Il petrolio e l’economia dipendente del Venezuela

1. La dipendenza venezuelana dal petrolio in Salvador De La Plaza

Il libro El petróleo en la vida venezolana è una delle opere più significative e rappresentative dell’ampio e tenace impegno intellettuale e politico di Salvador de la Plaza, docente universitario e sindacalista legato al Partito Comunista del Venezuela. Nel libro ricorda che la distribuzione geologica delle rocce sedimentarie, condizione necessaria per la presenza di petrolio, non è uniforme nel pianeta, il che spiega perché non tutti i paesi posseggono questo strategico idrocarburo. La conoscenza della distribuzione mondiale di tali formazioni rocciose è di estremo interesse, considerata la crescente importanza del petrolio e dei suoi derivati per lo sviluppo industriale e delle comunicazioni, nonché il ruolo determinante che la risorsa gioca nelle relazioni internazionali dei paesi che la detengono. I dati relativi all’anno 1963 forniscono a de la Plaza una fotografia eloquente delle profonde disuguaglianze nella distribuzione delle riserve mondiali. Su un totale stimato di 326.626 milioni di barili di petrolio, la regione del Medio Oriente deteneva da sola una quota preponderante, pari al 62,6%, corrispondente a 204.521 milioni di barili. Al contrario, il blocco degli Stati Uniti e del Canada insieme possedeva il 10,9% (35.852 milioni) mentre il Messico, l’America Centrale e quella del Sud detenevano il 7,8% (25.489 milioni). La regione comprendente il Lejano Oriente, l’Africa e l’Oceania aveva il 7,5% (24.737 milioni) e l’insieme formato dall’Unione Sovietica, la Cina Popolare, la Romania e altri paesi socialisti il 10,4% (34.041 milioni). Questa ripartizione significava che i paesi sottosviluppati e quelli socialisti, insieme, controllavano l’88,3% delle riserve mondiali accertate, lasciando solo l’11,5% ai paesi altamente industrializzati, con l’Europa in una posizione particolarmente marginale con un esiguo 0,6%. Questa relazione di forze, secondo de la Plaza, ha condizionato nel corso del secolo tragici conflitti internazionali e al contempo rappresenta una promettente garanzia di liberazione per le nazioni in via di sviluppo. Il caso del Venezuela offre un esempio concreto delle dinamiche e delle contraddizioni legate allo sfruttamento petrolifero in un paese sottosviluppato. Nonostante la conoscenza dell’esistenza del petrolio sin dall’epoca precolombiana, quando le popolazioni indigene utilizzavano i ristagni superficiali, chiamati “mene”, per l’illuminazione e a scopo terapeutico, lo sfruttamento commerciale iniziò solo nel 1917. Da quella data il paese conobbe una crescita esponenziale, trasformandosi nel primo esportatore mondiale di petrolio. La produzione, che nel 1917 fu di appena 19.256 metri cubi, raggiunse i 197.428.000 metri cubi nel 1964, moltiplicandosi quindi di oltre diecimila volte nonostante la crescente concorrenza internazionale del petrolio mediorientale, concorrenza che subì un’interruzione durante la crisi di Suez nel 1956. Questa impressionante produzione non si traduceva in un beneficio interno proporzionale. Nel 1964, dei quasi 200 milioni di metri cubi prodotti, il Venezuela ne consumò internamente solo 5.181.000, suddivisi tra diverse tipologie di derivati: 2.808.000 metri cubi di benzina, 633.000 di cherosene, 814.000 di gasolio, 427.000 di olio combustibile e 499.000 di asfalto e altri prodotti. La parte restante, ben 186.887.000 metri cubi, dopo le detrazioni per lo stoccaggio, fu esportata. Questa sproporzione stridente tra una produzione gigantesca e un consumo interno minimo, unita al fatto che questa risorsa non rinnovabile fosse controllata da trust stranieri che trattenevano all’estero oltre il 40% del valore generato dall’esportazione, era la prova evidente della subordinazione del paese al capitale estero, un vincolo che ne aveva ostacolato lo sviluppo economico indipendente e ne determinava la condizione di sottosviluppo.

La dimensione del paradosso venezuelano risulta ancora più lampante considerando la produzione cumulativa tra il 1917 e il 1964 che raggiungeva l’enorme cifra di 2.945 milioni di metri cubi, per un valore d’esportazione di 123.027 milioni di bolívares. Nonostante questa immensa ricchezza, la realtà per la stragrande maggioranza dei circa otto milioni di abitanti non era di benessere diffuso, bensì di miseria, con solo una piccola élite che traeva profitto dalla rendita petrolifera. La spiegazione di questa apparente contraddizione risiedeva nel fatto che l’intero ciclo produttivo (estrazione, raffinazione, esportazione) era nelle mani di grandi consorzi internazionali, principalmente i gruppi Standard Oil degli Stati Uniti e l’anglo-olandese Shell. In più la persistenza di un regime di proprietà latifondista della terra e delle sue arcaiche relazioni di produzione manteneva la popolazione rurale, che costituiva circa la metà del totale nazionale, in condizioni di vita subumane. Grandi proprietari terrieri, trust imperialisti stranieri e commercianti importatori formavano così un’alleanza di classe che occupava il vertice della piramide sociale venezuelana, sfruttando la grande massa della popolazione, con il peso più gravoso sopportato proprio dai contadini.

Il fondamento giuridico della proprietà nazionale del petrolio affondava le sue radici nell’epoca successiva all’Indipendenza. Durante il dominio spagnolo vigeva l’ordinanza mineraria che riservava al Re tutti i minerali e i “bitumenes y jugos de la tierra”. Con un atto di grande portata storica il Libertador Simón Bolívar decretò a Quito nel 1829 che tutte le miniere, e dunque anche il petrolio, appartenevano alla Repubblica, principio successivamente ratificato dal Congresso venezuelano nel 1832. Da allora il sottosuolo e gli idrocarburi in esso contenuti furono per legge di esclusiva proprietà della Nazione. Questo principio, sebbene alla base della legislazione mineraria, fu spesso mal difeso dalle stesse classi dominanti venezuelane e non trovò sempre una consacrazione esplicita e categorica nelle successive costituzioni. La costituzione del 1881, ad esempio, menzionava solo l’amministrazione federale delle miniere, lasciando ambiguità sulla proprietà, formula poi ripetuta in costituzioni successive, compresa quella vigente nel 1961 che all’articolo 136 si limitava a stabilire la competenza del potere nazionale sul “régimen y administración de las minas e hidrocarburos”. Un decreto regolamentario del 1855 del presidente José Gregorio Monagas aveva ribadito con forza che la proprietà di tali sostanze spettava allo Stato e che il loro sfruttamento richiedeva una concessione del potere esecutivo.

