di Isabella Zanettini
Introduzione
Per comprendere il contesto locale dell’Iran contemporaneo e la sua posizione entro il sistema internazionale è necessario puntualizzare alcuni elementi. Seguendo le considerazioni di Abrahamian, le prime caratteristiche notevoli dell’Iran sono le sue dimensioni, la sua conformazione geografica e la sua collocazione. Gli insediamenti umani frammentati e isolati causati dal territorio desertico e montagnoso, cui mancano vie d’acqua navigabili, complicarono ogni tentativo accentratore da parte dello stato – sforzo che la vastità e l’eterogeneità etnica del paese sarebbero bastati a rendere difficoltoso – e determinarono la sopravvivenza di relazioni sociali tradizionali e di comunità autosufficienti e fra loro conflittuali. Inoltre, l’estesa zona di confine condivisa prima con l’impero russo e poi con l’Unione Sovietica, e la prossimità al dominio imperiale britannico in India, ai protettorati arabi britannici (conseguenza della Prima guerra mondiale) e al Golfo Persico lo resero eccezionalmente di valore per la geopolitica. Di conseguenza, la rilevanza strategica del paese agli occhi delle grandi potenze non è una novità della Guerra Fredda quanto piuttosto un elemento di lungo periodo inaugurato in età contemporanea dal Grande Gioco1.
Il reiterarsi delle interferenze straniere negli affari interni avrebbe contribuito alla sedimentazione di un’auto-percezione vittimista, come “fantocci” in uno “spettacolo di marionette” e alla concezione dei poteri esterni come “burattinai” subdoli e cospiratori: una visione paranoide delle relazioni internazionali che sarebbe stata largamente sfruttata dalla retorica di Khomeini2. Seguono alcuni episodi significativi. Stretti rapporti economici e l’importazione di modelli culturali e filosofici procedettero di pari passo durante la seconda metà del XIX secolo e cambiarono gradualmente la suddivisione in classi tradizionale. Una intellighenzia di professionisti formatisi in Occidente si sommò alla classe media proprietaria sciita (bazaari) fortemente legata agli ulama: dalla loro alleanza scaturì la Rivoluzione Costituzionale del 1906-113. Questa prima ondata di modernizzazione di stampo occidentale, che introdusse nell’economia interna la competizione straniera e un flusso di vendite di concessioni4, danneggiò la produzione locale; questo, combinato al parallelo arricchimento e alla corruzione della corte dei Qajar, diffuse il malcontento e impiantò i primi semi di malessere nei confronti dell’Occidente5. L’intervento militare straniero si verificò per la prima volta nel 1907 con la Convenzione anglo-russa; poi, durante la Prima guerra mondiale con la Campagna di Persia. Questi eventi furono il colpo definitivo per il consenso già da tempo erososi verso la dinastia dei Qajar – nel 1921, un golpe fu guidato dall’ufficiale della brigata cosacca Reza Khan, il quale avrebbe assunto il titolo di monarca e sarebbe divenuto il fondatore della dinastia dei Pahlavi nel 19266. Tre pilastri assicurarono continuità al Nuovo Ordine Pahlavi: l’esercito moderno, la burocrazia in espansione e il clientelismo della corte. L’azione accentratrice di Reza Shah migliorò le comunicazioni fra la capitale e le aree più periferiche e isolate del paese; in generale, completò il processo di modernizzazione che i Qajar non erano riusciti a realizzare, con misure che spesso richiamavano il modernizzatore turco Mustafa Kemal. Eppure, questi risultati furono raggiunti al prezzo di un’impronta via via più autocratica e repressiva sul governo, in aperta violazione del patto costituzionale: il Parlamento (Majles) fu esautorato, e le testate giornalistiche indipendenti, i partiti politici e i sindacati banditi. Gli sforzi modernizzatori compresero anche la forzata secolarizzazione della società – un elemento che avrebbe avuto gravi conseguenze nell’allargare la distanza fra l’apparato statale e la popolazione. Nel 1928, Reza Shah dichiarò fuorilegge gli abiti tradizionali e impose un codice d’abbigliamento all’occidentale dal quale erano esentati solamente i religiosi. Assecondando la sua fascinazione per l’Italia fascista e la Germania nazista, rinominò l’allora Persia “Iran” – il luogo di nascita della razza ariana. Questa equiparazione, da parte dei Pahlavi7, della modernizzazione con un’occidentalizzazione che includeva una forma di secolarizzazione ottenuta con la forza, sarebbe diventata il pilastro della propaganda rivoluzionaria antiregime8.
