L’ennesima violazione unilaterale del diritto internazionale a cosa sta portando? Usa e Israele giocano contro il tempo bruciando miliardi di assets militari senza cognizione di causa, accusando ora dopo ora problematiche di ordine logistico sull’apporvvigionamento delle scorte, sia dei missili da crociera che dei sistemi AEGIS e THAAD. Non possono permettersi una guerra lunga e tantomeno un’invasione di terra, anche se dai due giorni previsti per la buona riuscita dell’operazione, la prospettiva si è dilatata dalle 3 alle 5 settimane. Tutto questo col Congresso americano che valuta l’empeachment per Trump, il Pentagono che nega la giustificazione formale dell’attacco ed i MAGA sul piede di guerra contro gli alleati evangelici e aipac. L’Iran lo sa bene e per questo allarga il conflitto per resistere il più possibile.
In tutto questo, da socialisti, è doveroso lavorare su tre piani di ragionamento equivalenti.
1) Il primo concerne la discussione attorno allo statuto funzionale del gatekeeper americano, e di come gli USA da massimi detentori del capitale militare rispondano alle esigenze degli stakeholders egemoni nelle catene valore globali. E ciò ci porta alla domanda: a che livello il legalismo formale di chi, correttamente, si richiama al diritto internazionale, diventa de facto inconsistente, in un mondo che sostituisce all’importanza della postura giuridica e morale degli stati, l’imperativo di sviluppare politiche di potenza. Appellarsi al diritto internazionale ed alle istituzioni che lo incarnano, giá problematiche nella rappresentazione delle agency politiche e assenti per quanto riguarda il loro potenziale coercitivo, è davvero qualcosa che è mai riuscito a limitare con cogenza l’agire delle stesse agency, anche nel caso l’indirizzo di queste fosse emerso da meccanismi globali ben più forti di un qualsiasi ammonimento proveniente da una qualsiasi commissione? Quella che il sistema del diritto internazionale sta affrontando è la più grande campagna di marginalizzazione funzionale, una campagna che vive di eccezioni contingenti alla così detta essenza universale e necessaria di quelle norme assodate come tali perchè derivate da ciò che postuliamo essere le pratiche e le garanzie basilari per definirci umani: i soggetti giuridici vengono completamente decostruiti, la validazione delle cornici contestuali viene considerata più importanti delle pertinenze essenziali (non esiste più il diritto del fanciullo, perché bisogna prima “definire cosa sia bambino” all’interno di un contesto concreto, perché vi stanno bambini e bambini), le stesse cornici contestuali vengono ritagliate sull’utile del più forte (il diritto internazionale finisce quando inizia la mia moralità). Quella che per molti doveva essere il doppio positivo, il portato utile della globalizzazione a fronte dell’apertura dei mercati, ovvero l’universalizzazione di istanze giuridiche minime capaci di intensificare il potere sociale, riconducendo alla legalità formale le pratiche che altrimenti sarebbero disseminate negli altri sottosistemi sociali (come il mercato), ha avuto l’ennesima conferma circa il suo fallimento. L’estensione del dominio del capitale, della sua pervasività che attraverso reti e flussi transnazionali va a ridefinire continuamente la geografia della produzione e riproduzione della vita, non offre alcuna garanzie alla risonanza dell’azione dei grandi stakeholder organizzati sulle catene valore globali e dei grossi gatekeeper che ne normativizzano le istanze e ne regolano l’articolazione di comando.
2) A questo punto, coloro che commentano l’intervista a Sanchez sulla difesa del diritto internazionale, appoggiando il messaggio veicolato, seppur criticando la mancanza di un positum, una proposta alternativa, si rendono conto che quel positum non può essere di certo quello israelo-statunitense? Pensare che questo asse militare abbia come prima task la realizzazione delle condizioni per un regime change di matrice popolare è da anime ancor più belle dei fedeli del diritto formale. Ciò si può dimostrare con quanto segue.
a. le milizie armate che possono riuscire a fare qualcosa sono poche e da incoraggiare, come le milizie degli appartenenti al NCRI, nella fattispecie i compagni del MEK e i curdi.
b. Il numero assoluto dei Pasdaran coi Basij a loro dipendenza raggiunge quota sei zeri, ed anche ipotizzando che la maggior parte sia ad occupare il posto da guardia della rivoluzione come ammortizzatore sociale, il rimanente va a costituire un esercito regolare di esaltati pronti al martirio.