Fu proprio su questa base giuridica che, all’inizio del XX secolo, i governi venezuelani decisero di concedere a privati il diritto di sfruttare il petrolio per incrementare le entrate fiscali. I contratti iniziali, spesso poi trasferiti a grandi consorzi stranieri, furono estremamente favorevoli a quest’ultimi. Prevedevano una royalty di soli quattro bolívares per tonnellata estratta, un’imposta di due bolívares per ettaro concesso e una durata di cinquant’anni. Tutto ciò fu giustificato con la teoria, ancora allora prevalente, della necessità di attirare capitali esteri per lo sviluppo. Il processo di acquisizione delle concessioni fu spesso caratterizzato da corruzione, con gli agenti delle compagnie che ottenevano condizioni vantaggiose tramite “commissioni” e doni in denaro contante a funzionari e avvocati.

Le principali zone petrolifere del Venezuela, meglio descritte come cuencas o bacini sedimentari, sono quella del Lago di Maracaibo, dell’Orinoco, di Falcón, di Apure-Barinas e di Tuy-Cariaco. Per quanto riguarda le riserve, i dati del 1963 stimavano quelle venezuelane in 17.030 milioni di barili, pari al 5,2% delle riserve mondiali. De la Plaza critica la terminologia usata dalle compagnie che parlavano di aumentare le riserve attraverso nuove esplorazioni, come se potessero creare petrolio, mentre in realtà si tratta semplicemente di scoprire ciò che già esiste nel sottosuolo.

L’ingresso dei grandi trust in Venezuela fu dominato inizialmente dalla Royal Dutch Shell. Essa, operando sotto la copertura della Caribbean Petroleum Company e presentandosi come compagnia nordamericana, ottenne nel gennaio 1912, tramite l’intermediazione dell’avvocato Max Valladares, una concessione gigantesca su gran parte del territorio nazionale. La ricchezza accumulata dagli intermediari di queste operazioni li collocò tra le famiglie più abbienti del paese. La Shell perforò il primo pozzo commerciale a Mene Grande nel febbraio 1914, iniziando le esportazioni nel 1917. Negli anni successivi, a partire dal 1919-1922, fecero il loro ingresso aggressivo i consorzi statunitensi, favoriti anche dall’aperto sostegno diplomatico del Dipartimento di Stato americano, come nel caso della Sinclair Oil Company. Dopo una prima competizione Shell e i gruppi americani si spartirono di fatto il paese in zone d’influenza. L’analisi dei dati sulle concessioni mostra una chiara evoluzione nel tempo: se inizialmente la Shell controllava una porzione significativa, la sua quota relativa diminuì progressivamente a vantaggio del gruppo statunitense. Per esempio, al 31 dicembre 1943, su 5.473.379 ettari concessi, la Shell ne deteneva il 25,5%, mentre al 31 dicembre 1964, su 3.243.730 ettari ancora in possesso delle compagnie, la quota della Shell era scesa al 21,1% (685.872 ettari) contro il 78,9% (2.557.858 ettari) del gruppo americano. Le compagnie avevano infatti rinunciato a milioni di ettari, soprattutto in aree non produttive, ma conservavano saldamente le aree più ricche. Queste rinunce non indicavano quindi una carenza di territorio ma erano una strategia per ottimizzare i costi (evitando le tasse di superficie) e mantenere il controllo sulle riserve più promettenti. La pressione per ottenere nuove concessioni era motivata dal desiderio di controllare ogni futura scoperta nel paese, non da una reale necessità operativa.

Anche nella produzione il predominio statunitense divenne netto. Nel 1964, su una produzione totale di 197.427.938 metri cubi, la Shell ne produceva 54.779.702 (circa il 27,7%) mentre la sola Creole Petroleum Corporation, la sussidiaria della Standard Oil del New Jersey, ne produceva da sola 76.032.637 metri cubi. Questa egemonia economica si traduceva in una dipendenza totale del Venezuela dagli Stati Uniti. Gli investimenti statunitensi diretti in Venezuela (in petrolio, miniere, banche, commercio e industria) passarono da 7.956 milioni di bolívares nel 1954 a 14.572 milioni nel 1962. Parallelamente le importazioni venezuelane dagli USA rappresentavano il 63% del totale nel 1957 mentre le esportazioni venezuelane erano indirizzate in massima parte verso quel mercato: nel 1963 il 72% del caffè e del cacao, il 41,2% del petrolio e l’81% del ferro esportati avevano come destinazione gli Stati Uniti. 

I consorzi petroliferi stranieri nel 1962 detenevano investimenti lordi per 19.054 milioni di bolívares, una cifra che rappresentava la stragrande maggioranza, precisamente l’86,2%, del totale degli investimenti esteri nel paese, allora pari a 22.091 milioni. È cruciale notare la distinzione tra questo dato lordo e il capitale netto effettivamente investito che per lo stesso anno ammontava a soli 7.437 milioni di bolívares. Questa marcata differenza tra i due valori, spiegata attraverso l’accumulo nel tempo delle quote di ammortamento, la capitalizzazione di una parte degli utili liquidi non distribuiti come dividendi e altri meccanismi finanziari, assume un significato molto chiaro quando si confrontano queste cifre con quelle di sette anni prima. Nel 1955, infatti, gli investimenti lordi del settore petrolifero erano di 11.329 milioni di bolívares e quelli netti di 5.381 milioni. Questo confronto rivela un incremento sproporzionato perché mentre gli investimenti lordi crescevano sensibilmente, il capitale netto rimaneva relativamente contenuto, un fenomeno interpretato come la prova evidente del sistematico saccheggio di cui il Venezuela era vittima da parte dei trust petroliferi imperialisti. La suddivisione geografica di questo dominio nel 1962 vedeva il gruppo statunitense detenere 12.760 milioni di bolívares in investimenti lordi, ovvero il 67% del totale petrolifero, mentre al gruppo anglo-olandese spettavano 6.203 milioni, corrispondenti al restante 33%. La straordinaria redditività di queste operazioni per le compagnie straniere trova una conferma autorevole nello stesso Banco Central de Venezuela, il quale nella sua Memoria del 1956 dovette riconoscere che l’industria petrolifera, oltre a rimpiazzare il costo dei suoi capitali fissi, aveva già completamente ammortizzato per il 1954 tutti gli investimenti netti di capitale realizzati fino a quella data. Un ulteriore dato complementare, citato a dimostrazione della natura favolosa dei superprofitti ottenuti, riguarda l’anno 1957: su un volume di esportazioni di greggio e derivati pari a 7.288 milioni di bolívares, le compagnie petrolifere percepirono un utile liquido dichiarato di 2.774 milioni, una somma che equivaleva al 34% del loro capitale netto investito in quell’anno specifico, e distribuirono ai loro azionisti dividendi per 2.082 milioni di bolívares.