Per quanto imponenti fossero le istituzioni costruite da Reza Shah, la sua presa sulla popolazione era basata esclusivamente sulla coercizione: la sua leadership non aveva alcuna base di classe, e persino il supporto delle classi più agiate era di tipo clientelistico. Il malcontento era così generalizzato e la reazione statale divenne tanto violenta, che nel 1941 ancora una volta una soluzione imposta dall’alto fu introdotta dagli Alleati sotto forma dell’occupazione anglo-sovietica e dell’abdicazione di Reza Shah a favore del suo figlio maggiore Mohammad Reza. Qui il calcolo geopolitico si fece nuovamente manifesto: non solo l’invasione era funzionale all’apertura di un corridoio per l’Unione Sovietica e alla protezione delle installazioni petrolifere, ma era utile anche a prevenire un colpo di stato filo-Asse9.
- L’Islam, il terzomondismo e l’antimperialismo
«“Islamic Ideology”, as a kind of Kantian categorical imperative, was formed in dialectical conversation with “the West”, itself a categorical invention of European (colonial) modernity10». L’analisi storica operata da Dabashi della concettualizzazione dell’Islam Politico, quindi, riguarda l’evoluzione della relazione dialogica fra l’Iran e l’”Occidente11”, che nei decenni precedenti la Rivoluzione Islamica era esso stesso spaccato dalla Cortina di Ferro garante dell’ordine mondiale bipolare della Guerra Fredda. L’interpretazione che Ruhollah Khomeini diede all’ideologia islamica fu inevitabilmente influenzata da e una risposta all’articolato dibattito che ebbe luogo all’interno dell’intellighenzia. In linea con Dabashi, l’obiettivo del presente articolo è “de-esoticizzare” e “de-orientalizzare12” la Rivoluzione Islamica, collocandola nel preciso contesto storico nella quale è avvenuta: la Guerra Fredda nel Medioriente.
Fin dalla Rivoluzione Costituzionale, Dabashi rintraccia nel nazionalismo, nel socialismo e nell’islamismo le tre modalità di mobilitazione ideologica in Iran. Con la salita al trono di Reza Shah, la retorica nazionalista divenne funzionale alla partecipazione della popolazione civile nella modernizzazione del paese. D’altro canto, la secolarizzazione richiedeva la sistematica esclusione del ceto clericale e della religione dalla sfera pubblica13. Il socialismo invece fu oggetto di una dura repressione. Un rifiorire del fermento politico avvenne nel periodo di tempo fra l’occupazione alleata e l’involuzione del governo di Mohammad Reza Shah verso una dittatura militare in continuità con l’eredità paterna (il cui culmine fu il colpo di stato del 1953). Durante questo intervallo, il giovane re bilanciò accuratamente le proprie scelte politiche al fine di consolidare la presa sul potere; aprì a una libera competizione politica e al dibattito parlamentare, perlomeno fino al fallito attentato subito nel 1949, astutamente strumentalizzato per restaurare la legge marziale e avviare una nuova spinta accentratrice14.
Grazie al clima di timida apertura, seppur effimera, già nel 1941 due attori fondamentali fecero il loro ingresso sulla scena politica: il partito comunista filosovietico Tudeh e il leader nazionalista Mohammad Mosaddeq. Di fronte all’accentuarsi delle rivalità fra le superpotenze15, Mosaddeq promosse una politica estera neutralista – il “negative equilibrium” – e la fine delle concessioni alle potenze estere, dannose per l’autonomia del paese16. Dal punto di vista della dottrina Eisenhower del containment17, fu precisamente la combinazione di abbondanti giacimenti petroliferi e la posizione strategica lungo il confine meridionale dell’Unione Sovietica a rendere l’Iran prezioso come avamposto statunitense in Medioriente: queste considerazioni strategiche stimolarono il graduale passaggio dall’influenza britannica a quella, appunto, statunitense. Abrahamian e Dabashi concordano sullo spartiacque rappresentato dall’elezione democratica (1951) e dalla rimozione su pressione della CIA e del Regno Unito (1953) del primo ministro Mosaddeq. Se sotto la sua egida ottenne popolarità un forte sentimento nazionalistico in chiave anticoloniale, la svolta autoritaria della monarchia dopo il golpe danneggiò permanentemente le organizzazioni politiche secolari e trasformò la rete religiosa sciita, più elusiva, nel pilastro fondamentale della resistenza, non soltanto contro l’autocrazia ma anche contro il servilismo all’”Occidente18”. Jalal Al-e Ahmad, membro disilluso del partito Tudeh, critico della sua deferenza verso l’Unione Sovietica, avrebbe definito tale processo “Westoxication19”.
