Ci sono pochi libri in grado di trasformare in maniera radicale l’immagine che abbiamo di un dato fenomeno. Il libro di Hein De Haas Migrazioni. La verità oltre le ideologie. Dati alla mano (Einaudi, 2024) è sicuramente uno di questi.
Immagina di vivere in un mondo dove tutti, ma proprio tutti (politici, giornalisti, economisti e cittadini comuni) concordano su un fatto: le migrazioni sono fuori controllo. Siamo invasi da un’ondata senza precedenti, una crisi epocale che minaccia le fondamenta della nostra civiltà.
Ora immagina di scoprire che è tutto falso. Non parzialmente falso. Non “un po’ esagerato”. Proprio strutturalmente, radicalmente falso. Come scoprire che la Terra non è piatta, ma sferica. E poi immagina di scoprire che tutti quelli che te l’hanno raccontata piatta avevano precisi interessi a farlo.
Hein de Haas, uno dei massimi esperti mondiali di migrazioni, ha passato più di vent’anni a fare ricerche empiriche, a viaggiare fra i confini, a intervistare migranti. E la sua conclusione è devastante nella sua semplicità: quasi tutto quello che crediamo di sapere sulle migrazioni è una montagna di bugie reciprocamente rinforzate. E ce lo dimostra sciorinando dati e mettendone a nudo i motivi nel suo libro, passando attraverso 22 miti.
Prima di affrontare alcuni dei miti di cui De Haas si occupa, vediamo qualche dato e qualche meccanica socio-economica fondamentale del fenomeno migratorio. Questo ci permetterà di affrontare i miti con più consapevolezza.
Perché percepiamo di essere invasi?
Partiamo dal dato più dirompente, quello che smonta l’intera narrativa dominante: no, le migrazioni non sono ai massimi storici. Nel 1960 i migranti internazionali erano 93 milioni. Nel 2017 erano 247 milioni. Una crescita impressionante, vero? Peccato che nello stesso periodo la popolazione mondiale sia passata da 3 a 7,6 miliardi. La percentuale di migranti sulla popolazione totale per periodo quindi è circa il 3%, stabile da settant’anni. Detta in un altro modo: il 97% dell’umanità vive nel proprio paese di nascita. Nonostante le disuguaglianze mostruose, nonostante la globalizzazione, nonostante tutto. La stragrande maggioranza delle persone preferisce rimanere a casa propria.
Ma allora perché percepiamo di essere invasi? Semplice: è cambiata la direzione dei flussi, non la loro intensità. L’Europa occidentale, che per secoli è stata la principale esportatrice mondiale di emigranti e coloni, è diventata meta privilegiata per i migranti del resto del mondo. È questo rovesciamento geografico (più che i numeri in sé) a generare la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di inedito.
Il punto chiave, però, è un altro: noi occidentali veniamo da un passato molto più migratorio (e molto più razzista) di quanto ci piaccia ricordare. Le cose che vengono dette oggi sugli immigrati subsahariani o musulmani sono praticamente uguali a quelle che venivano dette a italiani, irlandesi, polacchi, ebrei, cattolici: tutti, a loro tempo, sono stati considerati “inassimilabili”, un pericolo per i lavoratori indigeni, portatori di criminalità e degrado. Il confine tra “loro” e “noi” si sposta di continuo. E ogni generazione dimentica con sospetta rapidità i suoi vecchi “nemici“ per concentrarsi su quelli nuovi.
Perché gli immigrati vengono qui?
Eccoci al segreto di Pulcinella dell’economia occidentale, quello che tutti sanno ma nessuno vuole ammettere ad alta voce: l’immigrazione non è una forza esterna che ci minaccia. È un processo deliberatamente voluto e incentivato dai nostri capitalisti domestici. Questo avviene in alcuni settori in particolare: agricoltura, turismo, ristorazione, edilizia, cura e consegne a domicilio per esempio. E non a caso si tratta di settori ad alta intensità di lavoro e che necessitano di una forza-lavoro poco formata.
I dati sono cristallini: l’immigrazione segue la domanda di forza-lavoro del paese ospitante. Quando l’economia cresce e ci sono carenze di lavoratori, l’immigrazione aumenta (con un ritardo di 6-12 mesi, il tempo necessario perché le agenzie reclutino e i migranti arrivino). Quando l’economia rallenta, l’immigrazione cala. È quasi matematico.
La combinazione nelle nostre società tra invecchiamento della popolazione, aumento dei tassi di istruzione ed emancipazione femminile ha creato una domanda strutturale, inarrestabile, di forza-lavoro migrante. Le nuove generazioni domestiche invece, più istruite, semplicemente non vogliono più fare certi lavori. E non è questione di pigrizia, ma di matching: dopo costosi anni spesi sui libri dell’università, non credo che il sogno di qualcuno sia raccogliere pomodori per 12 ore al giorno sotto il sole.
Ed è qui che viene a galla la grande ipocrisia delle società occidentali: i politici giurano di “combattere l’immigrazione illegale” mentre chiudono sistematicamente un occhio sull’impiego di lavoratori senza documenti. Le ispezioni sul lavoro nero? Ridicole. Le sanzioni ai capitalisti? Simboliche. Il risultato? Un sistema disfunzionale dove esiste un enorme divario tra la domanda di forza-lavoro e i canali legali disponibili. Divario che viene colmato dall’immigrazione irregolare.
A mio avviso, si tratta di un’ipocrisia funzionale, facilmente spiegabile da posizione marxista: i politici non vogliono realmente mettere un freno all’immigrazione irregolare. Dopo anni di fallimenti, è giusto presumere che sanno benissimo che le loro politiche restrittive non sono efficaci. Il loro obiettivo è quello di giocare sullo status giuridico dei migranti per fare in modo che davanti alle imprese domestiche questi possano essere supersfruttati: niente contratti, poche tutele, salari bassi, lunghezza e intensità della giornata lavorativa molto al di sopra dei livelli medi ecc.
Un caso emblematico di quanto alcuni settori dipendano dall’immigrazione è il Regno Unito. Per accontentare l’elettorato e porre un freno all’immigrazione, il governo conservatore abolì il Seasonal Agricolture Workers Scheme nel 2013. L’obiettivo era quello di orientare i disoccupati inglesi verso il settore agricolo, un settore che dipendeva per 9/10 da lavoratori immigrati dell’UE (in particolare dall’Est Europa). La politica fu un fallimento totale e venne criticata anche dalle associazioni padronali, che la bollarono come ridicola. Ma gli inglesi, con il loro tipico senso d’humor, hanno provato a rilanciare una politica simile durante il lockdown. La campagna “Pick for Britain” puntava sul patriottismo degli inglesi per convincerli a raccogliere e confezionare frutta e verdura nell’interesse della Nazione. Contro il patriottismo hanno però avuto la meglio le dure leggi socio-economiche, e il Regno Unito è stato costretto a far arrivare i braccianti dall’Europa Orientale.
Il Paradosso dei Controlli: più muri = più migranti
Nel discorso pubblico, c’è una posizione la cui logica sembra inattaccabile: se alziamo i costi della migrazione (visti, muri, pattugliamenti), meno persone potranno permettersi di migrare, quindi ci saranno meno arrivi. Tutto giusto? Invece no, è clamorosamente sbagliato.