Per comprendere appieno l’impatto deformante di questa economia estrattivista è necessario ricordare la condizione del Venezuela precedente all’era del petrolio. All’epoca in cui iniziò l’esportazione di idrocarburi, nel 1917, il paese era essenzialmente agricolo. Le sue esportazioni tradizionali, costituite da caffè, cacao, bestiame e altri prodotti, ammontarono in quell’anno a 108 milioni di bolívares mentre le importazioni si fermarono a 90 milioni, lasciando un saldo commerciale favorevole. La struttura sociale ed economica era dominata dal sistema del latifondo, con grandi piantagioni e allevamenti di bestiame controllati da proprietari terrieri che mantenevano relazioni di produzione di tipo semifeudale. La grande massa contadina, priva di terra, era costretta a pagare alti canoni di affitto in natura o a lavorare come bracciante per salari bassissimi, vivendo in condizioni miserabili. Nelle città sopravviveva un tipo di artigianato in lotta per non soccombere all’invasione di manufatti importati. Sul piano politico il potere era saldamente nelle mani del tiranno Juan Vicente Gómez, al governo dal 1908 come rappresentante dei latifondisti più reazionari e con il sostegno attivo dell’imperialismo statunitense, un appoggio documentato da un cablo del ministro statunitense a Caracas che, il 14 dicembre 1908, sollecitava Washington affinché una nave da guerra americana fosse presente a La Guaira in previsione della reazione contro il presidente Cipriano Castro. Queste relazioni di produzione arretrate, unite al terrore politico e alla limitatezza dell’economia, mantenevano il paese in una situazione di sviluppo quasi statico, con un Bilancio Nazionale che si equilibrava su entrate e uscite di poco superiori ai 50 milioni di bolívares.

Con la prima esportazione di petrolio nell’anno fiscale 1917-1918, pari a 21.194 tonnellate metriche per un valore di 899.673 bolívares, iniziò a coesistere con l’arretrata economia agricola una nuova economia petrolifera, tecnologicamente avanzata, totalmente orientata all’esportazione e interamente controllata da trust stranieri. A causa delle condizioni svantaggiose incluse nei titoli delle concessioni il Venezuela percepiva solo una partecipazione minuscola nella ricchezza estratta dal suo sottosuolo, una partecipazione che peraltro, tendeva a sfuggire all’estero a causa dell’aumento crescente delle importazioni, rendendo impossibile l’accumulazione interna di capitale necessaria per lo sviluppo industriale autonomo del paese. L’economia agropecuaria non solo divenne stagnante ma vide addirittura ridursi il volume della sua produzione mentre dalle esportazioni scomparvero progressivamente diversi prodotti tradizionali come la carne, il caucciù, la balata, alcuni dei quali divennero persino articoli d’importazione. È importante specificare che quando si parla di esportazioni nazionali ci si riferisce a prodotti come caffè, cacao o quelli della Siderúrgica de Matanzas, il cui valore di vendita è interamente a disposizione del paese per coprire pagamenti con l’estero. Il petrolio, i suoi derivati e il minerale di ferro sono invece esclusi da questo calcolo poiché del loro valore di esportazione il Venezuela percepisce solo una parte, quella corrispondente alle divise che i trust del petrolio e del ferro importano nel paese per effettuare i pagamenti di salari, imposte, spese amministrative e per acquistare dallo Stato royalties petrolifere. A titolo esemplificativo, nel 1963 il valore totale delle esportazioni di petrolio, derivati e ferro fu di 8.485 milioni di bolívares ma di questa somma entrarono effettivamente in Venezuela solo 4.207 milioni (equivalenti a 1.385 milioni di dollari). La differenza, 4.287 milioni di bolívares, rimase bloccata all’estero nelle mani degli azionisti e degli altri beneficiari stranieri dei trust. Per anni il deficit della Bilancia Commerciale venne coperto nella Bilancia dei Pagamenti proprio da queste divise petrolifere e del ferro ma l’aumento smisurato delle importazioni rese infine queste entrate insufficienti, costringendo a fare affidamento, per i pagamenti esteri ad altre divise portate dal nuovo capitale privato straniero in cerca d’investimento. Questa dinamica collocò il Venezuela in una posizione di estrema pericolosità finanziaria poiché sarebbe bastata una riesportazione di capitali esteri o una fuga di capitali locali per erodere rapidamente le Riserve Internazionali che garantivano la stabilità monetaria. Il “panico” di divise provocato dalle compagnie petrolifere alla fine del 1959 e il conseguente crollo di queste riserve, passate da 4.023 milioni di bolívares al 31 gennaio 1958 a soli 1.772 milioni al 31 dicembre 1961 (nonostante i prestiti esteri contratti in quel periodo), sono la prova concreta di questa vulnerabilità. L’analisi equipara quindi il deficit accumulato della Bilancia Commerciale a un debito estero segreto, il cui ammontare costituisce l’indice più evidente della mediazione e della dipendenza in cui versa il paese.

La deformazione dello sviluppo economico si manifesta anche nell’osservazione che a un maggiore volume di produzione ed esportazione petrolifera corrisponde invariabilmente un aumento parallelo delle importazioni. L’imperialismo non si limita quindi a trattenere all’estero la differenza tra il valore delle esportazioni e le divise che riporta per le sue spese locali ma, attraverso il pagamento delle importazioni, sottrae anche quest’ultime, trascinando con sé altri milioni e impedendo in tal modo qualsiasi possibilità di accumulazione di capitale nazionale, presupposto indispensabile per uno sviluppo economico indipendente. Il fatto che petrolio e ferro rappresentino il 96% delle esportazioni e che gli introiti fiscali provenissero per il 57,3% (nell’anno 1962-1963) dalla vendita di royalties e dalle imposte pagate dalle compagnie, di per sé non sono le cause originarie della deformazione economica e della situazione di sottosviluppo. La causa determinante e incontrovertibile risiede piuttosto nel fatto che il petrolio e il ferro sono stati e sono accaparrati e controllati da trust stranieri, i quali hanno investito capitali al solo scopo di ottenere superprofitti a spese degli interessi nazionali, “succhiando” le risorse naturali e la ricchezza prodotta dagli operai e dagli impiegati venezuelani del settore. La situazione sarebbe stata radicalmente diversa se queste risorse fossero state estratte ed esportate direttamente da venezuelani, siano essi lo Stato o privati nazionali: in quel caso l’intero prodotto delle vendite, sia sul mercato interno che su quello estero, sarebbe rimasto nel paese, come avviene per gli introiti da caffè e cacao. Sotto quelle condizioni l’economia nazionale si sarebbe sviluppata senza deformazioni di fondo, grazie all’accumulazione di capitale nazionale che si sarebbe generata e al normale funzionamento delle leggi economiche capitalistiche, il cui gioco è invece ostacolato dalla penetrazione imperialista. Non ci si troverebbe in una condizione di sottosviluppo e non si parlerebbe della “necessità di diversificare la produzione”. Ciò che ha determinato il sottosviluppo, e dunque l’urgenza di uno sviluppo industriale e agropecuario autonomo, non è quindi il fatto di aver estratto ed esportato volumi colossali di petrolio e ferro ma il fatto che queste attività siano state condotte per arricchire i paesi di origine dei trust che li controllano. Questo schema non è nuovo perché già nel secolo precedente, investitori stranieri come Blahm, Kolster, Romer e Fenson, monopolizzando il commercio d’import-export e operando come banchieri privati informali, compravano a prezzi bassi i prodotti agricoli locali, vendevano a prezzi alti i manufatti importati e applicavano interessi usurari sui prestiti, esportando all’estero la ricchezza prodotta dal lavoro di contadini e operai venezuelani. Con il petrolio e il ferro lo stesso fenomeno si è semplicemente ripetuto su una scala enormemente moltiplicata.