Pubblicato per la prima volta nel 1962, Gharbzadegi divenne il progenitore di tutti i testi che contribuirono allo strutturarsi di un’ideologia antioccidentale20 e alla formazione della giovane intellighenzia degli anni ‘60. Il termine “Westoxication” allude al fenomeno sociale problematico e pervasivo della cieca imitazione dell’Occidente da parte di funzionari statali, intellettuali e cittadini comuni: un atteggiamento “pappagallesco” che implicò la perdita delle radici popolari, del senso di identità e di sicurezza iraniani e impedì la costruzione di istituzioni forti e di un’economia solida e indipendente21.
[…] we the people of the developing nations are not fabricating the machines. But, owing to economic and political determinants and to the global confrontation of rich and poor, we have had to be gentle and tractable consumers for the West’s industrial goods or at best contented assemblers at low wages of what comes from the West. And this has necessitated our conforming ourselves, our governments, our cultures, and our daily lives […]22.
Le riflessioni di Ahmad furono portate alle loro estreme conseguenze dal primo ideologo islamico rivoluzionario: Ali Shari’ati. Partecipante a tutti gli effetti nel dibattito antimperialista, fervente marxista e sostenitore dei rivoluzionari cubani e algerini, Shari’ati lesse e tradusse in persiano Frantz Fanon. Suo fu il conio di una suddivisione globale in colonialisti oppressori occidentali e oppressi colonizzati del cosiddetto Terzo Mondo, poi ereditata da Khomeini23 – una visione affine alla teoria della dipendenza di Paul Vieille24. Shari’ati credeva che un’ideologia rivoluzionaria potesse svilupparsi a partire dalla tradizione islamica sciita preesistente. Avendo assistito alla sconfitta del partito Tudeh ed essendo scettico rispetto alla possibilità di trapiantare un’ideologia occidentale in un suolo così diverso, pensò all’Islam come riappropriazione di una “autenticità culturale”. In questo modo, si sarebbe potuta fabbricare un’ideologia radicale più coerente con il contesto iraniano e più facilmente comprensibile per le masse alla cui mobilitazione sarebbe stato subordinato il successo della rivoluzione25.
Il potenziale insito nella re-politicizzazione dello sciismo si rivelò quando la storia della casa di Ali, e in particolare il martirio eroico di Hossein nella battaglia di Karbala26, furono reinterpretati come colonne portanti di una cultura di resistenza e sacrificio di sé in nome della giustizia. Lo sciismo, nelle parole di Shari’ati, è «the party […] responsive to the need of this […] generation in giving [political] consciousness, and mobilizing the masses of the society, in leading their class struggle, […] and in realizing the hopes of the disinherited classes27». Dunque un programma politico progressista capace di attingere alla tradizione per scrivere un messaggio accessibile di riforma sociale ed egualitarismo.
Progressivamente distanziato dal marxismo secolare dai contributi di Morteza Motahhari28, filosofo islamico, discepolo e rappresentante di Khomeini durante il suo lungo esilio; del filosofo Allamah Sayyid Muhammad Hossein Tabataba’i29; e di Sayyid Mahmud Taleqani30, erudito coranico ed esegeta, l’ideologia islamica fu unificata e catalizzata sotto la bandiera dell’autorità giuristica dell’ayatollah Khomeini. Discepolo dell’aspramente criticato ayatollah Borujerdi, alla sua morte si liberò dell’orientamento apolitico e quietistico del suo mentore e guidò l’insurrezione del giugno 1963 in opposizione alla Rivoluzione Bianca dello Shah, decisione che l’anno seguente gli costò l’esilio prima in Turchia e poi a Najaf, Iraq. Questa peculiare posizione esterna, ospite di un governo ostile a quello di Tehran, permise a Khomeini una libertà di espressione negata ai suoi colleghi rimasti entro i confini iraniani31.
