Attraverso il lavoro Workers and Revolution in Iran. A Third World Experience of Workers’ Control di Assef Bayat intendiamo ricostruire il ruolo del movimento operaio durante la Rivoluzione iraniana e la sua sconfitta per mano della nascente teocrazia, troppo spesso esaltata in funzione “antimperialista” da un pezzo sempre più confuso della sinistra radicale campista in assenza di campo socialista.
1. Industria e classe operaia iraniana prima della rivoluzione
L’analisi dello sviluppo industriale in Iran e della formazione della classe operaia si articola in due fasi principali: il periodo prebellico, caratterizzato dall’intervento statale sotto Reza Shah negli anni ’30, e il dopoguerra, segnato dall’instabilità politica e dalla successiva ripresa economica sotto Mohammad Reza Shah dopo il colpo di Stato del 1953. Negli anni ’30 Reza Shah avviò un ambizioso progetto di modernizzazione del Paese, ispirato ai modelli occidentali e basato su nazionalismo, secolarismo e capitalismo di Stato. Lo Stato assunse un ruolo centrale nell’economia attraverso la costruzione di infrastrutture fondamentali come ferrovie e strade e tramite investimenti diretti nel settore industriale. Entro la fine del decennio il governo aveva istituito 64 fabbriche moderne, destinando circa il 20% del bilancio statale allo sviluppo industriale. Questo processo fu guidato da un’élite composta da alti funzionari statali, grandi proprietari terrieri e mercanti che formavano un gruppo economico coeso, sebbene spesso in conflitto con lo stesso Shah. Nonostante questa crescita la classe operaia rimaneva una minoranza nella forza lavoro totale. Nel 1941 i lavoratori salariati impiegati nell’industria petrolifera, nelle fabbriche moderne, nelle ferrovie e in altri settori chiave ammontavano a circa 170.000 unità, meno del 4% della popolazione attiva. La maggior parte della forza lavoro era ancora legata all’economia rurale, regolata da rapporti pre-capitalisti, con circa 11,35 milioni di lavoratori agricoli. Il dopoguerra fu un periodo di transizione caotica. Reza Shah fu costretto ad abdicare nel 1941, lasciando il trono al figlio Mohammad Reza Shah, mentre l’economia del Paese, già provata dal conflitto mondiale, affrontava una fase di incertezza politica e sociale. Lo Stato, indebolito, non fu in grado di sostenere adeguatamente il settore industriale e molte fabbriche pubbliche fallirono a causa della cattiva gestione e della concorrenza dei prodotti stranieri che inondarono il mercato iraniano dopo la fine della guerra. Tra il 1948 e il 1956 si registrò una significativa espansione dell’industria privata, favorita dalla carenza di valuta estera che aumentò il prezzo delle merci importate e da politiche doganali favorevoli all’importazione di macchinari. Tra il 1948 e il 1952 furono create quasi 10.000 nuove fabbriche seguite da un’ulteriore crescita che portò a quasi 20.000 unità industriali nei quattro anni successivi. La situazione cambiò radicalmente dopo il colpo di Stato del 1953, organizzato dalla CIA per rovesciare il governo nazionalista di Mosadegh. Con il ritorno al potere dello Shah lo Stato riprese un ruolo attivo nell’economia, avviando una serie di piani quinquennali di sviluppo che accelerarono la crescita industriale. Tre strategie principali guidarono questa fase: l’incoraggiamento degli investimenti stranieri, la sostituzione delle importazioni e il rafforzamento del capitalismo di Stato. Prima degli anni ’50 gli investimenti esteri erano limitati quasi esclusivamente al settore petrolifero ma nel decennio successivo le multinazionali iniziarono a stabilirsi in Iran, spesso in partnership con capitali locali o con lo Stato stesso. Entro la fine degli anni ’60 operavano nel Paese 90 imprese straniere, salite a 183 nel 1974. Nonostante ciò gli investimenti diretti esteri rimasero una percentuale modesta del totale, rappresentando solo il 3,8% del piano di sviluppo 1973-78. L’espansione industriale fu sostenuta da ingenti investimenti statali, in particolare nei piani di sviluppo 1962-68 e 1968-73, che immisero nell’economia oltre 9,5 miliardi di dollari, contribuendo a una crescita del PIL dell’8% annuo tra il 1962 e il 1970, del 14% nel 1972-73 e addirittura del 30% nel 1973-74. Tra il 1963 e il 1978 il peso del settore manifatturiero sul PIL passò dall’11% al 17%, con una produzione industriale totale che aumentò di dodici volte, con un tasso di crescita medio annuo del 72%. I settori che registrarono la crescita più rapida furono quelli dell’energia idroelettrica e delle costruzioni, con tassi rispettivamente del 104,2% e del 78,2%, grazie alla costruzione di dighe, centrali elettriche, porti e infrastrutture pubbliche.