Alla luce di questi fatti e antecedenti storici parlare in astratto di diversificare la produzione del paese costituisce un ulteriore inganno. Il problema reale che il Venezuela ha di fronte è quello di costruire la sua economia nazionale. Per de la Plaza i venezuelani devono produrre ciò che consumano e vendere all’estero solo gli eccedenti, affinché la ricchezza da loro creata con il lavoro rimanga nel paese e, con essa, si incrementi lo sviluppo economico generale e si assicuri il benessere per l’intera collettività. Per raggiungere questo obiettivo la soluzione che si impone è la Riforma Agraria. Si tratta di trasformare la struttura latifondistica della terra e di incorporare al processo produttivo, dotandola di terra in proprietà, la grande massa contadina oggi improduttiva, in modo che essa possa soddisfare il proprio bisogno di alimenti e, vendendo le eccedenze, disponga di risorse per acquistare i manufatti prodotti dagli operai nei centri industriali. Affinché anche la ricchezza creata da questi operai rimanga nel paese e non fugga all’estero è imperativo che l’industrializzazione sia sviluppata con capitale nazionale. È utile precisare che un prestito estero per installare industrie, se destinato a investimenti produttivi, costerà al paese il pagamento di interessi annuali ma, una volta ammortizzato l’investimento, il capitale che si accumulerà sarà nazionale. Nei paesi sottosviluppati è funzione primaria dello Stato, in Venezuela specialmente, data la ricchezza dei giacimenti petroliferi e dei depositi di ferro, creare e sviluppare le industrie basiche “madri” dell’industrializzazione, come la siderurgica e la petrolchimica, sviluppare l’elettrificazione e le reti di comunicazione ferroviarie, nonché gestire direttamente l’estrazione, la raffinazione, la liquefazione e l’esportazione delle risorse naturali non rinnovabili come petrolio, gas, ferro e bauxite. Solo realizzando la Riforma Agraria e industrializzando il paese per e da parte dei venezuelani si costruirà un’economia propria e indipendente, nella quale la “diversificazione della produzione” sarà una conseguenza obbligata e non un proposito astratto. Al contrario, perseguire la “sostituzione delle importazioni” o la diversificazione attirando capitale privato estero non farà che acuire la cosiddetta mediatizzazione del paese, convertendolo ogni giorno di più in un’appendice delle economie straniere, principalmente di quella nordamericana.

Giuseppe D’Angelo, nel saggio El excremento del diablo: Salvador de la Plaza y el petróleo de Venezuela, fornisce altri elementi su cui riflettere. De la Plaza parla di mediatizzazione della sovranità nazionale. Si tratta di un concetto chiave della sua riflessione politica perché descrive una forma moderna e subdola di dipendenza in cui lo Stato mantiene una sovranità solo formale mentre la sua autorità sostanziale viene trasferita a potenze estere attraverso i meccanismi dell’economia e della finanza. Questo processo si è realizzato attraverso una doppia alleanza, quella tra il capitale straniero delle compagnie petrolifere e l’oligarchia terriera venezuelana, interessata a perpetuare arcaiche relazioni di produzione agricola e a lucrare sulla rendita fondiaria, piuttosto che a modernizzare il paese e quella tra gli interessi delle multinazionali e una classe politica nazionale che funge da intermediaria e “testa di ponte”, internalizzando e facendo propri gli obiettivi del capitale estero a scapito di un progetto di sviluppo nazionale. Il risultato è stato la creazione di un’economia duale e schizofrenica composta da un’enclave petrolifera ipertecnologica e perfettamente integrata nei circuiti del capitalismo globale e il resto del paese con una struttura agraria arretrata e un’industria debole, dipendente dalle importazioni finanziate dalla rendita.