2. «Oppressed of the world, unite». «Islam will eliminate class differences32»
Rifiutando l’etichetta di fondamentalista, Abrahamian definisce il Khomeinismo come un’ideologia populista con caratteristiche comuni alle sue controparti latinoamericane – specialmente il Peronismo: un movimento borghese flessibile dalla retorica radicale, promotore di una “terza via”, rivoluzionario contro lo status quo ma conservatore non appena raggiunto il potere, catalizzatore delle masse ma diffidente nei confronti del pluralismo democratico33.
La critica veemente di Khomeini al governo di Mohammad Reza Pahlavi si scatenò contro l’aggressivo progetto di modernizzazione lanciato nel gennaio 1963 – sotto pressione statunitense e del FIM – e contro la garanzia di immunità diplomatica ai lavoratori statunitensi, concessa lo stesso anno. Nelle sue lettere dall’esilio, faceva riferimento alla stretta relazione economica dell’Iran con Israele e alla totale dipendenza dagli Stati Uniti per la costruzione di un apparato militare forte e per l’entrata nella modernità capitalistico-industriale. Khomeini accusò lo Shah di beneficiare il capitale straniero a spese dei piccoli commercianti e degli abitanti dei villaggi, e denunciò il suo attacco alle libertà dei cittadini e l’uso incontrollato della SAVAK, peraltro addestrata direttamente dalla CIA34. Lo sviluppo socioeconomico, in altre parole, si accompagnava a un sottosviluppo politico35. L’ayatollah incorporò nella sua retorica il termine coniato da Ahmad, “Westoxication36”, e nel 1970 chiuse così il cerchio dell’ideologia islamica, quando pubblicò le sue celebri lezioni: Velayat-e faqih (ovvero “il governo del giurista”). Le leggi islamiche sono «progressive, complete, and all-inclusive37». Ancora una volta, la battaglia di Karbala fu strumentalizzata, ma lo scopo era sostenere l’illegittimità della monarchia contro l’autorità del giurista dotto e virtuoso: Dio ha scelto «those in authority among you38», i quali, seguendo lo sciismo, sono i Dodici Imam facenti parte della casa di Muhammad. Sin dall’Occultamento del Dodicesimo Imam, il giurista retto divenne il suo rappresentante in terra. Mentre la Rivoluzione si approssimava, divenne chiaro che il carisma di Khomeini e il suo ascetismo lo avevano reso il candidato perfetto a rappresentare il delegato supremo di Dio39.
Dopo le celebrazioni del 2500esimo anniversario della Fondazione dell’impero persiano, nel 197140, e la creazione dei Sepah-e Din (Esercito di Dio) – interpretati come un tentativo da parte dello stato di assorbire entro le proprie istituzioni anche l’ultimo bastione rappresentato dal ceto religioso – l’ira di Khomeini si esplicitò vieppiù. Il suo lessico si espanse al di là dell’ambito giuristico per alludere chiaramente alla necessità di un governo islamico41. In una lettera successiva, fece propria la terminologia terzomondista del “neo-colonialismo” e la descrizione del regime dei Pahlavi come un “fantoccio dei poteri coloniali42”.
Ora, la questione centrale è la seguente: la Repubblica Islamica guidata dal leader supremo ayatollah Khomeini riuscì a mantenere una certa coerenza ideologica nel proprio approccio di politica estera43? Stando a Keddie, la risposta è affermativa44. Difatti, lo slogan “né Est né Ovest” fu incanalato innanzitutto nell’articolo 152 della nuova Costituzione (1979), ad apertura della sezione riguardante la politica estera:
The foreign policy of the Islamic Republic of Iran is based on the rejection of any kind of domination, both its exercise and submission to it; the preservation of the all-inclusive independence of the country and its territorial integrity; the defense of the rights of all Muslims; non-alignment in relation to the domineering powers; mutual peaceful relations with non-aggressive states45.