c. Contrariamente alle guerre del golfo e alle primavere arabe, USA e NATO non si sono preoccupati di armare ulteriormente le milizie curde e del NCRI, o di mandare ufficiali di collegamento. Al contrario, una coalizione composta da evangelici, sionisti ed esponenti delle big tech (in primo luogo, di casa Palantir) ha offerto i migliori servigi al CNI di Pahlavi, figlio del macellaio dell’8 settembre e della SAVAK, realtà inesistente in Iran ma strutturalmente presente a livello mediatico negli ultimi anni, tanto da creare una potente macchina del fango contro gli avversari repubblicani, con propaganda spesso utilizzata dallo stesso regime per delegittimare questi ultimi di fronte alla popolazione. E nel frattempo la Chief of Staff del mancato monarca, Cameron Khansarinia, va ad affermare candidamente su Sky News di come la governance statunitense e abbia anche nelle ultime ore avuto colloqui con Pahlavi per organizzare il futuro del “Post-War Iran”.
d. Notizia degli ultimi giorni è il tentativo da parte americana di contattare i curdi separatisti rifuggiatisi in Iraq per compiere azioni di guerriglia, nella fattispecie i gruppi socialdemocratici e socialisti PDKI, PUK e PJAK e i rispettivi leader, come Masoud Barzani e Bafel Talaba. I leader curdi hanno per il momento declinato l’offerta, ma ciò non ci esime da analizzare la questione dal punto di vista tattico. Questa notizia è da attenzionare, in particolare in vista dei punti successivi: gli americani davvero vogliono delegare alle forze autoctone operanti il ruolo funtivo nell’essere agenti del rovesciamento del regime sciita, o vogliono contattare solo parte delle forze alleate – quelle più localiste, meno proiettate sulla globalità nazionale – senza dar rifornimenti adeguati e con la speranza di creare un fronte ulteriore con carne da cannone fresca? Perché non hanno preso contatti con l’intera coalizione? E, cosa più importante, se quello israelo-americano è un esercito di liberazione, perché queste forze non sono state contattate e foraggiate prima? In particolare, per ovviare in maniera ufficiosa alle politiche di contenimento a cui sono soggette dall’Iran parte delle forze curde. Nel ’22 Teheran ha reagito alle manifestazioni Jin Jiyan Azadî bombardando i campi dei gruppi curdi-iraniani e curdo-iracheni nella Regione del Kurdistan in Iraq e firmando un accordo con il governo regionale guidato dalla famiglia Barzani. Questo ha costretto tre partiti – Pdk-I, Pak e Komala – al disarmo e alla ricollocazione nell’entroterra. L’accordo non ha colpito né il Pjak iraniano né il Puk iracheno. Gli stati uniti se volevano davvero creare un fronte a trazione curda perché non hanno seguito la pratica consolidata con la guerra in Siria e la resistenza all’ISIS, sfruttando il legame coeso tra questi gruppi, costruendo una direzione tattica di supporti e fornendo fattori tecnici per l’ingaggio delle forze iraniane? Perché sanno che dopo la caduta del progetto del Rojava nelle mani dei fondamentalisti siriani, ed ancora prima con la caduta dell’Afghanistan, è finita la favola delle clausole americane di tutela, per cui il tradimento diventa l’unica exit strategy?
e. Nonostante sia da salutare ed appoggiare certo lobbying sui gruppi curdo-iraniani, che comunque contano qualche migliaio di componenti armati, non possiamo esimerci dal chiedere cosa possa spostare le mire di questi dalla formazione di una realtà statutale nel Kurdistan iraniano a fare un colpo di stato in Iran? Non a caso la coalizione nel NCRI assume diverse prospettive, locali e globali, in cui i curdi compongono quei desideri specificatamente autonomisti. Disorganizzazione statunitense al pensiero di contattare le forze d’opposizione più armate o tentativo di frammentare le forze del fronte repubblicano puntando sulla forza localista più grande che possa fare da carne da cannone? Tutto questo mentre dall’estero si insedia o si rimodula l’esecutivo centrale che non potrà mai essere a trazione curda, e proprio per questo l’intero asse repubblicano viene visto come doverosamente frammentabile e bypassabile? Siamo inoltre sicuri che il fronte curdo, seppur coeso, sia pronto ad estendere il conflitto nel Kurdistan iracheno? Nell’attendismo curdo ci sono direzioni eterogenee tra il garantismo della dirigenza curdo-irachena, che non vuole ne può permettersi di perdere la regione conquistata col sangue in un conflitto con l’Iran, e la possibilità di utilizzare l’Iraq come testa di ponte per aprire un nuovo fronte, vista come opzione tattica da valutare tatticamente dalle milizie curdo-iraniane. Le reti repubblicane e della destra sionista hanno già dichiarato che i Curdi sono un loro assets militare, scelta che è costata il quartiere generale a Komala, ricevendo come risposta la smentita di questi. Di certo vi è la volontà di agire, però il livello di scontro con tutta probabilità non è ancora commisurato con una presa di posizione autonoma e coesa dell’unità curda iracheno-iraniana.
