasi in un deserto politico.
Contemporaneamente Mao Zedong affrontava il dilemma ideologico della Comune di Shanghai, un modello di potere che rischiava di sfuggire al controllo centrale. Ricevendo Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan a Pechino tra il 12 e il 18 febbraio Mao espresse un giudizio ambivalente: pur sostenendo i ribelli di Shanghai contro i loro detrattori manifestò una profonda insoddisfazione per la forma politica adottata. Mao sosteneva che, poiché la Cina era già sotto la dittatura del proletariato da diciassette anni, non era necessario un abbattimento totale dello Stato ma solo una correzione parziale delle strutture infiltrate dalla borghesia, come i dipartimenti della propaganda e della cultura. Condannò duramente gli slogan anarchici che chiedevano l’abolizione di ogni gerarchia, definendo reazionaria l’idea di dubitare di tutto e sottolineando che una società industriale non può funzionare senza autorità e direzione. Per Mao la sostanza del potere di classe era infinitamente più importante della forma o del nome delle istituzioni, tanto da citare Engels per ribadire che l’assenza di capi avrebbe condotto inevitabilmente al caos.
Il leader cinese nutriva inoltre forti dubbi sulla maturità politica dei giovani e delle Guardie Rosse, notando come essi non fossero ancora realmente uniti agli operai e mancassero dell’esperienza necessaria per amministrare un centro economico vitale come Shanghai. Temeva che la paralisi produttiva e gli scioperi potessero fornire ai suoi avversari politici il pretesto per accusare la Rivoluzione Culturale di distruggere l’economia nazionale. Per questo motivo Mao insistette sul recupero dei vecchi quadri, sostenendo che si dovesse avere fiducia nel 95% dei funzionari e delle masse, colpendo solo i “pesci grossi” che seguivano la via capitalista. La soluzione proposta fu il passaggio dalla Comune al Comitato Rivoluzionario basato sulla triplice unione, un organo composto da rappresentanti delle masse ribelli, dell’esercito e dei vecchi quadri riabilitati. Questa formula, già applicata nello Shanxi con una ripartizione del 53% alle masse, 27% all’esercito e 20% ai quadri, garantiva la continuità del ruolo dirigente del Partito Comunista Cinese.
La decisione di abbandonare il modello della Comune di Parigi derivava dalla convinzione di Mao che un sistema basato su elezioni generali avrebbe potuto mettere il Partito in minoranza, facendogli perdere legittimità a favore di un autogoverno dei lavoratori che, a suo dire, rischiava di scivolare verso il corporativismo o la restaurazione capitalista. Mao riteneva che la Comune di Parigi fosse un’entità politica prematura, destinata alla sconfitta non solo per la sua magnanimità verso i nemici ma soprattutto per la mancanza di un nucleo dirigente solido e di un’alleanza con le masse rurali. Pertanto la trasformazione della Comune di Shanghai in Comitato Rivoluzionario fu una ritirata strategica prudente per placare l’opposizione dei vertici militari e assicurare che il Partito rimanesse l’unico perno del potere. Mao concluse che il nome del Paese poteva anche restare Repubblica Popolare Cinese, poiché ciò che contava era la classe che ne deteneva le redini, formalizzando così la fine dell’esperimento della comune elettiva a favore di una struttura più stabile e controllata.
