Il ritorno della classe operaia in Brasile. I grandi scioperi del 1978-1980

1. Gli scioperi del maggio 1978

La ricomparsa delle lotte operaie organizzate nel maggio del 1978, con il loro epicentro nell’ABC paulista, fu il punto di approdo di un lungo e sotterraneo processo di resistenza maturato nel quotidiano delle fabbriche soprattutto nei primi anni del decennio. Ricardo Antunes in A rebeldia do trabalho (o confronto operário no ABC Paulista: as greves de 1978/80) inizia le sue analisi dalla descrizione dello sciopero spontaneo scoppiato il 12 maggio 1978 alla Saab-Scania, un momento che funge da spartiacque simbolico. Come narrato dall’operaio G. Menezes, la decisione nacque in modo autonomo e inatteso tra i lavoratori del reparto ferramenta del turno di giorno. All’arrivo del mattino, mentre il turno di notte usciva, quello di giorno entrò ma non avviò le macchine. Per un’ora, dalle sette alle otto, gli operai rimasero in piedi, immobili, a braccia conserte di fronte alle macchine spente, in un silenzio innaturale che aveva sostituito il solito frastuono produttivo. L’arrivo del direttore generale, che pur constatando la presenza degli operai e i cartellini timbrati, non riuscì inizialmente a comprendere la natura di quella paralisi, sottolinea l’elemento di assoluta sorpresa e la rottura di un rituale consolidato.

Questo evento emblematico affondava le sue radici in un humus di malcontento e di lotta quotidiana che caratterizzò la resistenza operaia negli anni ’70, dopo la fine dell’euforia del miracolo economico. L’affiorare della crisi economica colpì in modo particolarmente duro la classe lavoratrice che si trovò a dover contrastare il binomio oppressivo “arrocho-arbítrio”, ovvero la compressione salariale unita all’autoritarismo politico, e “superexploração-autocracia”, cioè lo sfruttamento intensissimo del lavoro in un contesto di autocrazia padronale. Questa resistenza, di carattere prevalentemente difensivo, si esprimeva attraverso una miriade di pratiche informali, spesso creative, che riflettevano sia l’ingegno della spontaneità operaia sia i limiti strutturali di una lotta non ancora pienamente organizzata. Tali azioni potevano assumere un carattere più collettivo e classista o essere più frammentate e parziali ma erano tutte espressione del rifiuto operaio. Esse includevano il deliberato rallentamento del ritmo produttivo, noto come “operação tartaruga”, il sabotaggio attraverso la produzione di merci volutamente difettose, denominata “operação boicote”, il “dimenticare” i cartellini identificativi all’ingresso della fabbrica (“operação amnésia”) e il rifiuto di svolgere mansioni non previste dal proprio ruolo (“operação quebra-galho”). Lo studio di Celso Frederico, citato ampiamente da Antunes, cataloga meticolosamente le diverse tattiche di sabotaggio della produzione messe in atto dagli operai: “dar o tranco na máquina” che consisteva nell’aumentare forzatamente la rotazione della macchina per romperla, “trombar a máquina”, ovvero alterarne la posizione per provocare collisioni, “matar peças”, fabbricare pezzi con piccoli difetti per renderli inutilizzabili, “fazer um gato”, il furto di pezzi da rivendere in officine private, “desgastar as ferramentas”, logorare gli attrezzi già usurati, “desatenção”, come ammassare male i pezzi in modo che cadessero e si danneggiassero e “fazer cera”, una serie di azioni dilatorie come inviare i materiali nei reparti sbagliati o fingere guasti inesistenti. Per quanto riguarda specificamente le forme di “operação tartaruga”, lo stesso studio distingue la “operação zelo” che implicava il rigoroso e ostruzionistico rispetto di tutte le norme di sicurezza dell’azienda, la “operação acidente”, dove si rallentava il ritmo per eliminare qualsiasi rischio di infortunio e la “operação soluço”, in cui sulla linea di montaggio si alternavano gruppi di lavoratori che applicavano il rallentamento. Queste molteplici forme di resistenza trovavano la loro causa scatenante nelle precarie condizioni di vita e di lavoro, nella compressione salariale, nell’intensità estenuante dei ritmi produttivi e si esprimevano come protesta contro l’oppressione dei capireparto, nella lotta contro i ritardi nei pagamenti e nella richiesta di un sistema di avanzamento di carriera più equo.

Accanto a questa “guerriglia” quotidiana non mancarono, in questa fase, tentativi di azione sindacale più esplicita, sebbene ancora embrionali e contrastati. Vengono ricordati uno sciopero alla Mercedes e un altro alla Utensileria della Ford, quest’ultimo attivamente scoraggiato dal Sindicato dos Metalúrgicos dell’epoca, guidato da Paulo Vidal. Di particolare originalità fu lo sciopero alla Villares di São Paulo nel 1973 dove gli operai misero in atto azioni di paralisi e ripresa del lavoro denominate “operação gato-selvagem” per la sua imprevedibilità che lasciò la direzione incapace di prevenire o reprimere efficacemente le interruzioni.

Parallelamente un’azione sindacale timida e a tratti contraddittoria iniziava lentamente a tessere un processo di riavvicinamento tra le leadership sindacali e le basi operaie. Già nella campagna salariale del 1970, il Sindicato dos Metalúrgicos de São Bernardo e Diadema si separò dalla Federazione statale per condurre una trattativa autonoma, consapevole che le specifiche rivendicazioni dell’industria automobilistica rischiavano di essere diluite in quelle più generali degli altri sindacati. Nel 1973 la campagna si basò su uno studio del DIEESE che chiedeva un 38% di aumento ma il risultato finale si allineò ancora una volta agli indici ufficiali. L’anno successivo la rivendicazione si focalizzò con maggiore enfasi sul tema della produttività dell’industria automobilistica e sugli alti tassi di profitto. Fu in questo contesto che si tenne, nel 1974, il I Congresso dos Metalúrgicos de São Bernardo, un evento fondamentale in cui si analizzò la connessione tra produttività, profitti e l’aumento del ritmo di lavoro, l’estensione della giornata lavorativa e l’alto turn over della manodopera. Il Congresso definì i tre pilastri della lotta futura: la libertà sindacale, una legge organica del lavoro che sancisse i diritti fondamentali e la contrattazione collettiva.

Con l’elezione di Lula alla presidenza del sindacato nel 1975 la bandiera della contrattazione collettiva divenne centrale. Nel 1976, per la prima volta, il sindacato riuscì a strappare al Tribunale Superiore del Lavoro alcune rivendicazioni specifiche per i metalmeccanici di São Bernardo e Diadema. La campagna salariale del 1977, nonostante una relativa mobilitazione e la volontà di mantenere l’autonomia dalla Federazione, si risolse ancora una volta con l’omologazione dell’indice ufficiale. In quello stesso anno le aziende inasprirono ulteriormente la loro politica, con significativi episodi di licenziamento, come i 500 operai della Ford di São Bernardo, che irrigidirono ancor più il clima.

Fu in questo scenario teso che esplose pubblicamente lo scandalo della “frode salariale” del 1973 che aveva eroso del 34,1% il potere d’acquisto dei salari. Questa denuncia, portata avanti con tenacia dal Sindicato dos Metalúrgicos, ebbe una triplice e cruciale importanza: diede un impulso decisivo al lavoro di mobilitazione delle basi, diffuse a livello di “coscienza contingente” tra ampi strati del proletariato la consapevolezza del meccanismo di super-sfruttamento attuato attraverso la manipolazione degli indici e rese trasparente l’impossibilità di una strategia che puntasse esclusivamente sulla negoziazione con governo e imprenditori, i quali si rifiutavano categoricamente di rettificare i salari. Non restava altra strada: al “rumore assordante della produzione”, i metalmeccanici sostituirono, nel maggio del ’78, “il silenzio delle macchine ferme”.

Lo sciopero alla Scania, sebbene evento simbolo, non fu il primo in assoluto. Piccole scintille avevano già preannunciato l’incendio. A fine marzo 1978 ci fu una paralisi alla Mercedes-Benz di São Bernardo per la mancata corresponsione di aumenti salariali che portò a licenziamenti e a una maggiore consapevolezza della intransigenza padronale. Altre piccole interruzioni si verificarono alla Maxwell e alla Ford nello stesso periodo ma fu alla Scania che il movimento esplose in tutta la sua forza. La causa immediata fu la delusione per gli esiti della campagna salariale. L’aumento ufficiale del 39%, già di per sé giudicato insufficiente, fu ulteriormente ridotto perché l’azienda, come era sua consuetudine, aveva detratto dalla busta paga le anticipazioni salariali (il 5% di settembre e il 10% di dicembre) che aveva corrisposto prima della mobilitazione operaia. Il risultato netto per i lavoratori fu quindi un aumento reale ben inferiore. A questo si aggiunse un disguido sull’orario pagato che in quel mese era di 232 ore invece delle solite 240. La richiesta di un ulteriore 20% di aumento divenne il grido di battaglia. Il ricordo dei licenziamenti del 1977, quando alcuni operai erano stati accusati di fare “propaganda sindacale”, creava un clima di timore, ma la necessità di rompere l’assedio fu più forte. Come raccontato dagli operai nel libro, la parola “sciopero” era ancora difficile da pronunciare, tanto che inizialmente si parlò di una semplice “paralisi”, una “pausa” all’interno della fabbrica, un gesto di inazione che, però, paralizzava il capitale. Quella azione spontanea, nata dal basso, diede il via al più grande ciclo di lotte operaie del Brasile post-golpe del 1964.