Nel medesimo 1979, l’Iran divenne un membro del Movimento dei paesi non allineati e inviò il ministro degli esteri del governo provvisorio presieduto da Mehdi Bazargan, Ibrahim Yazdi, al sesto vertice dell’organizzazione, tenutosi all’Avana fra il 3 e il 9 settembre. Sebbene non sia riuscita a rintracciare nessuna trascrizione del suo discorso all’assemblea plenaria46, il giornale ufficiale del Comitato centrale del Partito Comunista cubano, Granma, ne avrebbe pubblicati alcuni estratti: dopo aver ricordato le atrocità perpetrate dal precedente regime sotto gli occhi indifferenti degli Stati Uniti, Yazdi espresse il supporto del suo governo all’OLP e alla lotta di liberazione del Sudafrica dall’apartheid; dichiarò poi che la politica estera della Repubblica Islamica Iraniana si sarebbe basata sul principio del «equalitarian and humanitarian character of Islam47». Pakistan Horizon aggiungeva: «October 4. In a major policy speech before the UN General Assembly, the Iranian Foreign Minister, Ibrahim Yazdi, announced that his country had joined the “anti-colonial, anti-imperialist and anti-Zionist forces”48». Effettivamente, l’ambasciata israeliana fu immediatamente sostituita con quella dell’OLP di Yasser Arafat, le forniture petrolifere a Israele vennero interrotte e cessarono le relazioni bilaterali con l’Egitto di Anwar Sadat, reo di aver firmato gli accordi di Camp David49.
La politica estera dell’Iran nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione non è soggetta ad un’interpretazione univoca – fu piuttosto influenzata dalla lotta interna fra le differenti fazioni. Bazargan50, co-fondatore del movimento di liberazione ed ex alleato di Mosaddeq, fu presto accusato, insieme alla coalizione largamente secolarista che sosteneva il governo provvisorio, di essere troppo moderato nel rapportarsi al blocco occidentale. Per prevenire qualsivoglia tentativo di normalizzazione delle relazioni internazionali con gli Stati Uniti51 che contraddicesse la caratterizzazione fattane da Khomeini nei termini di “Grande Satana”, un gruppo di studenti musulmani militanti occuparono l’ambasciata americana il 4 novembre 1979, innescando la caduta di Bazargan. Con la vittoria definitiva della fazione clericale a metà del 1981, dopo l’allontanamento del presidente Bani-Sadr52, l’orientamento non allineato si tradusse in isolazionismo, posizione mantenuta per tutta la prima fase del conflitto iraniano-iracheno (1980-88) almeno fino alla metà degli anni ’80, quando prevalse un approccio pragmatico53.
Conclusioni
La chiave di lettura usata da Behrooz per decifrare la dichiarazione di non allineamento fatta da Khomeini54 è quella di darle un senso a partire dagli obiettivi trans-iraniani dell’ayatollah: «We say we want to export our revolution to all Islamic countries as well as to the oppressed countries. We want all nations and governments to sever the control of superpowers over their resources55». La Repubblica Islamica non si accontentò semplicemente del non allineamento, ma si pose come scopo l’incrinamento delle fondamenta stesse della logica bipolare, offrendo l’alternativa di un’ideologia completamente aliena alla filosofia occidentale. In un momento storico di attività rivoluzionaria diffusa56, per usare le parole di Gelvin, «many in the Middle East and beyond watched the Iranian Revolution and saw in it a new model for political mobilization, if not a new foundation for anti-imperialist struggle and social transformation57». Un modello che, aiutato dall’impegno profuso da Khomeini nell’evitare, nella propria retorica, qualsiasi possibile fonte di divisione settaria, rafforzato, a livello regionale, dal ristagno economico, dalle tendenze politiche autoritarie e dalle sconfitte militari58 – tutti elementi chiave per rinsaldare un senso di disillusione rispetto al nazionalismo secolare – fu stimolo essenziale per il risorgere dell’Islam Politico (non solamente sciita) nel corso degli anni ‘8059. I regimi arabi sunniti del Golfo hanno tutti minoranze sciite significative, nel caso del Bahrain, anzi, quella sciita è in verità la maggioranza. Perciò da subito si diffuse fra di essi il timore di un tentato adescamento da parte dell’Iran, cosa che peraltro avvenne già nel marzo 198260, quando gli ulama parvero echeggiare la sfida utopistica di Vladimir Lenin lanciata contro l’ordine mondiale imperialistico-borghese e la sua promessa di una rivoluzione internazionale permanente. Queste inquietudini si fecero in certa misura giustificate quando giovani sciiti disaffezionati alla politica, provenienti dal Golfo, dall’Iraq, dal Libano e dalla Siria, confluirono in Iran per ricevere un addestramento alle tecniche di guerriglia e alla pratica delle missioni suicide61.
