L’inchiesta metropolitana: come ridefinire l’inchiesta operaia nel capitalismo postfordista

Introduzione

L’inchiesta metropolitana. Saggi tra politica e sociologia è una raccolta di saggi, alcuni inediti, di Antonio Negri scritti tra la metà degli anni ’90 e i primi anni Duemila tra Roma e Parigi. Quasi tutti i saggi del libro si concentrano sull’analisi della metropoli, ormai diventato il principale spazio in cui si dispiega la produzione postofordista e dove emergono nuove figure del lavoro e nuovo antagonismo sociale. I lavori presenti nel volume spaziano da inchieste realizzate con il metodo operaista della conricerca a serrati confronti con la sociologia accademica. Il metodo non è ripreso tal quale dai Quaderni Rossi degli anni ’60 ma viene ricreato per poterlo applicare nella nuova fase del capitalismo. Sullo sfondo c’è la scrittura del libro Impero come chiave interpretativa dei processi di globalizzazione e in cui riprende vigore la lotta di classe. La metropoli diventa lo spazio d’inchiesta privilegiato perché dentro il suo territorio saltano i confini tra produzione, riproduzione, circolazione, tempo di vita e tempo di lavoro. Sono tutte conseguenze del collasso della grande fabbrica fordista che incide anche sulla forza lavoro, come dimostrano le analisi del lavoro precario che puntano ad andare oltre i suoi problemi e le sue mancanze per capire come riesce a resistere, cooperare e autovalorizzarsi.

“La lente operaista consentiva di vedere la stessa flessibilità come segnata da una genealogia ambivalente: il lavoro flessibile, discontinuo e polivalente, era la forma a cui il capitale era stato costretto a partire dal ciclo di lotte iniziato negli anni Sessanta. La precarietà ne rappresentava il suo rovescio: un insieme di determinazioni per così dire negative, che inchiodavano la cooperazione sociale a una situazione di paralisi e di ricatto costante, che sospendevano le possibilità di autodeterminazione e di progetto ma che, al contempo, non smettevano di essere la cifra, in positivo, di un’istanza di emancipazione nata a partire dal rifiuto operaio del lavoro, della rottura del tempo vuoto e omogeno della grande fabbrica”1.

Il metodo nell’inchiesta metropolitana

Sul metodo dell’inchiesta metropolitana è un documento a lungo inedito e circolato di mano in mano tra i militanti che hanno frequentato Negri nel suo periodo romano. Si tratta della descrizione di un metodo con cui si tenta di analizzare quella che chiama “la realtà principale dell’insieme del proletariato”, ovvero il precariato sviluppatosi nelle metropoli che reputa già egemone nella definizione del rapporto salariale, in espansione e già maggioritario nel mercato globale. Il metodo per fare inchiesta può essere ritrovano nei Quaderni Rossi degli anni ’60 dove venne sviluppato per analizzare la fabbrica fordista e il lavoro di questa fase del capitalismo.

“L’inchiesta dell’operaismo partiva dal posto di lavoro, ricostruiva la cooperazione lavorativa stretta (la linea, il reparto, la fabbrica), seguiva la cooperazione industriale allargata (per esempio, quella dell’industria dell’auto o di quella siderurgica; a volte, la commercializzazione) e quindi, da questo punto di vista, il modo di vivere e di comunicare nei quartieri, attraverso i territori: l’inchiesta della contiguità, della causalità. In quella prospettiva la società produttiva d’oggi è un caos”2.

Cambiando l’oggetto di studio deve cambiare anche il metodo. Non solo Negri analizza i limiti del lavoro svolto negli anni ’60 ma svolge una critica molto acuta nei confronti della sociologia accademica, i cui metodi sono costruiti sulla forma moderna della società capitalista e sono inservibili per indagare la precarietà. Allora cosa bisogna fare? Per Negri fare inchiesta equivale alla costruzione di un missile per portare in orbita i ricercatori. La prima cosa da fare è definire lo scopo della missione. L’obiettivo dell’inchiesta non è sapere quanto è diffusa la precarietà o come si è sviluppata perché “in questa forma l’inchiesta non comincia nemmeno. Infatti l’inchiesta comincia solo quando si è dentro questa situazione e, possedendola, ci si chiede come, a partire da questo caos, la moltitudine si disponga in figure produttive (di ricchezza) e riproduttiva (di vita). Produrre e riprodurre non è mai qualcosa che possa avvenire passivamente: il capitale, quando produce, fa produrre, ovvero rende attiva della forza lavoro che per questa ragione chiamiamo lavoro vivo. Quando la forza lavoro si riproduce (cioè si rigenera, singolarmente e collettivamente), mette al lavoro direttamente lavoro vivo, energia vitale e gioia di vivere. Soprattutto, quanto più il capitalismo si sviluppa, quanto più le tecnologie divengono universalmente riappropriate della forza lavoro, quest’ultima consuma nella produzione e nella riproduzione della conoscenza e nella capacità di cooperazione”3.