2. La riflessione di Mata sull’antisviluppo del Venezuela

Per Héctor Malavé Mata nel libro Formación Histórica del antidesarrollo de Venezuela la transizione del Venezuela all’era petrolifera coincide con la costruzione di una repubblica del petrolio caratterizzata da una dipendenza neocoloniale strutturale, da profonde distorsioni economiche e da un autoritarismo politico funzionale agli interessi del capitale straniero. Questa trasformazione ha le sue radici nel fallimento del governo di Cipriano Castro il quale, nonostante le ambizioni, non riuscì a risollevare l’economia dal marasma ereditato dal periodo coloniale, un’eredità di anarchia e sedizione che si perpetuava in un territorio vasto e scarsamente popolato da appena 2,5 milioni di abitanti. In questo contesto di atavica arretratezza consorzi petrolieri internazionali iniziarono a muovere i primi passi nell’esplorazione, preannunciando l’avvento di una nuova ricchezza destinata a rivelarsi tanto alienante quanto conflittuale, in grado di rivaleggiare e poi soppiantare la tradizionale economia agro-esportatrice. L’arrivo di Juan Vicente Gómez al potere segnò un punto di non ritorno perché mentre Castro aveva mostrato una certa preferenza per gli investimenti inglesi, generando diffidenza nel capitale nordamericano, Gómez si aprì decisamente al nuovo imperialismo statunitense, concedendogli quei privilegi e vantaggi economici precedentemente negati. Sotto il suo regime inizia lo sfruttamento commerciale del petrolio che renderà il Venezuela una periferia tributaria del capitalismo neocoloniale. La sua arretratezza, lungi dall’essere un ostacolo, fu la condizione perfetta per la penetrazione dei capitali internazionali dato che il paese non disponeva delle risorse interne per finanziare autonomamente lo sfruttamento della sua stessa ricchezza sotterranea. Gómez, presentandosi come il garante dell’ordine contro l’anarchia e la povertà generalizzata, instaurò un regime la cui ideologia ufficiale si ispirava a un positivismo distorto, utilizzato per giustificare le disuguaglianze sociali come frutto della naturale superiorità dei più “abili” e “adatti”. In realtà questo ordine si basava sulla sistematica abolizione delle libertà democratiche e sulla repressione delle rivendicazioni del nascente proletariato petrolifero, garantendo alle compagnie straniere un clima di stabilità e assenza di conflitti sociali. La legislazione divenne lo strumento per codificare questo sistema di privilegi. Il tentativo del ministro Gumersindo Torres, tra il 1918 e il 1920, di riformare le leggi petroliere per aumentare le entrate statali, limitare la durata e l’estensione delle concessioni, e ispirarsi alla più avanzata legislazione messicana naufragò di fronte al potere ormai consolidato delle compagnie. Esse, sfruttando abilmente la rivalità anglo-americana, esercitarono pressioni dirette su Gómez che destituì Torres e fece approvare dal Congresso nel 1921 una legge modellata sulle richieste delle corporations nordamericane, sancendo il loro dominio indiscutibile. Gli effetti di questa transizione furono immediati e profondamente distorti. Il valore delle esportazioni petrolifere esplodeva, passando da 2 a 649 milioni di bolívar tra il 1917 e il 1935, mentre le esportazioni tradizionali di caffè e cacao crollavano. Il paese si trasformò da agrario a fondamentalmente petroliero ma questa fu una crescita apparente che mascherò una dipendenza più profonda dell’economia. I proventi petroliferi, sebbene ingenti, non furono canalizzati verso investimenti trasformativi ma dissipati in spesa burocratica e nell’arricchimento dell’élite gomecista mentre l’enorme afflusso di valuta estera causava un apprezzamento del bolívar che strangolava la già debole agricoltura d’esportazione, rendendola non competitiva. Questo generò una dicotomia o dualismo strutturale insanabile tra un settore estrattivista ipertecnologico e un settore agricolo stagnante e arretrato. La crisi mondiale del 1929 aggravò ulteriormente la situazione, portando a esperimenti di politica cambiaria come il Convenio Tinoco del 1934 che tentò di stabilire cambi differenziali e sussidi ma che finì per favorire la speculazione e non risolse i problemi di fondo dell’agricoltura, aiutando più gli esportatori intermedi che i produttori. La morte di Gómez nel 1935 lasciò un paese più squilibrato che mai. I successivi governi, attraverso l’Oficina Nacional de Centralización de Cambios (1937) e la creazione del Banco Central de Venezuela (1940), tentarono di gestire questa dicotomia con sistemi di premi all’esportazione e poi con cambi differenziali stabili (4,60 Bs/$ per il caffè, 3,09 Bs/$ per il petrolio) ma erano palliativi monetari che non affrontavano le cause strutturali del ritardo agricolo, ovvero il latifondismo e le relazioni di produzione arcaiche. La Ley de Hidrocarburos del 1943, promulgata dal presidente Isaías Medina Angarita, se da un lato unificò il regime giuridico e aumentò la partecipazione fiscale dello Stato, dall’altro, con la proroga delle concessioni per quarant’anni, cristallizzò e perpetuò l’usufrutto straniero sulle riserve nazionali, rendendo di fatto impossibile per decenni qualsiasi ipotesi di nazionalizzazione o reale controllo nazionale. Il governo di Rómulo Betancourt, insediatosi nel 1945, proclamò una politica petrolifera nazionale basata sul motto “non più concessioni” ma nel contempo si impegnò a mantenere in vigore la legge del 1943 e a non espropriare le compagnie straniere. Il ministro Pérez Alfonzo giunse a definire le imprese straniere come “venezuelane”, considerando inessenziale l’origine del loro capitale, una visione che Mata critica come apologetica e fuorviante poiché occultava la realtà del drenaggio sistematico del surplus all’estero. In quegli anni si avviò un timido processo di industrializzazione che rimase dipendente dai proventi petroliferi e non modificò la struttura economica di base, contribuendo piuttosto a concentrare la ricchezza in una borghesia speculativa legata al commercio e al credito e ad aggravare la distribuzione regressiva del reddito. 

Héctor Malavé Mata definisce questo modello come una forma di antisviluppo in cui l’abbondanza petrolifera ha generato una struttura permanente di dipendenza, sperequazione e impoverimento sostanziale. In questa struttura economica il contadino è costretto a consumare le proprie energie senza mai ottenere un guadagno reale, lavorando una terra della quale non poteva usufruire e fuggendo dalla sua condizione di penuria per il solo timore di sprofondare in una miseria ancora più nera. Questo esodo rurale produsse una fuga forzata, dettata dalla degradazione assoluta delle sue condizioni di vita. Contemporaneamente il paese viveva una metamorfosi economica distorta: il dollaro si tramutava in bolívar, il bolívar si convertiva in merce di lusso e questo stesso consumo opulento diventava il mezzo attraverso il quale il bolívar, ritrasformato in dollaro, alimentava un circolo vizioso di alienazione e dipendenza, rendendo la classe agiata schiava della valuta straniera per il proprio approvvigionamento opulento.

Arturo Uslar Pietri denunciava l’uso del petrolio per costruire una “nazione artificiale e illusoria”, una finzione decorativa che nascondeva la povertà immutata del vero Venezuela. Secondo Uslar Pietri il petrolio aveva spezzato un precario equilibrio preesistente, creando una distanza insormontabile tra la povertà endemica del paese profondo e l’alto tenore di vita artificiale finanziato dalla rendita. La sua celebre metafora del petrolio come minotauro, un mostro mitologico che divora la nazione, viene però interpretata da Malavé Mata come una visione che attribuisce una natura fatalistica e quasi maledetta alla risorsa stessa, vista come una disgrazia congenita del paese. Questa prospettiva, pur acuta, omette secondo Mata la radice politica del male: non è la materia prima in sé il problema ma il comportamento predatorio della borghesia parassitaria legata al petrolio, saldamente insediata nel potere politico, e la connivenza di uno Stato che ha consentito e favorito questo sfruttamento senza trasformazione. Il famoso motto di “sembrar el petróleo”, pur nella sua perspicacia intuitiva, risulta così una proposta incompleta perché non affronta il cuore del sistema di potere che ha distorto l’uso della rendita.

L’analisi prosegue scandagliando le dinamiche economiche concrete. Il boom produttivo a partire dal 1951, specialmente sotto il regime di Marcos Pérez Jiménez, generò entrate fiscali cospicue e un miglioramento formale della bilancia dei pagamenti ma questo dinamismo rimase confinato al settore estrattivo-esportatore, creando una prosperità di facciata. Anche alcuni investimenti in infrastrutture o settori come il siderurgico e il petrolchimico non modificarono la logica di fondo. Il vero carattere di quel periodo emerse negli anni 1956-1957, con il boom artificiale legato alla crisi di Suez, i cui frutti furono raccolti dall’oligarchia tramite arricchimenti illeciti. La caduta di Pérez Jiménez nel 1958 inaugurò un tentativo di rinegoziazione del patto fiscale con le compagnie petrolifere. L’aumento dell’imposta sul reddito del settore, però, scatenò una reazione immediata e aggressiva dei consorzi internazionali, il cui portavoce, Harold Haight della Creole, lanciò un esplicito avvertimento sulle future attività in Venezuela. La ritorsione non si fece attendere e si concretizzò in un crollo pilotato dei prezzi mondiali del greggio, presentato come normale oscillazione di mercato ma in realtà funzionale a indebolire la posizione fiscale dei paesi produttori.