Note
- Abrahamian, Ervand. Iran between two revolutions, 9-49. Princeton: Princeton University Press, 2021. Vedi anche: Keddie, Nikki R. «Iranian revolutions in comparative perspective». The American Historical Review, 88, n.3 (1983): 579-598 ↩︎
- Abrahamian, Ervand. Khomeinism. Essays on the Islamic Republic, 111-131. Berkeley: University of California Press, 2012 ↩︎
- Questa prima rivoluzione è notevole su molti piani. Da un lato, fornisce una testimonianza precoce dell’indipendenza (anche economica, grazie al sistema di raccolta delle tasse religiose) e della capacità di pressione politica degli ulama. Dall’altro lato, la costituzione di ispirazione belga nata da quest’ondata di costituzionalismo all’occidentale sarebbe stata malvista da Khomeini come parte del complesso di inferiorità dell’Iran nei confronti dell’Occidente. Keddie. «Iranian revolutions in comparative perspective». ↩︎
- La più celebre è la Concessione D’Arcy del 1901, che garantiva alla Anglo-Iranian Oil Company il diritto esclusivo alle procedure esplorative. I profitti nazionali netti ammontarono al mero 16% del totale annuale – il resto andò alle compagnie straniere che operavano sul posto. Per una critica antioccidentale alle concessioni vedi: Ahmad, Jalal Al-i. Occidentosis. A plague from the West, 55-63. Berkeley: Mizan Press, 1984. ↩︎
- Vedi, per esempio, la Crisi del Tabacco del 1891-92, sorta in reazione alla concessione del monopolio sulla distribuzione ed esportazione del tabacco al britannico Maggiore Talbot. Anche questo è un esempio dell’attivismo politico degli ulama, alleatisi con i bazaari. ↩︎
- Abrahamian. A history of modern Iran, 8-62 Abrahamian. Iran between two revolutions, 50-135. Keddie. «Iranian revolutions in comparative perspective». ↩︎
- Mohammad Reza Shah avrebbe ereditato la concezione paterna. ↩︎
- Abrahamian. A history of modern Iran, 63-96. Abrahamian. Iran between two revolutions, 135-165 ↩︎
- Abrahamian. A modern history of Iran, 63-96. Abrahamian. Iran between two revolutions, 102-165. Dabashi, Hamid. Theology of discontent. The ideological foundation of the Islamic Revolution in Iran, xiv-xxvii. Milton Park: Taylor and Francis, 2017 ↩︎
- Citato da: ivi, x ↩︎
- Interpretato come l’entità giustapposta all’”Oriente” descritto da Edward Said. ↩︎
- Dabashi. Theology of discontent, xi ↩︎
- Il religioso più in vista del periodo costituzionale, Seyyed Hasan Modarres, fu esiliato e presumibilmente assassinato. ↩︎
- Abrahamian. A modern history of Iran, 97-122. Abrahamian. Iran between two revolutions, 169-280 ↩︎
- Uno dei primi episodi fu la crisi iraniana del 1946, che coinvolse i satelliti sovietici nelle regioni settentrionali dell’Azerbaijan e del Mahabad e le condizioni del ritiro sovietico dal paese. ↩︎
- Oggetto di critiche fu specialmente il nuovo accordo del 1933 con la Anglo-Iranian Oil Company, che conservò un carattere iniquo nonostante la garanzia di una royalty corretta e dell’incremento della quota dei profitti nazionale al 20%. ↩︎
- Elaborata sotto la presidenza di Dwight D. Eisenhower fra il 1953 e il 1961. ↩︎
- Abrahamian. A modern history of Iran, 97-122. Abrahamian. Iran between two revolutions, 169-280. Dabashi. Theology of discontent, xiv-xxvii ↩︎
- Ahmad. Occidentosis ↩︎
- Dove, all’inizio del testo, specifica che per “West” intende “the Occident” (l’Europa, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti) contrapposto a “the Orient” dalle stereotipizzazioni degli Orientalisti. Ahmad. Occidentosis, 27 ↩︎
- Ivi, 74-87 ↩︎
- Citato da: ivi, 30 ↩︎
- Si riferiva a due classi (tabaqat): i mostazafin (oppressi) – definiti shahidha (martiri), futuri rivoluzionari – e i mostakberin (oppressori). Abrahamian. Khomeinism, 26-27 ↩︎