A contraddistinguere il lavoratore precario è la sua indipendenza che corrisponde alla sua potenza ma quando si esprime individualmente non può che replicare la propria precarietà. Negri si domanda come si possa esprimere questa potenza collettivamente. L’inchiesta mira propria all’organizzazione della forza lavoro precaria cooperativamente e come un controvalore antagonista.

Nella prima fase dell’inchiesta il ricercatore si deve muovere nel quartiere o nell’area industriale scelta con l’obiettivo di addentrarsi nella situazione da studiare, per esempio facendo un po’ di etnografia e costruendo una carta del territorio per identificare il precariato, sia nei luoghi di lavoro che fuori da essi. Secondariamente bisogna scegliere un elemento del precariato da studiare nella sua espansione rizomatica sul territorio.

“Se per esempio state studiando una fabbrica tessile nella moda, il rapporto all’indotto (verso il basso) o verso le scuole di design (verso l’alto) è funzionalmente indicabile come terreno necessario di ricerca, Se state studiando una fabbrica di libri, e/o giornali, riviste, cercate subito i complici nella produzione di precariato nelle università, nelle reti pubblicitarie, nelle agenzie fotografiche, nelle reti dei disperati informatici ecc. L’oggetto produttivo vi condurrà a scoprire la soggettività multipla che regge questa produzione nel suo rizoma”4.

La terza fase coincide con l’individuazione del bacino territoriale del lavoro precario che ricollega la prima e la seconda tappa del lavoro d’inchiesta. Questo collegamento non sempre riesce ma anche nel fallimento si possono trovare nuove informazioni da utilizzare nei successivi lavori. In questo modo ci si avvicina ad una definizione del territorio come rete di lavoratori precari e a questo punto si è dentro la specificazione dell’analisi.

La precarizzazione del lavoro è un fenomeno di lungo periodo di questa fase del capitalismo e la sua organizzazione produttiva viene modificata per garantire la massima produttività del sistema. I due fenomeni fondamentali legati a questa tendenza sono la dematerializzazione dei processi produttivi e la maggiore qualificazione cooperativa degli stessi. Inoltre, l’inchiesta dovrebbe adeguarsi alla trasformazione sostanziale della categorie del capitalismo indagando le filiere di estrazione del plusvalore sociale, le filiere di comando e le forme della cooperazione. A questo punto avviene il confronto tra analisi orizzontale del territorio e verticale dello sfruttamento che sono due diverse filigrane della stessa figura.

“Chiedendoci che cosa volevamo dall’inchiesta, più o meno ce lo siamo detti: comprendere come la moltitudine si disponga in figure produttive (di ricchezza) e riproduttive (di vita) in maniera comune. Ora si può aggiungere: “andare più avanti” significa comprendere come la moltitudine possa decidere di riappropriarsi delle figure produttive e riproduttive delle quali è il soggetto collettivo. Insomma, non solo comprendere le articolazioni del soggetto collettivo, ma anche sviluppare praticamente un programma di sovversione e di riappropriazione. Elaborare l’esodo della moltitudine dopo aver fissato un controvalore comune della produzione: questo sembra significare l'”andare avanti” nell’inchiesta”5.

Il lavoro sommerso

Molto interessante è anche lo scritto Appunti sul lavoro sommerso, uno schema di studio che Negri ha realizzato per il Censis. Viene pubblicato integralmente per la prima volta in questo libro. L’autore intende dare una definizione del lavoro sommerso nel postfordismo analizzando le interazioni antagoniste e funzionali. Il postofordismo possiede elementi esogeni, come la nuova organizzazione del lavoro, ed endogeni, come la messa a lavoro di nuove figure soggettive e cooperative della forza lavoro. Arriva a queste conclusioni studiando casi specifici come il lavoro sommerso e/o immateriale nella produzione cinematografica di Hollywood o nel settore moda nell’Île-de-France.