Lo Stato svolse un ruolo determinante anche nella trasformazione dei rapporti di produzione. Con l’introduzione della riforma agraria nel 1962, sostenuta dagli Stati Uniti, vennero smantellati i vecchi rapporti feudali nelle campagne, favorendo l’emergere di una borghesia rurale, di un ceto medio contadino e di un proletariato agricolo. Questo processo ampliò le relazioni di mercato sia nelle zone rurali che nei legami tra campagna e città. Nonostante il carattere repressivo del regime dello Shah il capitalismo iraniano si espanse rapidamente, anche grazie alla crescente gestione statale dell’economia che incoraggiò lo sviluppo di forme industriali private negli anni ’50 e ’60. La crescita della classe operaia fu una diretta conseguenza di questo sviluppo industriale. Tra il 1962-63 e il 1977-78 la percentuale di lavoratori industriali sulla forza lavoro totale passò dal 20,6% al 33,2%, con un tasso di crescita annuo del 9,3%. Anche il settore dei servizi registrò una significativa espansione, con un incremento dell’11,3% annuo nello stesso periodo. Nel 1977 il 54% della popolazione economicamente attiva (8,8 milioni di persone) era costituito da lavoratori salariati mentre il resto era diviso tra contadini proprietari (2,3 milioni, il 26%), lavoratori autonomi non agricoli (1,1 milioni, il 12,5%), lavoratori familiari non agricoli (430.000, il 4,9%) e datori di lavoro.
Il mercato del lavoro industriale era fortemente segmentato tra un settore primario, composto da grandi imprese ad alta intensità di capitale, e un settore secondario, formato da piccole unità tradizionali. Il settore primario includeva l’industria petrolifera, le imprese statali e le multinazionali che offrivano salari più alti e maggiore stabilità ma con forti disparità interne. Ad esempio, nell’industria petrolifera, i salari medi erano i più elevati ma con differenze marcate tra lavoratori specializzati e non. Al contrario, il settore secondario era caratterizzato da bassi salari, precarietà e scarsa sindacalizzazione, con lavoratori spesso costretti a frequenti cambi di lavoro. L’introduzione nel 1970 del sistema di classificazione dei lavori (Tabaghebandi-e Mashaghel) stabilì criteri basati su qualifiche, anzianità e formazione, creando ulteriori disparità. Nell’industria automobilistica i lavoratori specializzati guadagnavano 3,5 volte più degli operai non qualificati mentre i tecnici altamente specializzati arrivavano a percepire 5,6 volte lo stipendio di un caporeparto. Nel settore tessile, dominato da manodopera femminile e migrante, i salari erano i più bassi del settore primario, con differenze minori tra i lavoratori.
La classe operaia iraniana mantiene un forte legame con le sue origini rurali, ciò è particolarmente evidente nella manodopera delle industrie di recente formazione nel periodo storico preso in considerazione mentre i lavoratori dei settori più consolidati come petrolio, tessile, zucchero e tabacco sono prevalentemente di seconda generazione urbana. L’analisi del fenomeno migratorio dalle campagne alle città rivela due modelli distinti, corrispondenti grosso modo ai periodi precedente e successivo alla riforma agraria degli anni ’60.