Ciò che accade nella realtà è un capolavoro di conseguenze non intenzionali. Quando chiudi le frontiere precedentemente aperte:
- Non fermi i flussi, li devii. Si crea una sorta di effetto “materasso ad acqua”: premi da una parte, si gonfia dall’altra. Gli USA militarizzano il confine a San Diego? I migranti attraversano nel deserto dell’Arizona. L’Italia fa accordi con la Libia? I migranti partono dalla Tunisia. E così via, all’infinito, in un gioco del gatto col topo che costa miliardi e produce solo cadaveri.
- Interrompi la circolarità e spingi al ricongiungimento familiare. Quando le frontiere sono aperte, i migranti vanno e vengono: lavorano qualche anno, tornano a casa, magari ripartono. È una porta girevole. Ma quando chiudi quella porta, i migranti hanno paura di uscire, perché sanno che rientrare sarà difficilissimo. Il risultato paradossale è che più rendi difficile entrare, più incentivi le persone a restare per sempre. Non solo: il ritorno più rischioso fa in modo che il migrante si porti moglie e figli.
- Crei il business dei trafficanti. De Haas lo mostra con un esempio. Prima che Spagna e Italia introducessero i visti per i nordafricani nel 1991, i marocchini prendevano il traghetto, andavano a lavorare in Europa per qualche mese, tornavano a casa. Dopo il 1991 però sono arrivati i controlli di frontiera e quindi gli scafisti, le traversate mortali, i 50.000 morti nel Mediterraneo. I trafficanti non sono la causa della migrazione irregolare: sono la conseguenza delle restrizioni.
I dati raccolti da de Haas lo dimostrano in modo inoppugnabile: l’introduzione dei visti riduce del 67% i flussi in entrata, ma riduce dell’88% i flussi di ritorno. L’effetto netto? Più immigrazione permanente, non meno. Il caso più studiato è quello messicano-statunitense. Fino agli anni ’80, i braccianti messicani facevano avanti e indietro: lavoravano in California durante la stagione del raccolto, tornavano in Messico per il resto dell’anno. Era un sistema che funzionava. Poi gli USA hanno militarizzato il confine. Risultato? 11 milioni di latinos residenti permanenti in Texas. Sono lì proprio perché hanno chiuso le frontiere. La verità scomoda è questa: le restrizioni non risolvono i problemi della migrazione irregolare. Anzi, sono tra le cause di quei problemi.
Ora che abbiamo qualche dato per capire meglio come funzionano le meccaniche migratorie, vediamo i vari miti che inquinano il dibattito pubblico. Nel suo libro, De Haas ne confuta ben ventidue. Fra questi ne ho scelti sei, tre tipici della Destra e tre tipici del Centro-Sinistra. Sono quelli che reputo più importanti. Ho dovuto tagliare delle parti molto interessanti (come quelle sul multiculturalismo, sulla presunta “tratta“ delle prostitute e sull’impatto del cambiamento climatico), ma confido nel fatto che dopo questo articolo andrete a recuperarvi questo libro meraviglioso.
Tre Bugie di Destra
Gli immigrati ci rubano il lavoro e abbassano i salari!
Se esiste un’idea immortale sulla migrazione, capace non solo di mobilitare la destra xenofoba ma anche parte di una sinistra molto confusa, è questa: gli immigrati competono con i lavoratori locali, rubano posti di lavoro e tirano giù i salari. Il ragionamento sembra inattaccabile: più lavoratori disponibili = più concorrenza per i posti di lavoro = salari più bassi e/o più disoccupati. Quindi, se gli immigrati rubassero davvero posti di lavoro, dovremmo aspettarci che nei periodi di alta immigrazione la disoccupazione aumenti.
Il problema è che i dati dimostrano esattamente l’opposto. La correlazione tra immigrazione e disoccupazione esiste, ma è negativa: l’immigrazione aumenta quando la disoccupazione è bassa e l’economia cresce, e cala quando la disoccupazione sale e l’economia rallenta. In altre parole: più l’economia va bene, più posti di lavoro ci sono, più immigrati arrivano. Quando l’economia va male e la disoccupazione cresce, l’immigrazione crolla. Questo è il funzionamento normale dei mercati del lavoro. L’immigrazione è una risposta alla domanda di manodopera, non una causa della disoccupazione. Una risposta che arriva con un piccolo ritardo temporale: l’immigrazione segue i cicli economici con 6-12 mesi di ritardo, il tempo necessario perché le agenzie reclutino i migranti e e perché loro si organizzino.
E questi sono i posti di lavoro. Ma l’impatto dell’immigrazione sui salari? Magari i posti di lavoro rimangono uguali, ma i salari diminuiscono. In decenni di ricerche, centinaia di studi con, paesi, periodi e metodologie diversi il risultato è sempre stato lo stesso: gli effetti sono minimi, spesso statisticamente non significativi, e quando esistono sono concentrati su gruppi molto specifici.
Alcuni studi trovano un effetto leggermente positivo sui salari medi, cioè aumenterebbero leggermente i salari di tutti i lavoratori. Altri trovano un effetto leggermente negativo. La maggior parte non trova nulla. Ma anche quando si riscontrano effetti negativi, questi sono modesti (riduzioni del 3-7%) e riguardano principalmente due categorie: altri immigrati (soprattutto quelli arrivati di recente) e lavoratori locali senza diploma, nel 10% più basso della scala dei redditi
Se non siete ancora convinti, forse è il caso di guardare qualche “esperimento naturale”: eventi improvvisi e imprevisti che causano massicci flussi migratori, permettendo di osservare cosa succede prima e dopo. De Haas cita l’esempio dell’esodo dei cubani a Miami del 1980 (Mariel boatlift). In pochi mesi, 125.000 cubani arrivano a Miami, aumentando la forza lavoro locale del 7% in un colpo solo. Se la teoria “più immigrati = salari più bassi” fosse vera, Miami avrebbe dovuto vedere un crollo dei salari. Non ci fu però nessun effetto rilevabile sui salari o sulla disoccupazione dei lavoratori locali. Un altro esempio citato è la crisi siriana del 2011-2016. Milioni di rifugiati in Turchia, Libano, Giordania. Alcuni studi trovano lievi effetti negativi sui salari nel settore informale, ma sorprendentemente l’effetto complessivo è vicino allo zero, anche in paesi con sistemi economici fragili. Come si spiega tutto ciò? Con due idee abbastanza semplici.
La prima è che il mercato del lavoro è segmentato. Lo abbiamo detto prima: l’immigrazione è una risposta a carenze di manodopera in settori specifici. Un bracciante agricolo immigrato non compete con un insegnante locale. Una donna delle pulizie immigrata non compete con un informatico locale. Un operaio edile immigrato non compete con un impiegato di banca locale. Questo significa che l’impatto diretto sui salari riguarda principalmente chi lavora negli stessi settori degli immigrati.