“In ciascuno dei casi osservati, infatti, l’elemento centrale della modificazione produttiva consiste nella nuova forma in cui la produzione si incastra nel tessuto sociale, prende atto e mette al lavoro le nuove forze produttive (sia che queste siano mobilizzate attraverso la mobilità internazionale della forza lavoro, sia che si offrano all’uso produttivo a partire dalla nuova qualità della loro formazione e della loro propensione al lavoro profondamente modificatesi negli anni Sessante). L’attitudine alla riappropriazione dei mezzi di produzione da parte delle forze produttive (della forza lavoro nella fattispecie) è propria soprattutto della forza lavoro immateriale e/o intellettuale. La capacità di produrre immediatamente cooperazione emerge, d’altra parte, sia dalla forza lavoro intellettuale che da quella immigrata. Si creano così, in tutti gli ideal-tipi presi in considerazione, circuiti autonomi di forza lavoro”6.

Queste analisi nascono anche dallo studio delle modalità di disciplinamento che sono estranee all’epoca fordista. Negri afferma che l’innalzamento della produttività segue l’affermazione dell’autonomia dei lavoratori. Questo permette di collegare l’economia sommersa e i settori formali dell’economia attraverso dei paradossi ripresi da Portes e usando le analisi sul tema sviluppate nel Terzo mondo.

Il primo paradosso afferma che più i rapporti sociali sono assorbiti nella funzione produttiva, più perde centralità quella industriale che viene presa dalle infrastrutture e dal sistema sociale nel suo complesso. Di conseguenza il sommerso in questo paradosso assume una dimensione piuttosto larga perché deriva la produttività dal rapporto sociale interattivo. L’economia sommersa assume una funzione economica centrale e dissipativa rispetto alla rigidità del welfare state e alcuni servizi sono dissipati nel sociale assumendo una natura produttiva e conformandosi come una resistenza al collasso dello stato sociale.

Il secondo paradosso è l’incastro tra formale e informale che rende più produttivo il formale perché assorbe l’informale. Può avere tre declinazione, per esempio dimostra la grande produttività dell’esternalità e il suo ruolo centrale nella formazione del valore.

“La seconda declinazione può esser detta paradosso dei reseaux. Diffondendosi e sviluppandosi sempre più attraverso reseaux sociali la produzione sembra affondare nel sociale, trattenuta nella tensione del valore ormai solo dalle vibrazioni elettroniche dei circuiti informatici. Il reseau sembra far scomparire la produzione e, comunque, deontologizza l’impresa (formale) nel momento stesso in cui riproduce e integra circuiti di produzione. Per dirlo meglio, attraverso il reseau l’accumulazione non subisce una crisi di sviluppo (anche se i reseaux sono invisibili all’impresa), ma si costituisce in una nuova forma”7.

La terza declinazione è la produttività della cooperazione produttiva autonoma che taglia fuori il padrone.

Il terzo paradosso afferma che più aumenta il controllo statale e meno l’economia sommersa può essere quantificata ed estirpata. Alcuni paradossi sono in via di accentuazione, come l’utilizzo delle nuove tecnologie per mettere a lavoro la comunicazione della forza lavoro o per utilizzarla come mezzi di produzione, si dischiude all’orizzonte la possibilità di una loro riappropriazione. Questo processo coinvolge anche il lavoro sommerso con forti capacità produttive e che sviluppa energie di lavoro comunitarie e intellettuali intrecciandosi con il lavoro immateriale. In questo contesto la fabbrica si spoglia di capitale fisso e variabile. Infine il lavoro immateriale e sommerso hanno un potente punto in comune nella loro diversità, sono inafferrabili per il controllo statale.

Queste riflessioni portano con sé alcune importanti conseguenze. Per esempio si assiste al recupero delle esternalità nelle imprese. Ancora più importante è il rapporto tra formale e informale che nasce a partire dall’intreccio di segmenti diversi della produttività sociale. Su questo elemento si fonda una nuova imprenditorialità che “assembla componenti diverse della produttività sociale su un terreno produttivo nel quale le forze produttive vivono una relativa autonomia”8.