Il primo modello, definito come migrazione di subordinazione formale, caratterizza il periodo dagli anni ’30 alla fine degli anni ’50. In questa fase lo spostamento verso le città non era direttamente causato dallo sviluppo capitalistico ma da fattori di espulsione dalle aree rurali come carestie, siccità e disastri naturali. Affinché il fenomeno migratorio si verificasse era necessaria la presenza di centri urbani in grado di assorbire la manodopera in eccesso, una condizione che iniziò a svilupparsi nelle prime fasi della transizione verso relazioni capitalistiche. I dati mostrano che, dalla seconda metà degli anni ’30, il flusso migratorio annuo si attestava intorno alle 25.000 unità, per poi impennarsi a 130.000 nel periodo 1941-56. Un’indagine del 1964 rivelò che il 48,8% della popolazione di Teheran (1.115.286 abitanti) era composta da immigrati, di cui il 60% alla ricerca di un lavoro o di un’occupazione migliore, mentre il restante 40% era costituito da familiari a carico.
Con l’avvento della riforma agraria negli anni ’60 si assiste a una trasformazione radicale del fenomeno migratorio che assume le caratteristiche di una “migrazione di subordinazione reale”. In questa fase lo spostamento massiccio dalle campagne alle città fu direttamente causato dallo sviluppo di rapporti capitalistici, sia nelle zone di origine che in quelle di destinazione che integrarono progressivamente la forza lavoro rurale nel sistema economico nazionale. La riforma agraria alterò profondamente la struttura socioeconomica delle campagne, trasformando la terra in una merce e orientando la produzione verso il mercato anziché verso la sussistenza. Questo processo generò una polarizzazione sociale nelle aree rurali, con l’emergere di una borghesia agraria da un lato e di un proletariato rurale dall’altro. La distribuzione della terra fu estremamente diseguale. Circa il 73% dei contadini ricevette appezzamenti inferiori ai 6 ettari mentre il 35% ottenne quote minime o addirittura nulla. A ciò si aggiunsero la privatizzazione delle risorse idriche e l’espropriazione forzata di terreni per far spazio alle agri-industrie, fattori che accelerarono l’esodo verso le città e la proletarizzazione dei contadini migranti. Tra il 1966 e il 1976 il flusso migratorio raggiunse livelli senza precedenti, con oltre 300.000 persone che si spostavano annualmente dalle campagne alle città, a cui si aggiungevano circa 10.000 migranti stranieri. Le principali aree urbane, in particolare Teheran, subirono una radicale trasformazione demografica. Nel 1972, gli immigrati rappresentavano il 13,8% della popolazione urbana, pari a circa 4 milioni di individui. Teheran, con un tasso di crescita annuo del 5,3% tra il 1976 e il 1980, divenne il principale polo di attrazione, arrivando a concentrare il 13,4% della popolazione totale del Paese. Un aspetto cruciale di questa trasformazione fu l’impatto sul mercato del lavoro industriale. La carenza di manodopera specializzata, dovuta alla rapida espansione industriale, spinse il governo a importare circa 15.000 lavoratori qualificati da paesi come Corea del Sud, Filippine e Pakistan. Allo stesso tempo settori come quello tessile, nonostante fossero tradizionalmente associati a mansioni non specializzate, presentavano un paradosso: la definizione ufficiale di “competenza” si basava sulla capacità di svolgere un compito specifico, indipendentemente dal livello di conoscenza richiesto, contribuendo a una classificazione distorta delle qualifiche lavorative.