Il lobbying sui curdi può essere giustificato in prospettiva di un Iran davvero libero, oppure i patti sull’iran del dopo guerra sembra siano già stati fatti con realtà per nulla radicate in terra iraniana e, al massimo, direttamente dipendenti dai diktat americani come il CNI?
Chi pensa che la questione costituente di uno stato sia da affrontare in un secondo momento, dopo la destituzione dell’odierno apparato di potere, non riesce a capire come solo il primo punto riesce a semantizzare il secondo, e a carpirne le intenzionalità politiche. Questi cinque punti evidenziano come le finalità israelo-statunitensi non siano effettivamente proattive ad alcun regime change, almeno in prima istanza. La sicurezza trumpiana circa la celerità nella risoluzione del caso venezuelano è trasportata sullo sfondo iraniano, la speranza è replicare la creazione di uno stato canaglia a disposizione degli stati uniti senza dover licenziare l’attuale apparato di potere, magari riqualificando l’enorme ammortizzatore sociale del sistema di sicurezza iraniano (Pasdaran e Basij) senza rischiare un ennesimo caso iracheno o senza inimicarsi ulteriormente Cina e monarchie del Golfo per il caso Hormuz.
Lo esplicita lo stesso Trump, elencando i quattro obiettivi per l’intervento in Iran:
- Distruggere le capacità missilistiche iraniane;
- Distruggere la marina iraniana;
- Fermare il Paese dall’ottenimento delle armi nucleari;
- “Assicurarsi che il regime iraniano non possa continuare ad finanziare e dirigere armi fuori dai propri confini.”
L’ipotesi più estrema invece risiede nel progetto di commissariamento della governance iraniana, riproponendo il modello gazawo (e già Trump smania del decidere chi mettere in esecutivo). Questo però solo nel caso gli attaccanti riuscissero a rompere definitivamente la catena di comando, mandando in rotta esercito e pasdaran.
Ma se questo accade al costo di un’invasione su terra, la carriera politica delle classi dirigenti israeliana ed americana, e la credibilità degli stakeholders da queste rappresentate, subirebbero un colpo duro, se non irreversibile, con un probabile autofagocitamento politico dei partiti in campo e delle loro forme correntizie.
La delegittimazione politica sarebbe alle porte, un Irangate 2.0 senza Oliver North a fare da parafulmine a Reagan e ai Contras. In questo prospetto ci sembra poco realistico pensare che vi sia spazio per l’autodeterminazione democratica del popolo iraniano negli obbiettivi israelo-statunitensi, nonostante lo stesso popolo lo richieda a gran voce.
3) Per ultimo, consequenziale ai primi due piani, affrontiamo proprio la prospettiva del popolo iraniano. Abbiamo cognizione del fatto che l’intervento statunitense non sia per nulla finalizzato alla riproduzione del diritto di autodeterminazione di uno stato moderno, ma sia finalizzato a rendere questo innocuo target d’azione per le mire estrattivistiche degli stati aggressori. Siamo però sicuri che questa posizione ci debba portare automaticamente ad appoggiare una teocrazia reazionaria? Sottrarsi alla scelta prescritta da logiche da Risiko ci porta a comprendere l’esigenza di parte della popolazione iraniana di cambiamento, e questa consta soprattutto nello stesso interesse di classe della stessa popolazione.
Seppur con assets militari limitati, come da sopra citato, vi sono forze che in questa contingenza storica possono arrogarsi il diritto di reagire prima che sia tutto finito o che vi sia un eterno ritorno dell’uguale nell’assetto politico iraniano. Perciò vi esortiamo a sostenere quelle forze militanti capaci di reagire sia all’imposizione clericale che a quella monarchico-statunitense e, seppur poco armate, strutturalmente presenti nel territorio iraniano.
Vi esortiamo a prendere parte alla loro campagna di promozione politica, vi esortiamo a sottolineare la differenza tra appoggiare loro ed appoggiare gli agenti di Palantir. Vi esortiamo a praticare quell’internazionalismo socialista che spesso non si è voluto applicare alla situazione iraniana. Quando nella verticalità di un regime si disaccoppia in maniera così eminente consenso ed istituzione, quando emerge dissenso e volontà di autodeterminazione, gli interessi dei dispositivi di governance globali hanno sempre puntato a disciplinarle e direzionarle in loro funzione. Per quel poco che possiamo fare, sosteniamo chi può davvero avere la statura per assicurare l’autonomia al paese.