E dato che questi settori sono spesso quelli che hanno una carenza cronica di forza-lavoro, gli immigrati sono quasi sempre complementari agli autoctoni, più che in concorrenza con loro. Un ristorante può assumere più cuochi e lavapiatti immigrati, permettendo al proprietario (locale) di aprire una seconda sede e guadagnare di più. Le collaboratrici domestiche immigrate permettono a donne professioniste (locali) di lavorare a tempo pieno anziché part-time, aumentando la loro produttività e i loro guadagni. Gli operai edili immigrati permettono la costruzione di più edifici, creando più lavoro per geometri, architetti e commercialisti locali.
La seconda è che il numero di posti di lavoro non è fisso, e varia anche per le dinamiche di migrazione. Gli immigrati infatti non sono solo lavoratori (che offrono forza-lavoro), sono anche consumatori (che domandano beni e servizi). La torta non viene solo ridivisa, viene anche ingrandita. Quando arrivano, gli immigrati aumenta sì l’offerta di lavoro, ma aumenta anche la domanda di merci: comprano cibo, vestiti, pagano affitti, vanno dal parrucchiere, prendono l’autobus. E questa domanda aggiuntiva può creare nuovi posti di lavoro. Il ristorante che prima serviva 100 clienti ora ne serve 120: assume un altro cameriere. Il supermercato che prima aveva 3 casse ora ne apre una quarta. L’autobus che prima passava ogni 20 minuti ora passa ogni 10.
Ma allora perché tanta gente sembra credere a questa sciocchezza? Il motivo è una combinazione letale di attacco capitalista ai lavoratori e ricerca di un capro espiatorio tangibile. Negli ultimi 40 anni abbiamo visto salari stagnanti + precarietà crescente + immigrazione in aumento. Da questa correlazione è stato facile derivarne una causalità. Peccato però che questi sono stati anche gli anni della deregolamentazione dei mercati del lavoro, dello smantellamento dei sindacati, dell’abolizione delle tutele, della globalizzazione che ha spostato la produzione nei paesi a basso costo e dell’austerità che ha tagliato investimenti e servizi pubblici. Questi sono processi sistemici, ed è difficile sia contrastarli che dare la colpa a qualcuno di specifico. Gli immigrati invece sono visibili, diversi, facili da identificare.
Se questo è vero, allora il problema non è l’immigrazione in sé: è l’assenza di tutele, la mancanza di contrattazione collettiva, lo sfruttamento tollerato dai governi. Il punto chiave allora è che questi problemi si risolvono proteggendo tutti i lavoratori, autoctoni e immigrati, non chiudendo le frontiere. Salario minimo dignitoso. Controlli severi sulle condizioni di lavoro. Diritto di organizzarsi. Sanzioni durissime contro chi sfrutta. Percorsi di regolarizzazione per gli irregolari (perché finché restano nell’ombra, possono essere ricattati e sottopagati).
Tutte politiche che i governi potrebbero attuare domani, ma non lo fanno. Perché? Perché le imprese guadagnano dall’attuale sistema di sfruttamento. E i politici preferiscono dare la colpa agli immigrati. Ma lo fanno sapendo che non possono veramente frenare l’immigrazione. A loro interessa solo rappresentare gli interessi delle imprese che da questo sistema di sfruttamento ci guadagnano. Se veramente fermassimo tutti i flussi di immigrazione domani, succederebbe questo:
- interi settori collasserebbero. Agricoltura, edilizia, ristorazione, pulizie, assistenza si fermerebbero. Non perché gli autoctoni non potrebbero fare quei lavori, ma perché non vogliono farli, a meno di salari molto più alti.
- i prezzi aumenterebbero. Se vuoi convincere un italiano a raccogliere pomodori 10 ore al giorno sotto il sole, devi pagarli parecchio di più, e quel costo si scarica sui prezzi finali
- molte aziende delocalizzerebbero. Non potendo più assumere a costi competitivi, chiudono o si spostano all’estero. Perdi posti di lavoro, non li guadagni.
- ci sarebbe una contrazione economica. Meno lavoratori = meno produzione = meno consumo = economia più piccola. Le entrate fiscali calano e i servizi pubblici peggiorano.
Più che un’economia sana, fatta di autoctoni con alti salari, a me questa pare un’economia povera e al collasso.
Gli immigrati sono parassiti del welfare!
Eccoci una paura che tiene svegli di notte i contribuenti europei: gli immigrati vengono qui per sfruttare il nostro generoso sistema di welfare, drenando risorse che spetterebbero ai cittadini. È un’immagine potente e apocalittica: famiglie straniere che sbarcano e si mettono subito in fila per i sussidi, approfittando di decenni di contributi versati da onesti lavoratori locali; rifugiati che vivono negli alberghi a spese dello Stato mentre i senzatetto autoctoni dormono per strada; file infinite ai servizi sociali e negli ospedali ecc. La narrazione è così radicata che persino fra gli economisti ha cominciato a circolare una teoria simile: la welfare magnet hypothesis. Suona logico: se la Svezia offre sussidi più generosi della Polonia, i migranti razionali sceglieranno la Svezia. Quindi o si abbassa la qualità del welfare, o si scoraggia l’immigrazione parassitaria.
Peccato che non ci siano prove convincenti che funzioni così. Pensiamo agli USA, che hanno un welfare ridicolo ma che sono la principale destinazione nazionale dell’immigrazione mondiale. Ma per sbugiardare questa teoria basta conoscere il caso del più grande esperimento naturale liberista della storia: l’Unione Europea. Parliamo di un’area economico-politica che per decenni ha garantito libera circolazione tra paesi con welfare molto diversi (p. es. Scandinavia generosa vs Europa dell’Est minimo). Eppure non c’è stata nessuna corsa al welfare. I migranti si sono mossi verso i paesi con più opportunità di lavoro, non verso quelli con più sussidi. In particolare, la destinazione principale di rumeni e polacchi è stata la Gran Bretagna (welfare medio-basso) più che in Svezia (welfare altissimo). Perché? Perché in UK c’erano posti di lavoro, una lingua più accessibile, comunità già insediate.
Gli stessi studi sul welfare magnet hanno trovato risultati deboli o contraddittori. Il motivo è che nella testa di chi emigra il welfare è un fattore marginale. I fattori principali sono il lavoro (di gran lunga la ragione principale) la famiglia (ricongiungersi con parenti già emigrati) e la sicurezza (fuggire da violenze e persecuzioni).
Ok, magari gli immigrati non vengono per il welfare. Ma comunque loro ne usufruiscono in modo parassitario a differenza dei contribuenti indigeni, no? Nemmeno. Gli economisti hanno sviluppato metodi per calcolare l’impatto fiscale dell’immigrazione: quanto contribuiscono gli immigrati in tasse e contributi, quanto costano in servizi e sussidi. La differenza ti dice se sono un peso o un guadagno per le finanze pubbliche. I risultati? In media, l’impatto è vicino allo zero. A volte leggermente positivo, a volte leggermente negativo. Mai significativo. Uno studio massiccio dell’OCSE che ha analizzato 25 paesi tra il 2006 e il 2018 ha trovato che l’impatto fiscale medio dell’immigrazione oscilla tra -0,5% e +1% del PIL, un effetto trascurabile.