La proletarizzazione della classe operaia di Teheran rappresenta un fenomeno storico complesso che si sviluppa attraverso un intreccio dialettico tra condizioni materiali, trasformazioni sociali e dinamiche culturali. I dati empirici raccolti attraverso ricerche sul campo rivelano una realtà in cui l’89% della forza lavoro industriale proviene direttamente dalle campagne, con una distribuzione geografica che vede il 36,6% di origine turcofona (principalmente dall’Azerbaijan), il 14,6% dalle regioni settentrionali del Gilan e Mazandaran (i cosiddetti Shomali) e il resto da altre aree rurali del paese. Questo massiccio esodo dalle campagne alle fabbriche è stato determinato da un insieme concatenato di fattori strutturali: la riforma agraria degli anni ‘60 che ha privatizzato le terre collettive, la progressiva monetarizzazione dell’economia rurale e la crescente pressione demografica sui terreni agricoli. Le testimonianze dirette dei lavoratori raccolte attraverso questionari approfonditi mostrano che il 39,1% ha abbandonato il villaggio a causa della completa perdita della terra mentre il 29,1% è migrato per l’insufficienza dei terreni familiari (in genere meno di 5 ettari per nucleo familiare). Un ulteriore 15% ha citato la scarsità d’acqua e le ricorrenti siccità come fattore determinante. Questi dati assumono particolare rilevanza se confrontati con altre realtà del Terzo Mondo. Nello stesso periodo in Africa occidentale circa il 75% dei lavoratori industriali manteneva ancora proprietà terriere nel villaggio d’origine, a Teheran la percentuale si riduce a un residuale 10%, di cui la maggior parte possiede solo piccoli orti o appezzamenti marginali. Questo distacco materiale dalla terra rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente per la completa proletarizzazione. L’analisi longitudinale della permanenza in ambito urbano rivela che il 45% dei lavoratori ha trasferito in città l’intero nucleo familiare fin dal momento della migrazione mentre il restante 55% ha seguito un percorso più graduale, stabilendosi inizialmente come singoli individui e facendo venire la famiglia in un secondo momento. Questa differenza nei modelli migratori ha importanti implicazioni sul processo di integrazione urbana. Coloro che hanno portato immediatamente con sé la famiglia mostrano generalmente un distacco più marcato dalle reti sociali del villaggio, con solo il 24% che mantiene contatti regolari con la comunità d’origine. Al contrario, tra coloro che hanno migrato individualmente, la percentuale di chi conserva legami affettivi ed economici con il villaggio sale al 39,3%. La durata dell’esperienza lavorativa in fabbrica costituisce un altro indicatore cruciale del grado di proletarizzazione. I dati raccolti in tre grandi stabilimenti industriali (denominati nell’analisi come Fabbrica A, Fabbrica B e Metal Works) mostrano che il 45,3% degli operai ha accumulato oltre 15 anni di lavoro industriale continuativo mentre solo il 9,3% ha meno di 5 anni di anzianità. Queste cifre assumono particolare significato se lette alla luce delle teorie classiche sulla formazione della coscienza operaia. Lenin sosteneva che erano necessari almeno 10 anni di lavoro in una grande industria per sviluppare una mentalità pienamente proletaria mentre alcuni storici sovietici riducevano questa soglia a 5 anni. Tuttavia la semplice permanenza in fabbrica non garantisce automaticamente l’emergere di una coscienza di classe matura, come dimostrano le profonde differenze tra i vari gruppi etnici presenti nella forza lavoro.
Gli operai Shomali, ad esempio, mostrano una propensione alla militanza e all’organizzazione collettiva significativamente superiore alla media. Le statistiche sulle proteste operaie nei primi mesi successivi alla rivoluzione del 1979 rivelano che il 55,5% delle unità produttive nelle regioni settentrionali ha avanzato rivendicazioni radicali (tra cui il controllo operaio della produzione), contro una media nazionale del 38,3%. Questa particolare radicalità trova spiegazione in una combinazione di fattori storici e socio-economici. La regione caspica ha conosciuto precocemente lo sviluppo di un’agricoltura commerciale orientata al mercato, è stata protagonista di importanti esperienze rivoluzionarie (come la Repubblica Sovietica di Gilan nel 1920-21) e ha sviluppato una tradizione di relativa autonomia dalle strutture clericali dominanti nel resto del paese. Al contrario i lavoratori originari delle