- Amico e mentore dell’economista e futuro presidente della Repubblica Islamica, Abolhasan Bani-Sadr. ↩︎
- Dabashi. Theology of discontent, 102-147. Keddie. «Iranian revolutions in comparative perspective» ↩︎
- Battaglia combattuta nel 680 fra il califfo omayyade Yazid I, incaricato dal padre, e Hossein ibn Ali, nipote e successore diretto del Profeta. L’episodio è centrale per lo sviluppo dello sciismo come branca indipendente dell’Islam. ↩︎
- Citato da: Shari’ati, Ali. Shi’ah, 16. Collected Works No.7. Tehran: Hoseyniyyeh-ye Ershad, 1978. Citato in: Dabashi. Theology of discontent, 117. Vedi anche: Shari’ati, Ali. Islamology. Lezioni tenute nel 1972. In «Dr. Ali Shari’ati». Consultato il 2 agosto 2024. http://www.shariati.com/english/islam/islam1.html ↩︎
- Vedi: Motahhari, Morteza. The causes of attraction to materialism. Lezioni raccolte e pubblicate nel 1971. Vedi anche la sua Introduction del 1974 a A reading of Nahj al-Balaghah – l’antologia dei sermoni dell’imam Ali. ↩︎
- Vedi la sua disputa contro il materialismo filosofico: Tabataba’i, Allamah Sayyid Muhammad Hossein. The principles of philosophy and the method of realism. Pubblicato nel 1953 con il commentario di Motahhari. ↩︎
- Vedi: Taleqani, Sayyid Mahmud. A ray of light from the Qur’an. Perlopiù scritto in carcere; pubblicato per la prima volta nel 1963 e di nuovo nel 1979. ↩︎
- Abrahamian. Khomeinism, 1-38. Dabashi. Theology of discontent, 409-484 ↩︎
- Due dei molti slogan usati da Khomeini durante le sue esortazioni dall’esilio. Significativo è il prestito lessicale dalla terminologia marxista, segno che Khomeini, per quanto dalla sua posizione antimarxista, era conscio e parte della sua epoca, dove l’attrattività della mitologia marxista fra gli antimperialisti e i terzomondisti era molto elevata. ↩︎
- Abrahamian. Khomeinism, 1-38 ↩︎
- Khomeini, Ruhollah. «Statements to Ayatullah Ruhullah Kamalvand, the Grand Ayatullahs and a group of the ulamain Qum: a warning with regard to the consequences of the Shah‘s proposed referendum and the need for the awareness and resistance of the ulamaand the people, January 1963». In Khomeini, Ruhollah. Sahifeh-ye Imam. Volume 1, 132-133. Tehran: The Institute for Compilation and Publication of Imam Khomeini’s Works (International Affairs Department), 2008 ↩︎
- Per un’analisi storica più dettagliata: Abrahamian. A modern history of Iran, 123-154. Abrahamian. Iran between two revolutions, 419-537 ↩︎
- Citato da: Khomeini. «Speech to the religious students, clerics, merchants of the bazaar and other residents in Qum: The danger of the penetration of Israeli influence in Iran and the plots perpetrated by the imperialists in the Muslim countries». In Khomeini. Sahifeh-ye Imam. Volume 1, 378-401. Qui gharbzadegi è tradotto come “xenomania”. ↩︎
- Khomeini, Ruhollah. Governance of the jurist. Islamic government, 36. Tehran: The Institute for Compilation and Publication of Imam Khomeini’s Works (International Affairs Department), 2008 ↩︎
- Citato da: Qur’an. Surah An-Nisa, 4:59. ↩︎
- Abrahamian. Khomeinism. Dabashi. Theology of discontent, 409-484. Khomeini. Governance of the jurist ↩︎
- Parte del controverso progetto dello Shah a favore del recupero dell’eredità persiana a detrimento delle radici islamiche. ↩︎
- Khomeini. «Message to the university Muslim students residing in America and Canada: necessity for struggle to advance Iran’s lofty goal, 8th August 1972», 456. In Khomeini. Sahifeh-ye Imam. Volume 2, 455-457 ↩︎
- Khomeini. «Message to the Iranian nation, ‘ulama’ and clergy: describing the regime’s atrocities and tyrannies, 11th September 1972». In ivi, 468-469. ↩︎