Scavando più affondo, vediamo che gli immigrati recenti (arrivati da meno di 10 anni) sono praticamente un regalo demografico per i paesi di destinazione. Infatti tendono a essere contribuenti netti, perché sono già formati da altri Stati, più giovani e sani, non hanno ancora figli (o li hanno piccoli) e non pesano sulle pensioni per decenni. Eppure lavorano, pagano tasse e versano contributi. Gli immigrati di lungo periodo (oltre 10 anni) invece possono diventare un costo fiscale netto, ma per ragioni banali: invecchiano, fanno figli (che vanno a scuola), alcuni vanno in pensione. Il costo maggiore è dato dall’istruzione dei figli. Ma proprio come per gli autoctoni, si tratta di un investimento, non una spesa morta. Quei bambini diventeranno lavoratori, pagheranno tasse, contribuiranno al sistema. È lo stesso meccanismo per cui gli Stati finanziano l’istruzione pubblica per i propri cittadini. Gli immigrati anziani costano di più (pensioni, sanità), ma sono una minoranza. La stragrande maggioranza degli immigrati è in età lavorativa. E molti tornano nei paesi di origine prima della pensione, lasciandoci decenni di contributi versati senza mai incassarla.
Questi però sono gli immigrati regolari. E gli immigrati irregolari? Ironicamente, la categoria di immigrati più demonizzata (gli immigrati irregolari) è quella che pesa meno sul welfare. Perché loro pagano le tasse (IVA su tutto ciò che comprano, spesso tasse sul reddito tramite numeri di previdenza sociale “presi in prestito”), ma non possono né accedere alla maggior parte dei sussidi (niente disoccupazione, niente pensioni, niente assistenza sanitaria tranne l’emergenza) né permettersi di farsi scoprire (evitano ospedali, servizi sociali, qualsiasi contatto con le autorità). Negli Stati Uniti si stima che gli immigrati senza documenti versino miliardi di dollari l’anno in tasse (tramite numeri di Social Security falsi o prestati), ma non possono praticamente accedere a nessun benefit federale. Pagano per un sistema da cui non possono ricevere.
Ma allora perché c’è questa percezione del migrante affamato di welfare? Se prendiamo il caso degli alloggi popolari, sembra difficile dare torto alle narrative xenofobe: le liste d’attesa sono infinite e sono molte le famiglie immigrate che ne beneficiano. Ma se avete letto prima non è difficile capire cosa è successo: la crisi delle case popolari è causata da un attacco capitalista contro lo Stato sociale, che per decenni ha portato avanti tagli, privatizzazioni e definanziamento. De Haas ha studiato il caso dei Paesi Bassi tra il 2013 e il 2020 e ha trovato che, sebbene il totale delle abitazioni sia cresciuto del 5,9%, gli alloggi sociali sono diminuiti del 5,3% (meno 115.000 unità). Se l’edilizia sociale olandese fosse cresciuta come il resto del mercato, ci sarebbero 245.000 case popolari in più.
Questi trend sono simili nei vari paesi occidentali, tra cui l’Italia. Quindi se le liste d’attesa sono infinite non è perché ci sono troppi immigrati, ma perché ci sono troppo poche case popolari. E ci sono troppo poche case popolari perché per quarant’anni abbiamo fatto una precisa scelta politica: favorire la proprietà privata, il mercato, gli investimenti immobiliari, a scapito del diritto all’abitare. Non sono gli immigrati ad averci rubato le case popolari. Sono i governi capitalisti.
L’immigrazione aumenta la criminalità!
La questione della sicurezza completa il trittico degli slogan più importanti della Destra. E forse è anche la ragione più importante per cui i politici xenofobi ottengono consenso. Se chiediamo a un cittadino medio occidentale quali problemi associa all’immigrazione, “criminalità”, se non è il primo, è quasi sempre nei primi tre. Stando ai giornalisti le nostre città sono sempre meno sicure, le strade sempre più pericolose e le donne dovrebbero aver paura ad uscire la sera.
De Haas però ci dimostra, dati alla mano, che gli immigrati non aumentano la criminalità. Anzi: gli immigrati (anche quelli irregolari) hanno tassi di criminalità o pari o inferiori rispetto ai cittadini nativi. Negli Stati Uniti. Tra gli uomini dai diciotto ai trentanove anni di età, i tassi di incarcerazione degli stranieri erano un quarto di quelli dei cittadini autoctoni. In Europa, uno studio di ampio respiro ha mostrato che non c’è una relazione tra i tassi di immigrazione e l’incidenza di stupri, aggressioni sessuali e omicidi nei ventuno Paesi europei analizzati. Inoltre, De Haas cita uno studio importante sui trend criminali tra il 1988 e il 2004 in ventisei Paesi occidentali che ha mostrato una riduzione del 77,1% nei furti da auto, del 60,3% nei furti a persone, del 26% nei furti con scasso e del 20,6% negli atti di violenza Nello stesso periodo però, l’immigrazione è aumentata costantemente. Con questo non voglio dire che l’immigrazione in generale diminuisce la criminalità, ma che non c’è correlazione fra immigrazione e criminalità.
Eppure ci sono dei casi in cui l’immigrazione stessa frena la criminalità. Anche se ci sono eccezioni (che vedremo), nelle enclave in cui si concentrano immigrati con lo stesso background etnico i tassi di criminalità sono inferiori. Perché succede questa cosa? Ci sono diversi fattori in gioco:
- la selezione all’origine. Generalmente, chi migra non lo fa perché sogna di diventare un criminale, e come abbiamo detto prima migrare richiede denaro, pianificazione, determinazione, capacità di sacrificio, orientamento al futuro. Tutte caratteristiche che rendono meno probabile il crimine. In altre parole: chi migra è una selezione positiva della popolazione di origine, non negativa. Sono i più intraprendenti, motivati, ottimisti. Non i più violenti o asociali.
- il costo della devianza. Per un cittadino nativo, essere arrestato significa: processo, eventuale galera, fedina penale sporca. Per un immigrato (soprattutto irregolare) a questo si aggiunge la deportazione. Perdere tutto. Gli anni investiti, i soldi spesi, i sacrifici, le speranze. Tornare a casa a mani vuote, umiliato. Questa “doppia punizione” crea un incentivo fortissimo a stare lontano dai guai. Gli immigrati non possono permettersi di delinquere.
- i valori “conservatori” e il controllo sociale della comunità. Forse questo è l’elemento più importante. La maggior parte dei lavoratori migranti viene da contesti socialmente conservatori, religiosi e orientati alla comunità, e aderisce con vigore a valori tradizionali come la solidarietà, il rispetto e il duro lavoro. O se non viene da questi contesti, li trova nelle comunità di migranti del paese ospitante. Generalmente sono comunità coese, in cui la reputazione conta. Come ha sostenuto Robert Sampson, criminologo dell’Università di Harvard, i tassi di criminalità dipendono in larga parte dalla capacità delle comunità di quartiere di organizzare forme di controllo sociale basate su valori comuni. Siccome l’immigrazione ha in genere un effetto positivo su tale capacità, tende anche a ridurre la criminalità.
