Infestare collettivamente il nostro presente: riflessioni su We Are Making a Film About Mark Fisher

di Mike Watson

«Stiamo facendo un film su Mark Fisher e ora che lo stai guardando, lo stai facendo anche tu», afferma la voce narrante del film We Are Making a Film About Mark Fisher. La proposta è ambiziosa: contiene un appello alla collettività, ma si concentra anche su una figura che significa tanto per l’individualità di tante persone.
Fisher è oggi di certo l’esponente britannico più influente della teoria critica, ed è diventato una figura riconosciuta a livello globale, oltre che un meme, negli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa avvenuta a soli 48 anni nel 2017. Come prosegue la voce narrante del film: «Non era solo un teorico o uno scrittore. Non era solo Realismo Capitalista, K-Punk o The Weird and the Eerie. Captava frequenze che la maggior parte di noi non riusciva a sentire. Era un ascoltatore. Un insegnante». Ma l’esistenza degli insegnanti, che svolgono pure una funzione pubblica collettiva, non ha luogo se non all’interno di un rapporto personale con lo studente. Di conseguenza, ogni tentativo di collettivizzare la sua memoria deve fare i conti con la difesa accanita del suo nome da parte di coloro che sono stati toccati dal suo lavoro fino al punto di identificarsi fortemente con lui. Sapremo se il film (un prodotto indipendente, «senza budget», di Sophie Mellor e Simon Poulter) avrà successo nel muoversi su questo terreno probabilmente soltanto tra qualche anno.
Tuttavia, ci sono vari elementi creativi che giocano a suo favore, e potrebbero renderlo parte del canone ufficiale delle opere su Fisher. We Are Making a Film About Mark Fisher è stato girato in diverse località del Regno Unito, e mentre ci mostra panorami marittimi, scenari urbani, ambienti ferroviari, proteste, dialoga con una platea di interlocutori britannici e internazionali, tra cui Andy Beckett, Tim Burrows, Simon Reynolds, Jodi Dean e Miki Aurora. La pluralità di voci dell’opera e il suo appello alla partecipazione del pubblico («Stiamo facendo…»), insieme al suo tono da lavoro di assemblaggio, con frequenti cambi di location, collage di schermate di ricerche su internet e browser video, danno all’opera la sensazione di un lavoro grezzo, non rifinito, che pone lo spettatore sul suo stesso piano. Oltre all’estetica punk e fai da te, vengono proposti di continuo dei suggerimenti di ricerca che invitano lo spettatore ad approfondire in tempo reale vari temi. Questo è un modo ingegnoso per affrontare la realtà dei fatti di oggi in cui lo spettatore vive col telefono in mano, rompendo la quarta parete in modo da garantire un coinvolgimento continuo con i temi centrali del film: anticapitalismo e collettività. Questa tecnica fa buon gioco nel contrastare la tendenza all’istupidimento di un certo tipo di cinema e televisione che hanno come target l’utente di smartphone. Trame ripetitive e sceneggiature inconsistenti hanno portato negli ultimi anni i contenuti audiovisivi in un abisso di ottusità. Al contrario, We Are Making a Film About Mark Fisher incoraggia lo spettatore a segnarsi dei punti chiave per proseguire più a fondo l’indagine. Questo inoltre consente allo spettatore di farsi un’opinione autonoma su temi complessi e controversi. Per l’appunto, il film dedica giustamente una buona parte dei suoi 65 minuti di durata al sodalizio iniziale di Fisher con il CCRU (Cybernetic Culture Research Unit), un collettivo di teorici (tra cui Sadie Plant, Nick Land, Ray Brassier e Mark Fisher) formatosi negli anni ’90 all’Università di Warwick per coltivare un interesse comune per il genere dance high-intensity, la filosofia, la cultura digitale e l’occultismo. Il gruppo si sciolse nei primi anni 2000 dopo aver seminato scompiglio tra i membri più tradizionalisti della Facoltà di Filosofia, ed è da allora l’oggetto dei sogni bagnati di tutti gli aspiranti “edgelord” negli angoli oscuri di internet. Anche se è difficile recuperare i fatti dal momento in cui è nato un mito, ciò che si sa è che tra miriadi di festini, droghe e follia si invischiava l’accelerazionismo politico, spesso tendente a una forma di tecno-fascismo. Andy Beckett e Simon Reynolds sottolineano entrambi una svolta a sinistra di Fisher negli anni successivi al declino del CCRU. Come sostiene Reynolds, Fisher «a un certo punto, forse dieci anni dopo il