- Per una cronologia dettagliata della Rivoluzione, che non sarà l’oggetto di questo articolo, vedi: Abrahamian. A modern history of Iran, 155-195. Abrahamian. Iran between two revolutions, 446-529. Cleveland, William L. Bunton, Martin. A history of the modern Middle East, 423-450. Boulder: Westview Press, 2009. Gelvin. The modern Middle East, 294-306. Saikal, Amin. «Islamism, the Iranian revolution, and the Soviet invasion of Afghanistan», 114-121. In Leffler, Melvin P. Westad, Odd Arne. The Cambridge history of the Cold War. Volume III. Endings. Cambridge: Cambridge University Press, 2010 ↩︎
- Keddie, Nikki R. «Introduction», 1-10. In Keddie, Nikki R. (ed.). Neither East nor West. Iran, the Soviet Union, and the United States. New Haven: Yale University Press, 1990 ↩︎
- Citato da: «Constitution of the Islamic Republic of Iran», 32. Iranian Studies, 47, n. 1 (2014): 159-200. In «ecnl.org». Consultato il 31 luglio 2024. https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://ecnl.org/sites/default/files/files/2021/IranConstitution.pdf&ved=2ahUKEwi6-YSvj9KHAxXngP0HHY99GB4QFnoECBMQAQ&usg=AOvVaw0w8nK3CHqS5zzvVwUURu8o ↩︎
- La sua assenza è confermata dal report di Sheryl P. Walter, inviato al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti il 20settembre 1979. In «WikiLeaks». Consultato il 3 agosto 2024. https://wikileaks.org/plusd/cables/1979HAVANA08582_e.html ↩︎
- Citato da: ibid. ↩︎
- Citato da: «Chronology September-November 1979», 177. Pakistan Horizon, 32, n. 4 (1979): 147–205. ↩︎
- Lūthi, Lorenz. Cold Wars: Asia, the Middle East and Europe, 493-519. Cambridge: Cambridge University Press, 2020 ↩︎
- Per la sua prospettiva laica sullo sviluppo dell’ideologia islamica vedi: Dabashi. Theology of discontent, 324-366 ↩︎
- Cosa che sembrò essere suggerita dall’incontro fra Bazargan, Yazdi e il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Kazimierz Brzeziński. ↩︎
- Per la sua prospettiva laica sullo sviluppo dell’ideologia islamica vedi: Dabashi. Theology of discontent, 367-408 ↩︎
- Fatto che spiegherebbe in certa misura l’Irangate del 1985-87, avvenuto durante l’amministrazione Reagan. Behrooz, Maziar. «Trends in the foreign policy of the Islamic Republic of Iran, 1979-1988», 14. In Keddie (ed.). Neither East nor West. Ramazani, R. K. Independence without freedom. Iran’s foreign policy. Charlottesville: University of Virginia Press, 2013 ↩︎
- Behrooz. «Trends in the foreign policy of the Islamic Republic of Iran». In Keddie (ed.). Neither East nor West, 13-35 ↩︎
- Citato da: Khomeini, Ruhollah. Jomhuri-ye Islami. 21 ottobre 1980. Citato in: Behrooz. «Trends in the foreign policy of the Islamic Republic of Iran», 14. In Keddie (ed.). Neither East nor West ↩︎
- Basti pensare alla contemporanea Rivoluzione Nicaraguense e alle numerose organizzazioni guerrigliere diffuse nell’intero globo e tese a rivendicare un attivismo contrapposto al sistema bipolare della Guerra Fredda. ↩︎
- Citato da: Gelvin, James. The modern Middle East. A history, 307. Oxford: Oxford University Press, 2011 ↩︎
- Per molti osservatori lo spartiacque è la sconfitta araba contro Israele nella Guerra dei sei giorni del 1967, che aprì una crepa nel mito dei prototipi occidentali per lo sviluppo. Cleveland. Bunton. A history of the modern Middle East, 441 ↩︎
- Perlomeno nel caso della Fondazione della libanese Hezbollah, in risposta all’invasione israeliana del 1982, le connessioni ideali e il sostegno politico furono diretti ed espliciti. Gelvin. The modern Middle East, 307-318 ↩︎
- Una conferenza organizzata dagli ulama iraniani, che riunì religiosi solidali provenienti anche da paesi arabi (sia sciiti sia sunniti), per elaborare una politica coordinata di internazionalizzazione della Rivoluzione Islamica in Medioriente e, in un secondo tempo, a livello globale. ↩︎
- Lūthi. Cold Wars, 307-328; 493-519 ↩︎
Bibliografia
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