La transizione dalla Comune di Shanghai al Comitato Rivoluzionario, avvenuta nel febbraio 1967, non rappresentò però un ripudio dei principi della Comune di Parigi, bensì una loro istituzionalizzazione tattica voluta da Mao Zedong per stabilizzare il movimento senza soffocarne lo spirito radicale. Sebbene il nome “Comune” fosse stato accantonato per evitare che una proliferazione prematura di tale modello in tutta la Cina portasse a un collasso amministrativo, la struttura del nuovo Comitato Rivoluzionario (CR) conservò l’essenza della rottura con il passato. Durante il cruciale incontro del 24 febbraio Zhang Chunqiao chiarì che il CR doveva fondarsi sulla triplice unione tra ribelli, quadri e militari ma con un peso preponderante della classe operaia: i dati indicano che i rappresentanti delle organizzazioni di massa detenevano il 50% dei seggi nel comitato, contro il 31% dei quadri e il 19% dei militari, garantendo così che circa 40.000 operai di Shanghai raggiungessero posizioni dirigenziali entro il 1973. Questo nuovo organo mantenne la validità di tutti i decreti della precedente Comune e adottò misure di radicale austerità ispirate direttamente a Marx, stabilendo per i leader operai salari minimi di 50-60 yuan mensili, equiparabili a quelli di un operaio comune, per recidere alla radice i privilegi della vecchia burocrazia. Parallelamente si assistette a un profondo smantellamento dell’apparato repressivo tradizionale (la polizia e i tribunali) in favore di un sistema in cui i conflitti venivano risolti da 200.000 comitati di mediazione popolare e i detenuti venivano spesso rieducati all’interno delle proprie unità produttive sotto la sorveglianza dei pari, portando a una riduzione dei costi statali e dei tassi di criminalità. Sul piano militare la creazione di una milizia operaia urbana, che arrivò a contare 3 milioni di membri dotati di equipaggiamenti pesanti come carri armati e artiglieria, concretizzò l’ideale della Comune di Parigi di sostituire l’esercito permanente con il popolo armato, fungendo da contrappeso politico alle forze regolari. Nonostante la successiva narrazione storica abbia spesso descritto questo periodo come un’epoca di declino, i dati dell’era Deng Xiaoping confermano che Shanghai registrò una crescita industriale e agricola media del 10% annuo tra il 1966 e il 1970, salendo al 41,9% nel quinquennio successivo pur trasferendo il 90% delle sue entrate al bilancio nazionale per sostenere lo sviluppo di regioni svantaggiate come il Tibet. Questa esperienza, conclusasi con il colpo di stato del 1976 e l’epurazione dei ribelli, dimostrò secondo la visione maoista che la natura di classe del potere era più determinante della denominazione formale dell’istituzione, lasciando dietro di sé un’eredità di partecipazione di massa che la storiografia ufficiale avrebbe poi cercato di cancellare.
4. Conclusioni
Definire la Comune di Shanghai e l’esperienza della Rivoluzione Culturale come una farsa costituisce una mistificazione storica prodotta dalle classi dominanti e dai vincitori della restaurazione capitalista post-maoista, ribaltando il senso dell’osservazione di Marx secondo cui la ripetizione farsesca riguarda le classi sfruttatrici e non la causa rivoluzionaria poiché ciò che appare come tragedia per una classe diventa farsa agli occhi della classe antagonista. Dopo il 1976 i restauratori termidoriani hanno descritto la presa del potere a Shanghai del gennaio 1967 e il funzionamento democratico della città come un aborto politico, trasformando i dirigenti ribelli in “nuovi borghesi” o mafiosi mentre a distanza di oltre cinquant’anni risulta evidente che la vera farsa è stata la continuità simbolica del socialismo e del comunismo sotto regimi che, mantenendo la bandiera rossa, hanno condotto una rivoluzione culturale borghese strisciante, eliminando ogni reale rappresentanza operaia e incarnando l’ipocrisia tipica della borghesia. Contro questa narrazione Jian Hongsheng afferma che la Comune di Shanghai e il suo