CCRU, compì una sorta di svolta umanista, decidendo che alcune cose del passato andavano bene, che il potenziale umano era importante e che la tecnologia digitale poteva rivelarsi troppo vicina al neoliberismo per continuare a sentire in proposito lo stesso entusiasmo di quando era più giovane». In un’epoca di disperazione che è la nostra, è facile immaginare che la lotta tra l’umanesimo e un invincibile tecno-capitalismo sia ormai conclusa. La presidenza dello stato democratico (la cui componente democratica è tuttavia sempre più esigua) più potente del mondo è stata conquistata da forze populiste di destra. Il Partito Laburista britannico riecheggia agende politiche dell’estrema destra che negli anni ’90 sarebbero state bandite dal discorso politico. In tutto l’Occidente, i miliardari dell’industria tecnologica finanziano i partiti di estrema destra con l’intento di insediarsi al potere. In contrasto, We Are Making a Film About Mark Fisher ci ricorda un’epoca in cui esisteva realmente la possibilità di sfidare l’egemonia capitalista (l’idea, secondo Thatcher, che «non c’è alternativa»). La speranza è da sempre una questione spinosa nella sinistra di stampo materialista, ma nonostante inizi a farsi desiderare proprio quando viene a mancare, nulla può sostituire l’euforia prodotta da cambiamenti concreti nella struttura del potere. Come scriveva Fisher in un post del 2015 sul blog K-Punk: «Non abbiamo bisogno di speranza; abbiamo bisogno di fiducia e capacità di agire. “La fiducia”, sostiene Spinoza, “è una gioia che nasce dall’idea di un oggetto passato o futuro da cui sia rimossa ogni causa di dubbio”. E tuttavia è molto difficile per i gruppi subordinati avere fiducia, anche nei momenti migliori, perché per loro/noi non esistono “oggetti futuri da cui sia rimossa ogni causa di dubbio”». Beckett richiama alla memoria l’ondata di proteste del 2010/11, durante la coalizione tra i conservatori e i liberali, e la ricorda come un momento capace di generare tale fiducia, in un modo inclusivo che oggi spesso sembra mancare: «era ampiamente multirazziale, non c’erano solo uomini, c’erano molte donne, e sembrava che stesse per nascere una nuova politica di tipo vivace». Prosegue poi: «Sembrava che tutto fosse possibile, e ovviamente le proteste studentesche in cui Mark era coinvolto e che lo entusiasmavano tanto, lasciavano anch’esse una sensazione simile: i conservatori erano al potere ma non avevano la maggioranza, erano in coalizione, c’era molta vitalità e, finalmente, una forma di opposizione». Beckett racconta dell’umore che Fisher gli ispirava di persona, testimone diretto dell’esplosione di energia e di propositività del suo amico, ma ricordo anch’io l’energia palpabile che Fisher trasmetteva pubblicamente online quando sosteneva Corbyn nel 2015, una propositività condivisa da molti, quando il movimento di Corbyn venne a coincidere con la campagna di Sanders per la sua candidatura a segretario dei Democratici nel 2016. Si può sostenere che la premessa centrale di Fisher fosse costruita sull’idea (esposta in Realismo Capitalista e nel blog K-Punk) che, sebbene la realtà venga concepita come intrinsecamente capitalista, ci potrebbe davvero essere un’alternativa. Inoltre, se il capitalismo produce livelli epidemici di malattia mentale (Fisher si concentrava sul capitalismo, ma possiamo aggiungerci ansia e bipolarismo, oltre che una valanga di disturbi della personalità e l’esacerbazione delle neurodivergenze già esistenti) lasciava aperta la possibilità che questi stessi disturbi potessero essere trasformati in un’arma contro il sistema. Quest’idea trova un parallelo nella tesi di Adorno, secondo cui la malinconia ci fa vedere squarci di realtà in una totalità, quella capitalista, che sotto ogni altro aspetto è irreale. In entrambi i casi, il trucco consiste nel concepire la possibile cura come proveniente dalle condizioni stesse della malattia. Se il capitalismo sembra del tutto insormontabile, dovremmo superarlo proprio sulla base di questo stesso male. Così, nelle ultime pagine di Realismo Capitalista scrive:

«Dobbiamo prendere i problemi di salute mentale oggi così diffusi e convertirli da una condizione di medicalizzazione a un antagonismo reale; i disordini affettivi sono forme di scontento acquisito, e questa disaffezione può e deve essere indirizzata altrove, verso fuori, verso la sua vera causa: il Capitale».