regioni centrali (in particolare dello Yazd) mostrano un profilo culturale più conservatore e una maggiore propensione ad accettare strutture autoritarie di gestione della forza lavoro. Queste differenze etnico-regionali sono state ulteriormente accentuate dalle modalità di reclutamento della manodopera. Il 33% degli operai è stato assunto attraverso reti di conoscenza personale e legami paesani, creando vere e proprie “enclave” etniche all’interno dei reparti produttivi. Solo il 15% della forza lavoro (prevalentemente manodopera specializzata) è entrata in fabbrica attraverso canali formali come gli annunci sui giornali. L’analisi della stratificazione generazionale offre ulteriori spunti significativi. Tra i padri degli operai indagati da Bayat solo il 7% aveva esperienza di lavoro industriale (contro il 55,8% di contadini e il 26,6% di altri lavoratori salariati), tra i figli si registra una netta proletarizzazione, con 20 su 23 che lavorano in fabbrica. Questo dato si inserisce in un più ampio quadro di riproduzione sociale. Le statistiche su 1.189 famiglie operaie di Teheran mostrano un tasso di riproduzione intergenerazionale della classe operaia del 240%, significativamente superiore a quello delle classi medie e alte. Questo processo di stabilizzazione della forza lavoro industriale non è stato accompagnato da un parallelo sviluppo di istituzioni autonome di rappresentanza operaia. La religione ha svolto in questo contesto un ruolo ambivalente. Da un lato le statistiche sul tempo libero mostrano che il 21,4% degli operai frequenta regolarmente le moschee (percentuale che sale al 40% in centri industriali minori come Arak). Dall’altro, numerose testimonianze documentano una reinterpretazione in chiave sociale e materialista dei messaggi religiosi. L’episodio citato da Bayat degli operai della fabbrica Azmayesh che contestano la celebre affermazione di Khomeini “Non abbiamo fatto la rivoluzione per i meloni a buon mercato, l’abbiamo fatta per l’Islam” rispondendo “se non l’abbiamo fatta per migliorare le nostre condizioni, allora per cosa l’abbiamo fatta? L’Islam cosa significa? Noi l’abbiamo fatta per vivere meglio”, rappresenta emblematicamente questa dialettica tra forma religiosa e contenuto materiale delle rivendicazioni.
Per quanto riguarda le dinamiche delle relazioni industriali nell’Iran pre-rivoluzionario, esisteva un sistema complesso dove forme arcaiche di sfruttamento convivevano con un capitalismo periferico integrato nel mercato globale. La società iraniana degli anni ’70 rappresentava un caso paradigmatico di sviluppo diseguale. L’economia mostrava una rapida industrializzazione (con tassi di crescita del settore manifatturiero fino al 14% annuo negli anni ’60) mentre le strutture sociali e le relazioni di produzione conservavano tratti pre-capitalisti. Questo ibrido generava forme particolarmente oppressive di controllo sul lavoro, analizzate attraverso tre modelli gestionali distinti ma spesso sovrapposti. Nelle officine semi-artigianali, che nel 1976 costituivano il 98% delle unità produttive (seppur contribuendo solo al 22.8% del valore aggiunto manifatturiero), la relazione padrone-operaio riproduceva schemi medievali. I dati mostrano come in questi micro-stabilimenti (con meno di 10 dipendenti) il proprietario, spesso un ex-artigiano o piccolo commerciante del bazar, esercitasse un controllo totale attraverso figure intermedie come il “capo officina” (ustād) che decideva arbitrariamente salari, turni e punizioni. Un rapporto del Ministero del Lavoro del 1973 documentava casi in cui operai venivano costretti a lavorare 16 ore consecutive senza giorni di riposo, con salari inferiori del 40% rispetto alla media nazionale. La natura frammentata di queste attività (36% della forza lavoro industriale) impediva qualsiasi forma di organizzazione collettiva mentre le corporazioni dei datori di lavoro (asnāf) mantenevano un potere negoziale schiacciante. Il settore a gestione tradizionale comprendente circa 4.500 unità produttive con 10-50 dipendenti, rappresentava un anacronistico ibrido tra fabbrica moderna e rapporti feudali. Qui, la nuova borghesia industriale, composta per il 62% da ex-proprietari terrieri compensati con azioni industriali dopo la riforma agraria del 1962, per il 28% da mercanti dei bazar e per il 10% da burocrati corrotti, applicava metodi di sfruttamento mutuati dall’agricoltura. Le testimonianze operaie raccolte da Bayat descrivono pratiche come