Insomma, le nostre società non sono mai state più sicure. I tassi di criminalità (omicidi, stupri, furti, aggressioni) sono ai minimi storici in quasi tutto l’Occidente. E l’immigrazione oggettivamente non intacca questo trend. Eppure la percezione di insicurezza sembra essere cresciuta. Io credo che questo sia l’effetto di un senso generale di precarietà economica ed esistenziale, dovuto alle trasformazioni economiche e alle politiche adottate dai governi da (almeno) 50 anni. A causa di diversi processi economico-politici e alcuni fattori, gli immigrati sono diventati il capro espiatorio perfetto a cui dare la colpa.
Pensiamo agli immigrati di seconda generazione, ossia ai figli degli immigrati. Qui la situazione è più complessa rispetto a quello che ho detto prima, e bisogna essere onesti. In alcuni paesi europei i giovani di seconda generazione sono sovrarappresentati nelle statistiche criminali. Lo sono soprattutto per reati di strada: rapine, furti, spaccio. Ma questo non riguarda tutti i gruppi. I figli di immigrati cinesi, indiani, filippini, vietnamiti hanno tassi di criminalità bassissimi, spesso inferiori agli autoctoni. I tassi più alti si concentrano in gruppi specifici: maghrebini in Francia e Belgio, turchi e marocchini nei Paesi Bassi, pakistani in UK. Queste differenze si spiegano con la classe sociale, non cultura o religione.
Come ha mostrato de Haas, quando gli studi tengono conto di fattori come l’istruzione e il reddito dei genitori, di solito non riescono a trovare una relazione coerente e significativa tra il background culturale, religioso o nazionale e i risultati scolastici, se non ciò che può essere attribuito a svantaggi e discriminazioni. La classe sociale sembra prevalere su tutte le altre spiegazioni. I giovani con tassi più alti di criminalità sono quelli che hanno sperimentato ciò che i sociologi Min Zhou e Alejandro Portes chiamano “assimilazione discendente”: invece di salire nella scala sociale, sono rimasti intrappolati (o scesi) in quartieri degradati, con scuole scadenti, senza opportunità. Questi vivono in un limbo: non sono “del paese dei genitori” (che non hanno mai conosciuto davvero), ma non sono ancora accettati come cittadini a pieno titolo del paese di nascita. Vengono discriminati nel mercato del lavoro e stigmatizzati dalla polizia. In questo contesto, una minoranza finisce in subculture devianti e criminali. Non perché sono diversi, ma perché sono poveri, esclusi e senza futuro. I gruppi immigrati che invece riescono ad avanzare economicamente hanno infatti figli con bassi tassi di criminalità.
Un altro fattore, più insidioso, che spiega la sovrarappresentazione di alcuni gruppi nelle statistiche: il profiling razziale. Come ha documentato de Haas, le minoranze hanno maggiori probabilità di essere sospettate di un crimine, e quindi di essere arrestate e condannate. Tale pregiudizio aumenta la probabilità che la polizia intervenga, e che membri di determinati gruppi siano arrestati e condannati, spesso con pene più severe per uno stesso reato. Ad esempio, i giovani della classe media che vivono in sobborghi benestanti e fanno uso di droghe (o i dirigenti amanti della cocaina) hanno meno probabilità di essere arrestati rispetto ai giovani delle minoranze che vivono nei quartieri degli immigrati e consumano droga per strada. Questo crea un circolo vizioso: la polizia si concentra su certi gruppi, che hanno più membri arrestati; le statistiche mostrano che quel gruppo delinque di più; la polizia intensifica i controlli su quel gruppo.
Il profiling è dannoso anche quando si tratta di proteggere gli immigrati. Come documenta de Haas, le minoranze più povere hanno meno probabilità di convincere le forze dell’ordine e il sistema giudiziario a proteggerle da chi ha perpetrato la violenza rispetto ai gruppi della classe media, più abili a destreggiarsi nella complessità dei sistemi burocratici e a ottenere protezione dalla polizia. Se chi subisce un crimine (che si tratti di violenze domestiche, aggressioni, stupri o omicidi) fa parte di una minoranza, ha meno probabilità di ricevere protezione dalla polizia. Funziona anche al contrario: la paura e la diffidenza nei confronti della polizia possono dissuadere le vittime dal cercare protezione legale, soprattutto se sono migranti senza permesso di soggiorno, perché temono di essere espulsi non appena segnalano il reato alle autorità.
Un altro fattore cruciale è il modo in cui i media coprono i crimini. Quando il colpevole è immigrato ne mettono ben in evidenza la nazionalità. Quando invece il colpevole è autoctono questa non viene menzionata. Questo bias sistematico crea una disponibilità euristica distorta: quando pensiamo “criminale”, l’immagine che ci viene in mente è quella dello straniero. Non perché siano più criminali, ma perché quando sono criminali, ce lo ricordano ossessivamente.
Tre Bugie di Centro-Sinistra
Aiutiamoli a casa loro!
Ok, questa potrebbe sembrare un’altra bugia di destra. Ma sappiamo tutti che la Destra usa questo slogan per non aiutare e basta. Il Centro-Sinistra invece sembra crederci davvero. Nel 2015, l’Unione Europea ha lanciato fondi miliardari per lo “sviluppo” in Africa, presentandoli esplicitamente come strumenti per ridurre i flussi migratori (condizionandoli alla “cooperazione” dei governi africani nel bloccare i migranti). Anche gli Stati Uniti hanno investito massicciamente in America Centrale con lo stesso obiettivo: sviluppo = meno emigrazione. Del resto il ragionamento sembra inattaccabile: se le persone hanno opportunità a casa, lavoro dignitoso, servizi decenti, perché dovrebbero rischiare la vita per emigrare? Basta ridurre il gap economico tra paesi ricchi e poveri, e i flussi migratori si ridurranno naturalmente.
E invece non basta. Si tratta forse del fatto più controintuitivo (e meglio documentato) degli studi sulla migrazione: lo sviluppo economico, almeno nelle fasi iniziali, aumenta l’emigrazione invece di ridurla. È un pattern osservato ripetutamente, in decenni di dati, in dozzine di paesi. Si chiama “transizione migratoria” o “curva a U rovesciata della migrazione“. Funziona così: quando un paese molto povero inizia a svilupparsi (i redditi crescono, l’istruzione si diffonde, le infrastrutture migliorano) l’emigrazione esplode, fino al punto in cui il paese raggiunge livelli di reddito medio-alto ì. Da lì, l’emigrazione comincia finalmente a calare. Graficamente: immagina una curva a forma di gobba di cammello. All’estrema sinistra (povertà estrema), l’emigrazione è bassa. Sale man mano che il paese si sviluppa. Tocca il picco quando il paese raggiunge lo status di reddito medio. Poi, solo allora, comincia a scendere.