Tuttavia, questa possibilità di incanalare il malcontento verso l’esterno dipende dal fatto che le forze esterne (finanziarie, mediatiche, giuridiche) non diventino insostenibili. Come sostiene Beckett, e come molti altri hanno senza dubbio avvertito, qualcosa ci ha colpito nel suicidio di Fisher. Avvenne appena prima dell’insediamento di Trump come presidente degli Stati Uniti, che avvenne in seguito alla Brexit, entrambi presagi di una svolta a destra. Se Fisher, «piuttosto fragile ma molto perspicace», poteva esaltarsi per eventi politici favorevoli, forse quelli sfavorevoli potevano condurlo alla disperazione. Se le cose stanno così, che possibilità abbiamo noi per coltivare alcuna fiducia? Scaricare il barile sulla destra, però, sarebbe poco intelligente, soprattutto se vogliamo che la sinistra torni a essere rilevante. Nel film vengono usate varie tecniche; una di queste è il filo semi-narrativo, quasi poetico, che attraversa l’opera: il viaggio del professor Parkins di Cambridge (interpretato da Justin Hopper), apparso dal nulla, come teletrasportato, sulla spiaggia di Felixstowe (città natale di Fisher) dove scopriamo che è alla ricerca della verità su Fisher. Parkins è il protagonista del racconto di fantasmi di M.R. James Oh, Whistle, and I’ll Come to You, My Lad (1904), dove subisce una serie di inquietanti infestazioni dopo aver trovato un fischietto di ottone con incisa la frase: «Chi è colui che sta arrivando?». Nel film, il fischietto viene ritrovato da Parker, e ci permette un’esplorazione della “hauntology” (l’idea che l’ontologia sia formata in parte da una nostalgia spettrale), tema centrale nell’opera di Fisher. Mentre Parkins ci conduce attraverso varie località del Regno Unito, si ritrova a vagare stremato in un sottopassaggio metropolitano, circondato da voci disorientanti e frammentarie, che si scoprono essere messaggi di troll dei social media. Questa scena coincide con una riflessione del saggio di Fisher Exiting the Vampire Castle, che mirava a denunciare e limitare il trolling identitario, invocando l’unità della sinistra. L’identità politica è effettivamente un problema enorme, ma negli anni della svolta a destra populista possiamo dire che colpevolizzare la politica identitaria di sinistra spesso rafforza l’identitarismo di destra. Il bisogno di fiducia di cui parlavamo prima si trasforma spesso nella ricerca di un capro espiatorio e nella volontà di ostracismo, e intanto veniamo infestati dalla nostalgia per un passato che non abbiamo mai vissuto (un fenomeno culturale diffuso, basti pensare a come l’industria musicale e televisiva prosperi coltivando nostalgie per epoche mai sperimentate personalmente dal pubblico). Nel caso del fascismo, il fantasma che lo infesta è quello di un’età dell’oro immaginaria, legata a una nazione idealizzata. È un sogno alimentato dall’élite dominante come distrazione: il sogno di fare parte di qualcosa di inestimabile, lo spirito della nazione. Thatcher riformulò il prendere possesso della nazione nei termini prosaici della proprietà immobiliare, giustificando così la vendita delle case popolari. Oggi si dipingono bandiere inglesi sulle rotonde come mezzo per rivendicare la propria porzione di una terra promessa che non è mai stata reale. Ma basta attraversare la strada (andare dalla parte opposta della città, nella curva opposta dello stadio, al lato opposto del tavolo da pranzo) per trovare persone che non hanno questo tipo di sogno. Per loro il possesso di ricchezze e di proprietà è un diritto assicurato alla nascita, e le ricompense che promette il nazionalismo (“terra e sangue”) non valgono il sacrificio richiesto, dato che godono già di un benessere soddisfacente. Il fantasma che li infesta è quello di un cosmopolitismo perduto, una specie di impalcatura teatrale mimetizzata che fa da sfondo al chiacchiericcio culturale e all’ozio artistico, e dove c’è persino persino posto per manifestazioni di protesta pacifiche ma colorite. Il tutto popolato da stranieri illustri con le loro promesse: tra tutte, vivere beati in assenza dei nazionalisti di cui sopra. Concetti come classe sociale e politica sono amorfi e generano confusione non solo tra famiglie e comunità, ma anche per lo stesso individuo in momenti diversi. Ciò che è certo è che i sogni di entrambe le fazioni sono lontanissimi dalla realizzazione e le conducono allo scontro reciproco.