successore legale, il Comitato Rivoluzionario di Shanghai, furono il prodotto della lotta eroica della classe operaia per riprendere il potere sottratto da una burocrazia che aveva imboccato la via capitalista, collocandosi nella continuità storica delle rivoluzioni proletarie, dalla Comune di Parigi alla rivoluzione bolscevica, pur essendo segnati, come ogni rivoluzione, da contraddizioni tra possibilità e limiti storici, necessità e contingenza, secondo la celebre formula marxiana per cui gli uomini fanno la propria storia in condizioni date ed ereditate dal passato. I maoisti vedevano alla vigilia della Rivoluzione Culturale una crisi profonda del processo rivoluzionario cinese, dovuta al controllo del partito e dello Stato da parte dei “seguaci della via capitalista” legati a Liu Shaoqi e Deng Xiaoping e ritenevano necessario un caos rivoluzionario per ricostruire la società, richiamandosi allo spirito della Comune di Parigi, la cui eredità era passata dalla Francia alla Russia e poi alla Cina, come dimostrano i tentativi comunardi del 1927 e la creazione delle comuni popolari agricole alla fine degli anni ‘50, difese dai maoisti contro i tentativi di smantellamento. Richiamare la Comune di Parigi a Shanghai significava ritrovare il suo spirito distruttivo dell’apparato statale esistente per costruire qualcosa di nuovo, in linea con l’idea di Marx secondo cui la classe operaia non può semplicemente impadronirsi della macchina statale borghese ma deve spezzarla, evitando però di rifugiarsi nel culto del passato e traendo la “poesia” della rivoluzione dall’avvenire, pur riconoscendo che dopo il 1871 Marx stesso indicò la Comune come una lezione storica duratura. A Shanghai nel 1967 non si adottò il suffragio universale poiché la maggioranza delle masse continuava a sostenere i comitati del partito e un’elezione generale avrebbe favorito il ritorno all’ordine pre-rivoluzionario ma si istituì invece una struttura di triplice unione tra ribelli, quadri rivoluzionari ed esercito, con oltre il 50% di rappresentanti ribelli, come forma concreta della dittatura del proletariato in quelle condizioni storiche. Jian Hongsheng discute poi le interpretazioni di Alain Badiou che invita a restituire visibilità politica al modello della Comune di Parigi e di Shanghai contro la sinistra parlamentare, ricordando che tra il 1966 e il 1972 il potenziale comunardo si riattivò culminando nella Comune di Shanghai e nelle celebrazioni del centenario del 1871 nel 1971 ma mostra anche come Badiou abbia progressivamente mutato giudizio, passando dall’idea che il Comitato Rivoluzionario incarnasse una prosecuzione avanzata della Comune a una critica che vede nella trasformazione della Comune in CR un compromesso impuro e infine un fallimento legato ai limiti del paradigma del partito-Stato e della rivoluzione stessa. Jian Hongsheng contesta questa lettura sostenendo che Badiou idealizza la Comune come rottura totale con il partito, ignorando che la maggioranza dei ribelli non voleva abolire né il partito né lo Stato, che la Comune includeva quadri del partito come Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan e numerosi quadri medi ribellatisi e che l’idea di “spingere fuori i comitati del partito” riguardava solo strutture locali civili e non il partito nel suo complesso mentre anche le masse conservatrici, pur difendendo i quadri, non proteggevano chi era responsabile di gravi crimini. Analogamente vengono criticate le letture di Slavoj Žižek che interpreta la Comune di Shanghai come un’esplosione utopica momentanea e la Rivoluzione Culturale come un paradosso tra dittatura e emancipazione poiché i fatti mostrano che solo una minoranza chiedeva l’abolizione di Stato e partito, che le posizioni operaie erano profondamente differenziate e che Mao non mirava a restaurare un potere personale, avendo più volte dimostrato la disponibilità a ritirarsi se ciò avesse giovato alla rivoluzione mentre l’intervento dell’esercito nel gennaio 1967 servì a sostenere le forze