De Haas si è accorto di questo fenomeno sul campo, in Marocco, ma lo schema si è ripetuto per molti altri paesi (la stessa Italia, Irlanda, Turchia, Filippine, Polonia, Senegal ecc.). Questa contro-intuitività è affascinante: perché diamine dovrei andarmene da un Paese che si sta arricchendo? Per rispondere, vanno considerati due punti:
- non è “il Paese” che si arricchisce, ma i suoi membri, e non tutti si arricchiscono allo stesso modo e con la stessa velocità
- migrare non è gratis. Spostarsi all’estero richiede risorse (denaro, passaporti, visti, biglietti aerei o pagamenti a trafficanti, riserve per i primi mesi all’estero), istruzione (molti visti richiedono qualifiche; anche per migrare illegalmente, serve alfabetizzazione per capire come muoversi) e reti sociali (parenti o amici già emigrati che ti aiutino, ti ospitino, ti trovino lavoro)
Forse adesso possiamo capire cosa succede nei Paesi emergenti. Finché sono poveri, i loro cittadini non possono migrare, perché non hanno risorse. L’estrema povertà non spinge alla migrazione: la blocca. Appena si sviluppano però, chi si arricchisce coglie la palla al balzo per migrare. Risultato: aumentano contemporaneamente le capacità e le aspirazioni. Molte più persone possono emigrare e vogliono farlo.
Vari studi seguiti a quello di De Haas confermano questo pattern: l’emigrazione cresce con lo sviluppo fino a un punto critico, e poi inizia a calare. Non è un caso allora se i Paesi con la più alta emigrazione sono economie a reddito medio. Al contrario, i più poveri (quelli dell’Africa subsahariana come Niger, Chad, Repubblica Democratica del Congo) hanno tassi di emigrazione internazionale bassissimi. Le loro popolazioni si spostano sì (moltissimo), ma internamente o verso paesi vicini. Non hanno le risorse per migrazioni di lungo raggio verso Europa o Nord America.
Questo non significa che gli aiuti allo sviluppo sono inutili o controproducenti. Ma significa che non possiamo usarli come “cura” contro la migrazione. Sarebbe prendere in giro gli elettori. Soprattutto considerando che la transizione migratoria dura decenni. Anche accelerando lo sviluppo, ci vorranno 30-50 anni prima che l’Africa subsahariana raggiunga livelli di reddito tali da ridurre l’emigrazione. Nel frattempo, l’emigrazione aumenterà.
Se vogliamo davvero aiutare, dobbiamo farlo senza condizionalità. Perché, parliamoci chiaro, “aiutiamoli a casa loro” ha spesso significato finanziare dittatori che bloccano i migranti (vedi accordi UE-Libia e UE-Turchia), condizionare gli aiuti alla “cooperazione” su rimpatri e controlli di frontiera e investire in programmi che alimentano la logica degli scambi ineguali coi i paesi sottosviluppati. Queste condizionalità sono ciniche, controproducenti e perverse. I paesi ricchi occidentali hanno estratto risorse dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina per secoli. Colonialismo, schiavismo, neocolonialismo economico. Hanno creato le disuguaglianze globali che oggi esistono. E ora che qualcuno vuole migrare per migliorare la propria vita (esercitando la stessa libertà di movimento che gli europei hanno esercitato per secoli) gli diciamo: “No, resta a casa. Ti aiuteremo là“.
Ma, per i Paesi occidentali, aiutare senza condizionalità significherebbe porsi una domanda molto scomoda: “vogliamo davvero lo sviluppo dell’Africa?”. Lo sviluppo vero significherebbe: economie africane competitive, che esportano prodotti finiti invece di materie prime grezze; industrie africane che competono con quelle occidentali; lavoratori africani che pretendono salari decenti, e che quindi alzano i costi delle merci prodotte. Significherebbe insomma perdere accesso a risorse a basso costo, a vantaggi commerciali e aprirsi a un’ulteriore concorrenza economica. Messa così, non è difficile immaginarsi la risposta dei politici cinici di Destra e degli ipocriti di Centro-Sinistra.
L’immigrazione è utile a tutti nello stesso modo!
Questa bugia è speculare a quella C’è una narrazione pro-immigrazione che va per la maggiore negli ambienti liberal, economici e aziendali. Suona più o meno così: “L’immigrazione è un win-win per tutti. Gli immigrati migliorano le loro vite, i paesi di origine ricevono rimesse, i paesi di destinazione ottengono crescita economica e innovazione. È l’alta marea che solleva tutte le barche”. È una narrazione seducente. Umanitaria, ottimista, supportata da modelli economici eleganti. C’è solo un piccolo problema: gli effetti dell’immigrazione non si distribuiscono allo stesso modo.
Prima abbiamo detto due cose: che l’immigrazione fa crescere l’economia e che l’effetto dell’immigrazione sui salari medi è trascurabile, spesso vicino allo zero. Se pensiamo a una torta, con l’immigrazione questa cresce, ma allo stesso tempo aumentano i commensali in modo tale da rendere la fetta che ognuno mangia praticamente uguale a prima.
È vero che l’immigrazione fa crescere il PIL. Ma il punto è che fa crescere il PIL perché aumenta la popolazione. Se però andiamo a vedere dentro la popolazione e indaghiamo gli effetti per classe sociale, notiamo una cosa importante: i benefici economici dell’immigrazione vanno principalmente ai capitalisti e ai ricchi. Perché? Ci sono vari motivi:
- i proprietari di alcune imprese guadagnano di più. Hanno accesso a più manodopera, possono tenere bassi i salari, aumentare la lunghezza o l’intensità della giornata lavorativa, e così espandere i profitti. Se possiedi una società di pulizie, un’azienda agricola, una catena di ristoranti, l’immigrazione è un’ottima notizia.
- i professionisti ad alto reddito guadagnano tempo e comfort. Grazie ai lavoratori migranti (tate, domestiche, giardinieri, autisti, fattorini) le élite possono esternalizzare tutte le incombenze della vita quotidiana. Questo libera tempo per lavorare di più (guadagnare di più) o godersi il tempo libero. Una coppia di manager può permettersi due carriere esigenti perché qualcun altro pulisce casa loro, accudisce i figli, consegna la spesa.
E i lavoratori a basso reddito? Loro traggono benefici minimi o nulli. È vero che l’immigrazione non abbassa significativamente i loro salari, ma è vero anche che non li fa salire. Nella migliore delle ipotesi, la loro situazione resta invariata. Nella peggiore (se competono direttamente con i migranti per gli stessi lavori) possono subire perdite modeste. Un documentario citato da De Haas (Our Town) racconta la storia di Albertville, Alabama. Negli anni ’90, le industrie locali (pollame, tessile) iniziano a reclutare massicciamente lavoratori latinos. Il documentario mostra operai locali furiosi, sia con gli immigrati per avergli rubato il lavoro e abbassato i salari (venivano scambiati come irregolari, quando la maggior parte di loro aveva usufruito di una legge di Reagan del 1986), sia coi capitalisti che li preferivano a loro (dato che facevano doppi turni, non si lamentavano mai e non aderivano al sindacato). Alcune ricerche economiche hanno mostrato però che l’arrivo degli immigrati non aveva tolto lavoro ai locali, dato che i settori in cui venivano assunti erano in espansione. E i loro salari reali erano effettivamente diminuiti, ma a causa delle politiche del governo Reagan (dato che erano in linea col trend nazionale). In ogni caso, anche se non hanno perso nulla con l’immigrazione, i lavoratori di Albertville non ci hanno nemmeno guadagnato nulla.