la “gabbia di punizione” nell’industria tessile Sepenta (dove i disobbedienti venivano rinchiusi per ore) o il sistema di multe che in alcuni stabilimenti poteva azzerare il salario mensile. Particolarmente emblematico era il trattamento delle operaie. Un’inchiesta del 1974 della rivista Zan-e Rūz documentava che nell’87% delle fabbriche di abbigliamento di Teheran le lavoratrici subivano molestie sessuali sistematiche dai sorveglianti, con casi di licenziamenti per rifiuto di prestazioni sessuali. Le multinazionali e i grandi complessi statali (340 unità nel 1973, pari al 5% del totale ma con il 54% della produzione industriale) introducevano invece tecniche manageriali avanzate, seppur distorte dal contesto autoritario. L’analisi dei processi produttivi in stabilimenti come la Iran National (joint-venture con British Leyland) o la Arāk Petrochemical (controllata da Shell) mostra come l’introduzione di catene di montaggio e controllo qualità si accompagnasse a una militarizzazione dello spazio lavorativo. I registri aziendali della fabbrica Pars Metal rivelano che nel 1976 il 12% della forza lavoro era composto da informatori dell’Entezāmāt (polizia interna), con un rapporto di un agente ogni 8 operai. I manuali disciplinari, come quello della Tehran Auto Plant del 1977, prevedevano sanzioni per reati quali “parlare senza permesso” (3 giorni di sospensione) o “sorridere durante il turno” (ammenda di 200 rial). Il sistema di controllo sindacale rappresentava l’aspetto più paradossale. Sebbene la legge sul lavoro del 1959 formalmente riconoscesse il diritto di associazione, i 1.023 sindacati ufficiali nel 1978 erano strutture vuote. I documenti interni della SAVAK mostrano come le elezioni nelle grandi fabbriche venissero sistematicamente manipolate. Nell’Iran Cars nel 1975 su 2.400 iscritti solo 387 poterono votare, con 12 schede annullate per ogni voto all’opposizione. Le buste paga della Metal Works Plant provano che i rappresentanti sindacali ricevevano stipendi del 150% superiori alla media mentre i verbali delle riunioni (come quelli del sindacato tessile di Esfahan) rivelano come il 70% dell’attività fosse dedicato all’organizzazione di manifestazioni filo-governative. Le condizioni igienico-sanitarie completavano il quadro di sfruttamento. Nonostante le 43 normative sulla sicurezza emanate tra il 1960-75 gli archivi dell’Ispettorato del Lavoro documentano che nel 1976 solo il 7% delle fabbriche possedeva dispositivi antinfortunistici certificati. Nella raffineria di Abadan i registri medici mostrano un’incidenza di tumori professionali 8 volte superiore alla media nazionale mentre alla Textile Mill di Qom il tasso di sordità tra gli operai raggiungeva il 34% dopo 5 anni di esposizione a rumori di 110dB senza protezioni. Questa stratificazione di oppressioni, economica, politica e fisica, creava un terreno fertile per il radicalismo operaio. Come dimostrano i rapporti di polizia del 1977-78, proprio nelle fabbriche a gestione “moderna” (dove il 73% della forza lavoro aveva un’istruzione superiore alla media nazionale) si svilupparono le prime cellule rivoluzionarie, con scioperi che nell’autunno 1978 paralizzarono il 92% della produzione petrolifera. La rivoluzione del 1979 trovò dunque nel proletariato industriale un attore centrale la cui esperienza di sfruttamento multidimensionale alimentò una radicalizzazione senza precedenti.
Tra il 1968 e il 1975 il tasso di incidenti industriali in Iran crebbe in modo drammatico, come dimostrano i dati del Ministero del Lavoro che registravano un aumento del 589% nei risarcimenti per disabilità, passati da 4,8 milioni di dollari nel 1968 a 28 milioni nel 1975, mentre quelli per malattie professionali salirono del 519%, da 7,1 a 36,5 milioni di dollari. Parallelamente i risarcimenti per danni fisici aumentarono del 247%, raggiungendo i 3 milioni di dollari nel 1975. Queste cifre ufficiali nascondevano una realtà ben più grave poiché molti lavoratori non ricevettero mai i risarcimenti dovuti a causa di un sistema corrotto e fraudolento, come dimostra il caso di un operaio di un’industria automobilistica di Teheran che, affetto da un’ulcera, fu costretto a vendere i propri beni per pagare le cure mediche dopo che il sindacato, controllato dalla SAVAK, si rifiutò di aiutarlo nonostante le pressioni di un ufficiale dei servizi segreti. Le condizioni di lavoro erano talmente pericolose che gli incidenti gravi, tra cui morti, amputazioni e fratture, divennero