di sinistra contro i capitalisti. Jiang solleva quindi una serie di domande critiche alle tesi di Badiou e Žižek, interrogandosi sulla necessità di uno Stato proletario, sulla possibilità di un’emancipazione senza presa del potere statale e senza abolizione della proprietà privata, sulla funzione delle organizzazioni di tipo partitico e sull’impossibilità di eliminare esercito e Stato prima di una rivoluzione mondiale, suggerendo che la visione comunarda come alternativa immediata al partito-Stato sia teoricamente prematura. Viene quindi richiamata la critica di Raymond Lotta, secondo cui Badiou riduce la Rivoluzione Culturale a una breve fase “autentica” di rivolta anti-statale, ignorando le profonde divisioni di classe all’interno delle masse e del partito stesso, il quale era attraversato da due linee politiche antagoniste, e sottovalutando il fatto che una democrazia comunarda pura, priva di un potere statale e di un’avanguardia, non è in grado di affrontare le disuguaglianze, coordinare processi su larga scala né impedire la riemersione delle relazioni mercantili e quindi del capitalismo. Lotta conclude che nessuna forma istituzionale, nemmeno la Comune o il partito d’avanguardia, è di per sé immune dalla degenerazione borghese e che la fedeltà simbolica alla Comune di Shanghai non poteva impedire la restaurazione capitalista dopo la morte di Mao. La Comune di Shanghai non fu una copia speculare di quella parigina, non abolì l’esercito né pianificò elezioni generali immediate, le disposizioni della Dichiarazione in 16 punti riguardavano le organizzazioni di massa come complemento e non come sostituzione dello Stato e del partito e il cambiamento di nome in Comitato Rivoluzionario non segnò una rottura sostanziale poiché i delegati ribelli rimasero in carica, tutti gli atti della Comune restarono validi e l’ingresso di alcuni quadri del partito rimase subordinato al ruolo dirigente dei ribelli, sicché il Comitato Rivoluzionario rappresentò una continuazione storica della Comune di Shanghai sotto un’altra denominazione e non la sua negazione, confermando che si trattò di una rivoluzione reale e non di una farsa.
Jian Hongsheng sostiene che uno dei motivi centrali dei gravi arretramenti del socialismo in Cina dopo la morte di Mao risieda nello smantellamento progressivo delle organizzazioni di massa nate durante la Rivoluzione Culturale, concepita come una rivoluzione sociale volta a porre direttamente le masse al potere e a limitare l’eccessiva concentrazione di autorità negli apparati dello Stato e del partito, inclusi polizia, tribunali, procuratura, esercito e burocrazia che senza una vigilanza popolare potevano esercitare la dittatura del proletariato contro il popolo stesso. Per questo, durante la Rivoluzione Culturale, molte funzioni statali furono trasferite alle masse, come il passaggio di compiti di sicurezza alla milizia popolare, la risoluzione dei conflitti ai comitati di mediazione, l’abolizione di istituzioni come la procuratura, il ministero degli Interni e il Dipartimento centrale della propaganda e soprattutto la creazione di centinaia di migliaia di organizzazioni di base tra studenti, operai, contadini, funzionari subalterni e soldati, tanto che anche un singolo individuo poteva costituire una fazione, permettendo alle masse di esercitare diritti democratici reali e di controllare direttamente Stato e partito. Queste organizzazioni, relativamente indipendenti dal PCC, consentirono per la prima volta una supervisione diretta dei funzionari e una partecipazione attiva degli operai non solo alla produzione ma anche al funzionamento del potere politico, incarnando l’idea maoista secondo cui tutti dovevano esercitare temporaneamente funzioni di controllo per impedire la formazione di una burocrazia permanente, principio che trovò espressione istituzionale nei Comitati Rivoluzionari fondati sulla triplice unione i quali, in luoghi come Shanghai e lo Shanxi, occupavano circa il 50% delle posizioni di governo. Mao considerava