Ma l’effetto più importante (e meno misurabile) dell’immigrazione non è economico. È sociale e culturale. Le élite benestanti vivono in quartieri per ricchi, mandano i figli in scuole private, hanno contatti limitati con i migranti (tranne quelli che li servono). Raccolgono i benefici economici dell’immigrazione senza subirne i cambiamenti sociali. I cittadini comuni invece sono esposti quotidianamente ai cambiamenti che l’immigrazione porta: lavorano con i migranti, li hanno come vicini, vedono i loro figli andare a scuola insieme. Sperimentano in prima persona la trasformazione dei quartieri, l’arrivo di nuovi negozi, lingue diverse per strada.
Riconoscere questo non significa demonizzare l’immigrazione. Significa riconoscere che non ha gli stessi effetti per tutti. Invece di demonizzare e insultare chi esprime disagi e lasciarli preda della Destra, sarebbe più utile adoprarsi per redistribuire i benefici dell’immigrazione in modo più equo, impedire che i cambiamenti sociali siano imposti ai soli cittadini comuni e proteggere i lavoratori dalla concorrenza al ribasso sui salari con più tutele e meno ipocrisia liberal.
L’immigrazione ci serve contro l’invecchiamento della popolazione!
Questa è la mia bugia preferita. Ogni volta che la sento, la mia mente va in automatico ai Racconti dell’Ancella della Atwood. Non riesco a non pensare al PD che, una volta al governo, riorganizza i CPR facendoli diventare delle piccole Gilead, in cui gli immigrati sono costretti a riprodursi come conigli per il bene della Patria.
Eppure di primo acchito il ragionamento sembra inattaccabile. I tassi di natalità sono crollati ovunque nel mondo occidentale: spesso sotto 1,5 figli per donna, ben al di sotto del “livello di sostituzione” di 2,1. Abbiamo sempre più anziani da mantenere e sempre meno lavoratori per pagargli le pensioni e curarli. Senza immigrazione, le popolazioni di Germania e Italia sarebbero già in calo. Perciò, si conclude, abbiamo bisogno di giovani immigrati per sostenere le nostre società che invecchiano. Pensandoci meglio però è facile accorgersi che qualcosa non quadra.
Nel 2000, la Divisione Popolazione dell’ONU ha pubblicato uno studio che avrebbe dovuto chiudere per sempre questa discussione. Il titolo: Replacement Migration: Is It a Solution to Declining and Ageing Populations?. Lo studio ha calcolato quanti immigrati servirebbero per compensare l’invecchiamento in vari paesi occidentali. I risultati sono devastanti.
Prendiamo la Germania come esempio. Per mantenere stabile la popolazione totale fino al 2050, servirebbero 324.000 immigrati netti all’anno. Molto fattibile, è più o meno il livello attuale. Per mantenere stabile la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) servirebbero 458.000 l’anno. Difficile, ma forse ancora gestibile. Ma ecco il punto: per mantenere stabile il rapporto tra lavoratori e pensionati, che è il motivo per cui secondo il Centro-Sinistra servono questi immigrati, la Germania necessiterebbe di 3,4 milioni di immigrati netti ogni anno. Ogni anno. Per decenni. È più di 10 volte i tassi attuali. Significherebbe che entro il 2050 i due terzi della popolazione tedesca sarebbero immigrati o figli di immigrati. Per gli altri Paesi i risultati sono simili: l’Italia avrebbe bisogno di 2,2 milioni l’anno, la Corea del Sud 5,1 milioni, il Giappone 10 milioni. Numeri da fantascienza.
Il problema è strutturale e ineludibile:
- Anche gli immigrati invecchiano. Pure se arrivano giovani, dopo vent’anni hanno cinquant’anni. E dopo quarant’anni sono anziani anche loro, bisognosi di pensioni e cure. L’effetto “ringiovanimento” è solo temporaneo. Per mantenere la popolazione giovane in modo permanente, servirebbe un flusso continuo e crescente di immigrati. È come una dipendenza: ti serve una dose sempre maggiore per ottenere lo stesso effetto.
- Gli immigrati non fanno più così tanti figli. Lo stereotipo vuole che gli immigrati abbiano famiglie numerose. La cosa però è sempre meno vera. Gli immigrati adottano rapidamente i modelli familiari del paese di destinazione. Le donne immigrate che arrivano dai paesi poveri possono avere più figli nei primi anni, ma la seconda generazione converge sui tassi locali. In molti casi, già la prima generazione riduce drasticamente la fecondità. Le ragioni sono le stesse degli autoctoni: costo elevato dell’istruzione, necessità di due redditi per mantenere la famiglia, emancipazione femminile, carriere che richiedono flessibilità. I fattori strutturali che abbassano la natalità colpiscono tutti, migranti compresi.
- L’offerta globale di giovani lavoratori sta calando. Gli indici di fecondità stanno crollando ovunque nel mondo. Cina, Corea del Sud, Thailandia, Iran, Brasile, Messico: tutti sotto il livello di sostituzione. L’Africa subsahariana è l’unica regione dove la crescita demografica continuerà per decenni, ma anche lì i tassi stanno scendendo. Non possiamo più dare per scontato che “là fuori” ci sia una riserva infinita di giovani disposti a venire. Entro metà secolo, l’invecchiamento sarà un fenomeno globale. Cina, Turchia, Messico (paesi che oggi esportano lavoratori) diventeranno essi stessi importatori, competendo con Europa e Nord America per attrarre giovani.
Questo significa una cosa sola: l’invecchiamento è globale e inevitabile. È il risultato prevedibile di transizioni demografiche legate a sviluppo economico, emancipazione femminile, istruzione, urbanizzazione. Sono cose che reputo positive, ma va detto che ha hanno un prezzo demografico. Nel mondo del 2050 ci saranno 2 miliardi di persone over-60 (doppie rispetto al 2020), mentre quelle in età lavorativa (15-59 anni) saranno 5,3 miliardi (rispetto ai 4 miliardi del 2020). Ora, io credo che dopo un certo periodo il sistema tornerà in equilibrio. Ma nel frattempo chi si prenderà cura di loro? L’unica risposta seria è quella che nessuno vuole sentire: dobbiamo cambiare il modo in cui invecchiamo, lavoriamo, ci prendiamo cura gli uni degli altri. L’invecchiamento non è un problema che l’immigrazione può risolvere.
Non ci sono tante opzioni. O si alza l’età pensionabile, o c’è un aumento della produttività dovuto all’estrazione di plusvalore relativo (perché con una popolazione che invecchia l’estrazione di plusvalore è ancora meno sostenibile), oppure si rivede il modello di assistenza per gli anziani: massicci investimenti pubblici, tecnologie per l’autosufficienza, modelli comunitari di mutuo aiuto o maggior coinvolgimento delle famiglie (rivedendo gli orari di lavoro). Un altra soluzione richiederebbe di accettare un periodo di decrescita economica relativamente lungo, cosa che però è mortale per il modo di produzione capitalistico.
Il Grande Vincitore
A questo punto la domanda è inevitabile: se i dati sono così chiari, se le ricerche convergono, perché il dibattito pubblico è dominato da falsità? La risposta è semplice: perché interi settori hanno fortissimi interessi a perpetuare tali miti.