L’analisi degli scioperi del maggio 1978 si aprono con un resoconto interno della pianificazione dello sciopero alla Scania, un’operazione condotta con grande cautela per garantire il massimo segreto sui preparativi e prevenire qualsiasi fuga di notizie verso le gerarchie aziendali. La fiducia era riposta nell’officina utensili ma per le altre sezioni si rese necessaria una strategia più articolata e cauta. Parlare apertamente a tutti non era considerata una buona strategia poiché c’era il rischio concreto che qualcuno bucasse il blocco e informasse i capireparto. Tuttavia era altrettanto vitale che gli altri operai fossero informati prima della paralisi. La soluzione ingegnosa fu pensata per gli autobus della sera del 12 maggio, non di quelli del mattino. Con coloro che erano già al corrente fu deciso di parlare solo con le persone di fiducia all’interno di ogni sezione. Questo meticoloso lavoro di proselitismo clandestino fu portato avanti dal pomeriggio del 10 maggio e per tutto l’11, senza estendersi oltre. Il giorno 12, la comunicazione divenne più diretta: sugli autobus si diffuse la notizia che l’officina utensili avrebbe incrociato le braccia e che era fondamentale che le altre sezioni accompagnassero il movimento.

Quando arrivò la mattina di venerdì 12 maggio il piano era pronto e si attivò con efficacia sorprendente. Il personale del turno di notte, in gran parte all’oscuro di tutto, uscì e lasciò il posto al turno di giorno, il quale, a sua volta, non iniziò a lavorare. Le macchine dell’officina utensili non furono accese. Nel padiglione A quasi nessuno le avviò, solo in tre o quattro sezioni fu azionata una macchina ogni tanto. L’effetto domino fu inarrestabile: vedendo l’officina ferma, il resto della fabbrica, di reparto in reparto, smise di lavorare, fino a paralizzare l’intero stabilimento.

Questo evento, un’ingegnosità della spontaneità operaia, scaturiva dalla mancanza di alternative per ottenere le proprie rivendicazioni di fronte all’intransigenza padronale. Il Sindicato dos Metalúrgicos, che pure aveva stretto crescenti legami con le basi e da anni combatteva il super-sfruttamento del lavoro, non ebbe alcun ruolo nella preparazione o nella deflagrazione del movimento alla Scania, ignorandone addirittura l’imminenza. Sebbene le sue leadership, come Lula, avessero più volte previsto che gli scioperi sarebbero diventati l’unica strada percorribile, furono colte di sorpresa. Come lo stesso Lula ammise, quando Gilson, in una riunione della direzione, annunciò che la Scania avrebbe scioperato il 12 maggio, nessuno gli credette e si creò persino una dissidenza interna. La realtà superò ogni scetticismo quando, nel giorno della paga, arrivò solo il 39% di aumento, come da decreto governativo, con il taglio aggiuntivo del 3% che l’azienda soleva concedere. A quel punto i lavoratori non ebbero alternativa e diedero inizio a quello che Lula definì “uno dei più grandi movimenti nella storia di questo paese”, nonostante la totale inesperienza sua e del gruppo dirigente nel guidare uno sciopero.

Nonostante questa inesperienza, il Sindicato dos Metalúrgicos fu immediatamente chiamato a negoziare con l’azienda. Quattro giorni dopo l’inizio della paralisi si tenne un’assemblea nella fabbrica con la presenza di Lula, dove furono ribadite le richieste di: un aumento salariale del 20% a partire dal 1º maggio per chi riceveva fino a 10 salari minimi, parità salariale per chi svolgeva le stesse mansioni, pagamento dei giorni di sciopero e riduzione del lavoro notturno. Preso alla sprovvista, il sindacato, attraverso Lula, raggiunse un accordo verbale non formalizzato con la direzione della Scania e ne sostenne l’accettazione in assemblea, convincendo gli operai a tornare al lavoro. Tuttavia, l’azienda, sotto la pressione del settore automobilistico nel suo insieme, non rispettò i termini, generando un profondo scontento tra gli operai che arrivarono a diffidare di Lula e del Sindicato dos Metalúrgicos stesso. Un tentativo di riprendere lo sciopero fu bloccato dalla Scania che utilizzò strumenti repressivi. Il risultato finale fu una proposta padronale del 6,5% (media delle diverse fasce salariali), nonostante il malcontento generale.

Il contagio si era comunque ormai diffuso in modo inarrestabile. Le agitazioni si espansero, raggiungendo la Mercedes, la Ford e un insieme significativo di industrie metalmeccaniche dell’ABC paulista. Alla Ford, a São Bernardo, il movimento iniziò il 15 maggio: partendo dalla lavorazione meccanica e dall’officina utensili la paralisi si estese dalla fabbricazione dei motori alla sezione di pittura, bloccando l’intera produzione per una settimana. La scintilla fu l’assenza di una risposta favorevole della direzione alla richiesta di mantenere il riaggiustamento del 39% concesso in aprile, senza i distacchi delle anticipazioni. La paralisi fu rapidissima e l’ultimo settore a fermarsi fu quello di montaggio, alle 15:00. Dopo giorni di netta opposizione ad ogni negoziazione, la direzione della Ford si arrese al movimento e ricorse al sindacato. Una settimana dopo l’azienda offrì un aumento del 15% per chi percepiva fino a 10 salari minimi e del 10% per le fasce superiori ma alla fine concesse l’11%, un indice che, sebbene generasse nuovo scontento, era quello che si stava negoziando a livello di settore e che avrebbe coinvolto 64.000 lavoratori dell’industria automobilistica.

Alla Volkswagen, sempre a São Bernardo, una paralisi parziale iniziò il 16 maggio, innescata dall’officina utensili e durò tre giorni. Fu descritta come una paralisi “indecisa”, in cui “uno vedeva l’altro fermarsi e si fermava insieme. Il rumore della macchina andava diminuendo, fino a che ci fu il silenzio”. Il movimento non fu generale, si limitò all’officina utensili, carrozzeria, affilatura degli utensili e presse leggere, senza intaccare la linea di montaggio grazie alle scorte di utensili disponibili. La reazione aziendale fu il licenziamento di 28 lavoratori. Le parole d’ordine del movimento divennero l’accettazione da parte della Volkswagen dell’indice negoziato a livello di settore e la non concretizzazione dei licenziamenti, richieste che furono infine accettate.

Nel pieno di questa ondata, il Tribunale Regionale del Lavoro (TRT) dichiarò l’illegittimità degli scioperi ma il movimento nelle fabbriche ignorò la logica giuridica e continuò a espandersi. Le agitazioni si generalizzarono nell’ABC e in altre città come San Paolo e Osasco, assumendo forme diversificate: dalle paralisi totali e prolungate (Ford) a quelle parziali e settoriali (Volkswagen), fino a un gran numero di scioperi lampo di breve durata (come in aziende che non riuscirono a fermarsi completamente, ad esempio la Chrysler, Villares, Brastemp). L’elenco delle aziende colpite nell’ABC è vastissimo e include, tra le molte altre, Pirelli, Cofap, Motores Perkins, Otis, Schuller, Fermar, Fabrin, Arteb, Firestone, Krauzc, Karmann-Ghia, Alcan, Mannesmann, Rhodia, e dozzine di altre ditte. A San Paolo lo sciopero colpì la Toshiba, Hyster do Brasil, Siemens, Metalac, tra le altre, e a Osasco ci furono paralisi nella Braseixos, Cobrasma, Brasprensas.

Il 30 maggio, il Sindicato dos Metalúrgicos de São Bernardo e il SINFAVEA (Sindacato Nazionale dei Produttori di Veicoli Automobilistici) firmarono un accordo che coprì circa 65.000 lavoratori, stabilendo un riaggiustamento dell’11% (concesso per metà a giugno e per metà a ottobre) e un’anticipazione salariale del 13,5% (distribuita ad agosto, dicembre e febbraio). Questo accordo fornì un parametro per le lotte nelle piccole e medie imprese di autoricambio nel secondo semestre del 1978. In un mese dallo sciopero della Scania le paralisi avevano coinvolto un contingente di circa 150.000 operai del settore metalmeccanico, segnando il ritorno dell’azione rivendicativa sindacale in Brasile dopo un decennio.

La causalità fondamentale di questa ondata è identificata senza ambiguità nella rivolta contro il super-sfruttamento del lavoro e il “blocco salariale” (arrocho salarial). Sebbene altre rivendicazioni, come la lotta contro gli interventi statali sui sindacati, per la democrazia sindacale e contro l’oppressione in fabbrica, fossero presenti in modo embrionale, erano secondarie e funzionali alla lotta centrale contro la politica salariale del regime. Antunes contesta quindi le interpretazioni, come quella di Amneris Maroni, che attribuiscono alle contestazioni sull’organizzazione del lavoro un ruolo decisivo, sostenendo che ciò costituisce un a priori metodologico che rischia di fraintendere la gerarchia reale delle rivendicazioni operaie e di operare una dicotomia artificiosa tra oppressione quotidiana e sfruttamento economico, laddove in Marx sono due facce della stessa medaglia.

Pur avendo un’origine economica e difensiva (volta a recuperare perdite salariali), gli scioperi del maggio 1978 assunsero immediatamente una nitida dimensione politica. Mettere in discussione la politica salariale significava sfidare la base materiale del regime dittatoriale. Come sottolineò Lula, era impossibile scindere le due dimensioni: la lotta per il salario aveva prodotto un risultato politico dirompente. Lo sciopero in sé, il semplice atto di “incrociare le braccia” dopo un decennio di silenzio, fu una vittoria politica, il riemergere vigoroso di una classe sociale. Il movimento, nato dalla spontaneità e dalla necessità di sopravvivere, fu carente di una direzione consapevole, di un apparato organizzativo solido e della presenza attiva dei partiti di sinistra, ma questo stesso carattere spontaneo, frammentato per fabbrica e senza picchetti, rese più difficile per il padronato e lo Stato reprimerlo con la violenza che aveva caratterizzato il decennio precedente, come era accaduto a Osasco.