Le politiche economiche dei governi successivi, in particolare le svalutazioni del bolívar attuate da Rómulo Betancourt all’inizio degli anni ‘60, peggiorarono ulteriormente la situazione a vantaggio delle compagnie. Queste misure permisero infatti una rivalutazione fraudolenta degli asset petroliferi che, attraverso l’aumento artificioso degli ammortamenti, ridusse la base imponibile e l’onere fiscale delle multinazionali. In questo modo lo Stato venezuelano divenne inconsapevolmente l’agente di una maggiore fuga di capitali, agevolando il trasferimento di profitti all’estero sotto forma di dividendi e disinvestimenti. La strategia di sostituzione delle importazioni si rivelò un’altra faccia della stessa medaglia della dipendenza. Questa industrializzazione non fu autenticamente nazionale ma periferica e importatrice, sostenuta da capitali esteri, protetta da barriere doganali che creavano monopoli e totalmente dipendente dalla tecnologia e dagli input dei paesi dominanti. Era, in sostanza, un’estensione subordinata del capitalismo industriale globale, non un percorso di autonomia.

Malavé Mata sottolinea come, nel corso degli anni ‘60 e ‘70, l’intera logica del sistema continuasse a ruotare attorno a una gestione distorta della rendita petrolifera. Lo Stato, invece di fungere da motore di uno sviluppo autonomo, utilizzava le entrate fiscali del petrolio come strumento di conservazione politica e di narcosi sociale. La rendita veniva dissipata in spese correnti improduttive, alimentando un apparato burocratico clientelare e rafforzando le strutture repressive. Questo modello di bilancio favoriva la concentrazione del potere economico e l’accumulazione di imprese a capitale straniero. Mata contesta anche l’interpretazione puramente contabile di queste entrate come “imposte”. Economicamente esse rappresentano la liquidazione di un patrimonio nazionale non rinnovabile e il loro mancato reinvestimento equivale a un impoverimento progressivo della nazione. Le statistiche mostrano chiaramente uno squilibrio crescente tra il flusso della rendita e la formazione di capitale pubblico. Questa patologica condotta fiscale viene spiegata attraverso tre ragioni strutturali. In primo luogo, l’incapacità cronica del settore produttivo di assorbire manodopera che riversa sulla pubblica amministrazione una pressione occupazionale distorta. In secondo luogo la natura stessa dello Stato come espressione del potere di una classe dominante composita (oligarchia finanziaria, forze armate, latifondisti, Chiesa, borghesia intermediaria) che piega il bilancio verso la spesa di controllo e di funzionamento, trasformandolo in un bottino di privilegi per pochi. In terzo luogo la violenza fiscale intrinseca al sistema, cioè la spesa in deficit e l’inflazione che ne deriva, che operano come un meccanismo silenzioso di trasferimento di ricchezza dalle classi popolari a quelle abbienti, con lo Stato che sanziona e legalizza questa espropriazione.

La politica di opposizione a nuove concessioni del governo Betancourt fu ben presto erosa dalle pressioni delle compagnie che ottennero l’approvazione di contratti di servizio definiti dall’opposizione come “concessioni travestite”. Anche J. P. Pérez Alfonzo, iniziale promotore della formula, ne divenne in seguito critico. Le compagnie, intanto, utilizzavano ogni mezzo per difendere i propri privilegi, comprese le restrizioni alle importazioni imposte dagli USA come ritorsione, e una campagna per creare un clima di incertezza sul futuro petrolifero del paese. L’apice di questo scontro si ebbe con l’approvazione della Legge sul ritorno dei beni petroliferi, contro la quale le principali compagnie (Creole, Shell, Mene Grande…) presentarono ricorso alla Corte Suprema di Giustizia, denunciandone l’incostituzionalità. Per Malavé Mata questa battaglia legale rivelava la determinazione delle compagnie a eludere il controllo statale e a preparare strategie per svuotare il diritto alla restituzione che avrebbe dovuto trasferire alla nazione, senza indennizzo, tutti i beni legati all’attività concessa, considerata unitaria e indivisibile. La resistenza delle compagnie a qualsiasi fiscalizzazione efficace su questi beni dimostrava la loro intenzione di perpetuare un sistema di dominio e di sottrazione della ricchezza nazionale, coronando il processo storico di un antisviluppo in cui la rendita petrolifera aveva finanziato la perpetuazione della dipendenza, della disuguaglianza e della povertà di fondo del Venezuela reale.

L’intervento del senatore Arturo Uslar Pietri nel dibattito parlamentare su questa legge si distinse per il suo tono dissidente e scettico, espresso con eloquenza e una certa conoscenza dell’economia politica, in netto contrasto con l’assenso quasi unanime degli altri partiti rappresentati al Congresso. Uslar Pietri espresse riserve profonde, avvertendo che il paese stava compiendo un passo di immensa portata senza un’adeguata preparazione, senza aver misurato le conseguenze e senza un piano definito per reagire e prepararsi ad esse. Criticò il progetto di legge, nato in un clima entusiasta di perfezionamento della legislazione petroliera, per essere andato ben oltre il suo fine strettamente limitato di definire quali beni fossero soggetti a restituzione e come questa avrebbe operato. La sua posizione coincideva con l’opinione diffusa nell’oligarchia petrolifera e rifletteva una costante della sua carriera: il disaccordo con qualsiasi sanzione che stabilisse frontiere nette tra il potere pubblico e quello delle corporation petrolifere. La sua eloquenza, di stampo borghese, non si era mai unita alla contesa per il recupero del patrimonio alienato, e le sue ragioni non mostravano mai una certa volontà di immaginare un futuro per il paese libero dalla tutela straniera sugli idrocarburi.

La legge, approvata nonostante alcune riforme che ne limitavano l’efficacia legale, rimaneva uno strumento che regolava la materia entro limiti puramente formali. Tuttavia la sua approvazione costituì un atto importante nella definizione del futuro petrolifero nazionale, una condizione necessaria ma non sufficiente. La legge stabiliva che il processo di restituzione delle concessioni e dei beni annessi sarebbe iniziato a partire dal 1983. Il decennio che separava l’approvazione dalla data di inizio era visto come un periodo di rischio, durante il quale potevano emergere tentativi di invalidazione, tattiche per abrogare lo statuto e una gamma di interessi contrari. Era ritenuto credibile che le stesse compagnie concessionarie utilizzassero questo lasso di tempo per organizzarsi contro il nuovo regime legale o che si creassero condizioni politiche regressive capaci di portare alla deroga delle leggi sgradite alle corporation straniere. La legge, però, poteva creare le condizioni per un’alternativa prevista ma non decisa: un cambiamento significativo nello sfruttamento degli idrocarburi che richiedeva una politica attiva per realizzare la nazionalizzazione in termini perentori o man mano che si avvicinava la data delle prime restituzioni.