I politici sono intrappolati in una competizione al ribasso: chi urla più forte contro i migranti vince le elezioni. La sinistra teme di sembrare “buonista”, la destra cavalca la paura. Il risultato un consenso trasversale su narrazioni false ma elettoralmente efficaci. I media vivono di clickbait. “Ondata di sbarchi” fa molti più click di “immigrazione stabile da decenni”. Le “emergenze” vendono, i dati no. E quindi ogni picco stagionale viene raccontato come un’invasione imminente, salvo dimenticare il riflusso successivo.
Persino le ONG e le organizzazioni internazionali (per quanto animate da buone intenzioni) non sono fuori da questi giochetti. Loro hanno infatti bisogno di drammatizzare per raccogliere fondi: previsioni apocalittiche sui “rifugiati climatici”, statistiche gonfiate sulla “tratta di esseri umani”, trucchi contabili sui dati che includono gli sfollati interni, cambio di categorie nel tempo (che rendono impossibili i confronti storici) sono solo alcune delle pratiche problematiche che De Haas ha documentato.
Fra gli approfittatori però ce ne sono alcuni che spiccano. Abbiamo parlato dei ricchi e dei capitalisti di alcuni settori, ma a mio avviso il grande vincitore è un altro: il complesso militare-industriale. Se esiste un business dei migranti, è questo. Sia gli Stati che l’UE hanno investito una marea di fondi pubblici per presidiare i confini con sistemi di sorveglianza elettronica, muri, recinzioni, imbarcazioni e veicoli di pattugliamento, generando un indotto legato anche all’incarcerazione e deportazione dei migranti. Militari e aziende coinvolte in questo settore hanno un interesse economico nel promuovere la percezione di un’imminente “invasione” di stranieri, legittimando così la necessità di “combattere” trafficanti e scafisti come in uno stato di guerra. Secondo questa analisi, la vera “industria della migrazione” non sono i trafficanti, ma le grandi compagnie che producono armi e tecnologie da guerra, le quali raccolgono i profitti maggiori dalla lotta contro l’immigrazione irregolare.
Le indagini dei Migrants’ Files (consorzio di giornalisti investigativi europei) hanno rivelato che tra il 2000 e il 2014 i Paesi UE hanno speso 2,3 miliardi di euro per il controllo delle frontiere e almeno 11,3 miliardi di euro per le deportazioni, con un ulteriore miliardo destinato al coordinamento tramite agenzie come Frontex, il cui bilancio annuale è quasi decuplicato tra il 2012 e il 2022, raggiungendo 754 milioni di euro. Tra i principali beneficiari di questa spesa dell’UE per la tecnologia militare si annoverano colossi europei come Airbus, Thales, Finmeccanica e BAE Systems, insieme ad aziende tecnologiche private come SAAB, Indra, Siemens e Diehl. Per il ciclo di bilancio 2021-2027, l’UE ha stanziato un totale di 22,7 miliardi di euro per la “gestione delle migrazioni e delle frontiere”, in aumento rispetto ai 13 miliardi del periodo precedente.
Negli USA l’industria della migrazione è ancora più imponente: lungo il confine con il Messico il governo ha speso 187 miliardi di dollari tra il 1986 e il 2012 per l’applicazione delle leggi anti-immigrazione. Solo nel 2018, il budget per i controlli frontalieri è salito a 24 miliardi di dollari, superando del 33% i costi combinati di tutte le altre principali agenzie federali di contrasto alla criminalità.
Questi ingenti investimenti su entrambi i lati dell’Atlantico hanno creato un mercato estremamente profittevole per le aziende private che gestiscono i controlli. E anche una spesa estremamente inutile (oltre che assassina) per i contribuenti. Come abbiamo visto all’inizio infatti, la militarizzazione delle frontiere non produce meno immigrati (che anzi aumentano in modo permanente), produce solo più morti. Stiamo letteralmente spendendo denaro per una politica omicida, capace solo di ingrandire le tasche di produttori di merci dannose per l’utilità sociale complessiva.
Due Idee per Riorientare il Dibattito
A conclusione del viaggio in cui ci ha condotto, De Haas discute alcune opzioni politiche percorribili per uscire dalla strada disfunzionale che abbiamo percorso fino ad oggi. Da quanto abbiamo detto, potrebbe sembrare che De Haas sia a favore di una completa apertura delle frontiere su scala globale. Per quanto questa soluzione sia più razionale di quella delle frontiere chiuse, secondo lui è impraticabile: da una parte, questo implica un’erosione della sovranità nazionale a cui i governi non sembrano essere pronti a rinunciare; dall’altra, allo stato attuale delle cose questa sarebbe un regalo ai capitalisti e ai ricchi, che non si interessano di questioni come la segregazione, lo sfruttamento e gli standard lavorativi. Ma il problema ancora più fondamentale è che a causa dei processi demografici e sociali (che abbiamo visto discutendo dell’ultima bugia del Centro-Sinistra), non potremo continuare a fare affidamento all’immigrazione ancora per molto.
Del suo ragionamento, ci sono due idee che trovo importante discutere. La prima è che l’immigrazione dovrebbe essere considerata dal Paese ospitante come l’indizio di una sua dinamica socio-economica. Non è un caso se Spagna, Italia e Germania, paesi senza strutture sovvenzionate dal governo per bimbi e anziani, hanno un’alta immigrazione di lavoratori (soprattutto lavoratrici) di cura. Non è un caso se le università di UK e USA, dove sono stati tagliati fondi alla ricerca accademica, sono diventate sempre più dipendenti da studenti internazionali. E non è un caso se i Paesi che hanno fallito nel formare infermieri e medici autoctoni dipendono da quelli stranieri. Qualsiasi politica migratoria che miri a controllare l’immigrazione deve tenere conto di questo, se vuole essere efficace, e intervenire con misure che apparentemente possono anche sembrare slegate dai processi migratori (De Haas fa l’esempio di incentivare il lavoro part-time).
La seconda idea è che non si possono separare i dibattiti sull’immigrazione e quelli sulle disuguaglianze socio-economiche. Se è vero che l’immigrazione è percepita in maniera diversa fra le classi, dove i capitalisti ne traggono la maggior parte dei benefici mentre i lavoratori si interessano principalmente all’impatto sui loro problemi quotidiani, allora le due questioni si pongono assieme in automatico. De Haas ce lo dice con una bella frase:
Dopotutto, il modo in cui i governi trattano gli immigrati corrisponde quasi in automatico anche al modo in cui trattano i lavoratori.
Più ci penso, più mi rendo conto che è vero. I migranti devono avere a che fare con problemi quali la precarietà, il lavoro a nero, le cattive condizioni di lavoro e lo sfruttamento. Problemi che riguardano tutti i lavoratori, anche se per loro sono più severi. Se De Haas ha ragione, allora non solo è possibile una convergenza fra lavoratori autoctoni e immigrati, ma appare necessaria: serve a contrattaccare, è un primo passo per mettere in discussione lo sfruttamento capitalistico e ridare dignità al lavoro.