2. Verso lo sciopero generale

La genesi del grande sciopero generale dei metalmeccanici del marzo 1979 nell’ABC paulista affonda le sue radici nelle lotte operaie del secondo semestre del 1978. Dopo la firma di un accordo collettivo per il solo ramo automobilistico, una serie di scioperi scoppiò in diverse fabbriche di São Bernardo con l’obiettivo di estendere quei benefici a tutta la categoria metalmeccanica. Parallelamente il padronato diede avvio a un processo crescente di licenziamenti, come documentato dall’ABCD Jornal che citava casi emblematici alla Volkswagen, Villares, Scania, Resil, Carfriz e Conforja. Alla Volkswagen, addirittura, diversi operai furono licenziati semplicemente per aver partecipato al III Congresso del Sindicato dos Metalúrgicos di São Bernardo. Anticipando un nuovo confronto, la Federazione delle Industrie dello Stato di São Paulo (FIESP) intensificò la sua azione preventiva, inviando una circolare alle aziende con precise istruzioni per affrontare le agitazioni. Il documento suggeriva di non pagare le ore perse durante gli scioperi, di impedire ai lavoratori di rimanere all’interno degli stabilimenti, costringendoli così in strada e facilitando l’intervento repressivo della polizia, e di procedere al licenziamento di un certo numero di scioperanti per creare un clima di “insicurezza” tra il personale, nella speranza che questo inducesse il sindacato a richiedere la fine della protesta.

In questo quadro di crescente animosità, due scioperi alla fine del 1978 si rivelarono decisivi per gli sviluppi successivi. Quello alla Villares, scoppiato all’inizio di dicembre in solidarietà con un operaio aggredito e poi licenziato, si concluse con una sconfitta dopo che la direzione dell’azienda reagì con licenziamenti di massa che colpirono persino la commissione interna dei lavoratori. Di segno opposto fu l’esito dello sciopero alla Resil. Qui, i lavoratori, che rivendicavano un aumento del 30%, si scontrarono con la chiusura padronale e l’applicazione pedissequa delle direttive FIESP: licenziamenti e divieto di restare in fabbrica. Trovatisi all’esterno, gli operai iniziarono a riunirsi nel loro sindacato. Temendo lo svuotamento del movimento a causa delle assunzioni di personale sostitutivo, all’ottavo giorno di sciopero organizzarono un enorme picchetto, chiamato “corrente de trabalhadores”, di fronte ai cancelli della fabbrica che impedì materialmente l’ingresso. Questa azione costrinse la direzione della Resil a trattare con Lula, ottenendo una vittoria sia materiale, con aumenti differenziati dal 15% per le fasce più basse al 7% per quelle più alte, che politico-organizzativa. Come testimoniarono militanti sindacali come Enílson S. de Moura e Osmar Mendonça, quella della Resil fu una risposta pratica alla nuova strategia padronale: se non si poteva più fare sciopero dentro la fabbrica, bisognava farlo fuori, attraverso i picchetti e le assemblee generali. Se la sconfitta alla Villares dimostrò l’impossibilità di continuare con le modalità del 1978, la vittoria alla Resil indicò la “nuova tattica” da adottare nel 1979.

Fu in questo contesto di rapporti sempre più tesi che il Sindicato dos Metalúrgicos di São Bernardo si preparò per la campagna salariale del 1979. In linea con le risoluzioni del suo III Congresso la direzione sindacale intensificò un lavoro cruciale: le riunioni per fabbrica. Questo sforzo mirava a colmare una grave lacuna del movimento sindacale brasiliano, ovvero la sua assenza all’interno degli stabilimenti. Mentre il sindacato si immergeva nel quotidiano operaio, la base aumentava parallelamente la sua partecipazione alla vita dell’organizzazione. Fu da questa articolazione tra sindacato e fabbrica che nacquero le principali rivendicazioni per il 1979. Alla fine di gennaio i sindacati metalmeccanici dello stato stabilirono una piattaforma unitaria che includeva un aumento del 34,1% al di sopra dell’indice ufficiale per recuperare le perdite salariali, un salario minimo pari a 3 stipendi minimi, la validità della Convenção Coletiva de Trabalho da aprile a ottobre 1979 per allinearsi con la data-base dei metalmeccanici della capitale, il riconoscimento e la stabilità per i delegati sindacali (uno ogni 500 lavoratori), la riduzione della giornata lavorativa a 40 ore settimanali e ricalcoli trimestrali degli stipendi.

Con l’avvicinarsi della data-base, il padronato inasprì le precauzioni. Una circolare confidenziale del SIMESP (Sindacato dell’Industria di Macchine dello Stato di São Paulo) suggeriva di evitare qualsiasi negoziato diretto con gli operai e di aumentare le scorte, il controllo sui lavoratori e la disponibilità di presidi di polizia. Il sindacato rispose invitando i lavoratori a non fare straordinari e a stare attenti ai capi e ai supervisori. Emerse con chiarezza la divisione nella rappresentanza sindacale. Da un lato c’era la Federação dos Metalúrgicos, guidata da Argeu Egídio dos Santos, espressione del sindacalismo burocratico e collaborazionista, dall’altro il Sindacato di São Bernardo, sotto la guida di Lula, che rivendicava autonomia e autodeterminazione. La rottura divenne inevitabile quando la Federação accettò la proposta della FIESP, firmando un accordo valido per 29 sindacati dell’interno. I sindacati dell’ABC, insieme a quelli di Santa Bárbara D’Oeste e Santos, rifiutarono di firmare, poiché quegli aumenti, sebbene ragionevoli per gli operai dell’interno che non avevano ottenuto miglioramenti sostanziali nel 1978, erano inaccettabili per quelli dell’ABC, in quanto avrebbero annullato gli incrementi conquistati con le dure lotte dell’anno precedente. Dopo oltre 80 ore di negoziati infruttuosi non restava altro che dare inizio allo sciopero generale che scoppiò il 13 marzo 1979, in un momento di transizione politica tra i governi Geisel e Figueiredo.

Nonostante il meticoloso lavoro di preparazione, l’inizio dello sciopero fu segnato da una forte dose di spontaneità. Già nella notte tra il 12 e il 13 marzo operai di fabbriche come la Schuller, la Brastemp e la Villares si presentarono al sindacato per chiedere se lo sciopero fosse stato decretato, avendo già cessato il lavoro autonomamente. Fu ancora l’iniziativa della base, contro la decisione iniziale del sindacato, a dar vita ai primi picchetti, come quello gigantesco di migliaia di lavoratori davanti alla Volkswagen, decisivo per il successo del movimento. Quel primo giorno, secondo i dati sindacali, si fermarono circa 90.000 operai a São Bernardo (in aziende come Mercedes-Benz, Ford, Karmann-Ghia e molte altre), 38.622 a Santo André (circa l’87% della categoria, in aziende come Alcan, Cofap, Chrysler e Phillips) e circa 25.000 a São Caetano. Lo sciopero si estese anche ad alcune città dell’interno, come São José dos Campos, Caçapava e Campinas, sebbene con durata minore.

Il movimento si strutturò attorno a due pilastri: le imponenti assemblee plebiscitarie quotidiane che radunavano decine di migliaia di operai e l’azione dei picchetti. Al quarto giorno, con 170.000 lavoratori in sciopero nell’ABC, il Ministero del Lavoro aprì un’indagine con le accuse di “incitamento e infiltrazione negli scioperi” a cui Lula rispose in assemblea ribadendo la natura autonoma e legittima della lotta. Per sostenere le famiglie degli scioperanti fu avviata una campagna nazionale di solidarietà per raccogliere fondi e viveri. La svolta arrivò al decimo giorno, quando il Ministero del Lavoro propose un “protocollo di intenzioni” che istituiva una commissione tripartita per studiare il riaggiustamento salariale in 45 giorni, proibiva i licenziamenti ma prevedeva la trattenuta delle ore scioperate. Le assemblee a São Bernardo (80.000 operai a Vila Euclides), Santo André (30.000) e São Caetano (6.000) respinsero all’unanimità la proposta, consapevoli che la conseguenza sarebbe stata l’intervento del governo sulla gestione dei sindacati che infatti fu decretato la notte del 23 marzo.

Contrariamente alle aspettative del regime, l’intervento non piegò il movimento ma acuì lo scontro. La sera successiva 25.000 operai si scontrarono con la polizia di fronte al municipio di São Bernardo. La Chiesa Matriz, con il supporto fondamentale della Pastorale Operaia guidata da Dom Cláudio Hummes, divenne il nuovo quartier generale. L’allontanamento di Lula per 48 ore creò un pericoloso vuoto di leadership. Un’assemblea al Paço Municipal il 24 marzo divenne il simbolo di questa crisi: migliaia di lavoratori, disorientati, non riuscivano a trovare una guida, in un susseguirsi caotico di oratori. Di fronte al rischio di una deriva incontrollabile, altri dirigenti sindacali e figure come Lélia Abramo supplicarono Lula di riassumere la leadership, nonostante il rischio concreto dell’arresto. Il 25 marzo, di fronte a 20.000 lavoratori radunati nella Chiesa Matriz, Lula e Benedito Marcílio riassunsero formalmente il comando dello sciopero, esortando alla continuità della lotta in modo pacifico e organizzato ma ormai il movimento, sebbene ancora potente, iniziava a mostrare i segni della repressione e della stanchezza. 

Il movimento dello sciopero generale dei metalmeccanici dell’ABC entrava in una fase di relativo riflusso a partire da lunedì 26 marzo 1979. Nonostante la paralisi continuasse formalmente, si registrò un ritorno al lavoro non trascurabile, un dato concreto che spinse la direzione sindacale e la commissione salariale a una rivalutazione realistica dell’intera mobilitazione. Date le condizioni reali ormai francamente sfavorevoli, la leadership sindacale ritenne impossibile dare ulteriore prosieguo al movimento.

Fu in questo clima che, durante l’assemblea generale di martedì 27 marzo, il quindicesimo giorno di sciopero, e dopo un ulteriore e approfondita valutazione da parte dei dirigenti, si raggiunse un accordo provvisorio con il padronato. La proposta, portata da Lula stesso all’approvazione dell’assemblea, prevedeva una tregua di 45 giorni. In questo lasso di tempo, attraverso nuove e intense negoziazioni, si sarebbe tentato di strappare un indice salariale più soddisfacente di quello ottenuto dai metalmeccanici dell’interno. In caso contrario, i metalmeccanici dell’ABC avrebbero proseguito con lo sciopero generale.