La vera nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi, tuttavia, non poteva concepirsi all’interno dei canoni della politica petrolifera del tempo. Anche nel contesto della restituzione sarebbe stata priva di senso se non avesse comportato una trasformazione radicale del contenuto dello sfruttamento. Senza un processo affermativo di democratizzazione delle forze produttive e senza l’utilizzo degli introiti fiscali petroliferi nella diversificazione strutturale dello sviluppo, i benefici sarebbero fluiti verso i settori a reddito più flessibile. A causa di una distribuzione regressiva del reddito e delle politiche di classe dietro la gestione del bilancio pubblico si sarebbe verificato un trasferimento del surplus del settore petrolifero verso l’oligarchia locale, a danno della comunità proletaria. In altre parole, una nazionalizzazione senza trasformazione della struttura di classe avrebbe mantenuto meccanismi distributivi che acceleravano l’arricchimento dei già opulenti. Una gestione autonoma e orientata a cambiamenti profondi richiedeva un’assegnazione massiccia di capitale, la preparazione di quadri tecnici e professionali, la messa a terra di piani produttivi e finanziari e la formazione di risorse all’altezza della tecnologia da impiegare. Nessuno di questi elementi era stato incluso nei programmi di politica economica dell’epoca.

Il dibattito sulla nazionalizzazione petrolifera, spesso associato a terminologie elettorali, era oggetto di vari usi e interpretazioni. Il governo di Rafael Caldera adottò lo slogan di un “nacionalismo democrático” mentre in certi ambienti di sinistra si sosteneva che la parola nazionalizzazione avesse perso la sua carica rivoluzionaria, svuotata dalla retorica demagogica dei partiti borghesi che se ne appropriavano per ragioni di convenienza, senza intaccare la prassi sociale.

Un aspetto cruciale di quel periodo fu il forte aumento degli introiti fiscali dalle esportazioni petrolifere. Nel settembre 1973 il governo annunciò un surplus fiscale di 1.333 milioni di bolívares, attribuito al rialzo dei valori basici di esportazione e all’aumento del prezzo delle royalties. Questa lettura era criticabile sotto diversi aspetti. Il surplus si basava su stime di introiti e spese realizzabili per quell’anno fiscale e metà di quelle risorse extra erano già destinate a investimenti programmati. In un contesto di disoccupazione e insufficiente produzione interna parlare di risorse eccedenti era più un’apparenza che una realtà, dato che molti obiettivi programmati non erano stati raggiunti. Il concetto stesso di surplus perdeva significato se il rendimento della spesa pubblica restava basso. La differenza tra introiti e uscite ordinarie poteva rappresentare semplicemente la somma necessaria a coprire le perdite causate dalla dilapidazione della spesa pubblica, orientata spesso verso spese improduttive dello Stato e dell’oligarchia al potere.

Bisogna inoltre osservare che l’incremento stimato per il 1973 non derivava solo dall’aggiustamento dei prezzi ma anche da un aumento della produzione di idrocarburi nei primi nove mesi dell’anno, equivalente a 164.000 barili al giorno in più rispetto al 1972. Ciò significava che si stava riproponendo la pericolosa alternativa di sacrificare maggiori volumi di produzione per ottenere entrate immediate più elevate. Inoltre l’aumento unilaterale dei valori di esportazione stabiliti dal governo, pur generando maggiori entrate fiscali, aveva anche stimolato un maggiore trasferimento di surplus economico da parte delle compagnie verso i loro centri di accumulazione all’estero. Ad esempio, tra il 1971 e il 1972, l’Imposta sul Reddito del settore idrocarburi era cresciuta del 22% ma contemporaneamente le entrate per investimenti del settore petrolifero nella bilancia dei pagamenti, calcolate a prezzi fiscali, erano aumentate da 695 a 875 milioni di dollari, segno che le compagnie trasferivano sui consumatori l’intero aumento dei prezzi operativi, non solo la parte relativa al maggior carico fiscale.

Infine, un altro aspetto critico era legato alla stessa legge sulle restituzione. A partire dalla sua promulgazione nel luglio 1971 le compagnie concessionarie, in previsione degli effetti legali, avevano cominciato a modificare i parametri delle loro operazioni contabili. Esistevano fondati indizi che avessero alterato i calcoli di deprezzamento, ammortamento e esaurimento dei beni soggetti a restituzione, accelerando e gonfiando artificialmente il processo di ritorno dei capitali investiti. Questa pratica, che poteva essere verificata solo con rigorose procedure fiscali, portava a una ipertrofia artificiale dei costi operativi, contraendo così il reddito netto imponibile e riducendo di conseguenza l’Imposta sul Reddito dovuta. 

Per Mata la formazione economico-sociale del Venezuela mostrava relazioni di dipendenza modellate su uno sfruttamento neocoloniale. L’estrazione imperialista del petrolio ne era l’elemento determinante. Questo sfruttamento era ed è la principale fonte generatrice di conflitti in tutti gli ordini della vita nazionale. Il petrolio, così gestito, aveva prodotto il sottosviluppo del paese e la sua condizione storica di dipendenza con un’apparenza di progresso. Il falso sviluppo dell’economia venezuelana nascondeva le grandi contraddizioni strutturali, occultava il contenuto del debito estero cumulativo, impediva uno sviluppo industriale integrato e autonomo, dissimula le iniquità nella distribuzione del reddito e manteneva le radici strutturali della disoccupazione. 

3. Appunti sul chavismo

Utilizzando il libro Society and Economy in Venezuela. An Overview of the Bolivarian Period (1998-2018) concludiamo il nostro ragionamento analizzando come il problema della rendita petrolifera è stato gestito dal chavismo. La traiettoria economica del periodo preso in considerazione è tragicamente contraddittoria perché un progetto politico esplicitamente finalizzato a rompere la dipendenza storica dal petrolio attraverso il suo controllo statale si è, nel lungo termine, tradotto nel suo acutizzarsi estremo. La premessa dell’intero processo rivoluzionario bolivariano fu la constatazione della profonda crisi sociale ereditata dal cosiddetto Pacto del Punto Fijo, caratterizzata da povertà diffusa e violenza, che fornì la giustificazione ontologica per una serie di politiche progressiste e interventiste. Il primo atto fondamentale in questo senso fu la rifondazione costituzionale del 1999, il cui articolo 303 stabilì la rinazionalizzazione totale di Petróleos de Venezuela S.A. (PDVSA), una mossa presentata come un atto di sovranità economica su quella che era già la più grande riserva petrolifera del mondo. Questo controllo diretto era il presupposto per reindirizzare la rendita petrolifera verso obiettivi di sviluppo interno, come esplicitato dalla successiva Legge Organica degli Idrocarburi del 2001 che ribadiva la proprietà pubblica di tutte le riserve e vincolava il loro sfruttamento allo sviluppo economico e al finanziamento del welfare.