Terreni di mezzo

Il saggio Terreni di mezzo è apparso nella rivista militante Posse, uno dei tanti prodotti a cui ha contributo Negri nel suo periodo romano quando stava elaborando il metodo dell’inchiesta metropolitana. Si tratta di un’altra indagine sul capitalismo postfordista che parte dalle scelte di due imprese attive nel mondo dell’elettronica come Alcatel e Philips che decisero di mettere in vendita le loro fabbriche per convertirsi ad “imprese virtuali”. Questo mutamento non cancella lo sfruttamento dietro la produzione dei loro prodotti ma per Negri significa semplicemente che management e azionisti non si occuperanno più direttamente del “lavoro sporco”. Il capitale finanziario è riuscito a spostare su altri segmenti subordinati il costo e il rischio della gestione dei lavoratori. L’impresa postfordista non gode solo dei vantaggi della delocalizzazione, a cui ovviamente queste trasformazioni sono legate perché la materialità e lo sfruttamento dietro la produzione di un telefono o di un elettrodomestico non scompare ma semplicemente si sposta dove il lavoro costa meno ed è meno tutelato, ma gode anche della captazione della nuova produttività sociale che nasce dentro la metropoli. Questo spazio è composto da una combinazione di vecchi luoghi produttivi trasformati o in via di trasformazione, nuovi luoghi produttivi e nuove attività senza luogo. L’impresa recupera il valora dalla società come un mulino a vento. Le sue pale sono mosse, nel nostro caso, dalla forza della produzione sociale.

“La produzione sociale è […] un verso flusso di valore. Se la guardiamo fluire nell’alveare metropolitano dal quale è partita la nostra lettura critica della captazione imprenditoriale del valore sociale, vedremo accumularsi diverse forme di estrazione del valore sociale, vedremo accumularsi diverse forme di estrazione del valore dallo sfruttamento dei lavoratori e, contemporaneamente, vedremo istituirsi nuove forme di sfruttamento, quasi una nuova accumulazione primitiva, nell’informatica e nell’applicazione delle sue virtù al mondo del lavoro. L’impresa, meglio, l’insieme delle imprese, distende così il suo comando sul pullulare di attività che nella nuova accumulazione informatica producono valore: gente che si autosfrutta pensando (giustamente) di creare, gente che associa lavoratori e attività pensando (giustamente) di rendersi libera producendo comunità , gente che scopre nei tempo della vita e nell’attenzione a ciascun momento della comunicazione sociale nuove potenze produttive… e mille altre esperienze! Capitale umano e capitale relazione chiamano tutto ciò gli imprenditori: è davvero il rovesciamento della realtà! Perché si tratta di lavoro umano e di lavoro relazionale: lavoro e non capitale. Poi l’impresa lo afferra, lo stringe nella sua logica, sussume lavoro e sfruttamento e li chiama capitale. Il comando politico e giuridico diviene qui esclusivo. Si sostituiscono alla realtà sociale, ai suoi conflitti e alla forza produttiva che ne sgorga”9.

In questo modo viene meno la storica giustificazione capitalista dello sfruttamento, ovvero l’anticipazione dei mezzi di produzione. Lo sfruttamento è puro arbitrio, puro furto che si realizza attraverso le strutture d’impresa.

Considerazioni sullo sciopero del 1995 in Francia

Nel libro sono presenti alcuni saggi che si concentrano sugli scioperi francesi del 1995 e sulla loro importanza per ridefinire una nuova idea di pubblico. Alcuni di essi sono stati pubblicati in francese sulla rivista Futur Antérieur e sono per la prima volta resi disponibili in italiano. Lo spazio di analisi è sempre la metropoli che viene indagata utilizzando i lavori di altri autori che hanno studiato con attenzione il tema, in particolare Saskia Sassen. Le sue riflessioni sono utilizzate per studiare la metropoli a partire da uno dei suoi simboli: i grattacieli. Queste strutture possono essere suddivise in una parte alta che collega con il resto del mondo le classi dominanti e una parte bassa, dove permane lo sfruttamento e possiamo trovare le nuove funzioni della ricomposizione metropolitana. Serve concentrare l’attenzione su questo aspetto per poter riannodare i fili delle lotte metropolitane ed è ciò che viene fatto per studiare le lotte parigine del 1995-1996 contro la privatizzazione dei trasporti pubblici che per Negri sono state precedute e aperte dalle lotte di altre figure sociali che lottano nella metropoli, ovvero gli immigrati sans papiers. “Vale a dire che il massimo della complessità metropolitana apre vie di fuga a tutta la povertà urbana: è qui che la metropoli, pur quella imperiale, si risveglia all’antagonismo”10.

Il dicembre del 1995 segna la prima rivolta in Francia contro il neoliberismo ed è associato all’inizio della fine della controrivoluzione del XX secolo. Scoppiano per una presa di coscienza collettiva dell’insopportabilità dei processi di mondializzazione e della costruzione europea. La lotta assume un senso universale nel contesto dello scontro con l’insieme delle regole che disciplinano e controllano la forza lavoro, un contesto che è biopolitico. Il soggetto che la egemonizza è il lavoratore dei servizi pubblici la cui forza deriva dalla trasformazione dei grandi servizi pubblici nella produzione nel capitalismo maturo. Essi non sono più un momento della circolazione delle merci o della riproduzione delle ricchezze ma il contenitore strutturale della produzione.

“Ce l’hanno ripetuto mille volte che la produzione era divenuta circolazione, che si doveva lavorare just-in-time, che il lavoratore doveva divenire un anello della catena sociale. Bene, gli scioperanti dei servizi pubblici hanno mostrato come, toccando l’anello della circolazione, si toccava l’intera catena produttiva; come, agendo sul contenitore, tutto il contenuto doveva reagire. E poiché non parliamo solo di strutture della produzione ma delle forze soggettive che si stagliano in esse, appare chiaro perché la lotta dei lavoratori dei servizi pubblici abbia, dall’inizio, ‘rappresentato’ l’insieme dei lavoratori e perché, sul luogo strategico che essi occupano, la loro lotta abbia immediatamente investito la globalità del sistema produttivo e le sue nuove dimensioni sociali e politiche”11.

Durante questa lotta i padroni e i loro media provarono a mettere in contrasto gli usagers, cioè gli utenti coproduttori del servizio secondo il neoliberismo, e i lavoratori. Abbiamo molta esperienza in tal senso nel nostro paese, basti ricordare le motivazioni addotte dal ministro Salvini per giustificare la precettazione dei lavoratori dei trasporti durante gli ultimi scioperi proclamati dalla categoria. Tuttavia gli utenti francesi non cascarono in questa trappola perché avevano riconosciuto un loro interesse nella lotta per un servizio pubblico, ribadendo l’essenza pubblica dei trasporti. Questa presa di coscienza non cancella le contraddizioni e i confronti che sono però declinati sempre dentro una dimensione pubblica. In questo modo emerge un nuovo tipo di sciopero che si allarga alla vita sociale attraverso marce, code, autostop che sono dei veri e propri episodi di lotta. Negri chiama tutto ciò sciopero metropolitano e al suo interno troviamo una nuova idea di pubblico inteso come riappropriazione dell’amministrazione dei servizi. Non si tratta della difesa di un’attività tutelata dalla Stato per la riproduzione capitalistica e l’accumulazione privata ma qualcosa di nuovo che Negri chiama comune. Questo nuovo concetto di pubblico è un’organizzazione della produzione basata sull’interattività grazie alla quale si sviluppano ricchezza, democrazia e riappropriazione dell’amministrazione da parte dei produttori. In altre parole, viene prefigurato l’obiettivo di costruire ricchezza fuori e contro il capitale, cioè il comunismo.

  1. Antonio Negri, L’inchiesta metropolitana. Scritti tra politica e sociologia, Manifestolibri, Roma 2024, p.12 ↩︎
  2. Ivi, pp.46-47 ↩︎
  3. Ivi, pp.53-54 ↩︎
  4. Ivi, p.57 ↩︎
  5. Ivi, p.60 ↩︎
  6. Ivi, pp.75-76 ↩︎
  7. Ivi, p.83 ↩︎
  8. Ivi, p.94 ↩︎
  9. Ivi, pp.129-130 ↩︎
  10. Ivi, p.146 ↩︎
  11. Ivi, p.157 ↩︎

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