Sebbene questo accordo non rappresentasse di per sé un guadagno effettivo e immediato, era il frutto di una lucida valutazione dell’avversità del quadro politico che si era consolidato dopo l’intervento governativo nel sindacato. In questo contesto toccò a Lula esplicitare la proposta ai lavoratori convenuti in assemblea, definendo quel momento come un altro “momento storico della classe lavoratrice”. Egli spiegò come, a suo dire, le regole del gioco si fossero capovolte da giovedì e che ora esistevano tre cose fondamentali da considerare e perseguire: la prima era la garanzia del ritorno alla normalità del sindacato, sottintendendo la fine dell’intervento, la seconda era la riapertura delle negoziazioni, la terza era il pagamento dei giorni di sciopero che definì “una questione d’onore”. Presentando la decisione di accettare la richiesta del governo di tornare al lavoro, Lula la dipinse come una scelta tattica e responsabile, arrivando ad assumere un impegno personale e preciso: “E se non sarà soddisfatta la nostra richiesta, noi scioperiamo. E io assumo l’impegno con voi: io stesso decreto di nuovo lo sciopero”.

Nonostante questa proposta incontrasse nell’assemblea dei poli di resistenza e andasse contro la spontanea volontà della massa, che era favorevole a proseguire la lotta, essa fu comunque accettata a maggioranza, principalmente per l’enorme fiducia che i lavoratori riponevano nella figura carismatica di Lula. Una successiva riflessione del gruppo dirigente che guidava lo sciopero chiarì i motivi di questa scelta. Venne evidenziata come la violenta repressione poliziesca avesse iniziato a causare un riflusso nel movimento, con molti compagni che si allontanavano. Venne fatto notare come, da un picco iniziale di 100.000 persone in assemblea, si fosse scesi a circa 30.000, un segnale inequivocabile che la maggioranza non stesse più partecipando attivamente. La percezione di questo ritorno al lavoro da parte dei lavoratori minava drasticamente il potere contrattuale del sindacato. Si temeva che, con il divieto di riunioni al Paço Municipal, lo sciopero potesse svuotarsi completamente, poiché, come osservato realisticamente, “il lavoratore non resterà in strada come uno stupido a prendere manganellate”. Fu questa consapevolezza a spingere la direzione a riunirsi e a concludere che la scelta più saggia fosse sospendere temporaneamente la mobilitazione, chiedendo il ritorno al lavoro, fissando una scadenza per le trattative e, al contempo, utilizzando quei 45 giorni per preparare meticolosamente la categoria per una nuova, eventuale guerra. Quei 45 giorni non furono quindi di inattività, ma, come sottolineato, si convertirono concretamente nella “preparazione di una nuova guerra”, con un lavoro intenso e senza precedenti alle porte delle fabbriche e una massiccia distribuzione di materiale per tenere viva la coscienza e l’organizzazione.

Il padronato non attese nemmeno un giorno per violare lo spirito dell’accordo, dando immediatamente il via a licenziamenti di massa. La direzione sindacale reagì prontamente, orientando i lavoratori attraverso il lavoro alle porte delle fabbriche a paralizzare immediatamente le attività non appena venivano annunciati licenziamenti, come avvenne in aziende come l’Abraçatec, la Motores Búfalo, la Villares e la Volkswagen. Quando poi le aziende, in un’ulteriore provocazione, procedettero a scalare dai salari i giorni di paralisi, la risposta operaia fu immediata e si tradusse in una nuova ondata di scioperi spontanei in fabbriche come la Ford, la Mercedes, la Schuller e la Chrysler. Questo quadro già teso si acuì ulteriormente a causa della posizione intransigente assunta dal padronato alle trattative che si rifiutava ostinatamente di accettare un accordo più favorevole ai lavoratori, cercando in questo modo di impedire una vittoria simbolica e politica per gli operai metalmeccanici dell’ABC.

Fu in questo contesto di stallo e di crescente tensione che si inserì il maestoso atto del 1° Maggio, al quale parteciparono oltre 130.000 lavoratori. Di fronte a questa manifestazione di forza operaia e all’ormai imminente deflagrazione di un nuovo sciopero generale allo scadere dei 45 giorni di tregua, il padronato fu infine costretto a rivedere la conduzione che aveva impresso alle negoziazioni. Sul palco Lula rilanciò con forza, dichiarando che se non fosse arrivato l’aumento richiesto, “il 14 [maggio] l’ABC entrerà di nuovo in sciopero”.

Il 12 maggio fu finalmente celebrato l’accordo con la FIESP, poi approvato nell’assemblea plebiscitaria del 13 maggio. I termini dell’accordo, sebbene più vantaggiosi di quelli firmati per i sindacati dell’interno, rimanevano piuttosto insoddisfacenti. Esso stabiliva un aumento del 63% per i lavoratori che guadagnavano fino a 10 salari minimi (applicato però sul salario di marzo 1978) mentre per chi superava questa soglia l’aumento era pari all’indice ufficiale del 44%. Inoltre prevedeva lo sconto del 50% dei giorni di sciopero, da rateizzare in cinque parcelle successive a partire dal 10 giugno. La sua approvazione in assemblea, che vide circa 60.000 operai approvarlo a São Bernardo, 3.000 a Santo André e 500 a São Caetano, si dovette da un lato alla difficoltà oggettiva di ottenere di più in quel frangente e dall’altro alla priorità strategica che ormai veniva data alla riconquista del sindacato che infatti fu restituito ai lavoratori solo due giorni dopo, il 15 maggio, ponendo fine all’intervento statale sul sindacato.

Al di là del piccolo ma concreto guadagno materiale (quel 6% in più per la fascia da 3 a 10 salari minimi), lo sciopero generale del 1979 rappresentò un’enorme vittoria politica e di coscienza. Esso aveva mostrato chiaramente che “padroni e governo sono una cosa sola, appartengono alla stessa classe”, come ebbe a dire lo stesso Lula. Il movimento aveva ferito la materialità dell’ordinamento sociale e la politica economica basata sull’arrocho salarial, costringendo lo Stato a mostrare il suo volto repressivo e, infine, a ritirarsi sulla questione del sindacato. La vigorosa lotta per la restituzione dell’organismo sindacale insegnò alle masse il valore di un sindacato libero, autonomo e democratico, svincolato dallo Stato. Se gli scioperi parziali del maggio 1978 avevano segnato la riemersione della lotta operaia, lo sciopero generale del marzo 1979 ne rappresentò l’affermazione, costituendo un salto qualitativo che portò alla fase del “movimento democratico di massa”. In un anno, il 1979, si sarebbero contati 430 scioperi in tutto il paese, di cui 91 nel solo ramo metalmeccanico (30 per intera categoria e 61 per azienda) che rappresentavano il 50% di tutti gli scioperi industriali, a testimonianza del ruolo trainante dell’ABC. Se nel 1978 avevano scioperato circa mezzo milione di lavoratori, nel 1979 si sarebbe raggiunta la cifra impressionante di 3.241.500 di lavoratori. Pur rimanendo una mobilitazione essenzialmente spontanea, guidata più da una leadership carismatica e intuitiva che da una direzione politica cosciente, e nonostante i suoi limiti, lo sciopero generale dei metalmeccanici del 1979 si configurò, in una prospettiva globale, come una tappa fondamentale e una vittoria parziale ma significativa per il movimento operaio brasiliano, aprendo la strada al successivo e ancor più duro confronto della campagna salariale del 1980.

3. Riflessioni sullo sciopero generale del 1980

La vittoriosa offensiva dello sciopero del 1979 ha costretto il capitale e il suo Stato politico a ricompattarsi e a cercare una risposta all’avanzata del movimento operaio. Questa reazione si concretizzò attraverso un progetto di autoriforma che mirava a riordinare il blocco al potere e, simultaneamente, a cooptare quei settori che proponevano una mera liberalizzazione del regime. Questa autoriforma non era preparata alla riemersione di un movimento rivendicativo di massa così potente. Se le azioni del 1978 portavano ancora l’eredità di una fase di resistenza, il movimento lanciato nel 1979 con lo sciopero generale dei metalmeccanici, poi estesosi a diverse categorie, assunse un carattere palesemente offensivo presentando al potere politico uno scenario che non rientrava nelle sue previsioni.

La dimensione ascendente del movimento spinse, verso la fine del 1979, il potere politico del capitale a ristrutturare gli strumenti per un confronto più diretto con le basi sociali della contestazione, dando il via a una vera e propria controffensiva dittatoriale. L’obiettivo era colpire la spina dorsale del nuovo sindacalismo, inizialmente con misure persuasive e, in seguito, con una violenta repressione. È in questo contesto politico che venne implementata la nuova politica salariale del novembre 1979, il cui scopo principale era contenere e far rifluire il movimento rivendicativo. I suoi meccanismi erano precisi: istituzionalizzava la semestralità degli aggiustamenti (in buona parte già una conquista delle lotte operaie), concedeva un aumento del 10% superiore all’INPC solo per i salari più bassi e introduceva un sistema differenziato per fasce salariali. Questo sistema prevedeva un aumento di 1,1 volte dell’INPC per chi guadagnava fino a 3 salari minimi, 1,0 per la fascia da 3 a 10 salari minimi, 0,8 per chi percepiva tra 10 e 20 salari minimi e solo 0,5 per i salari superiori ai 20 salari minimi. L’unica possibilità di negoziazione diretta tra lavoratori e datori di lavoro era per un quantum aggiuntivo legato alla produttività, un concetto vago e facilmente manipolabile dalle aziende. L’intenzione, come dichiarò il ministro Murilo Macedo poco prima dell’entrata in vigore della legge, era di far sì che “il lavoratore smettesse di preoccuparsi dell’aumento salariale poiché questo sarebbe arrivato automaticamente”. L’intensificarsi della recessione economica, la quale colpiva direttamente i lavoratori con la depressione salariale e l’aumento della disoccupazione, consolidò ulteriormente questo quadro sfavorevole. La strategia del capitale e del suo Stato era chiara: sottrarre il fermento del malcontento operaio per controllare più facilmente le azioni rivendicative, sia attraverso una supposta pacificazione delle masse, sia con la repressione mirata contro il nuovo sindacalismo. Si trattava, in altre parole, di operare una modificazione solo epidermica e superficialissima della politica salariale, senza intaccare minimamente i fondamenti della politica economica vigente e, soprattutto, senza eliminare l’”arrocho” salariale. Il limite dell’autoriforma, di fronte all’intensificarsi della lotta di classe, era dunque quello di fare concessioni economico-sociali irrisorie e puramente apparenti, per preservare la politica di super-sfruttamento del lavoro.