questa forte presenza delle masse la migliore garanzia contro la degenerazione burocratica, ritenendo tuttavia la triplice unione una soluzione transitoria poiché l’esercito avrebbe dovuto ritirarsi una volta stabilizzato il nuovo potere, cosa che avvenne dopo il caso Lin Biao nel 1971, mentre i vecchi quadri sarebbero stati progressivamente sostituiti da dirigenti più giovani provenienti dalla base, riducendo gradualmente il ruolo del partito man mano che cresceva la coscienza di classe dei rappresentanti delle masse. Jian Hongsheng ipotizza che un sistema socialista vitale avrebbe dovuto fondarsi su un’alleanza dinamica e dialettica tra partito e organizzazioni di massa permanenti, autorizzate purché favorevoli al socialismo e al comunismo, dotate di leader eletti democraticamente, del diritto di sciopero e dei Quattro Grandi Diritti, capaci di inviare delegati agli organi di potere, di vigilare e criticare il partito senza sostituirlo, di non essere sciolte arbitrariamente e persino di costituire milizie armate, legittimate a difendere il socialismo o a ribellarsi se il partito fosse caduto in mani revisioniste, coerentemente con l’idea maoista che “ribellarsi ai reazionari è giusto”. Tuttavia uno degli insegnamenti principali della Rivoluzione Culturale è che quasi tutte le organizzazioni di massa furono dissolte dopo l’istituzione dei Comitati Rivoluzionari, in un processo reso opaco dalla distruzione degli archivi post-maoista ma ricostruibile attraverso la Campagna per ammainare le bandiere, avviata dopo la Tempesta di gennaio del 1967, nonostante Mao avesse inizialmente insistito sul formare grandi alleanze senza sciogliere le organizzazioni, come ribadì anche Zhou Enlai l’8 novembre 1967, mentre i comitati militari locali spinsero sistematicamente verso la dissoluzione, giustificandola poi, dal 1968, con la necessità di porre fine ai sanguinosi conflitti armati tra fazioni. Nonostante la resistenza delle organizzazioni ribelli, soprattutto dove erano più deboli delle forze conservatrici, entro la fine del 1968 la maggior parte di esse era stata smantellata e il 28 agosto 1969, in seguito agli scontri di frontiera con l’URSS, il Comitato centrale del PCC ordinò lo scioglimento totale di tutte le organizzazioni di massa e dichiarò illegale la creazione di nuove, privando così i rappresentanti ribelli nei Comitati Rivoluzionari del loro principale sostegno, consentendo al partito e all’esercito di espellerli o relegarli a ruoli marginali. Di conseguenza, durante campagne successive come quella contro Lin Biao e Confucio del 1974 o la controffensiva contro il vento di destra del 1975-1976, la sinistra ribelle non fu più in grado di mobilitare le masse come nel 1966-1967 e nel colpo di Stato del 1976 risultò incapace di organizzare una resistenza efficace. Dopo la Rivoluzione Culturale Deng Xiaoping decretò la fine dei movimenti di massa, giudicando negativamente tutte le organizzazioni, e dopo il 1992 promosse licenziamenti di milioni di operai protagonisti della Rivoluzione Culturale, dimostrando retroattivamente il costo storico dell’abbandono delle organizzazioni di massa. Secondo la sintesi proposta da Fred Engst nel quarantesimo anniversario della Rivoluzione Culturale, le cause della loro dissoluzione vanno ricercate nell’ostilità diffusa dei quadri del partito, nell’immaturità politica delle masse e nel settarismo interno che rese il movimento ingestibile, oltre che nel ripiegamento forzato di Mao verso una direzione più centralizzata di fronte al rischio di guerra civile, il che porta a concludere che nessuna forma istituzionale, dalla Comune di Parigi ai soviet fino ai Comitati Rivoluzionari, garantisce di per sé l’avanzata verso socialismo e comunismo e che, in una lunga fase di transizione segnata dalla lotta di classe e dalle pressioni interne ed esterne, l’unica via resta “mettere la politica al posto di comando”, mantenendo partito, esercito e Stato ma combattendo costantemente egoismo e revisionismo, come affermava Mao.