Come il film chiarisce, il pubblico di riferimento è infestato dalla perdita di questa seconda “realtà”. Sarei d’accordo nel dire che da un punto di vista personale questa realtà sarebbe di certo la preferita. Tuttavia, io e la maggior parte della gente (compresi, azzarderei, i creatori del film) non sappiamo come realizzarla. Potremmo iniziare affrontando l’ingenuità della proposta, come suggerisce a un certo punto la voce narrante: «Il rifiuto dell’identitarismo può essere ottenuto solo attraverso la riaffermazione della classe». Se partissimo da qui, potremmo ritrovarci come risultato per lo meno il sogno rassicurante del multiculturalismo.
Il film rende molto chiara anche un’altra cosa, intenzionalmente o per effetto della dura realtà sociale che affrontiamo. Ci troviamo di fronte a una scelta: possiamo vivere una vita fatta di malinconia nostalgica, consolandoci in una masturbazione collettiva (ma alla fin dei conti individualistica) su quanto siamo bravi a interpretare il lavoro di Fisher, oppure possiamo riconoscere l’urgenza della situazione e agire ora!
Jodi Dean, dopo essere stata intervistata in giro per gli Stati Uniti, afferma verso la fine del film:
«Sempre più università hanno ceduto a richieste sempre più ricattatorie da parte dell’amministrazione Trump, e continuo a pensare a cosa sarebbe successo se più persone nel mondo accademico, negli ultimi cinque o dieci anni, fossero state oneste, avessero rifiutato certe ortodossie e fossero state abbastanza coraggiose, o con la semplice onestà intellettuale di non cadere preda di mode o minacce, velate o palesi».
Essere onesti implica molte cose, ed è chiaro che molte persone si sono dimostrate codarde nell’ultimo anno, lasciando tanta delusione, e non solo negli Stati Uniti. La storia recente ci ha mostrato quanto è facile, in tutto l’Occidente, cedere e autocensurarsi. Per coloro che non l’hanno ancora fatto, si aprono con urgenza diverse strade: giustizia, attivismo, media e arte. Nella parte finale del film, l’attenzione si sposta sull’intelligenza artificiale, che Dean descrive come più pericolosa dei social media e «come junk food per l’anima».
In risposta, il film propone l’“Acid Communism” di Fisher (delineato nell’introduzione del libro omonimo incompiuto) come possibile soluzione. L’Acid Communism, secondo Fisher, implica una dissoluzione dei confini sociali e di classe, tornando allo spirito della cultura psichedelica degli anni ’60 e ’70. A questo proposito, l’artista Miki Aurora ci suggerisce, nel «cercare una via d’uscita dal capitalismo», di usare un lessico semiotico visivo multiforme per denotare le «diverse parti di questo puzzle emancipatorio». L’indicazione è semplice, in virtù della sua vaghezza intrisa di psichedelia: dobbiamo portare avanti la collettivizzazione e l’attività creativa senza rispettare i confini che ci vengono imposti. Il film è un contributo quanto mai benvenuto e necessario alla creazione di un tale sistema di segni. Potrebbe riaccendere l’interesse per l’Acid Communism, un movimento che finora è rimasto perlopiù relegato su Facebook e Instagram. Che ciò avvenga o meno, tutte le nostre risorse richiederanno l’atto più importante del processo creativo: il coraggio. Come dice Parker in modo patetico, poco dopo aver attraversato il tunnel di insulti e invettive di cui sopra: «I bulli stavano dall’altra parte del cortile; Non volevo attirare la loro attenzione». L’epoca dei circoletti che si atteggiano ad identificarsi con Fisher, dell’edgelordismo accelerazionista e dell’hipsterismo alla Dark Deleuze è, si spera, finita. Dobbiamo andare dall’altra parte del cortile e affrontare i bulli (ICE, Reform, ecc.). Come suggerisce We Are Making a Film About Mark Fisher, abbiamo una finestra di opportunità per agire di fronte al tecno-capitalismo alimentato dall’IA. Infestiamolo insieme.

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