Gli scioperi della fine del 1979 e dell’inizio del 1980, in particolare quelli dei portuali e dei metalmeccanici dell’ABC, smascherarono completamente le intenzioni della nuova politica salariale. Il polo più combattivo del movimento sindacale ne colse immediatamente il carattere essenzialmente negativo, vedendola come un tentativo del governo di privarli del diritto, conquistato nella pratica, di negoziare direttamente con i padroni salari e condizioni di lavoro migliori. Criticarono aspramente la “falsa negoziazione diretta” basata sulla produttività, sottolineando l’impossibilità per i lavoratori di verificare i dati e i calcoli forniti dalle aziende. Inoltre evidenziarono come legare gli aumenti alla produttività avrebbe di fatto ostacolato la lotta per la riduzione dell’orario e dei ritmi di lavoro poiché tali aumenti di produttività erano spesso ottenuti proprio attraverso l’intensificazione dello sfruttamento. Una delle finalità di questa politica era quindi ridurre la possibilità di usare lo sciopero come arma di pressione.

Fu proprio dopo l’implementazione di questa politica che i lavoratori dell’industria automobilistica intensificarono la loro campagna salariale all’inizio del 1980. Prevedendo un aspro confronto, i metalmeccanici dell’ABC diedero massima organicità alla loro azione, forte delle esperienze del 1978 e del 1979. Organizzarono una prima assemblea generale con 4.500 operai, crearono un quartier generale per la mobilitazione di 446 lavoratori e, in una successiva assemblea, riunirono 80.000 persone allo Stadio di Vila Euclides. Il processo preparatorio fu capillare: 215 riunioni per fabbrica presso il sindacato, 65 assemblee ai cancelli delle aziende per un totale di quasi trecento incontri per preparare il piano rivendicativo. La campagna di comunicazione fu massiccia, con 450.000 volantini, 600.000 supplementi della Tribuna Metalúrgica, 62.000 adesivi, 19.000 manifesti e 20 striscioni. Le assemblee decisero anche azioni come il blocco degli straordinari e il rallentamento dei ritmi produttivi durante le trattative.

Anche il capitale si preparò allo scontro, riciclando i suoi quadri, assimilando le esperienze di negoziazione collettiva dei paesi a capitalismo avanzato e ritardando deliberatamente l’organizzazione della propria commissione negoziale, prefigurando così uno stallo. I sindacati dell’ABC scelsero ancora una volta una campagna indipendente dalla Federação dos Metalúrgicos, ritenuta burocratica e conciliante con il capitale. Questo gruppo indipendente si rafforzò, includendo anche i metalmeccanici di Campinas, Sorocaba, Taubaté, Santa Bárbara e Jundiaí, anche se, come verrà poi notato, non si riuscì a saldare un’azione comune efficace per tutta la durata dello sciopero.

La piattaforma rivendicativa, definita e approvata nelle assemblee, presentata alla FIESP, includeva come punti centrali: un aumento dell’INPC più il 15% per la produttività, un salario minimo di Cr$ 12.000, la stabilità dell’impiego, la riduzione della giornata lavorativa a 40 ore senza riduzione salariale, il riconoscimento dei delegati sindacali, la presenza sindacale nelle fabbriche e il controllo delle posizioni di supervisione da parte dei lavoratori. La piattaforma comprendeva anche una lista dettagliata di altre rivendicazioni, come la gratuità dei trasporti, la stabilità per le donne incinte, l’aumento delle ore straordinarie al 100% e il divieto di assunzione di manodopera temporanea.

La direzione sindacale spiegò che l’obiettivo non era solo un buon aggiustamento salariale ma anche conquiste come la limitazione delle fasce salariali (attraverso il “salario-professionale”) che impedisse la frammentazione della classe operaia e la figura del delegato sindacale, essenziale per risolvere i problemi quotidiani in azienda, dato che la struttura sindacale esistente non era in grado di farlo. La riduzione dell’orario a 40 ore era giustificata con l’esempio delle stesse multinazionali europee presenti nella regione, come Scania e Volkswagen, dove questa era già una realtà e avrebbe consentito ai lavoratori di riprendersi dallo sforzo fisico e costretto le aziende ad assumere più personale. La richiesta di controllo delle supervisioni metteva in discussione una delle espressioni quotidiane del dispotismo all’interno dell’organizzazione del lavoro in fabbrica. Queste ultime rivendicazioni incorporavano così più efficacemente la dimensione delle relazioni di lavoro nella lotta centrale contro il super-sfruttamento.

Le trattative, iniziate in ritardo, si infiammarono sui punti nodali: al posto del 15% sopra l’INPC richiesto dagli operai, la FIESP offrì solo un 3,65%, poi portato al 5% pochi giorni prima dello sciopero. Furono categoricamente rifiutate le richieste sul salario minimo (la controparte offrì meno della metà, Cr$ 5.904,00), sulla stabilità, sulla riduzione dell’orario, sui delegati sindacali e sul controllo delle supervisioni. Di fronte a questo rifiuto ai lavoratori non rimase altra opzione che la paralisi totale del lavoro, dando inizio allo sciopero generale dei metalmeccanici del 1980.

La genesi dello sciopero generale metalmeccanico del 1980 nell’ABC paulista si colloca il 30 marzo, quando, in assenza di qualsiasi proposta padronale in grado di trovare accoglienza tra gli operai, fu presa la decisione di dare inizio alla paralisi a partire dal 1° aprile. Quel giorno, in modo del tutto spontaneo e senza necessità di picchetti, le macchine si fermarono. A São Bernardo l’adesione raggiunse il picco straordinario del 90% della categoria e già nella notte furono tenute tre assemblee al sindacato. La vita quotidiana durante lo sciopero fu caratterizzata e animata, fin dall’inizio, dal meccanismo delle assemblee generali plebiscitarie che ne costituirono la dinamica e l’istanza di direzione.

In una mossa sorprendente, ancora nel primo giorno, il TRT si dichiarò incompetente a giudicare la legalità dello sciopero, stabilendo però degli indici di produttività del 7% per i salari fino a tre salari minimi e del 6% per le fasce superiori, fissando un salario minimo di Cr$ 5.100,00 e rifiutando categoricamente di discutere la stabilità, la figura del delegato sindacale in azienda, una rivendicazione centrale nella piattaforma sindacale, come evidenziato da Tribuna Metalúrgica dell’aprile 1981, e la riduzione della giornata lavorativa. Questo giudizio portò alla fine dello sciopero in diverse città dell’interno ma non nell’ABC. Qui, sebbene gli operai riconoscessero come un successo parziale l’indice di produttività e la mancata dichiarazione di illegalità, rimasero profondamente insoddisfatti per l’abbassamento del salario minimo, la mancata conquista della stabilità e il mancato riconoscimento di altre richieste che il padronato aveva già accettato in precedenza. Lula stesso giustificò il rifiuto sottolineando come la decisione del TRT, pur concedendo un 1% in più, avesse di fatto tolto Cr$ 800,00 dal salario minimo, una perdita del 10% per i più poveri, oltre ad aver eliminato la stabilità e i vantaggi sugli straordinari.

Con 142 mila metalmeccanici a São Bernardo e Diadema, circa il 90% rimase in sciopero. Prevedendo una lunga durata della protesta, il sindacato, attraverso il sostegno della Chiesa, avviò la raccolta di generi alimentari e, tramite il Fondo dello Sciopero, la colletta di risorse finanziarie per il sostentamento degli scioperanti. L’organizzazione interna era meticolosa e articolata, pensata per resistere alla repressione: le assemblee plebiscitarie erano l’organo decisionale supremo ma era stata creata una struttura piramidale per garantire la continuità. Al vertice c’era la direzione del sindacato con Lula in testa, subito sotto, il quartier generale dello sciopero di 16 operai designati a sostituire, uno a uno, i dirigenti eventualmente arrestati. Un livello intermedio di circa 45 lavoratori agiva da collegamento con la Commissione Salari e Mobilitazione, composta da 446 membri distribuiti per fabbriche e quartieri, che facevano da tramite con la base. Il Fondo dello Sciopero garantiva un minimo sostegno materiale.

Questa solida realtà organizzativa non si riscontrava a Santo André e São Caetano. In quest’ultimo comune lo sciopero si concluse già all’ottavo giorno, quando un alto numero di lavoratori aveva già fatto ritorno al lavoro, a causa del controllo del sindacato locale da parte di una burocrazia sindacale docile e subordinata al Ministero del Lavoro che fece di tutto per impedire la continuazione della protesta. Lo stesso avvenne nelle città dell’interno, cosicché lo sciopero, che all’inizio aveva una dimensione ampia e potenzialmente in espansione avendo toccato Sertãozinho, Taubaté, Campinas, Sorocaba, Ribeirão Preto e molte altre città, si restrinse praticamente a São Bernardo e Santo André. Dei 287 mila metalmeccanici dell’ABC e dell’Interno, continuavano lo sciopero circa 170 mila operai, di cui 127 mila nella base territoriale del Sindacato di São Bernardo e Diadema. Nella sola São Bernardo, su 73.300 lavoratori dell’industria automobilistica, 68 mila erano in sciopero, nel settore degli autoricambi, su 25.900 operai, 20.590 avevano incrociato le braccia.

Un evento che alimentò illusioni fu l’accordo siglato con la Termomecânica il 12° giorno di sciopero (11 aprile) che stabiliva un salario minimo di Cr$ 12 mila, aumenti reali per le fasce più basse, il pagamento dei giorni di sciopero, il divieto di punizioni per gli scioperanti e l’anticipo salariale. Il quartier generale dello sciopero lo interpretò come l’inizio della resa padronale ma si sbagliava. Al contrario, il capitale e il suo potere politico irrigidirono le posizioni. Sotto la pressione del regime, il TRT invalidò il primo giudizio e, con 15 voti contro 11, decretò l’illegalità dello sciopero il 14 aprile sostenendo che si trattava di un movimento distinto da quello del 1° aprile.

La reazione degli operai fu di sdegno. 60 mila metalmeccanici a São Bernardo decisero la continuazione dello sciopero e la direzione del sindacato diffuse un documento che denunciava la criminalizzazione del movimento, affermando: “Stanno giocando tutto contro il nostro movimento. […] Padroni, polizia, governo, tribunali, radio, televisione, giornali, tutto insomma, è utilizzato per massacrare uomini e donne che, pacificamente, lottano per rivendicazioni giuste”. Il documento sottolineava come l’accordo con la Termomecânica avesse dimostrato la capacità delle aziende di accogliere le richieste e concludeva: “Il nostro sciopero non ha ripensamenti, il nostro sciopero non ha tregua”.

Il confronto si inasprì. Il regime mise in atto la sua strategia per spezzare la resistenza: il 17 aprile decretò l’intervento governativo nei sindacati di São Bernardo e Santo André destituendone le direzioni e cassandone i diritti sindacali. Due giorni dopo, in un’azione massiccia, furono arrestati Lula e numerosi altri leader del movimento, oltre a sindacalisti e rappresentanti di associazioni professionali. Di fronte a questa offensive la leadership ridefinì la tattica: senza la sede sindacale i lavoratori si sarebbero diretti al municipio, se anche questo fosse stato interdetto, alla Chiesa Matriz e poi alle altre chiese della regione.

Privato della sua centralità e della possibilità di tenere le grandi assemblee plebiscitarie, lo sciopero si trovò in una fase palesemente difensiva. Questo isolamento era acuito dalla mancanza di un sostegno politico effettivo. L’azione solidale del resto del movimento sindacale e dei partiti di opposizione, fatta eccezione per alcuni parlamentari e personalità, non andò oltre la raccolta di viveri e fondi e la pubblicazione di manifesti, rivelatasi assolutamente insufficiente in uno scontro di classe così aspro. Osmar de Mendonça sottolineò amaramente questa carenza, notando come i partiti non fossero riusciti a creare un movimento di supporto unitario.

Impossibilitati a usare stadi e piazze pubbliche, gli operai tennero assemblee nella Chiesa Matriz e intensificarono le riunioni di quartiere che potevano coinvolgere fino a 400 persone ciascuna. Sebbene questo fosse presentato come un rafforzamento organizzativo, era in realtà un ripiego forzato che rendeva difficile un coordinamento centrale unitario, come ammise in seguito un operaio, notando che la direzione non era riuscita a centralizzare efficacemente il lavoro in tutti i quartieri.

Nonostante tutto, il quartier generale dello sciopero continuava a esortare alla resistenza, pubblicando bollettini che dichiaravano “La vittoria è molto vicina!” e avvertendo che “rompere lo sciopero è tradire Lula e tutti gli altri compagni arrestati”. Il regime, dal canto suo, intensificò la repressione, cercando di impedire anche l’uso degli spazi attorno alla chiesa. Intorno al trentesimo giorno il padronato intensificò la pressione psicologica, minacciando licenziamenti per “abbandono del lavoro” e annunciando attraverso i mass media l’intenzione di assumere nuovi lavoratori per rimpiazzare gli scioperanti. Il quartier generale dello sciopero bollò queste voci come “menzogne” e “una farsa” ma il numero di scioperanti cominciò a calare in modo significativo.

Nonostante il clima sempre più pesante, la grande manifestazione del 1° Maggio, con oltre centomila persone che, partendo dalla Chiesa Matriz, riconquistarono simbolicamente lo Stadio di Vila Euclides (ribattezzato “Stadio 1° Maggio”), infuse nuovo coraggio al movimento. Tuttavia l’irriducibilità della borghesia monopolistica e dello Stato era totale. Dopo il 1° Maggio il ritorno al lavoro divenne un fiume in piena, specialmente a Santo André, dove Benedito Marcílio dichiarò che ormai il movimento era “più un movimento politico di solidarietà a São Bernardo”. Il 5 maggio, il 34° giorno, gli operai di Santo André votarono per la fine dello sciopero.

A São Bernardo, il quartier generale dello sciopero, ormai logorato e in preda alla disperazione, arrivò a tentare una mossa estrema: propose una “mediazione” del presidente Figueiredo, inviando una commissione a Brasilia. Era il segno della resa imminente. Il 9 maggio, in un’assemblea, si cominciò a parlare apertamente della necessità di porre fine alla lotta. Infine, l’11 maggio, dopo 41 giorni di resistenza, un’assemblea generale nella Chiesa Matriz decretò la fine dello sciopero.

L’ultimo bollettino del quartier generale, intitolato “La guerra continua…”, era un appassionato invito a proseguire la lotta con altri mezzi. Esortava i lavoratori a tornare in fabbrica ma a praticare il boicottaggio, il rifiuto degli straordinari, il lavoro lento, la riduzione della produzione e il sabotaggio della qualità. “Dietro ogni macchina avranno un lavoratore in guerra”, si leggeva, fissando come obiettivi il raggiungimento di tutte le rivendicazioni, la liberazione dei prigionieri, la restituzione del sindacato e la reintegrazione della direzione. Con queste parole si chiuse il più lungo e duro sciopero del periodo, con la resistenza operaia ormai esaurita ma con la ferma determinazione di non darsi per vinti.

Per Antunes lo sciopero generale dei metalmeccanici del 1980 si distingue dagli scioperi del maggio 1978 e persino dallo sciopero generale del 1979. Si può affermare che, riguardo alla sua causalità, alla sua azione teleologica, alle sue conseguenze e sviluppi, in sintesi sulla sua processualità e sul suo significato più profondo, esista un dissenso molto più marcato che convergenza o confluenza di interpretazioni. Fu un evento in cui interessi molteplici e antagonistici, da quelli del capitale fino alle diverse forze che si proponevano come paladine dei lavoratori salariati, si scontrarono in una traiettoria conflittuale, durante la quale non furono rare le occasioni in cui i soggetti coinvolti si irritarono per divergenze nell’analisi, nella valutazione e persino nella forma di conduzione del movimento. Tutto questo conferì allo sciopero generale del 1980 un’importanza cruciale come momento di riflessione e di bilancio delle possibilità, degli avanzamenti, delle ritirate, degli aspetti positivi e negativi dell’azione operaia.

Proprio come negli scioperi metalmeccanici analizzati in precedenza, questo sciopero generale trovò la sua causalità fondamentale nella lotta condotta contro il super-sfruttamento del lavoro. Non si può giungere a una conclusione diversa studiando le rivendicazioni dei metalmeccanici: la lotta per un INPC che contemplasse un effettivo guadagno di produttività oltre all’INPC, un salario minimo accettabile, la stabilità in contrapposizione all’alto turn over della forza lavoro, così come la richiesta della riduzione della giornata di lavoro, costituivano il ventaglio principale di rivendicazioni il cui asse mirava, come detto, a mettere in discussione l’intensità dello sfruttamento del lavoro, a combattere il rigore salariale, il dispotismo e l’oppressione in fabbrica. Le rivendicazioni propugnavano l’autonomia e la libertà della classe operaia, volevano la creazione di delegati sindacali e comitati di fabbrica per dotare la classe lavoratrice di strumenti capaci di forgiare una maggiore organizzazione nel mondo della fabbrica, uno dei punti nevralgici del sindacalismo brasiliano. Se la riduzione della giornata di lavoro aveva l’obiettivo di contrapporsi alla dimensione assoluta del plusvalore, la lotta per l’indice di produttività mirava a ridurre, almeno parzialmente, la sua dimensione relativa. Nelle parole di Octávio Ianni, citate da Antunes: “Quando gli imprenditori riconoscono che i metalmeccanici hanno qualche diritto riguardo alla produttività della loro forza lavoro, si comincia a riconoscere in maniera molto aperta la realtà dell’espropriazione del prodotto di questa forza lavoro”. Già la rivendicazione per la stabilità nell’impiego mirava a rendere concrete e più durature le conquiste salariali, in modo da impedire che il padronato, attraverso il turn over, facesse svanire i guadagni ottenuti. Pertanto, invece di un cambiamento tematico o dell’asse rivendicativo, lo sciopero generale dei metalmeccanici del 1980 intensificò ulteriormente la lotta contro il rigore salariale e il super-sfruttamento del lavoro. Questa lotta guadagnò un’importanza particolare di fronte alla vigenza della nuova politica salariale del novembre 1979 e al quadro marcatamente recessivo. La tematizzazione salariale e delle condizioni di lavoro continuava a essere il centro della lotta dell’operaio legato all’industria automobilistica, riproponendo, sotto questo aspetto, con intensità ancora maggiore, gli scioperi metalmeccanici precedenti.

Le rivendicazioni operaie contro il controllo oppressivo dei capireparto erano una chiara manifestazione di ripudio alla quotidianità della fabbrica, al dispotismo e all’oppressione del capitale, incarnata nella figura di coloro che controllano il super-sfruttamento del lavoro. La richiesta di controllare queste figure esprimeva la repulsione verso coloro che erano responsabili dell’esecuzione del lavoro estenuante sotto la logica del capitale, la ribellione del lavoro di fronte alle forme razionalizzatrici, di ispirazione fordista e taylorista, presenti all’interno delle fabbriche. 

Riguardo alla sua processualità, effettività e significato, lo sciopero generale del 1980 è il ritratto più contundente (nelle positività e nelle negatività) delle azioni di sciopero anteriori. Non possono esserci dubbi, in un’analisi che cerchi la dialettica presente in questo evento, che lo sciopero operaio, sebbene motivato da rivendicazioni di origine economica, situate nel piano del miglioramento della materialità sociale, aveva in sé una chiara dimensione politica (anche qui in maniera simile agli scioperi metalmeccanici precedenti). In altre parole, “…lo sciopero operaio per ragioni salariali e condizioni di lavoro ferisce direttamente la politica economica vigente, nella misura in cui è, in sé, la denuncia e la lotta al super-sfruttamento del lavoro, motivo per cui è immediatamente politico. Per questo è sufficiente che lo sciopero, in ogni caso, riesca a effettuarsi, puramente come sciopero, per essere vittorioso in quanto tale”. Una dimensione politica che si spiega anche nella misura in cui si scontra con tutto un insieme di leggi e misure che comprendono la sovrastruttura giuridico-politica dell’autocrazia borghese (come la restrizione al diritto di sciopero, la restrizione all’azione politica dei sindacati, il loro assoggettamento allo Stato…), così come per il ruolo propulsore di nuovi movimenti di lotta sindacale che l’operaio metalmeccanico dell’ABC ha svolto. Tutto questo politicizza immediatamente la lotta sindacale scatenata nell’ABC paulista. Il fatto che il potere politico del capitale avesse chiarezza riguardo a questo aspetto, manifesto nella necessità di sconfiggere questo nucleo di avanguardia del proletariato brasiliano, rese ancora più trasparente la dimensione politica dello sciopero. Esso significava, dal suo scoppio, un confronto con la politica economica della dittatura. Infine, lo sciopero del 1980 smitizzava ancora una volta il progetto di autoriforma del potere che non contemplava nessuna possibilità di azione operaia autonoma e indipendente. Si trattava, quindi, concretamente di un movimento politico di classe, scatenato da uno dei suoi segmenti, l’operaio metalmeccanico.

Al contrario dell’esperienza del 1978, e in modo simile a quella del 1979, lo sciopero del 1980 assunse le fattezze di uno sciopero generale metalmeccanico. La rivendicazione di un indice di produttività oltre il limite offerto dal padronato, la lotta per la stabilità, per la riduzione della giornata di lavoro, per l’avanzamento dell’organizzazione sindacale in fabbrica e contro il dispotismo in fabbrica, si costituirono in punti di confronto a partire dai quali il proletariato metalmeccanico mirava ad avanzare nelle sue rivendicazioni e conquiste, il che conferisce all’azione operaia la dimensione di sciopero offensivo.

Nonostante l’intensa e precisa preparazione e organizzazione che era stata ideata, lo sciopero generale del 1980 conteneva, nel suo processo di deflagrazione, una significativa dose di spontaneità. Molto più organizzati che negli anni anteriori, con una migliore preparazione a livello di resistenza, anticipando uno scontro di una certa durata, ma nonostante tutto il movimento impostava la sua azione secondo una teleologia spontanea visto che nel suo processo di conduzione non esisteva una direzione politica consapevole. Questo ebbe conseguenze piuttosto negative nello sviluppo dello sciopero. La sua leadership non aveva assimilato il momento cruciale dello sciopero generale del 1979, quando Lula propose la “tregua” di 45 giorni. Episodio brevissimo ma importante nel quale la leadership assunse lampi di direzione politica consapevole, segnato, tuttavia, dallo scontento di una parte significativa degli operai presenti nell’assemblea generale plebiscitaria, favorevole alla continuazione dello sciopero metalmeccanico del ’79. Per tutto quello che si è visto anteriormente, quell’opzione fu rigorosamente corretta e si consustanziò in una vittoria politica ma, sfortunatamente, non fu questa vittoria a marcare la coscienza delle leadership, bensì la manifestazione di scontento di ampi settori della massa operaia. Così si creò una concezione di lotta sindacale, incentivata da diversi settori che si avvicinarono alle leadership dell’ABC, che nel 1980 il movimento avrebbe seguito rigorosamente, ovvero la logica spontanea della massa operaia, spettando alle leadership eseguirla, renderla fattibile, ma non dirigerla. Invece di estrarre come positività la proposta della “tregua” dell’anno precedente, si passò a prenderla come l’espressione di negatività e debolezza dello sciopero di quell’anno. Da ciò risultò che nel 1980 si passò a visualizzare uno sciopero la cui teleologia avrebbe come parametro decisivo e persino unico, l’intuizione, la volontà, la disposizione spontanea e la resistenza dell’operaio, mettendo da parte altri punti importanti per il successo dello sciopero. In altre parole, la causalità multipla posta dalla realtà fu in grande misura ignorata, visto che praticamente un unico dato di realtà, la disposizione delle masse, fu eretto alla condizione di elemento esclusivo per determinare la dinamica della conduzione dello sciopero. Cioè, la massa, nella sua spontaneità, si convertì in “direzione” del movimento. Alla leadership spettava creare le condizioni organiche per la sua realizzazione.

Sul piano organizzativo il movimento era dotato di una struttura solida. Si prevedeva la sostituzione di ogni leadership che fosse arrestata, si realizzavano riunioni del quartier generale dello sciopero senza pubblicizzare l’evento per evitare l’azione della repressione, si costituì un ordinamento capace di unire intimamente le masse insieme alle leadership attraverso un insieme espressivo di elementi che costituivano la commissione salariale che collegava il quartier generale dello sciopero ai lavoratori di base, si prevedeva la realizzazione quotidiana di assemblee generali plebiscitarie che decidevano i percorsi del movimento, fino all’organizzazione nei quartieri operai. Sul piano della preservazione delle condizioni materiali, garantendo la sopravvivenza dell’operaio in sciopero, era già stato istituito dallo sciopero del ’79 il Fondo dello Sciopero, la cassa di resistenza dei metalmeccanici. Come si vede, sul piano di una infrastruttura organizzativa il movimento era dotato di una buona struttura però, poiché la logica della sua conduzione politica era sussunta all’azione spontanea delle masse e aveva nella resistenza e disposizione operaia i suoi unici fondamenti, quando queste diedero segni di esaurimento lo sciopero entrò in un momento di netto riflusso a partire dal 30º giorno di lotta. Persino di fronte a questa nuova realtà le leadership furono incapaci di apprendere le multiple difficoltà che ogni volta allontanavano la prospettiva di vittoria dello sciopero. Quando, al 41º giorno, il quartier generale propose la fine dello sciopero agì perché una fetta importante di operai erano già ritornati al lavoro e altri, come gli attrezzisti meccanici di un’importante azienda automobilistica, la Volkswagen, avvisarono che qualsiasi fosse il risultato dell’assemblea loro non sarebbero più rimasti in sciopero. Lo sciopero era stato sconfitto, la resistenza esaurita.

Dotata di una concezione che inizialmente non trascendeva la spontaneità e l’intuizione delle masse, la leadership dello sciopero non impostò la sua azione teleologica entro i margini di una direzione consapevole. Non ci fu una reale comprensione della contestualità politica in cui lo sciopero si inseriva. Ciò si manifestò nel non percepire che il capitale e il suo Stato erano fermamente impegnati a sconfiggere il polo avanzato del proletariato brasiliano, a impedire qualsiasi vittoria, per minima che fosse. Non ci fu, quindi, da parte delle leadership, la comprensione dell’intima relazione esistente tra il padronato dell’industria automobilistica e lo Stato dittatoriale. Si credette ancora che l’ABC, particolarmente São Bernardo, potesse separatamente abbattere la politica economica vigente. Questo isolamento politico non fu rilevato dalla leadership come un serio ostacolo che urgeva essere superato. Al contrario, la leadership dello sciopero lo prese come una inevitabilità, intesa equivocamente come qualcosa di intrinseco ai processi di sciopero. Non cercò effettivamente di allargare la base sociale e politica del movimento, mirando all’ampliamento della paralisi (non solo per i metalmeccanici dell’interno, ma anche per altre categorie, specialmente quelle che contassero su leadership compromesse con il nuovo sindacalismo). Questa sarebbe stata una delle condizioni necessarie per evitare al movimento la sconfitta da parte dell’azione del potere politico del capitale. È noto anche che parti significative del movimento sindacale e operaio impostarono la loro azione nel senso di fare il minimo possibile, quando non si costituivano in effettivo ostacolo, mirando con ciò a evitare la vittoria politica dell’operaio metalmeccanico dell’ABC per, di questo modo, conquistare l’egemonia del movimento sindacale, fino ad allora più prossima alla leadership sindacale di São Bernardo. Per tanto la sconfitta di questo segmento operaio era una parte importante di questa strategia. Questo dato reale, tuttavia, non poteva permettere che la leadership di São Bernardo accettasse l’isolamento politico come una inevitabilità.

C’è un altro punto in cui traspare un limite della leadership dello sciopero: la credenza secondo la quale la perdita del sindacato sarebbe stata qualcosa di irreversibile e questo poteva, per alcuni, essere sostituito da organismi come il Fondo dello Sciopero. Se l’esperienza dello sciopero metalmeccanico del 1979 mostrò che “il sindacato non è l’edificio”, mostrò anche come fu importante riconquistarlo e come questo fu inteso dall’operaio come una significativa vittoria politica. La perdita dell’organismo sindacale, così come la proibizione di realizzazione di assemblee di massa, fecero sì che, premuti dalla violentissima repressione, gli operai passassero a focalizzarsi sull’organizzazione nei quartieri. Per molti questo fu visto equivocamente come un momento di avanzamento del movimento, il che rese ancora più difficile la percezione che la perdita del legame di unificazione del movimento, dato dalle assemblee plebiscitarie guidate dal quartier generale dello sciopero significava, in verità, un arretramento che finì per indebolire il movimento.

Dove si trovavano le radici di queste incomprensioni che furono presenti nella conduzione dello sciopero generale metalmeccanico del 1980? Il primo punto da evidenziare è che la leadership operaia che guidò quello sciopero lo fece secondo una concezione che non fu capace di apprendere la causalità multipla posta dalla realtà concreta e a partire da lì visualizzare le alternative capaci di impedire che quello sciopero avesse l’esito che ebbe. Non era politicamente preparata per condurre la sua azione articolando la vigorosa struttura e dimensione di massa del movimento con una direzione consapevole, dotata di una chiarezza che permettesse di intravedere alternative oltre l’immediatezza e che fossero proposte all’operaio, creando le condizioni per l’elevazione del movimento a un piano superiore. Alle masse spetterebbero sempre le decisioni nelle assemblee plebiscitarie, purché, tuttavia, orientate riguardo alle distinte alternative e possibili sviluppi. Se fosse stata questa la concezione politica presente nella conduzione dello sciopero sicuramente i suoi risultati sarebbero stati diversi. Gli scioperi metalmeccanici degli anni precedenti, specialmente quello del 1979, già anticipavano questo punto come uno dei problemi più urgenti del nuovo movimento operaio. Al contrario di questa alternativa, la leadership dello sciopero finì per praticare un certo culto dell’elemento spontaneo, nella misura in cui subordinò qualsiasi possibilità di conduzione politica dotata di alcuni elementi consapevoli a quelle poste dall’immediatezza dell’azione operaia. In vista di ciò, gli elementi del quartier generale dello sciopero, le sue leadership, passarono a condurlo secondo una concezione politica con nitide componenti spontaneiste. Quando le leadership cominciarono a distanziarsi da questa concezione, avvenne una metamorfosi nella processualità e conduzione dello sciopero, particolarmente quando si accentuò il ritorno al lavoro. Lo sciopero non esprimeva più la sua dinamica spontanea originale ma era condotto da una concezione politica spontaneista, impressa però dal quartier generale dello sciopero. Parallelamente al processo di riflusso dello sciopero la leadership continuava ad accarezzare la possibilità di una vittoria finale. L’ultimo bollettino dello sciopero è esemplare della problematica. Oltre al suo contenuto fortemente emotivo, esso non esprimeva ma pervertiva la realtà: la massa ritornava significativamente al lavoro, con la nitida percezione della sconfitta. In questo senso, il ritorno al lavoro dopo la fine dello sciopero non significò la continuazione della lotta sotto forma diversa ma ci fu lamentevolmente una violenta sconfitta a cui seguirono licenziamenti in massa. Non ci furono scioperi contro questi licenziamenti. Quando si tentò uno sciopero, questo fu incapace di contenere la repressione padronale. Invece del “andiamo a strappare la stabilità a forza: compagno licenziato, macchine ferme fino alla riassunzione”, si visse l’azione vorace del capitale che spezzava l’organizzazione operaia allora strutturata nelle fabbriche. Invece del “pieno vigore di uno sciopero”, con i lavoratori “più organizzati che mai”, si assistette a un processo di intenso esaurimento del movimento operaio, destrutturato nella sua resistenza e nella sua organicità, che, come visto, erano i suoi elementi più positivi. In verità, il proletariato vincolato all’industria automobilistica soffrì una forte sconfitta politica. 

Appendice sulla composizione di classe degli operai metalmeccanici 

La caratterizzazione dell’operaio metalmeccanico dell’industria automobilistica come un segmento “aristocratico” si rivelò una formulazione incapace di cogliere la realtà. Proprio mentre questo cliché iniziava a diffondersi, quella stessa categoria denunciava le dure condizioni che segnavano il suo quotidiano. Già nel I Congresso dei Lavoratori nelle Industrie Metalmeccaniche del 1974, in un periodo di intensa repressione del movimento operaio, emerse con chiarezza la realtà di questi lavoratori. Nella Dichiarazione di São Bernardo i lavoratori affermavano che, sebbene nominalmente la loro remunerazione mensile fosse superiore a quella di altri settori, essa era solo apparente se confrontata con i salari percepiti dai lavoratori delle stesse multinazionali in altri paesi e soprattutto se valutata alla luce dell’altissima produttività, dell’aumento del ritmo di lavoro e dell’estensione della giornata lavorativa. Il documento sottolineava come, a parte alcune regalie riservate a un esiguo numero di tecnici ultra-specializzati, la stragrande maggioranza della forza lavoro fosse sottoposta a un trattamento equivalente a quello delle aziende tradizionali, aggravato da una legislazione del lavoro inadeguata. Denunciavano, come problemi centrali, l’alto turn over della manodopera che vanificava gli aggiustamenti salariali, l’instabilità occupazionale, la dilatazione della giornata lavorativa con lo sfruttamento massimo della capacità operaia, la deliberata compressione dei salari e l’aperta opposizione alle attività sindacali.

Questa percezione dei lavoratori trova un riscontro empirico schiacciante nei dati di una ricerca del DIEESE che analizza la distribuzione salariale nel settore. I numeri rivelano un intenso processo di concentrazione del contingente metalmeccanico nelle fasce salariali più basse, in piena connessione con la politica di compressione salariali implementata dallo Stato dopo il 1964. Mentre nel 1961 circa il 27,7% dei metalmeccanici si trovava nella fascia fino a 2 salari minimi, nel 1966 questa percentuale era praticamente raddoppiata, raggiungendo il 54,4%, per assestarsi al 48,9% nel 1976. In controtendenza, la fascia media, quella da 2 a 5 salari minimi, subì un crollo significativo: dal 64,5% nel 1961 al 39,3% nel 1966 e al 36,9% nel 1971, con una lieve ripresa al 37,3% nel 1976. Ciò significa che, nel 1976, la grande maggioranza, il 67,8% degli operai metalmeccanici, percepiva fino a 3 salari minimi. L’anno cruciale del 1966 segnò una drammatica inversione di tendenza, con un peggioramento generale della distribuzione salariale, sebbene gli anni successivi, nonostante i bassi indici di rimaneggiamento ufficiale, risentiranno parzialmente delle condizioni di mercato e delle esigenze di espansione aziendale.

L’analisi per rami specifici dell’industria metalmeccanica è ancora più illuminante. Il settore del materiale di trasporto (automobilistico e auto-pezzi), spesso considerato il fiore all’occhiello del “privilegio” operaio, si rivelò in realtà quello con la concentrazione più alta di salari bassi. Già nel 1961 presentava un significativo 25,2% di operai fino a 2 salari minimi ma nel 1966 questa percentuale esplose al 69%, per rimanere estremamente alta al 62,2% nel 1976. Fu proprio questo settore, nel 1976, a inglobare proporzionalmente il maggior numero di lavoratori nella fascia del solo salario minimo. Allo stesso tempo, nella fascia di 5 o più salari minimi, il settore automobilistico non mostrò una crescita in grado di superare il livello del 9% registrato nel 1961, segno che la sua struttura produttiva, una volta definita, non generò un ampliamento significativo dei lavoratori meglio retribuiti, sfruttando invece appieno i fattori di mercato e istituzionali per il ribasso del costo del lavoro.

Anche i rami metalmeccanico e meccanico mostrano dinamiche simili, sebbene con qualche differenza: il ramo metalmeccanico presenta una concentrazione più accentuata nella fascia bassa mentre quello meccanico una presenza relativamente maggiore di lavoratori nelle fasce più alte. La ricerca del DIEESE conferma inoltre che, nel 1976, il salario medio era inferiore a quello del 1961 sia nei rami metalmeccanici che in quello del materiale di trasporti. Un dato significativo riguarda la proprietà del capitale: le aziende a capitale nazionale mostravano una distribuzione salariale peggiore di quelle straniere ma si evidenziava una chiara tendenza di quest’ultime ad assimilare i bassi standard salariali locali. Tra il 1961 e il 1966 la percentuale di operai nella fascia fino a 2 salari minimi passò dal 29,1% al 55,6% nelle aziende nazionali e dal 15,1% al 48,5% in quelle straniere, dimostrando la spregiudicatezza con cui il capitale estero seppe approfittare della nuova politica economica e delle condizioni del mercato del lavoro.

Un’ulteriore scomposizione per qualifica professionale offre il profilo più nitido dell’impoverimento. La stragrande maggioranza degli operai non qualificati (il 93% nel 1976) si concentrava nella fascia fino a 2 salari minimi. Anche l’operaio semi qualificato subì un forte impatto: tra il 1966 e il 1971 si ridusse drasticamente la percentuale di chi percepiva da 2 a 5 salari minimi, con un aumento spettacolare di quelli ricaduti nella fascia più bassa. Per i qualificati e i tecnici la situazione fu più complessa: per quelli legati all’amministrazione e ai servizi si registrò un miglioramento nel 1971, seguito da un nuovo peggioramento nel 1976; per i metalmeccanici qualificati della produzione, dopo un grave arretramento nel 1966, si ebbe un recupero nel 1971 e nel 1976, sebbene senza tornare ai livelli del 1961. Globalmente il lavoro qualificato rimase concentrato nella fascia da 2 a 5 salari minimi.

Tutti questi dati evidenziano in modo inoppugnabile che la categoria metalmeccanica di San Paolo subì un’intensa erosione salariale, smentendo l’immagine dell’operaio privilegiato. Il metalmeccanico dell’industria automobilistica, nonostante un salario nominale più alto, sperimentò una forma di super-sfruttamento del lavoro di intensità tale da equipararlo, nei fatti, al destino del resto della classe operaia brasiliana, se non addirittura peggiore, data la sua collocazione nel nucleo dinamico dell’accumulazione. La lotta contro questo “arrocho salarial”, contro la compressione dei salari e le condizioni di lavoro disumane, divenne l’elemento unificante e il motore primario della grande ondata di scioperi del triennio 1978-80. Fu questa causalità fondante a superare le eterogeneità oggettive e a spingere gli operai dell’ABC, espressione avanzata e concentrata del proletariato brasiliano, a svolgere un ruolo di “avanguardia” detonatrice, simile per impatto a quello dei metalmeccanici di Torino o di Pietrogrado, piuttosto che a quello di una supposta “aristocrazia operaia” corporativa. La loro ribellione fu una risposta collettiva al pauperismo strutturale e alla realtà dispotica e oppressiva della fabbrica, dove un ritmo di lavoro estenuante, una giornata prolungata e un alto turn over configuravano l’esperienza concreta del super-sfruttamento.

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