Parallelamente a questo rafforzamento della presa statale sull’apparato produttivo chiave, il governo di Hugo Chávez inaugurò una serie di iniziative legislative e programmatiche che miravano esplicitamente a diversificare la base economica e redistribuire la ricchezza. La Legge sulla Terra e lo Sviluppo Agrario del 2001 rappresentò un tentativo coraggioso e strutturale di attaccare il latifondo, stabilendo le basi per uno sviluppo rurale sostenibile e prevedendo meccanismi per la ridistribuzione di terre incolte o sottoutilizzate, pur garantendo degli indennizzi. Questo sforzo era parte di una visione più ampia che, negli anni successivi al fallito colpo di stato del 2002 e allo sciopero petrolifero del 2002-2003, assunse toni esplicitamente socialisti. La risposta politica a quegli eventi traumatici fu un’accelerazione. La purga dei quadri ostili all’interno di PDVSA e l’aumento delle tasse sulle compagnie petrolifere straniere furono funzionali a consolidare il controllo sulla rendita che venne poi canalizzata attraverso il FONDESPA per finanziare direttamente le decisioni di politica economica e sociale del governo.

La cristallizzazione di questo nuovo corso si ebbe con il Primo Piano Socialista della Nazione – Progetto Nazionale Simón Bolívar del 2007, documento fondamentale che tradusse in obiettivi programmatici la retorica della diversificazione. Il piano proclamava la necessità di “seminare il petrolio” per una diversificazione produttiva e l’inclusione sociale e delineava la costruzione di un nuovo modello produttivo socialista. Questo modello si sarebbe dovuto basare sulle imprese di produzione sociale, entità ideali in cui il lavoro non sarebbe stato alienato e il surplus economico sarebbe stato distribuito tra i lavoratori, coesistendo però con imprese statali e private che avrebbero dovuto assumersi responsabilità sociali. Il piano contemplava anche una riorganizzazione territoriale per deconcentrare lo sviluppo dalla fascia costiera e preservare l’Amazzonia venezuelana. Ci furono anche una serie di nazionalizzazioni che interessarono settori strategici come le telecomunicazioni (CANTV), l’energia elettrica (Electricidad de Caracas), il settore alimentare (Lácteos los Andes) e quello bancario (Banco de Venezuela) mentre veniva creata una rete nazionale di distribuzione alimentare (PDVAL) per contrastare l’inflazione e la scarsità. La diversificazione, quindi, era concepita sia in termini settoriali che di proprietà e di logica produttiva, puntando a un’economia mista ma con un forte pilastro comunitario e statale.

Tuttavia tutte queste ambiziose politiche strutturali e programmatiche furono sistematicamente sabotate dalle scelte di politica macroeconomica di breve e medio periodo che crearono incentivi diametralmente opposti. Nonostante l’orientamento socialista dichiarato e la retorica sulla sovranità produttiva, la gestione macroeconomica rimase ancorata a logiche che finivano per rafforzare la dipendenza dall’estero e dal petrolio. L’analisi dei dati mostra come, fin dai primi anni, il governo adottò tassi di interesse in calo e, soprattutto, un regime di cambio gravemente sopravvalutato. Il tasso di cambio ufficiale, gestito inizialmente attraverso la CADIVI, non fu svalutato in misura proporzionale all’inflazione interna che saliva costantemente, passando dall’11% del 1999 al 60% del 2008. Questo ancoraggio sopravvalutato del bolívar, ulteriormente cementato dalla riforma monetaria del 2007 che introdusse il bolívar fuerte con una parità fissa, fu utilizzato come uno strumento di politica anti-inflazionistica: rendendo le importazioni artificialmente a buon mercato si conteneva temporaneamente la crescita dei prezzi. Il risultato, però, fu devastante per qualsiasi tentativo di diversificazione produttiva o di sostituzione delle importazioni. L’agricoltura e la manifattura nazionale, pur sostenute da programmi specifici, si trovarono a competere con merci importate a prezzi stracciati, venendo di fatto strangolate. Il dato emblematico è che la quota delle importazioni sul Pil, che era del 21% nel 2003, risalì al 51% nel 2012, segno tangibile del fallimento del modello produttivo interno.

Questa contraddizione divenne palese e insostenibile con la crisi finanziaria globale del 2007-2008. Il crollo temporaneo dei prezzi del petrolio rivelò la vulnerabilità estrema di un sistema che aveva aumentato la spesa sociale e i sussidi alle importazioni in anni di vacche grasse senza costruire una base produttiva alternativa. La risposta non fu una correzione di rotta macroeconomica ma un approfondimento delle distorsioni. Per proteggere l’accesso a beni di prima necessità in un contesto di calo delle riserve nel 2010 fu introdotto il dólar preferencial (poi DIPRO), un tasso di cambio ancora più sopravvalutato e sussidiato per le importazioni di beni essenziali, creando un doppio regime valutario. Questo moltiplicò le opportunità di arbitraggio, corruzione e guerra economica, dove beni sussidiati venivano importati e poi contrabbandati in Colombia per realizzare profitti enormi. Nonostante il governo rispondesse con controlli dei prezzi, creazione di reti di distribuzione statale (i CLAP) e persino la fissazione di un margine di profitto massimo del 30% per il settore privato nel 2014, il quadro macroeconomico rendeva queste misure palliative e inefficaci.

L’ulteriore e definitivo shock dei prezzi del petrolio nel 2014-2015 trascinò il paese in una spirale senza uscita. Il crollo delle entrate fiscali, unito all’impossibilità di finanziarsi sui mercati internazionali a causa delle sanzioni statunitensi (iniziate nel 2015 con Obama e inasprite da Trump nel 2017 con il divieto di emissione di debito per PDVSA e il governo), portò a un ricorso massiccio all’espansione monetaria per coprire il deficit. Questo, in un’economia già con scarsi beni reali a causa del collasso produttivo, innescò l’iperinflazione con tassi che raggiunsero il 130.060% nel 2018. La proliferazione di regimi di cambio paralleli (SICAD I, SICAD II, DICOM) accanto a quello ufficiale uccise qualsiasi certezza per gli investimenti residui. Il progetto di diversificazione fallì non per mancanza di visione o di volontà politica iniziale ma per una incoerenza fatale tra gli obiettivi di lungo termine e gli strumenti macroeconomici di breve periodo. Lo Stato, avendo assunto il controllo totale della rendita petrolifera, divenne l’unico motore dell’economia ma scelse di utilizzare quella rendita per finanziare consumi e importazioni a basso costo attraverso un cambio sopravvalutato invece di proteggere e nutrire un settore produttivo interno alternativo. Le politiche sociali e le nazionalizzazioni redistribuirono la ricchezza e il potere politico ma allo stesso tempo crearono un clima di ostilità che scoraggiò gli investimenti privati non allineati al chavismo lasciando tutto il peso della diversificazione su uno Stato la cui unica fonte di ricchezza rimaneva il petrolio. Quando quella fonte si contrasse l’intero edificio, costruito su fondamenta macroeconomiche fragili e contraddittorie, crollò, lasciando il paese in una crisi umanitaria, economica e politica di proporzioni storiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *