Questa manovra non ci piace. Ancora una volta sciopero generale

Il 12 dicembre abbiamo, come lo scorso anno, aderito allo sciopero generale di otto ore proclamato dalla Cgil in tutti i settori, pubblici e privati, contro la legge di bilancio del governo Meloni. La mobilitazione ha registrato un’adesione media nazionale intorno al 68%, con mezzo milione di partecipanti stimati nelle oltre cinquanta piazze italiane, da Nord a Sud, segnando il punto di arrivo di un percorso partito da circa quattordicimila assemblee nei luoghi di lavoro. Il segretario generale Maurizio Landini, parlando dal palco di Firenze davanti a circa centomila persone, ha definito il successo della giornata un segnale politico preciso: la maggioranza delle lavoratrici, dei lavoratori e dei pensionati, cioè di chi tiene in piedi il Paese, non condivide e non accetta la manovra economica del governo. 

Landini ha denunciato che la finanziaria si fonda su due pilastri perversi, l’austerità, con tagli ai servizi essenziali, e il riarmo, con 23 miliardi di euro stanziati per le spese militari nel prossimo triennio. Questo binomio ha un prezzo sociale altissimo. Ad esempio porta di fatto a innalzare l’età pensionabile a 70 anni, rendendola la più alta d’Europa. In secondo luogo maschera un massiccio fiscal drag: tra il 2022 e il 2024 38 milioni di lavoratori dipendenti e pensionati hanno pagato 25 miliardi di tasse in più a causa della non indicizzazione delle aliquote. Queste risorse, invece di essere restituite in servizi o aumenti salariali, vengono usate per finanziare gli armamenti e per compensare ulteriori tagli alla spesa sociale, avviando di fatto un processo di privatizzazione della sanità e della scuola. Per controbattere a questa deriva la Cgil ha avanzato proposte concrete come la restituzione di quei 25 miliardi sotto forma di servizi, l’introduzione di un meccanismo automatico di rivalutazione delle aliquote per fermare il fiscal drag futuro e una riforma fiscale realmente progressiva che colpisca tutta la capacità contributiva, compresi i grandi patrimoni. Landini ha citato una proposta specifica, un contributo di solidarietà dell’1,3% sulle circa 500mila persone con redditi netti superiori ai 2 milioni di euro l’anno che genererebbe 26 miliardi, più dell’intera manovra. Lo sciopero generale ha messo in luce la crisi salariale e la precarietà dilagante. Landini ha ricordato come negli ultimi anni si sia assistito a una redistribuzione della ricchezza a sfavore del lavoro, con profitti aziendali record redistribuiti agli azionisti mentre i salari perdono potere d’acquisto. La precarietà, ha aggiunto, raggiunge livelli inediti e, insieme al ricorso selvaggio ad appalti e subappalti, spezza la solidarietà tra lavoratori e alimenta lo sfruttamento, come nell’esempio dell’industria della moda. Questo modello economico ha dirette conseguenze anche sulla sicurezza sui luoghi di lavoro, dove gli incidenti mortali aumentano e colpiscono soprattutto i lavoratori precari o in nero che in Italia sono stimati in 3 milioni. La risposta del governo, secondo Landini, è inefficace se non controproducente, come dimostrerebbe la norma che prevede di avvisare le aziende con dieci giorni di anticipo prima di un’ispezione.

Gli interventi dai palchi di tutta Italia hanno dato corpo e dettaglio a queste critiche generali, fotografando un Paese in affanno. A Roma l’attrice Costanza Boccardi ha portato la voce del mondo dello spettacolo e della cultura, un settore di “intermittenti” che con i propri stipendi pagano bollette e affitti ma che vede ridursi le produzioni a causa dei tagli governativi. Sempre nella capitale la farmacista Nadia Parrone ha denunciato la fuga dalla sua professione, con stipendi da 1300 euro e un contratto nazionale scaduto, e la pericolosità di manovre che non investono sui giovani.

Le voci dal territorio hanno evidenziato emergenze specifiche. In Veneto Tiziana Basso ha ricordato i 100 morti sul lavoro dall’inizio dell’anno, numeri insopportabili. In Campania Nicola Ricci ha puntato il dito contro una finanziaria che “dimentica sanità e Mezzogiorno”, costringendo i cittadini a spendere 211 milioni di euro per curarsi in altre regioni. In Calabria la manifestazione regionale si è tenuta a Crotone, scelta come simbolo di una regione ai margini, mentre a Melfi, in Basilicata, Fernando Mega ha parlato di un luogo simbolo della “decadenza economica e sociale”, da cui fuggono migliaia di giovani laureati. Al Nord le critiche non sono state meno dure. Federico Bellono ha definito Torino “la capitale della cassa integrazione”, Giorgio Airaudo ha invece denunciato la “fuga degli storici imprenditori” e in Lombardia Luca Stanzione ha attaccato il taglio di 4 miliardi di euro agli enti locali, lasciati soli a gestire sanità e scuola.

Il tema della sanità è emerso trasversalmente. Daniela Barbaresi a Cagliari e Michele Piga a Udine hanno chiesto risorse per un servizio sanitario nazionale efficiente mentre in Abruzzo e Sardegna si è parlato di sistemi sanitari al collasso. La mancanza di una politica industriale è stata un altro leitmotiv. Da Crotone Marco Falcinelli della Filctem ne ha denunciato l’assenza, specie al Sud, e Giovanni Mininni della Flai in Umbria ha sottolineato la mancanza di una visione per un nuovo modello di sviluppo.

1. Perché abbiamo scioperato

Situazione salari secondo la Fondazione Di Vittorio

Il 5 dicembre la Fondazione Di Vittorio ha presentato l’inchiesta La crisi dei salari che fotografa molto bene la questione salariale in Italia. Sappiamo molto bene che oggi lavorare non garantisce più il benessere. L’aumento del lavoro povero mostra come un’occupazione non assicuri standard di vita dignitosi, l’accesso all’istruzione per i figli o a cure sanitarie sempre più privatizzate. Il lavoro consente sempre meno opportunità di sviluppo personale, dentro e fuori dall’ambito professionale. Questa condizione di debolezza del lavoro non è solo italiana, sebbene nel nostro Paese assuma caratteristiche peculiari rispetto ai partner europei. Le cause sono chiare e ampiamente studiate. Le trasformazioni del capitalismo avviate negli anni ‘70 hanno segnato la fine dell’era del patto fordista-keynesiano dei trenta gloriosi. Processi come la scomposizione dei cicli produttivi, la terziarizzazione, le delocalizzazioni e la finanziarizzazione hanno portato a una svalutazione del lavoro e a un peggioramento del potere contrattuale dei sindacati nei paesi industrializzati. La finanziarizzazione, in particolare, ha determinato una riduzione progressiva del peso dei salari sul Pil e un aumento dei profitti, segnando uno spostamento di potere dal lavoro al capitale. Le politiche di liberalizzazione commerciale e finanziaria, il rigore di bilancio attuato tramite tagli alla spesa piuttosto che aumenti fiscali per i ceti abbienti e la disinflazione hanno caratterizzato le economie occidentali negli ultimi cinquant’anni. La deregolamentazione del lavoro, sostenuta dalla teoria economica dominante (come nel Rapporto OECD del 1994), ha promosso un mercato del lavoro flessibile, facilitando i licenziamenti, legando i salari alla produttività (o abbassandone i minimi) e riducendo il peso della contrattazione collettiva. In questo quadro si inserisce l’integrazione europea che con i suoi vincoli di bilancio e la perdita dello strumento della svalutazione monetaria ha spinto verso una svalutazione interna tramite il contenimento del costo del lavoro, peggiorando le dinamiche macroeconomiche e la crescita. Le crisi successive, dai mutui subprime al Covid-19 fino alla guerra russo-ucraina, hanno aggravato e accelerato questo processo.

La situazione italiana presenta specificità accentuate. Il Paese è sempre più fragile e impoverito, con una crescita stagnante dal 2000. Il Pil pro capite reale è oggi poco superiore a quello del 2000 mentre il divario con la Germania si è ampliato notevolmente. La produttività è ferma, a differenza di altri paesi europei, e gli investimenti sono crollati tra il 2010 e il 2019. La debolezza produttiva si accompagna a un’occupazione sempre più precaria e povera: tra il 2004 e il 2024 l’occupazione dipendente è cresciuta ma quella a tempo indeterminato e pieno è aumentata solo del 7,2% mentre il part time e il tempo determinato sono esplosi. Il lavoro temporaneo, raramente una scelta, spesso diventa una condizione di fragilità permanente, specialmente per i giovani e le donne. Le condizioni del mercato del lavoro si riflettono inevitabilmente sui salari. La recente impennata inflazionistica, causata principalmente dalla speculazione sui prezzi energetici e alimentari in regime oligopolistico, ha riacceso i riflettori sulla perdita di potere d’acquisto ma il problema è strutturale e profondo. Da circa trent’anni la deflazione salariale ha danneggiato la domanda interna e gli investimenti legittimando un modello mercantilista basato sulla svalutazione del lavoro. Questa spirale ha minato la tenuta del sistema economico, del credito immobiliare e di quello previdenziale. Le fragilità italiane sono state aggravate dalla deregolamentazione del mercato del lavoro e dal declino della struttura produttiva, evidente in tre decenni di bassa crescita e stagnazione della produttività. Il sistema di relazioni industriali, con le sue vicende alterne, è strettamente legato a questo contesto e gioca un ruolo centrale. L’andamento salariale italiano degli ultimi trent’anni è centrale per il dibattito economico e sociale. Rispetto ad altri paesi industrializzati l’Italia ha sperimentato una crescita salariale reale particolarmente debole, trasformando la decelerazione post-2008 in una stagnazione strutturale. Tra il 1990 e il 2020 i salari reali sono rimasti pressoché invariati mentre crescevano del 50% negli USA, del 30% in Germania e del 5% in Spagna. Tra il 2021 e il 2023, con un’inflazione del 17,3%, i salari sono cresciuti solo del 4,7%, la perdita più alta in 50 anni. Gli anni ‘90 sono stati caratterizzati da crescita moderata e inflazione ancora attorno al 4,5%. L’eliminazione della scala mobile, le politiche di bilancio restrittive e le difficoltà della contrattazione di secondo livello hanno portato a un contenimento salariale e a uno scollamento tra salari, inflazione e produttività. Dal 1997 c’è stata maggiore stabilità ma la produttività cresce meno del Pil. La crisi del 2008 ha segnato una svolta: il Pil crollò del 5% e iniziò una radicale trasformazione del mercato del lavoro, con l’esplosione del lavoro atipico (tempo determinato e part-time), specialmente tra giovani e donne, indebolendone il potere negoziale. La pandemia di Covid-19 ha accentuato le criticità, anche se le misure di sostegno hanno evitato un crollo dei salari. La successiva inflazione ha riportato al centro il potere d’acquisto. I rinnovi contrattuali del 2024 in settori come il metalmeccanico hanno generato aumenti medi del 3,7%, solo un parziale recupero. La crescita occupazionale recente, legata a superbonus e Pnrr, mostra segni di rallentamento e si concentra sugli over-49. Le dinamiche salariali riflettono l’interazione di crescita debole, stagnazione della produttività, deregolamentazione, crisi e moderazione salariale, con effetti negativi sulla domanda interna. Concentrandosi sul periodo successivo al 2010 si osserva come l’intreccio tra stagnazione della produttività, moderazione salariale e rialzo dei prezzi abbia ampliato il divario tra retribuzioni e costo della vita. Tra il 2010 e il 2024 la produttività è aumentata del 4,3%, le retribuzioni contrattuali del 20,5% e l’inflazione del 29,6%. Il divario di 9,1 punti percentuali evidenzia una significativa compressione dei salari reali. Il processo di rincorsa salariale genera effetti permanenti: gli aumenti futuri inseguono i prezzi senza colmare il divario accumulato, con implicazioni negative sulla distribuzione del reddito e sulla domanda interna. Tra il 2020 e il 2024 la distanza tra crescita dei prezzi e salari è rimasta persistente. L’inflazione recente, accompagnata da una crescita salariale limitata, ha deteriorato ulteriormente il potere d’acquisto. Nonostante sgravi contributivi e riduzioni del cuneo fiscale, tra il 2021 e il 2024 si è osservata una significativa perdita salariale reale cumulata, sia nel privato che nel pubblico. L’erosione è particolarmente grave in contesti con minore forza negoziale, maggiore incidenza di contratti atipici e limitata capacità di adeguamento contrattuale. Le performance sono state molto differenziate per settore. Il manifatturiero e il finanziario hanno registrato le crescite retributive più consistenti, con il primo che nel 2024 ha superato l’inflazione. Il commercio ha mostrato una dinamica più contenuta. Critica è la situazione nella pubblica amministrazione, dove gli aumenti sono stati i più limitati, con la perdita di potere d’acquisto più marcata. Questi divari dipendono da fattori come la forza della contrattazione collettiva, l’innovazione tecnologica e le scelte di politica economica. Settori come commercio e logistica soffrono di minore forza contrattuale e dell’impatto di modelli basati su flessibilità, appalti e piattaforme digitali. Un ulteriore fattore negativo è il fiscal drag: l’aumento dei salari nominali in presenza di inflazione spinge i contribuenti in scaglioni più alti, aumentando il prelievo effettivo. Secondo l’UPB le recenti riduzioni fiscali (circa 3 punti percentuali) sono state più che compensate dal fiscal drag (3,6 punti), portando a una variazione negativa del reddito disponibile di circa 0,6 punti.

Il confronto tra settore privato e pubblico è essenziale per comprendere le dinamiche salariali italiane. Nel pubblico l’immagine di maggiore stabilità è stata ridimensionata dalle politiche di contenimento della spesa a partire dalla crisi del debito sovrano del 2011 che hanno causato un lungo blocco salariale e ritardi strutturali nei rinnovi contrattuali. Questo blocco ha influenzato negativamente anche i contratti privati, ritardandone i rinnovi e contenendo gli aumenti. Le modalità di determinazione dei salari differiscono. Nel privato rispondono maggiormente a mercato, produttività e concorrenza ma la contrattazione di secondo livello è disomogenea e in contrazione. Nel pubblico la contrattazione è più formalizzata e diffusa ma è fortemente vincolata dai limiti di spesa e da restrizioni sulla contrattazione dell’organizzazione del lavoro, limitando il collegamento tra salari, performance e carriera. I tempi di rinnovo sono più lunghi, dipendenti dai vincoli di bilancio, riducendo l’attrattività del settore per alcune professioni e aumentando la segmentazione.

Nel periodo 2021-2024 l’erosione del potere d’acquisto ha colpito entrambi i settori. Nel privato un lavoratore con una retribuzione annua lorda passata da 26.660€ a 28.916€ ha subito una perdita complessiva lorda di 6.399€ che, considerando gli sgravi contributivi, si riduce a una perdita netta di 5.505€. Nel pubblico la perdita cumulata è stata di circa 5.700€. Dal 2020 la forbice tra inflazione e retribuzioni pubbliche (misurate dall’Indice di Reddito Costituente) si è ampliata, raggiungendo un differenziale negativo di circa 16 punti percentuali nel 2023. Il ritardo nei rinnovi contrattuali pubblici è un fattore strutturale. Per il triennio 2022-2024 sono stati stanziati circa 5 miliardi, con un aumento medio atteso del 6%. Per il ciclo 2025-2027 sono previsti circa 10 miliardi. Le risorse restano insufficienti a recuperare la perdita di potere d’acquisto accumulata. Nel privato i rinnovi contrattuali del 2023-2024 (49 CCNL, riguardanti circa 7,5 milioni di lavoratori) hanno mostrato una maggiore reattività, con aumenti mediamente superiori all’inflazione prevista. A giugno 2025 il 43,7% dei contratti privati (escluso il pubblico) era in attesa di rinnovo, con un tempo medio di attesa di circa 25 mesi. Rinnovi importanti nel 2025 (logistica, edilizia, chimici, metalmeccanici) hanno previsto aumenti significativi, sebbene spesso dopo lunghe attese (come i 17 mesi per i metalmeccanici).

La parte economica del recente rinnovo del CCNL dei metalmeccanici garantisce un aumento salariale mensile di 205,32 euro per il livello medio di inquadramento, il C3. Questo incremento, pari al 9,64% sui minimi contrattuali e superiore al tasso d’inflazione Ipca-Nei previsto per il periodo, sarà erogato in quattro tranche: una prima rata da 27,70 euro retroattiva al 1° giugno 2025, seguita da 53,17 euro dal 1° giugno 2026, 59,58 euro dal 1° giugno 2027 e 64,87 euro dal 1° giugno 2028. Un risultato fondamentale è stata la piena conferma della struttura di difesa del potere d’acquisto messa a punto nel precedente rinnovo del 2021. Questo sistema si compone della garanzia dell’adeguamento all’Ipca-Nei, di una quota di salario aggiuntivo e, elemento cruciale, del mantenimento di una clausola di salvaguardia che scatta automaticamente per proteggere i salari da eventuali picchi inflazionistici negli anni di vigenza del contratto. A completare il quadro economico si registra un aumento dei flexible benefit che passeranno dagli attuali 200 euro a 250 euro a partire dal febbraio 2026. Oltre alla sfera salariale l’accordo segna avanzamenti significativi e in controtendenza rispetto alle politiche degli ultimi decenni nella lotta alla precarietà. Viene introdotto un meccanismo concreto di stabilizzazione per i lavoratori a tempo determinato, legando l’utilizzo delle causali per prorogare i contratti oltre il dodicesimo mese all’obbligo di stabilizzare almeno il 20% di queste figure. Parimenti viene sancito il diritto alla stabilizzazione a tempo indeterminato presso l’azienda utilizzatrice per i lavoratori in somministrazione a tempo indeterminato, il cosiddetto staff leasing, dopo 48 mesi di prestazione lavorativa. Il nuovo contratto realizza importanti progressi anche nel campo delle relazioni sindacali e dei diritti, rafforzando in modo organico l’intera parte normativa. Vengono potenziati i diritti di informazione e partecipazione, viene istituito un diritto soggettivo alla formazione e vengono introdotte o migliorate le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro, incluso il contrasto alla violenza contro le donne. Ulteriori novità riguardano il rafforzamento delle tutele in caso di cambi di appalti privati, l’innovazione della normativa sulla gestione collettiva e individuale dei Permessi Annuali Retribuiti (Par) e miglioramenti specifici per i periodi di malattia dei lavoratori gravi e dei lavoratori con disabilità, nonché per i lavoratori migranti che necessitano di assenze per raggiungere il proprio paese d’origine. Sul fronte dell’organizzazione del lavoro si registrano due conquiste di rilievo presenti nella piattaforma sindacale: l’avvio di una sperimentazione sulla riduzione dell’orario di lavoro, che sarà affidata a una commissione specifica, e una riduzione oraria concreta per i lavoratori addetti ai turni più disagiati, ai quali saranno riconosciute ulteriori 8 ore di Par. Viene inoltre data la possibilità a tutti i lavoratori di utilizzare fino a tre giornate di Par senza preavviso per far fronte a imprevisti. La firma sul rinnovo, è bene ricordarlo, è stata preceduta da un lungo e conflittuale stallo di ben 17 mesi durante i quali si sono consumate anche la rottura del tavolo e ripetute mobilitazioni sindacali con oltre quaranta ore di sciopero.

Il 15 aprile scorso, invece, è stato firmato con largo anticipo rispetto alla naturale scadenza il rinnovo del contratto collettivo nazionale per i settori della chimica, chimico-farmaceutica, farmaceutica, fibre chimiche, abrasivi, lubrificanti e GPL che coprirà il triennio 2025-2028. Dal punto di vista economico l’accordo prevede per l’intero triennio un aumento del trattamento economico complessivo pari a 294 euro, una somma che include anche l’anticipo già erogato nel gennaio 2024. Viene confermato il meccanismo di salvaguardia dal carovita attraverso l’Elemento Distinto della Retribuzione (EDR) che ha la funzione di riequilibrare le retribuzioni in base all’andamento dell’inflazione nel periodo. La categoria dei chimici era riuscita a rinnovare il giorno precedente anche il contratto del settore energia e petrolio che prevede un aumento di 330 euro. La tradizione di chiudere le vertenze in tempi rapidissimi1, a volte in una sola sessione dice Mascini su Il Diario del lavoro ricostruendo le dinamiche delle relazioni industriali del settore, è una caratteristica storica di questo comparto, fondata su una prassi di dialogo continuo istituzionalizzata già nel 1986 con la creazione dell’Osservatorio chimico, un organismo bilaterale permanente dove le parti si confrontano su tutti i temi, dalla retribuzione agli investimenti, costruendo nel tempo una solida consuetudine al confronto. La parte normativa del rinnovo è particolarmente ricca e innovativa, con l’obiettivo esplicito di rafforzare la cultura dell’innovazione e della responsabilità sociale. Vengono introdotte per la prima volta linee guida settoriali sull’uso dell’intelligenza artificiale, concepite come uno strumento per progettare percorsi formativi che sviluppino le competenze digitali ed ecologiche necessarie per il futuro. Si rinnovano e si potenziano gli impegni per promuovere la diversità e l’inclusione nei luoghi di lavoro e per contrastare molestie e violenze, attraverso strumenti operativi condivisi. Un’attenzione speciale è rivolta alla formazione continua e al diritto allo studio, con il rafforzamento dei permessi retribuiti per agevolare la frequenza a percorsi di istruzione terziaria come gli ITS Academy, corsi di laurea, master e dottorati e con l’introduzione di un impegno congiunto per garantire una certificazione delle competenze trasparente e riconosciuta. Sul versante del welfare e delle tutele il contratto potenzia le misure a sostegno dei periodi di malattia e quelle per la conciliazione tra vita privata e lavoro. La cultura della sicurezza, già punto di forza del settore come dimostrano i dati Inail che lo classificano tra i più virtuosi, viene ulteriormente estesa e rafforzata a ogni livello, anche al di fuori dei confini dell’ambiente lavorativo, attraverso un maggiore coinvolgimento delle figure aziendali preposte. 

Il dato interessante, oltre che una chiara differenza storica nella qualità delle relazioni industriali tra i due settori, è il tentativo di usare la contrattazione collettiva come strumento per gestire i danni dell’inflazione. Nel libro L’inflazione. Falsi miti e conflitto distributivo Stan De Spiegelaere afferma che la contrattazione collettiva oggi deve affrontare la sfida di negoziare in un ambiente di inflazione elevata e imprevedibile, dove gli accordi stipulati per periodi pluriennali rischiano di essere rapidamente erosi dall’aumento dei prezzi. La risposta a questa sfida è rappresentata, in molti casi, dalla reintroduzione o dal rafforzamento di clausole di adeguamento automatico o semi-automatico dei salari all’inflazione, note come clausole COLA (Cost-of-Living Adjustments), che erano state quasi abbandonate negli anni di stabilità dei prezzi. Il meccanismo di adeguamento del salario all’inflazione in Europa non è uniforme ma si articola in una vasta gamma di sistemi, ciascuno con caratteristiche specifiche che riflettono il contesto nazionale e la forza contrattuale dei sindacati. Questi meccanismi possono essere di tipo generale, come in Belgio, Lussemburgo e Malta, dove un sistema di indicizzazione legale o contrattuale quasi universale adegua periodicamente i salari di (quasi) tutti i lavoratori. Il caso belga è particolarmente interessante. I salari sono agganciati a un “indice sanitario smussato” che esclude beni volatili (come carburante) e non salutari (come alcol e tabacco), ammorbidendo inoltre la media su quattro mesi per evitare scatti salariali troppo bruschi. Questo sistema, sostenuto da una contrattazione collettiva con copertura quasi totale, garantisce una protezione quasi completa dall’inflazione ma limita drasticamente lo spazio per aumenti salariali negoziali aggiuntivi, tanto che il Belgio ha introdotto un tetto legale a questi aumenti per mantenere la competitività. In molti altri paesi, come Spagna, Paesi Bassi, Italia e Francia, l’indicizzazione è solo parziale e dipende da specifici accordi settoriali o aziendali. In Spagna, ad esempio, la diffusione di queste clausole è ciclica: coprivano oltre il 70% dei lavoratori durante gli anni di alta inflazione precedenti il 2007 per poi crollare al 14% nel periodo 2014-2021 e tornare a diffondersi nel 2022, interessando circa un contratto collettivo su quattro. Spesso queste clausole includono tetti o soglie che limitano l’adeguamento completo, ad esempio garantendo un aumento solo se l’inflazione supera una certa percentuale o comunque non oltre un limite massimo prefissato. Nei Paesi Bassi sindacati come la FNV stanno conducendo campagne per generalizzare queste clausole, con successi in alcuni settori (pittori, portuali) mentre in altri si ottengono solo compensazioni una tantum. Esistono poi modelli ibridi, come in Italia, dove alcuni contratti prevedono una “clausola di verifica” che innesca una rinegoziazione automatica se l’inflazione supera una certa soglia, oppure correggono ex-post gli scostamenti tra inflazione prevista e reale. Vi sono anche soluzioni adattate a contesti iperinflazionistici, come in Turchia, dove alcuni contratti ancorano i salari non solo all’inflazione (ritenuta sottostimata) ma direttamente al tasso di cambio con dollaro o euro per compensare il crollo della valuta locale. All’estremo opposto paesi come Germania, Svezia, Danimarca, Finlandia e il Regno Unito non prevedono, per scelta o per tradizione, sistemi automatici di indicizzazione. In questi contesti ogni aumento salariale è frutto di negoziazione che considera, tra i vari fattori, anche l’andamento del costo della vita, senza meccanismi predeterminati. La Francia addirittura vieta per legge clausole di indicizzazione automatica nei contratti collettivi, anche se alcuni accordi legano indirettamente le retribuzioni all’adeguamento del salario minimo che viene periodicamente rivisto.

Tornando al rapporto della Fondazione Di Vittorio, il confronto internazionale colloca i salari italiani in una prospettiva comparata sconcertante, rivelando una traiettoria di lungo periodo strutturalmente divergente da quella delle altre principali economie avanzate in Europa. L’Italia si conferma come uno dei paesi Ocse con la peggiore performance salariale reale dell’ultimo decennio, tanto che nel primo trimestre del 2024 i salari reali risultano ancora inferiori del 6,9% rispetto ai livelli pre-pandemia, un dato che sottolinea sia la difficoltà del recupero post-Covid sia una stagnazione preesistente. La comparazione storica con Francia, Germania e Spagna, misurata su quattro distinti periodi dal 1991 al 2024, fotografa una progressiva e drammatica divergenza. Ad eccezione dell’intervallo 2000-2010 l’Italia ha registrato variazioni negative o marginali, concludendo il trentennio con una perdita complessiva del 2,4% che equivale a circa 831 euro di potere d’acquisto eroso per lavoratore. Nello stesso arco temporale il contrasto non potrebbe essere più netto: Francia e Germania hanno accumulato incrementi rispettivamente del 31,9% e del 32,9% (in termini monetari, circa +10.800 e +12.400 euro) mentre la Spagna, pur con un aumento più moderato del 9,4%, ha comunque registrato un guadagno di circa 2.800 euro. Questa divergenza radicale è il risultato dell’interazione di scelte di politica del lavoro, modelli di governance del mercato del lavoro e, soprattutto, delle profonde differenze nella specializzazione produttiva e nei sistemi di relazioni industriali. Paesi come la Germania hanno beneficiato a lungo di una crescita stabile della produttività, sostenuta da investimenti comparativamente più significativi in ricerca e sviluppo tecnologico e da un’occupazione concentrata in settori ad alta produttività e forte domanda di competenze. La Francia ha mantenuto livelli intermedi. La Spagna, pur partendo da condizioni simili a quelle italiane, ha intrapreso una traiettoria di miglioramento anche grazie a riforme come quella del 2022 che ha cercato un equilibrio tra tutela e flessibilità, rafforzando la contrattazione collettiva. L’Italia, al contrario, sperimenta una stagnazione persistente della produttività del lavoro dagli anni ‘90, identificata come uno dei principali vincoli strutturali alla crescita dei salari reali. Questo ritardo è imputabile a fattori endemici connessi alla specializzazione produttiva, a una carenza cronica di investimenti diretti in scienza e tecnologia e a un contesto ormai trentennale di assenza di politiche industriali attive, un vuoto strategico iniziato con le dismissioni e le privatizzazioni degli anni ‘80 e ‘90 che hanno smantellato parte significativa del motore innovativo pubblico. La debolezza salariale italiana è sistemica e si riflette nell’evoluzione della quota del reddito nazionale destinata al lavoro. Il Paese ha progressivamente adottato un modello di sviluppo profit-led, in cui la quota dei salari sul Pil si è erosa a favore dei profitti. Nel 2024 tale quota si attestava al 58,3%, valore significativamente inferiore a quello di Spagna (62%), Germania (64,9%) e Francia (66,9%). Il quadro è ancor più critico se si considera solo la remunerazione dei dipendenti: in Italia essa rappresentava solo il 28,9% del Pil, il che colloca il Paese al 24° posto su 27 Stati membri dell’UE. Questo modello, che comprime la domanda interna, ha mostrato tutta la sua vulnerabilità durante la violenta impennata inflazionistica del triennio 2021-2023. In quegli anni l’inflazione è cresciuta del 17,3% mentre le retribuzioni contrattuali sono aumentate solo del 4,7%, creando un divario di 12,6 punti percentuali che ha eroso ulteriormente il potere d’acquisto. La struttura stessa del mercato del lavoro italiano, profondamente mutata, ha esercitato una forte pressione al ribasso sui salari. Dopo la crisi del 2008 la crescita occupazionale è stata esigua (+1,3 milioni tra il 2008 e il 2024 contro i +7 milioni della Germania) e qualitativamente povera. La quota di lavoro standard (tempo pieno e indeterminato) è crollata dal 78% nel 2004 al 72% nel 2024, sostituita da una crescita del lavoro non standard. Nel 2024 oltre 5,3 milioni di dipendenti (il 28,2%) avevano un contratto temporaneo e/o part-time, spesso involontario. Questa diffusione della precarietà si combina con una struttura produttiva dominata da micro e piccole imprese a bassa innovazione, limitando le opportunità di lavori di qualità. Le conseguenze sono l’aumento del lavoro povero e dei working poor. Nel 2024 il 10,3% degli occupati era a rischio di povertà lavorativa, con picchi del 15,6% tra le famiglie il cui capofamiglia è un operaio. Il fenomeno è multifattoriale, alimentato dall’assenza di un salario minimo legale universale, da un welfare insufficiente, dalla debolezza della formazione e dalla persistente piaga del lavoro sommerso, stimato in oltre 3 milioni di unità di lavoro irregolari nel 2023, che crea concorrenza sleale e deprime ulteriormente i salari legali. Il nodo centrale di questo declino rimane la bassa e stagnante produttività, cresciuta in media solo dello 0,4% annuo tra il 1995 e il 2022, contro una media UE dell’1,5%, accumulando un divario cumulato di circa 40 punti percentuali. Questo ritardo non è riconducibile a minore impegno lavorativo: un dipendente italiano lavora in media 1.709 ore annue, molte più di un collega tedesco (1.331), francese (1.491) o spagnolo (1.634). Il problema è nella capacità del sistema di trasformare le ore lavorate in valore aggiunto. Il ritardo tecnologico è palpabile. La quota del valore aggiunto dei settori manifatturieri ad alta tecnologia (Science Based) in Italia si attesta intorno all’11%, ben al di sotto di Germania e Francia, e il contributo di questi settori al valore aggiunto domestico dell’export è in costante calo dagli anni ‘90. La frammentazione del tessuto produttivo, con oltre il 95% di micro e piccole imprese, frena investimenti, innovazione e digitalizzazione. Le grandi e medie imprese italiane, specialmente quelle a partecipazione pubblica, hanno registrato invece significativi aumenti di produttività. Tra il 2015 e il 2024 la produttività del lavoro è cresciuta del 35% nel campione generale e del 69,1% nelle società pubbliche. Questo incremento, però, non si è tradotto in adeguati aumenti salariali, con il costo del lavoro cresciuto rispettivamente solo del 16,3% e del 13,5%. I margini di profitto sono stati prevalentemente destinati alla distribuzione di dividendi (in media il 79% degli utili) anziché al lavoro, dimostrando che la questione salariale italiana è anche, e forse soprattutto, un problema di redistribuzione del valore fortemente sbilanciata a favore del capitale. Il sistema di relazioni industriali, nato dal Protocollo del 1993 e successivamente svuotato da modifiche come l’introduzione dell’Ipca-Nei (il quale ha mostrato la corda durante il periodo di alta inflazione perché esclude i beni energetici importati e ha quindi sottostimato sistematicamente il reale aumento del costo della vita proprio nel periodo in cui i prezzi dell’energia erano il driver principale dell’inflazione) nel 2009 e dall’art. 8 del decreto Sacconi-Berlusconi nel 2011, non è riuscito a contrastare questa deriva. L’eccessiva frammentazione contrattuale, il fenomeno dei contratti pirata, i ritardi abnormi nei rinnovi e la debolezza della rappresentanza hanno ulteriormente indebolito il potere contrattuale dei lavoratori. 

Come sta l’industria italiana?

Il fenomeno delle procedure concorsuali in Italia conferma un trend di crescita inarrestabile, come rivelato dal Report dell’Osservatorio crisi d’impresa di Unioncamere basato su dati Infocamere ripreso dal Sole 24 Ore del 10 novembre 2025. Nel primo semestre del 2025 si è registrato un aumento del 29% degli iter legati alla crisi d’impresa, passando dai 5.505 del periodo gennaio-giugno 2024 ai 7.116 dello stesso periodo del 2025. Questo incremento è la continuazione di un andamento positivo ininterrotto da quattro anni, dopo che già nel 2024 le procedure totali erano state 11.701, segnando un +22% rispetto all’anno precedente. Proiettando il dato semestrale del 2025 sull’intero anno, l’aumento rispetto al 2022 supera il 61%, con una stima di 14.232 procedure, un numero che potrebbe ulteriormente crescere dato che molti iter si concentrano tradizionalmente nell’ultima parte dell’anno. Questo trend allarmante segnala chiaramente la fine degli effetti benefici degli interventi di sostegno messi in campo durante la pandemia e per le crisi energetiche e internazionali. Le imprese, specialmente quelle di piccole dimensioni, faticano a percepire per tempo l’insorgere dei segnali di crisi. Se da un lato l’aumento del ricorso alla composizione negoziata è un segnale positivo, altri strumenti preventivi e obbligatori come gli adeguati assetti societari vengono ancora percepiti come un costo e non come un’opportunità di anticipare la crisi. La fotografia delle procedure mostra che l’iter più utilizzato in valori assoluti è quello della liquidazione giudiziale, la locuzione con cui il Codice della crisi ha sostituito il termine fallimenti. Nel primo semestre 2025 sono state avviate 5.286 liquidazioni, rappresentando il 74% del totale delle procedure e segnando un aumento del 25% rispetto allo stesso periodo del 2024. In una prospettiva quadriennale la crescita è del 53%, passando dalle 6.888 del 2022 alle 10.572 stimate per il 2025. Questa procedura riguarda in modo preponderante aziende di piccole dimensioni e più fragili. Nel primo semestre 2025 il 61% aveva un valore della produzione fino a un milione di euro e l’80% non superava i cinque dipendenti, con una media di sei addetti e un fatturato di due milioni di euro. Questi dati confermano l’esistenza di una relazione diretta fra solidità e dimensione aziendale. I settori più colpiti sono il commercio all’ingrosso e al dettaglio (23,2%), le costruzioni (22,2%) e le attività manifatturiere (16,3%). Accanto alla liquidazione le altre procedure delineano un quadro più articolato. Il concordato preventivo, tipicamente utilizzato da imprese di dimensioni maggiori (in media 36 addetti e un valore della produzione di 9 milioni di euro), dopo anni di diminuzione ha registrato nel primo semestre 2025 un lieve aumento del 4,3% che potrebbe preludere a un’inversione di tendenza. La vera star tra gli strumenti di risanamento è però la composizione negoziata, introdotta nel novembre 2021 per far emergere le difficoltà prima che diventino irrecuperabili. È in fortissima crescita, con un +75% nel primo semestre 2025, e ha ormai superato per numero di accessi il concordato preventivo, affermandosi come l’iter preferito dalle aziende che tentano la via del risanamento. Negli anni è progressivamente aumentata anche la dimensione media delle imprese che vi fanno ricorso: il fatturato è passato da 4 milioni del 2021 a 11 milioni nel primo semestre 2025 mentre il numero medio di addetti è cresciuto da 26 a 38. I settori di provenienza sono simili a quelli delle liquidazioni ma con pesi diversi, manifatturiero (28%), commercio (22,4%) e costruzioni (9,6%).

Uno degli esiti possibili della composizione negoziata è il concordato semplificato, anch’esso introdotto nel 2021, che nel periodo in esame è stato utilizzato da aziende con una dimensione media di 13 addetti e 10 milioni di valore della produzione, configurandosi come una procedura per aziende “sottodimensionate”. Infine l’accordo di ristrutturazione dei debiti rimane sostanzialmente stabile, con un modesto +3% nel primo semestre 2025 e un calo dello 0,8% in quattro anni, e coinvolge mediamente aziende più grandi, con 89 dipendenti e 10 milioni di valore della produzione.

Il rapporto sul mercato del lavoro di Lavoro&Welfare aggiornato a marzo 2025, curato da Bruno Anastasia per lo Studio Labores di Cesare Damiano, aggiunge ulteriore carne a fuoco su cui ragionare. L’occupazione italiana vede una crescita robusta e persistente del numero di occupati che ha superato abbondantemente la crisi pandemica toccando il picco storico di oltre 24,2 milioni di unità a gennaio 2025, con un tasso di occupazione (15-64 anni) salito al 62,8%. Ci sono però profonde criticità strutturali e congiunturali che minano la qualità, la stabilità e la sostenibilità di questa ripresa. Il contesto europeo, nonostante le incertezze geopolitiche e le sfide della transizione digitale e climatica, mostra una tenuta complessiva con gli occupati nell’UE-27 che hanno superato i 207 milioni, circa 9 milioni in più rispetto al 2019. L’Italia ha contribuito a questo trend con circa un milione di occupati in più nello stesso arco temporale, un risultato condiviso con Francia e Spagna. Il confronto sui tassi di occupazione rimane ampiamente negativo per il nostro Paese. Nel 2024 l’Italia si attestava appena sopra il 62%, un valore molto inferiore non solo alla Germania (77,4%) e alla Francia (69%) ma anche alla Spagna (66%) e alla media europea che supera il 70%. Uno dei divari più eclatanti riguarda i giovani tra i 15 e i 24 anni, con un tasso di occupazione fermo al 19,7%, a fronte del 51% della Germania. La crescita italiana, se osservata nelle sue componenti interne, risulta trainata in modo quasi esclusivo dal lavoro dipendente che tra il gennaio 2020 e il gennaio 2025 è cresciuto del 7,2%. All’interno di questa categoria è esplosa la crescita dei dipendenti permanenti (o a tempo indeterminato), con un incremento del 10,4%, mentre i dipendenti a termine sono calati del 9,2% e gli indipendenti hanno registrato una flessione dell’1,8%. Questa dinamica, analizzata attraverso i dati INPS sulle posizioni di lavoro nel settore privato extra-agricolo, rivela che nel quinquennio 2019-2024 l’incremento netto di oltre 2,3 milioni di posizioni è stato sostenuto per la stragrande maggioranza da contratti a tempo indeterminato (+1,77 milioni). Questo spostamento verso una maggiore stabilità contrattuale non è stato il frutto di politiche specifiche ma piuttosto della risposta delle imprese a un’offerta di lavoro sempre più scarsa per ragioni demografiche e territoriali che le ha spinte a privilegiare forme di recruitment incentivanti e di fidelizzazione per evitare i costi di un turnover elevato e insicuro. Sulla scorta delle riflessioni di Pierluigi Ciocca, inoltre, ritengo che l’occupazione sia aumentata solamente perché i salari sono diminuiti e questo, in un contesto di scarsi investimenti, ha portato il lavoro a sostituire il capitale. L’apparente marcia trionfale del tempo indeterminato nasconde un malessere profondo, reso evidente dall’impennata del ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni. I dati più recenti, relativi ai primi nove mesi del 2025, mostrano un aumento allarmante del 18,56% delle ore autorizzate rispetto allo stesso periodo del 2024, per un totale di 429,3 milioni di ore. Oltre il 90% di queste richieste proviene dal complesso dell’industria, con i settori meccanico e metallurgico che da soli assorbono circa la metà delle ore. Tradotto in posti a zero ore questo equivale a stimare un’assenza completa di attività produttiva per oltre 275.000 lavoratori, con un abbattimento del monte salari di oltre 1,3 miliardi di euro netti. In media ogni singolo lavoratore coinvolto ha subito una riduzione del proprio reddito di oltre 4.400 euro. L’incremento è concentrato nella Cig straordinaria, cresciuta del 61,60%, mentre la Cig ordinaria è diminuita del 4,50%. Si è assistito a una riattivazione di molti decreti di Cig straordinaria precedentemente sospesi, con un aumento del 26,75% dei decreti attivati, per due terzi costituiti da contratti di solidarietà. Questo dato, come sottolinea Cesare Damiano, conferma il persistere di una situazione di allarme per la manifattura italiana e svela il paradosso di un’occupazione in crescita ma sempre più fragile che riflette uno spostamento dell’occupazione e delle ore lavorate dall’industria ai servizi, ovvero da un settore caratterizzato generalmente da contratti più stabili, meglio pagati e con maggiori tutele, ad un settore con molto lavoro occasionale, contratti part-time e minori tutele per i lavoratori. A completare un quadro già complesso, i dati Istat sui conti economici nazionali mostrano che, nonostante la crescita delle unità di lavoro, l’incremento delle ore lavorate rispetto al 2007 è stato modestissimo (+0,9%), segno di un input di lavoro qualitativamente diverso. L’economia italiana continua il suo inesorabile spostamento verso i servizi, un processo di terziarizzazione che si accompagna a un calo della produzione industriale preoccupante. 

La grande industria italiana appare oggi come un organismo in profonda sofferenza, un sistema produttivo che sta subendo un progressivo e strutturale indebolimento con ben 32 mesi di calo produttivo su 36 di governo Meloni. La Cgil, analizzando la situazione su siti come Collettiva, individua la radice del male nella sostanziale assenza di una politica industriale nazionale, denunciando un governo privo di una visione strategica capace di orientare la complessa transizione tecnologica e ambientale e di sostenere un modello di sviluppo che sappia tenere insieme impresa, lavoro e innovazione. I numeri impietosi che giungono dall’ex Ilva sono la testimonianza più eclatante di questa crisi sistemica e infatti hanno prodotto scioperi molto duri nelle ultime settimane. 

La radice di queste manifestazioni risale alla serata di martedì 11 novembre, quando a Palazzo Chigi si è svolto un incontro tra il governo e i sindacati per discutere gli ultimi sviluppi della crisi siderurgica. Dall’incontro con il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, l’unica chiarezza emersa era, secondi i sindacati, la volontà governativa di portare il numero dei lavoratori di Acciaierie d’Italia in Cassa integrazione fino a 6.000 unità, su un organico totale di circa 10.000 addetti. Parallelamente il governo non solo non era stato in grado di fornire rassicurazioni concrete sull’arrivo di nuovi acquirenti per il gruppo ex Ilva ma aveva anche comunicato una modifica sostanziale al piano di decarbonizzazione, annunciando tra l’altro l’imminente fermata delle batterie di cokeria. Di fronte a questo scenario i sindacati avevano preso la decisione di organizzare assemblee informative unitarie in tutti gli stabilimenti per venerdì 14 e lunedì 17 novembre, con l’obiettivo di rendere noti ai lavoratori questi sviluppi preoccupanti e decidere le successive mosse. A questa iniziativa il governo aveva reagito proponendo una nuova convocazione dei sindacati per il primo pomeriggio di martedì 18 novembre. In attesa di questo nuovo confronto Fim, Fiom e Uilm avevano quindi sospeso le assemblee indette, lasciando al governo uno spazio di riflessione per riconsiderare le sue decisioni. Quando i sindacati sono tornati a Palazzo Chigi chiedendo esplicitamente il ritiro di quello che definiscono un “improbabile nuovo piano”, la risposta governativa è stata netta: nessuna intenzione di tornare indietro. L’unico elemento nuovo, rispetto all’incontro dell’11 novembre, è stata la proposta di avviare corsi di formazione relativi alle nuove tecnologie green per una parte dei lavoratori che sarebbero invece finiti in cassa integrazione. Confrontati con questo netto rifiuto i sindacati hanno quindi fatto ricorso all’arma dello sciopero per tutto il gruppo di Acciaierie d’Italia. La drastica riduzione della produzione a Taranto, finalizzata a fare cassa, rischia di privare di materia prima gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e altri siti del Nord Italia, condannandoli alla chiusura. Il cuore del contendere, tuttavia, risiede nella radicale divergenza sui piani industriali e di transizione ecologica. Il piano di decarbonizzazione originario, elaborato dai Commissari straordinari, prevedeva una serie di passaggi ineludibili da compiersi in un arco temporale di 8 anni: la costruzione di 4 nuovi forni elettrici (3 a Taranto e 1 a Genova), la realizzazione di 4 impianti per la produzione di DRI (il ferro preridotto necessario ad alimentare i forni elettrici) e le relative infrastrutture energetiche, accompagnate dallo spegnimento progressivo degli attuali altoforni. Il cosiddetto nuovo piano annunciato dal governo l’11 novembre comprime invece questo complesso processo in soli 4 anni, un dimezzamento dei tempi che, secondo i sindacati, non è stato in alcun modo argomentato in maniera comprensibile o tecnicamente sostenibile. A tutto ciò va aggiunta l’incognita della cassa integrazione in essere per migliaia di lavoratori, la quale scade alla fine di febbraio, creando un pericolosissimo vuoto. Gli scioperi hanno prodotto un decreto relativo all’ex Ilva che la Fiom definisce assolutamente inadeguato a risolvere la vertenza ed è strumentale al conseguimento del piano di chiusura degli impianti. Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia della Fiom, in audizione al Senato, sottolinea come la mobilitazione dei lavoratori prosegua con l’obiettivo preciso di far ritirare quel piano di chiusura e di riaprire a Palazzo Chigi un confronto sul piano industriale originario presentato a luglio. Il decreto in discussione, con i suoi 108 milioni di euro, viene giudicato insufficiente a garantire la continuità industriale e una ripartenza effettiva. La Fiom ribadisce, da due anni, la propria proposta alternativa: abbandonare l’idea di una vendita a soggetti privati disinteressati alla continuità produttiva e costituire invece un’azienda pubblica partecipata, unica strada ritenuta percorribile. Per quanto riguarda i 20 milioni aggiuntivi per ammortizzatori sociali e formazione, si prende atto che l’accordo precedente viene superato da una normativa di legge sull’importo della cassa integrazione, tema peraltro mai discusso con i sindacati. La formazione, pur essendo una richiesta sindacale in funzione della decarbonizzazione, non deve diventare un modo per aumentare il numero di lavoratori lontani dagli stabilimenti.

La Fiom rilancia quindi la necessità di tornare a ragionare su un piano industriale concreto che preveda la produzione di 6-8 milioni di tonnellate utilizzando forni elettrici e impianti DRI, unica via per coniugare continuità produttiva, tutela occupazionale e transizione ecologica.

Dal fronte di Genova, dove gli scioperi sono stati più intensi e tesi, giungono segnali parzialmente distensivi dopo l’incontro al Mimit con il ministro Urso e il presidente della Regione Bucci. La sindaca Silvia Salis ha riferito che, sul brevissimo termine, il commissario si è impegnato a far ripartire la linea dello zincato, bilanciandola con quella della banda stagnata e mantenendo i livelli occupazionali già comunicati. Una notizia transitoria ma non negativa. Sul lungo periodo Salis ha colto un’apertura del governo a intervenire per stabilizzare eventuali offerte private insufficienti o instabili, pur rimanendo la preoccupazione per una operazione complessa e delicata. La chiusura, dunque, non è dichiarata scongiurata ma si chiederanno rassicurazioni sempre più forti su un possibile intervento pubblico di sostegno. I lavoratori genovesi hanno reagito con sollievo alla notizia della ripartenza dello zincato, sciogliendo il presidio permanente di piazza Savio e sospendendo lo sciopero, dopo cinque giorni di protesta. I problemi però non sono finiti. La lotta continuerà, anche se si riprende l’attività a pieno regime con 585 persone al lavoro, 280 in cassa integrazione e 70 in formazione. La ripartenza dello zincato, con un carico di lavoro che garantirà attività fino al 28 febbraio, è un risultato importante ma lascia aperta la questione di fondo: la necessità di un piano industriale di lungo respiro che assicuri un futuro stabile all’ex Ilva e ai suoi dipendenti, tema sul quale le posizioni del sindacato e del governo rimangono ancora molto distanti.

Parallelamente il colosso dell’automotive Stellantis sta attraversando una fase di radicale contrazione in Italia. Nel quadriennio 2020-2024 si sono persi 9.656 posti di lavoro, con gli occupati scesi da 37.288 a 27.632. A questo si aggiunge un piano di uscite volontarie per il biennio 2024-2025 che interessa 6.052 dipendenti, di cui 3.700 solo nel 2024 e 2.352 annunciate per l’anno in corso. Il ricorso agli ammortizzatori sociali ha raggiunto livelli senza precedenti, coinvolgendo il 61,68% dei dipendenti dei 22 stabilimenti italiani, con i numeri più alti registrati negli impianti di Melfi, Atessa, Pomigliano d’Arco, Cassino e Mirafiori Carrozzerie. Per i lavoratori del gruppo il rientro dalla pausa estiva è stato amaro, segnato dall’avvio di nuovi contratti di solidarietà. A Termoli 1.823 addetti sono in solidarietà per un anno, fino al 30 agosto 2026, mentre a Torino Mirafiori, per 2.297 dipendenti, la misura, della durata di cinque mesi, si concluderà il 31 gennaio 2026. A Pomigliano d’Arco il nuovo contratto di solidarietà annuale coinvolge 3.750 lavoratori. Complessivamente su 32.803 addetti ben 20.233 sono attualmente coinvolti da ammortizzatori sociali, una percentuale pari al 61,6% che fotografa la gravità della situazione. Questa emorragia occupazionale non risparmia altri settori strategici. Nell’industria siderurgica, alla Liberty Magona di Piombino, 401 lavoratori percepiscono la cassa integrazione in attesa della cessione dello stabilimento. All’Electrolux di Cerreto d’Esi il contratto di solidarietà è stato rinnovato per un anno, con turni ridotti a sei ore per congelare 13 esuberi. All’ArcelorMittal di Luogosano 67 dipendenti sono in cassa integrazione per cessazione dopo la comunicazione di chiusura. Soffrono anche il laminatoio Duferco di Giammoro, la Beko Europe di Fabriano, dove 70 dipendenti hanno già aderito a un piano di esodi volontari, e la Bondioli & Pavesi di Suzzara che da mesi ricorre a varie forme di ammortizzatori. Le criticità si estendono al tessile-abbigliamento, con la proroga dei contratti di solidarietà per i 129 dipendenti di Lineapiù Italia di Prato, le difficoltà della Imprima di Bulgarograsso e l’accordo alla Fulgar di Castel Goffredo che prevede la riduzione degli esuberi da 62 a 48 unità. Anche il Cotonificio Olcese Ferrari di Piancogno e il marchio di calzature Geox, che a Montebelluna gestirà 130 esuberi con incentivi all’esodo, non sono immuni dalla crisi. Settori tradizionalmente solidi come l’edilizia, la farmaceutica e la ceramica mostrano crepe profonde. Ha chiuso la Intermarp di Granozzo mentre al Nerviano Medical Sciences, polo di eccellenza nella ricerca oncologica, il fondo proprietario di Hong Kong ha deciso il licenziamento di circa 80 ricercatori anche se proprio in queste ore pare farsi avanti un gruppo industriale quotato in borsa per salvare lo stabilimento. Sul settore chimico-farmaceutico pesa lo spettro di Trump che più volte ha paventato dazi del 100% sui farmaci di marca importati negli Stati Uniti a meno che le case farmaceutiche straniere non abbiano già avviato la costruzione di stabilimenti produttivi sul suolo americano. Sono minacce che, se diventeranno concrete, rischiano di colpire seriamente la nostra industria farmaceutica, tra le principali in Europa, mentre qualche nube di crisi si è già affacciata. Le vicende che riguardano il centro di ricerca Nerviano Medical Sciences sono il sintomo di un collasso sistemico della ricerca nazionale. L’Italia, con una spesa in R&S dell’1,3% del Pil (meno della metà della media OCSE del 2,8% e ben al di sotto della media UE del 2,1%), sta smantellando la sua capacità di innovare. La possibile chiusura di un’eccellenza simile rappresenta una perdita di conoscenza e una scelta strategica miope. Il paradosso è che mentre USA, Cina e India investono massicciamente per controllare l’inizio della filiera (la ricerca di base e la produzione dei principi attivi), l’Italia si è ridotta a essere competitiva solo nelle fasi finali di assemblaggio e confezionamento, esportando il 70% della produzione farmaceutica con un crollo da cento a dieci-quindici per quanto riguarda le nuove molecole scoperte all’anno. Questa emorragia di competenze, con ricercatori costretti a emigrare per trovare finanziamenti e opportunità, unita alla logica del breve periodo di fondi d’investimento e risparmiatori, sta svuotando il paese di settori strategici. In parallelo viviamo la crisi della chimica di base, dove la chiusura di impianti ha reso interi comparti dipendenti dall’estero. Senza investimenti in ricerca, intesa come infrastruttura fondamentale per il futuro, abbiamo davanti solo un declino irreversibile del settore che ci renderà dipendenti dalle innovazioni sviluppate da altri come più volte ha denunciato la Filctem Cgil. Alla Saxa Gres di Anagni e alla Cemitaly di Taranto, storico cementificio inattivo da anni, invece, si ricorre alla cassa integrazione. Nell’occhialeria la Safilo di Padova ha posto 238 dipendenti in cassa integrazione nonostante un incremento degli utili mentre nella concia la Pegaso di Fucecchio è in liquidazione. Completano questo quadro desolante le difficoltà nella logistica, con la cooperativa Orso Blu di Valdengo e la Petroniana di Ferrara in cassa integrazione, i licenziamenti alla Iscot Italia e alle aziende Lgs e Las Automotive di San Nicola di Melfi e le criticità nella cartaria con la Fm Cartiere di Momo in cassa straordinaria per un anno e nel commercio, con la chiusura del supermercato Crai di Osimo. Di fronte a questa emorragia generalizzata la proposta della Cgil si articola in una strategia di sviluppo integrata: fronteggiare i dazi senza scivolare nel protezionismo, legare gli ammortizzatori sociali a percorsi formativi e di riqualificazione, varare una legge che impedisca la delocalizzazione dopo l’uso di fondi pubblici ed elaborare un piano nazionale per la decarbonizzazione. Insomma, un nuovo modello fondato su investimenti pubblici mirati, ricerca, digitalizzazione e politiche attive del lavoro, unica via per tentare di invertire una rotta che altrimenti appare tristemente segnata.

La situazione del Sud

Il Rapporto Svimez 2025, intitolato Freedom to move, right to stay, parla di un’economia e di una società del Mezzogiorno profondamente contraddittoria e bifronte, dove a segnali di vigorosa ripresa, in gran parte trainati dal Pnrr, si affiancano criticità strutturali di tale gravità da mettere a rischio la sostenibilità stessa di questa crescita e il futuro demografico e produttivo del Sud. La sensazione è che, sul fronte degli investimenti e della crescita macroeconomica, la scommessa del Pnrr stia mostrando i suoi frutti ma che questo successo parziale e ciclico non sia stato ancora in grado di scalfire dinamiche sociali e di mercato del lavoro ben più radicate e negative. Sul versante positivo i dati sono inequivocabili e, per certi versi, storici. Nel quadriennio 2021-2024 il Pil del Mezzogiorno è cresciuto dell’8,5%, un tasso che non solo supera il +5,8% del Centro-Nord ma anche la media nazionale del +6,3%, invertendo temporaneamente la tendenza secolare alla divergenza tra Nord e Sud. Questo boom è stato trainato da una tempesta perfetta di fattori: un ciclo dell’edilizia particolarmente favorevole, con un aumento del valore aggiunto del 32,1% al Sud, sostenuto prima dal Superbonus e poi dal traino degli investimenti pubblici del Pnrr, una ripresa del turismo e dei servizi e la chiusura del ciclo di coesione 2014-2020. Emerge con forza il protagonismo dei Comuni che hanno raddoppiato i propri investimenti nel Mezzogiorno, passando da 4,2 a 8 miliardi di euro tra il 2022 e il 2025, dimostrando una lodevole capacità di spesa. L’effetto del Pnrr è stato quantificabile in circa 1,1 punti di Pil aggiuntivi per il Sud nel biennio 2023-2024, scongiurando il rischio di stagnazione per l’intero Paese. La crescita non si è limitata ai settori tradizionali poiché sono fioriti i servizi a più alto valore aggiunto, come l’ICT, e, fatto ancor più significativo, l’industria in senso stretto (manifatturiero, estrattivo, utilities) ha performato bene segnando un +5,7% al Sud a fronte di un -2,8% nel Centro-Nord, trainata da comparti maturi come l’agroalimentare che ha registrato un rimarchevole +13,1%. Le previsioni per il triennio 2025-2027 confermano un differenziale territoriale a favore del Mezzogiorno per i primi due anni, con una crescita stimata allo 0,7% nel 2025 e allo 0,9% nel 2026, contro rispettivamente lo 0,5% e lo 0,6% del Centro-Nord, per poi invertirsi nel 2027 quando l’impulso del Pnrr si esaurirà. Questo quadro positivo per il Rapporto Svimez nasconde elementi preoccupanti. Il paradosso più eclatante è quello occupazionale e migratorio. Nonostante il boom occupazionale, che tra il 2021 e il 2024 ha visto 500.000 persone trovare lavoro al Sud (di cui 100.000 under 35), la fuga dei giovani non si arresta, anzi. Nel triennio 2022-2024 175.000 giovani meridionali hanno lasciato la propria area di residenza, 7.000 in più rispetto al triennio 2017-2019. Questa emorragia assume i contorni di una vera e propria selezione al contrario: la quota dei laureati tra chi emigra è del 50% per gli uomini e raggiunge il picco del 70% per le donne, con circa 40.000 laureati che ogni anno lasciano stabilmente il Sud. Il costo economico di questo deflusso di capitale umano è quantificato in una perdita secca di quasi 8 miliardi di euro l’anno per il Mezzogiorno (6,7 per i trasferimenti al Centro-Nord e 1,2 per l’estero), una cifra che rappresenta il costo di formazione sostenuto dalla collettività per quei lavoratori che poi portano altrove le loro competenze. La domanda cruciale è perché i giovani continuino a fuggire nonostante la crescita occupazionale. La risposta risiede nella bassissima qualità del lavoro che il mercato meridionale è in grado di offrire. Il tasso di occupazione giovanile (25-34 anni) al Sud, pur essendo migliorato di 6,4 punti percentuali, si attesta su un livello drammaticamente basso, il 51,3%, un abisso se confrontato con il 77,7% del Centro-Nord. Il primo settore per nuova occupazione giovanile è il turismo che assorbe oltre un terzo degli ingressi, un comparto notoriamente caratterizzato da bassa richiesta di professionalità qualificate, stagionalità e salari contenuti. Sebbene vi sia una lodevole crescita di giovani laureati occupati in settori dinamici e coerenti con la loro formazione, come l’ICT e la Pubblica Amministrazione, permangono troppi ingressi, anche di laureati, in settori a bassa domanda di competenze. Questo si traduce in un drammatico fenomeno di lavoro povero. Nel 2024 l’indicatore di povertà lavorativa (In-work poverty) nel Mezzogiorno raggiunge il 19,4%, in aumento rispetto all’anno precedente e ben al di sopra del 6,9% del Centro-Nord. Si stima che al Sud circa 1,2 milioni di lavoratori, la metà dei lavoratori poveri italiani, vivano in condizioni di indigenza nonostante un impiego. Questo dato è strettamente correlato al crollo del potere d’acquisto, infatti i salari reali al Sud sono calati del 10,2% tra l’inizio del 2021 e il secondo trimestre del 2025, un calo più marcato rispetto all’8,2% del Centro-Nord, a causa di retribuzioni nominali più stagnanti e un impatto inflattivo più forte. La conseguenza diretta è l’aumento della povertà assoluta che nel Mezzogiorno è passata dal 10,2% del 2023 al 10,5% del 2024, con circa 100.000 nuovi poveri. È significativo e allarmante che aumenti il numero di famiglie che, pur avendo la persona di riferimento occupata, risultano in povertà assoluta, segnale di una crescita quantitativa dell’occupazione non accompagnata da qualità e stabilità. Un altro fronte di grave criticità sociale evidenziato dal Rapporto è il diritto alla casa. L’analisi Svimez-Ifel/Anci rivela una strettissima correlazione tra affitto e vulnerabilità economica. Nel Centro-Nord la povertà assoluta colpisce il 21% delle famiglie in affitto, contro il 3,6% dei proprietari. Nel Mezzogiorno il divario è ancora più ampio e drammatico, con il 24,8% delle famiglie in affitto in povertà assoluta contro il 7% dei proprietari. A fronte di questo disagio abitativo crescente l’offerta di edilizia residenziale pubblica è drammaticamente limitata, rappresentando appena il 2,6% dello stock abitativo nazionale. La distribuzione è inoltre fortemente squilibrata, con concentrazioni maggiori nelle città del Centro-Nord (Milano e Torino al 3,4%, Roma al 3,3%, Genova al 3,2%) e valori molto più bassi al Sud, come Napoli al 3% e Reggio Calabria all’1,3%. Oltre 650.000 famiglie sono in lista d’attesa per una casa popolare e ogni anno 40.000 sfratti coinvolgono circa 120.000 persone, numeri che testimoniano un’emergenza abitativa di vasta portata.

L’11 dicembre Nicolò Giangrande, economista e responsabile dell’Ufficio Economia della Cgil Nazionale, ha presentato un rapporto specifico sulla questione salariale nel Mezzogiorno. I dati elaborati dalla Cgil sui lavoratori dipendenti del settore privato non agricolo e non domestico per il 2024 rivelano che il salario lordo annuale medio in Italia si attesta a 24.486 euro. Questo dato aggregato nasconde profonde disparità. Un lavoratore standard, con contratto a tempo indeterminato, full-time e occupato per l’intero anno, percepisce in media 39.600 euro lordi annui. All’estremo opposto, un lavoratore con contratto a termine guadagna mediamente solo 10.456 euro lordi all’anno mentre un part-time arriva a 12.234 euro, cifre entrambe decisamente al di sotto della media nazionale. La situazione diventa drammaticamente più grave quando l’analisi si sposta al Mezzogiorno, inteso come Sud e Isole. Qui il salario lordo annuale medio crolla a 18.148 euro, creando un differenziale negativo del -25,9% rispetto al dato italiano complessivo. Anche i profili occupazionali più stabili subiscono questa penalizzazione: il lavoratore standard a tempo indeterminato e full-time nel Mezzogiorno guadagna 33.131 euro, una cifra significativamente inferiore ai 39.600 della media nazionale. I lavoratori a termine e part-time meridionali percepiscono rispettivamente solo 9.359 e 10.093 euro lordi annui. Questo profondo divario, secondo l’analisi della Cgil, è il risultato della combinazione di tre fattori strutturali e interdipendenti. Innanzitutto nel Mezzogiorno si lavorano in media meno giornate retribuite all’anno (228 contro 247 nel resto d’Italia). In secondo luogo l’economia meridionale è caratterizzata da un maggior peso di settori economici a basso valore aggiunto e quindi a bassa retribuzione. Infine nel Sud è molto più alta l’incidenza del lavoro “non-standard”, cioè precario e discontinuo. Nel 2024 il 43,6% dei lavoratori dipendenti meridionali aveva un contratto a termine, il 56,5% era in part-time (spesso involontario) e il 34,5% era discontinuo, ossia retribuito per un periodo inferiore all’intero anno. La conseguenza di questa combinazione si legge chiaramente nella distribuzione dei salari. Nel 2024 in Italia il 60,1% dei lavoratori dipendenti privati (10,7 milioni di persone) guadagnava meno di 25.000 euro lordi annui. Nel Mezzogiorno questa percentuale sale al 74,5% (3,2 milioni). Ancora più significativo è il dato di chi si trova in una condizione di bassissimi redditi: sotto i 15.000 euro lordi annui (equivalenti, nel migliore dei casi, a circa 1.100 euro netti al mese) c’è il 34,5% dei lavoratori nazionali (6,1 milioni) contro il 47,3% di quelli meridionali (2,1 milioni). La Cgil contesta inoltre la narrazione ottimistica del governo su un aumento dell’occupazione. Pur riconoscendo che tra il 2021 e il 2024 al Sud quasi 500.000 persone, di cui 100.000 giovani, abbiano trovato un lavoro, l’analisi sottolinea come questo incremento sia in gran parte trainato da settori a basso salario e a basso valore aggiunto, caratterizzati da lavoro povero e sfruttamento. 

Povertà

Dice l’ultimo Rapporto Caritas che la povertà assoluta, l’indicatore statistico più significativo per misurare il disagio economico delle famiglie italiane, dipinge un quadro di un malessere non più congiunturale ma divenuto ormai strutturale nel tessuto sociale della nazione. Secondo i dati Istat più recenti in Italia circa una persona su dieci, per un totale di oltre 5,7 milioni di individui, vive in una condizione di indigenza, incapace di accedere a quei beni e servizi essenziali considerati il minimo indispensabile per una vita dignitosa. Questi numeri, che si traducono in oltre 2,2 milioni di famiglie in povertà, acquistano ancor più peso se osservati in una prospettiva storica. Nell’ultimo decennio il numero di persone in povertà assoluta è cresciuto del 38% mentre quello delle famiglie del 43,3%, una tendenza di crescita costante e ininterrotta che non mostra segnali concreti di inversione. La geografia della povertà conferma la criticità del Mezzogiorno, dove l’incidenza del fenomeno raggiunge il 12,5% della popolazione, con una situazione particolarmente aggravata nelle Isole, dove in un solo anno si è passati dall’11,9% al 13,4%. In queste regioni non solo aumenta il numero dei poveri ma si osserva anche un approfondimento dell’intensità della povertà, ovvero un allontanamento progressivo dalla soglia minima di spesa. Se si allarga lo sguardo all’ultimo decennio emerge un dato che scardina la percezione tradizionale del fenomeno: sono state le regioni del Nord, storicamente caratterizzate da un benessere superiore alla media, a subire l’impatto più marcato delle crisi socioeconomiche, con un incremento del numero di famiglie povere del 95,6%, a fronte di aumenti più contenuti nel Centro (+24,6%) e nel Mezzogiorno stesso (+15,6%). Questa diffusione della povertà nei territori più prosperi è strettamente legata alla componente straniera che risulta decisamente più vulnerabile: il 35,2% delle famiglie straniere vive in povertà assoluta, contro il 6,2% delle famiglie italiane, e in dieci anni l’incidenza tra gli stranieri è cresciuta di 10 punti percentuali. In termini assoluti i cittadini stranieri in povertà sono oltre 1,8 milioni, rappresentando circa un terzo del totale dei poveri nonostante costituiscano solo il 9% della popolazione residente.

Accanto a questa criticità persistono altri record negativi. La povertà minorile si conferma su livelli storicamente elevati, colpendo il 13,8% dei minori, la fascia d’età più esposta, per un totale di quasi 1,3 milioni di bambini e ragazzi. Questo significa che quasi un povero su quattro è minorenne, nonostante i minori rappresentino appena il 15% della popolazione. Cresce anche il disagio tra gli over 65, un fenomeno amplificato dalle dinamiche demografiche che vedono la popolazione anziana in costante aumento. Un segnale particolarmente preoccupante riguarda il mondo del lavoro, dove la povertà tra gli occupati si mantiene su un livello stabile ma elevato, pari al 7,9%, a fronte del 5,5% del 2014. Questo dato testimonia come il lavoro abbia ormai cessato di essere un fattore di protezione certa contro l’indigenza. Le disuguaglianze legate alla posizione professionale sono marcate: l’incidenza della povertà tra dirigenti, quadri e impiegati è solo del 2,9% mentre tra gli operai e i lavoratori assimilati raggiunge il 15,6%, evidenziando la fragilità delle professioni meno qualificate, spesso caratterizzate da salari bassi e contratti instabili. Infine la povertà colpisce in misura sproporzionata le famiglie numerose, confermando lo stretto legame tra dimensione del nucleo familiare e rischio di esclusione economica. 

2. Le alternative da proporre

Siccome è importante non rendere lo sciopero qualcosa di sterile e fine a se stesso, un evento catartico che magicamente risolve i problemi del mondo, è fondamentale opporre alla manovra del governo un’alternativa. Per Landini la priorità assoluta è l’aumento dei salari, un’emergenza confermata, nella sua intervista a La Stampa dell’8 dicembre, non solo dall’Istat ma anche da Mediobanca i cui dati rivelerebbero un paradosso: mentre i profitti delle imprese crescono, i salari diminuiscono. Landini specifica che l’80% dei guadagni realizzati in questi anni dalle imprese private e dai grandi gruppi pubblici viene suddiviso tra gli azionisti anziché essere reinvestito. Oltre alla questione salariale si sciopera per chiedere il rilancio e l’innovazione del sistema produttivo e del terziario poiché il Paese è nel pieno di un preoccupante processo di deindustrializzazione che sta colpendo settori cruciali come l’automotive, la siderurgia, la chimica di base e il tessile, come dimostrerebbe anche l’aumento delle ore di cassa integrazione che abbiamo già visto. Riguardo agli incentivi al rinnovo contrattuale presenti nella legge di Bilancio, Landini li giudica totalmente inadeguati evidenziando come il governo, nella sua veste di datore di lavoro nel pubblico, abbia concesso aumenti salariali solo del 6% a fronte di un’inflazione che ha toccato il 18%, programmando di fatto una riduzione del potere d’acquisto per tutti i lavoratori dei settori pubblici. La detassazione proposta riguarderebbe solo una minima parte dei lavoratori, contrariamente alle richieste di tutti i sindacati. Sul fronte fiscale denuncia che in questi tre anni ben 38 milioni di lavoratori dipendenti e pensionati hanno pagato tasse non dovute per 25 miliardi di euro. La soluzione prospettata è l’introduzione di un meccanismo automatico per superare il fiscal drag e l’avvio di una vera riforma del sistema fiscale, oggi sbilanciato a sfavore del lavoro dipendente e delle pensioni tassati più dei profitti d’impresa e delle rendite finanziarie e immobiliari. Landini accusa la logica governativa di essere rigidamente ancorata ai principi di austerità europea, finalizzata unicamente a investire sul riarmo, indicato come unico investimento pubblico per i prossimi anni. Un altro capitolo cruciale è quello delle pensioni. Ricorda le promesse elettorali di cancellare la legge Fornero mentre oggi si assiste al suo peggioramento, con una deriva che, senza alcun paracadute, sta portando verso un aumento dell’età pensionabile a 70 anni, un record assoluto in Europa. Il governo, a suo avviso, non affronta assolutamente i problemi specifici delle donne, dei giovani, dei precari e dei lavoratori con un impiego gravoso, ambito in cui si continua a morire, specialmente nella fascia 60-65 anni costretta a restare al lavoro. Landini contesta frontalmente la narrazione governativa secondo cui l’aumento dell’occupazione indica che tutto vada bene. Il punto vero, sostiene, è che la gente non arriva a fine mese, che ogni anno 90-100mila giovani, in gran parte laureati e diplomati, lasciano l’Italia e che la crescita occupazionale riguarda di fatto solo gli ultra cinquantenni, passati da 4,5 milioni di occupati 15 anni fa agli attuali 11 milioni. Per finanziare le proposte sindacali (stabilizzazione del lavoro precario, investimenti nella sanità pubblica e nella non autosufficienza, diritto alla casa, nuove politiche industriali) Landini rilancia con forza l’idea di un contributo straordinario di solidarietà. Questo interesserebbe solo 500.000 persone su 59 milioni di italiani, ossia coloro con una ricchezza netta annua superiore ai 2 milioni di euro. Un loro contributo dell’1,3% permetterebbe di raccogliere 26 miliardi. Se il governo rifiuta questa strada e preferisce continuare a far pagare 25 miliardi in più a 38 milioni di italiani, compie, secondo Landini, una scelta politica precisa che colpisce solo lavoratori e pensionati. 

Sbilanciamoci, nella sua annuale Controfinanziaria, propone nel dettaglio un’alternativa di manovra di cui andremo ad analizzare solo alcune parti. La Legge di Bilancio 2026, del valore complessivo di 18,5 miliardi di euro, rappresenta la manovra finanziaria con l’incidenza percentuale più bassa sul Pil degli ultimi dieci anni, attestandosi allo 0,8% del prodotto interno lordo stimato per l’anno prossimo. Questo dato quantifica la ristrettezza delle risorse a disposizione, una coperta corta che costringe il governo a perseguire un sentiero di austerità e rigorismo dei conti pubblici, confermando gli obiettivi di medio termine volti a contenere il deficit al 3% del Pil nel 2026 e a scendere al 2,7% nel 2027, nel quadro del Nuovo Patto di Stabilità e Crescita. Questa scelta preclude spazio a qualsiasi politica redistributiva o a misure di rilancio della domanda interna, orientando invece la manovra verso un consolidamento fiscale selettivo. Il fulcro delle misure tributarie è la riduzione dell’aliquota del secondo scaglione Irpef, dal 35% al 33%, applicabile ai redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro. Questa operazione, del costo di circa 2,9 miliardi di euro per il 2026, beneficia in modo sproporzionato le fasce di reddito medio-alte. Come evidenziato dalla Banca d’Italia in audizione parlamentare, la misura favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha quantificato i vantaggi medi in 408 euro per i dirigenti, 123 euro per gli impiegati e soli 23 euro per gli operai, delineando un chiaro effetto regressivo. La ratio ufficiale di semplificazione e armonizzazione del sistema nasconde, di fatto, una prosecuzione del cammino che dalla progressività conduce verso la flat tax, erodendo i principi costituzionali di capacità contributiva e progressività. Prosegue la frammentazione della base imponibile Irpef attraverso strumenti di tassazione separata: l’imposta sui premi di produttività viene ridotta dal 5% all’1% con l’aumento del limite da 3.000 a 5.000 euro, mentre la cedolare secca sugli affitti sale dal 21% al 26% per gli affitti brevi. Questo mosaico di interventi settoriali si accompagna alla mancanza di una risposta organica alla crisi salariale e alla perdita di potere d’acquisto dei lavoratori e pensionati, aggravata dall’inflazione e dal fenomeno del fiscal drag di cui parla con insistenza la Cgil. Sul versante delle imprese la manovra destina circa 3 miliardi di euro al rifinanziamento del credito d’imposta per la transizione 5.0, alla proroga del superammortamento e a un iperammortamento per investimenti green, configurandoli come unici strumenti di rilancio industriale. L’aliquota Ires rimane invariata al 24% e l’ipotesi di una tassazione significativa degli extraprofitti di banche e assicurazioni viene accantonata, nonostante i profitti del sistema bancario per il 2025 siano stimati attorno ai 44 miliardi di euro. Il compromesso politico interno si traduce in un prelievo complessivo di 10-12 miliardi nel triennio 2026-2028, ottenuto sostanzialmente attraverso la proroga del differimento di deducibilità per svalutazioni e l’aumento di due punti percentuali dell’Irap per banche e assicurazioni a partire dal 2026. Si tratta, in buona sostanza, di un mero anticipo di imposte future. La scelta di confermare la rottamazione quinquies per le cartelle esattoriali, con un minor gettito di 1,5 miliardi, e la timidezza degli interventi contro evasione ed elusione (che sottraggono circa 80 miliardi annui) completano un quadro volto a preservare profitti e rendite a scapito del lavoro dipendente.

La parte della manovra dedicata al sistema bancario merita un’analisi specifica per Sbilanciamoci. Il pacchetto di misure, che non viene formalmente definito tassa sugli extraprofitti, mira a prelevare 10-12 miliardi nel triennio (4-4,5 miliardi solo nel 2026) attraverso l’aumento dell’Irap settoriale, la riduzione della deducibilità degli interessi passivi e un’imposta sostitutiva sulle riserve accantonate nel 2023. L’impatto è fortemente asimmetrico. Per le grandi banche, dotate di ampie riserve, il prelievo è un fastidio gestibile: pagando un’aliquota agevolata (27,5% nel 2026 o 33% nel 2027) possono “affrancare” le riserve e distribuirle subito agli azionisti, ricostituendo poi il capitale con utili futuri. Per le banche medio-piccole, specialmente quelle non cooperative, lo shock è severo, con una riduzione dell’utile netto stimata tra il 15% e il 20% e un’erosione del capitale (CET1) che può costringere a contenere i dividendi e a razionare ulteriormente il credito. Questo meccanismo finisce per accelerare la concentrazione del settore, già cresciuta più che in altre grandi economie continentali, penalizzando proprio quelle banche locali più vicine al finanziamento delle PMI. Sbilanciamoci propone un radicale cambio di prospettiva: una politica industriale per il settore bancario che, invece di limitarsi a tassare ex post, intervenga sulla struttura di mercato incentivando banche mutualistiche e territoriali, con l’obiettivo di ridurre l’indice di concentrazione e far crescere di 100 miliardi lo stock di credito alle imprese. Una simile espansione, secondo stime prudenziali, potrebbe generare circa 30 miliardi di euro di attività economica annua aggiuntiva a regime e 10-11 miliardi di gettito fiscale ricorrente. Per reindirizzare il capitale si suggerisce di penalizzare la speculazione finanziaria ad alta frequenza (la cosiddetta finanza casinò) attraverso una revisione della tassa sulle transazioni finanziarie e requisiti patrimoniali più rigidi, rendendo al contempo più conveniente il credito produttivo. 

La crisi degli Enti locali, aggravata da un decennio di tagli agli investimenti (oltre 8 miliardi in meno) e da vincoli stringenti alle assunzioni, costituisce l’ultimo fronte critico analizzato. La manovra non affronta organicamente questo problema, nonostante gli Enti locali siano responsabili di circa metà degli investimenti fissi lordi pubblici. Le proposte avanzate includono lo sblocco dei vincoli alle assunzioni e agli investimenti pluriennali, un finanziamento di 500 milioni di euro per potenziare i servizi tributari comunali, migliorare la riscossione (dove gli accantonamenti per difficoltà superano i 6 miliardi annui) e un impegno finanziario per contrastare l’abusivismo edilizio (250 milioni per rifinanziare i fondi per le demolizioni), fenomeno in recrudescenza con un aumento dei reati del 40,2% tra il 2021 e il 2024. Si propone anche di istituire un fondo di 120 milioni annui per smaltire le milioni di pratiche di condono edilizio inevase e di destinare almeno 500 milioni all’anno al recupero sociale dei beni confiscati alla mafia.

Sbilanciamoci delinea un pacchetto di proposte fiscali alternative per finanziare una manovra equa e redistributiva, stimando un gettito aggiuntivo di oltre 27 miliardi di euro. Le misure chiave includono un’imposta dell’1% sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro (18,1 miliardi), l’innalzamento della tassazione flat sulle rendite finanziarie dal 26% al 30% (500 milioni), la revisione in senso progressivo dell’imposta di successione (quasi 2 miliardi), l’introduzione di tre nuovi scaglioni Irpef per i redditi alti (2,8 miliardi) e una tassa sulle speculazioni finanziarie di stampo europeo (3,7 miliardi). Completano il quadro proposte di tassazione settoriale sui diritti televisivi sportivi, sulla pubblicità, sulle imbarcazioni da diporto di lusso e sui voli dei jet privati, per un ulteriore gettito di circa mezzo miliardo. Questo sistema alternativo punta a ribaltare la logica della manovra governativa, recuperando risorse dalla grande ricchezza, dalla rendita e dalla speculazione, invece che dal lavoro e dal credito produttivo.

La manovra è caratterizzata da una sostanziale assenza di politiche industriali strategiche e da interventi frammentari e inefficaci nei campi del lavoro e della previdenza. Per Sbilanciamoci l’Italia da tempo ha rinunciato a una seria politica industriale di indirizzo pubblico, rifugiandosi in un’impostazione ideologica che delega completamente al mercato e alle imprese le scelte strategiche, limitando il ruolo dello Stato a interventi marginali come agevolazioni fiscali, sburocratizzazione e privatizzazioni. Questo approccio si è dimostrato fallimentare, conducendo a una progressiva desertificazione del tessuto industriale, a una crescente dipendenza dall’acquisizione di aziende straniere e a ritardi strutturali nei processi di digitalizzazione e transizione ecologica. Gli strumenti utilizzati, come i crediti d’imposta per la transizione industriale (4.0 e 5.0), spesso non hanno stimolato investimenti produttivi ma sono stati tesaurizzati o dirottati verso la speculazione finanziaria.

L’assenza di una regia pubblica è palpabile sia nella gestione delle partecipate statali sia nell’abbandono di settori strategici quali la produzione ferroviaria e di autobus. La Legge di Bilancio per il 2026, in continuità con questa linea, non introduce alcuna svolta: i fondi dedicati a settori cruciali come l’automotive e il trasporto pubblico locale restano cronicamente sottofinanziati mentre si registra un grave taglio alle risorse destinate alla decarbonizzazione dell’ex Ilva di Taranto, minando un progetto chiave per la transizione ecologica dell’industria pesante. Le misure presenti, come le proroghe degli incentivi esistenti e le agevolazioni per le Zone Economiche Speciali, sono frammentarie, prive di coordinamento strategico e incapaci di affrontare i nodi strutturali dell’industria italiana: l’arretratezza tecnologica di molti settori, il “nanismo” d’impresa e la concentrazione dell’innovazione in poche grandi realtà, spesso a capitale estero.

Questa mancanza di visione si riflette anche nel disinvestimento dalla ricerca pubblica e universitaria, il cui Fondo Ordinario non è adeguato all’inflazione, rendendo il Pnrr l’unico canale di finanziamento significativo. Con la conclusione dei fondi europei nel 2026 si profila un pericoloso vuoto che potrebbe tradursi nell’emigrazione o nella precarizzazione di migliaia di giovani ricercatori, oltre che in un ulteriore ritardo tecnologico rispetto ai partner europei. Anche le iniziative formali, come il programma per la cybersecurity e l’innovazione tecnologica, risultano prive di dotazioni finanziarie adeguate e di indicatori di risultato, configurando una politica industriale senza missione.

Le politiche per il lavoro rappresentano solo il 2,6% della manovra 2026, articolandosi in bonus selettivi e decontribuzioni per le assunzioni, come nel caso della ZES del Mezzogiorno, o in incentivi per categorie estremamente ristrette, come quello per le madri con tre figli che si stima coinvolgerà appena 1.530 donne. I sostegni al reddito strutturati, come l’Assegno di Inclusione e il Supporto per la Formazione e il Lavoro, ricevono un lieve aumento ma rimangono circoscritti per platea e importo, senza costituire una risposta universale alla povertà. Manca del tutto una strategia per recuperare il potere d’acquisto, rafforzare le tutele contro lo sfruttamento e gli infortuni o redistribuire la ricchezza in un Paese sempre più diseguale.

Il sistema previdenziale, infine, procede senza correttivi strutturali. L’età pensionabile continua ad aumentare automaticamente, sulla base di un meccanismo legato alla speranza di vita che non tiene conto degli anni vissuti in buona salute, portando l’Italia ad avere l’età di uscita dal lavoro più alta d’Europa. Le pensioni sono spesso inadeguate e il sistema contributivo palesa tutta la sua incongruenza in un mercato del lavoro caratterizzato da bassi salari e precarietà: con uno stipendio di 1.000 euro servono 40 anni di contributi per una pensione di circa 670 euro, percepibile non prima dei 70 anni. La Legge di Bilancio 2026 non affronta questi problemi, limitandosi a proroghe di misure esistenti, come l’APE sociale, e a irrisori aumenti delle maggiorazioni sociali (20 euro mensili, di cui 8 già previsti). Conferma l’aumento progressivo dell’età pensionabile per tutti, dal 2028 sarà di 67 anni e tre mesi, e proroga il bonus Maroni, un incentivo al posticipo del pensionamento che avvantaggia soprattutto lavoratori con redditi medio-alti. Viene inoltre anticipato di tre mesi il TFR per i dipendenti pubblici in pensione, senza però risolvere la disparità di trattamento con il settore privato, come richiesto dalla Corte Costituzionale.

Sbilanciamoci avanza una serie organica di proposte alternative. Per la politica industriale chiede la creazione di un’Agenzia nazionale con 5 miliardi di euro, il ripristino integrale dei fondi per la decarbonizzazione dell’ex Ilva e per l’automotive oltre all’aumento strutturale del Fondo per il trasporto pubblico locale a 7 miliardi annui. Propone inoltre la rimozione degli oneri parafiscali in bolletta (AESOS) e un investimento di 100 milioni in un progetto di Intelligenza Artificiale pubblica e aperta. Per il lavoro le proposte spaziano dall’introduzione di un salario minimo legale di 10 euro all’ora indicizzato all’IPCA, allo stralcio degli esoneri contributivi per le assunzioni, a un massiccio piano di assunzione di ispettori del lavoro (3.000 unità), alla riduzione dell’orario settimanale a 35 ore a parità di salario e al superamento del Jobs Act a favore di un sistema di contratti semplificato e stabile. Per il reddito si sostiene l’istituzione di una misura strutturale universale, basata su criteri economici, con un costo netto di 5,5 miliardi. In tema previdenziale si propone di rendere l’INPS erogatore di rendite integrative per i fondi pensione, di introdurre la flessibilità nel contributivo con possibilità di andare in pensione dai 62 anni (con un costo transitorio di 1 miliardo) e di abolire i regimi speciali ingiustificati.

La Legge di Bilancio 2026 delegittima la scuola pubblica attraverso tagli ai fondi e l’incentivazione alla privatizzazione, deviando risorse verso gli istituti paritari. Viene duramente criticato l’articolo 108 che istituisce la Carta Valore da 500 euro a partire dal 2027, strumento giudicato classista perché escluderebbe circa il 30% degli studenti, come chi ha percorso di studi non lineare o frequenta corsi professionali triennali, creando una distinzione artificiale tra “meritevoli” e “non meritevoli”. Sbilanciamoci denuncia l’aziendalizzazione della scuola, esemplificata dalla riforma degli Istituti Tecnologici Superiori (ITS) col modello “4+2” che concede alle aziende un ruolo decisivo nella formazione e nella selezione dei docenti, e dalla creazione di una struttura ministeriale e un fondo da 15 milioni per i Campus della Filiera tecnologico-professionale. Si sta costruendo, con risorse pubbliche, un sistema sempre più privato ed elitario che rischia di fornire un sapere nozionistico e poco trasversale, cristallizzando le disuguaglianze invece di essere ascensore sociale.

Il panorama universitario, descritto attraverso i dati Ocse 2025, è altrettanto desolante: investimenti al 3,9% del Pil (media Ocse 4,7%) e spesa per studente di 8.992 USD (media Ocse 15.102). Solo il 15% dei figli di genitori senza diploma si laurea, contro il 70% di quelli con genitori laureati. La finanziaria conferma questa marginalizzazione. Il fondo per gli affitti subisce un taglio, aiutando solo 5.500 studenti con contributi irrisori, il fondo per le residenze universitarie viene ridotto, garantendo solo 1.500 posti letto aggiuntivi a fronte di 900.000 fuorisede, le borse di studio sono bloccate a livelli insufficienti, rischiando di lasciare senza copertura oltre 30.000 idonei mentre il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) non recupera l’inflazione, creando un ammanco di 1,1 miliardi per gli atenei. A questo si aggiunge la critica alla riforma del Semestre Filtro a Medicina, considerata una falsa abolizione del numero chiuso, e la denuncia della crescente dipendenza della ricerca da finanziamenti privati a scapito dell’indipendenza del sapere.

Per invertire questa rotta Sbilanciamoci avanza un pacchetto organico di proposte. Per la scuola chiede: 1,3 miliardi per l’edilizia scolastica (anche con fondi Pnrr), 1,5 miliardi per abbonamenti di trasporto gratuiti o calmierati, 1,2 miliardi per alzare la spesa al 5% del Pil e garantire i libri gratuiti, 300 milioni per educazione sessuo-affettiva e sportelli psicologici e 100 milioni per un osservatorio sulla sicurezza dei percorsi scuola-lavoro. Per l’università le richieste sono ancora più ingenti: 3,3 miliardi per rilanciare il FFO, 310 milioni per le residenze, 92 milioni per un fondo affitti fuorisede, 700 milioni per abbattere il numero chiuso, 600 milioni per i trasporti, 850 milioni per le mense e 60 milioni per supporto psicologico negli atenei. Propone inoltre la trasformazione dell’Agenzia Italiana per la Gioventù in un ente autonomo con un fondo da 850 milioni, un fondo da 500 milioni per il lavoro cooperativo under 35 e 50 milioni per la partecipazione politica giovanile. Nel campo culturale chiede 50 milioni per ricerca e divulgazione e 300 milioni per istituire un Sistema Culturale Nazionale sul modello del Servizio Sanitario.

La critica si estende alla sanità, dove si contesta l’incremento del Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) come insufficiente e mal allocato poiché gran parte delle risorse aggiuntive (come quelle per l’aumento dei DRG) finirebbero a vantaggio della sanità privata accreditata. Si denunciano pratiche come l’intramoenia e i medici gettonisti che minano l’universalità del servizio e la carenza di investimenti in prevenzione primaria e salute mentale. Per questo si richiede un aumento di 10 miliardi per il Servizio Sanitario Nazionale, da destinare a personale, prevenzione e abbattimento liste d’attesa, insieme a una riforma che superi l’aziendalizzazione del SSN e ridefinisca il rapporto con il privato.

Infine Sbilanciamoci affronta la crisi abitativa, ignorata secondo l’analisi dalla finanziaria nonostante dati allarmanti: oltre un milione di famiglie in povertà assoluta in affitto, 39.000 provvedimenti di sfratto (l’80% per morosità incolpevole), 90.000 alloggi di edilizia pubblica vuoti. Le proposte includono una riforma delle cedolare secche (portandola al 30% per gli affitti speculativi e brevi) per riequilibrare il mercato, generando 1,2 miliardi di entrate, un sostegno al diritto all’abitare con detrazioni per inquilini a basso reddito e agevolazioni per chi affitta a canone calmierato (costo: 400 milioni) e l’introduzione della tracciabilità obbligatoria dei contratti per combattere il nero (maggiori entrate: 400 milioni). 

  1. Per approfondire si consiglia il contributo di Massimo Mascini su Il Diario del lavoro Contratto chimici: storia di virtuose relazioni industriali e quelle insidie all’orizzonte del rinnovo, https://www.ildiariodellavoro.it/contratto-chimici-storia-di-virtuose-relazioni-industriali-e-quelle-insidie-allorizzonte-del-rinnovo/ ↩︎

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