eventi quotidiani. Secondo i documenti del Research Centre of Occupational Health and Safety (RCOHS), solo nei primi due mesi del 1980 si verificarono 277 incidenti industriali, tra cui 65 morti, 32 fratture e 36 amputazioni ma questi numeri erano ampiamente sottostimati poiché includevano solo i casi ufficialmente registrati. Fonti non ufficiali, tra cui i libri di registrazione dei centri medici aziendali, rivelavano che in una singola fabbrica potevano verificarsi fino a 330 infortuni al mese, molti dei quali non denunciati per evitare conseguenze legali o sindacali. Inoltre le statistiche non tenevano conto delle morti indirette causate da malattie professionali, come i tumori o le patologie polmonari legate all’esposizione a sostanze tossiche, e secondo stime realistiche almeno due operai morivano ogni giorno per cause legate al lavoro. L’ambiente industriale era saturo di pericoli invisibili ma letali. Nei reparti di verniciatura, ad esempio, i livelli di toluene superavano di 3-5 volte i limiti di sicurezza mentre nelle fonderie la silice, inalata quotidianamente dai lavoratori, raggiungeva concentrazioni dieci volte superiori a quelle consentite. Gli operai delle fabbriche di foam, materiale usato per i materassi, sviluppavano gravi malattie respiratorie e perdita di appetito a causa delle esalazioni tossiche e in un caso documentato su 39 lavoratori esaminati, 34 soffrivano di patologie polmonari mentre cinque erano già morti per cause legate all’esposizione professionale, sebbene i loro decessi fossero stati classificati come “naturali”. Anche il rumore rappresentava una minaccia costante, con livelli che in alcune officine superavano i 110 decibel, equivalenti al frastuono di un martello pneumatico, causando sordità professionale in oltre il 70% della forza lavoro, come emerse dagli esami condotti in una fabbrica automobilistica dove il 46% degli operai aveva perso l’udito a causa delle condizioni insostenibili. Nonostante l’evidenza di queste violazioni, le autorità e i datori di lavoro facevano di tutto per nascondere la verità. Il RCOHS che avrebbe dovuto garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro era gravemente sottofinanziato e nel 1981 disponeva di appena 14 ispettori per controllare oltre 330.000 unità produttive, rendendo impossibile un monitoraggio efficace. I rapporti degli ispettori venivano censurati o modificati per eliminare termini come “insopportabile” o “pericoloso” mentre i lavoratori erano deliberatamente tenuti all’oscuro dei rischi che correvano, come dimostra il caso degli esami del sangue che rivelavano livelli di piombo pericolosamente alti nel 60-70% degli operai di due fabbriche chimiche, risultati mai comunicati agli interessati.
La mancanza di servizi igienici e di sicurezza era un’altra piaga endemica. Molte fabbriche non disponevano di spogliatoi, costringendo le operaie a cambiarsi dietro un telo mentre le mense, quando presenti, erano a pagamento e spesso prive di riscaldamento, obbligando i lavoratori a mangiare accanto alle macchine. In alcuni casi persino l’acqua potabile era assente e i turni massacranti in ambienti privi di ventilazione adeguata aggravavano ulteriormente le condizioni già disumane.
2. Classe operaia iraniana e rivoluzione
La Rivoluzione di Febbraio del 1979 in Iran rappresentò un sommovimento sociale senza precedenti caratterizzato da una convergenza trasversale di classi e interessi apparentemente divergenti, uniti tuttavia dall’obiettivo comune di rovesciare il regime Pahlavi. Questo processo rivoluzionario, che si sviluppò attraverso fasi distinte ma interconnesse, vide una partecipazione di massa che andava ben oltre i tradizionali attori delle rivoluzioni borghesi, configurandosi piuttosto come un fenomeno complesso in cui le dinamiche economiche, sociali e politiche si intrecciarono in modo peculiare. Il sostegno popolare alla rivoluzione includeva una sezione significativa della borghesia mercantile, in particolare i commercianti del bazaar che rappresentavano un’importante forza economica tradizionale, insieme a vari strati della piccola borghesia urbana, artigiani, piccoli produttori, impiegati statali, e alle masse proletarizzate delle periferie urbane, inclusi i migranti rurali impoveriti. Sorprendentemente anche settori del proletariato relativamente privilegiato, come i ben remunerati lavoratori del settore petrolifero, si unirono al movimento rivoluzionario, dimostrando come la crisi del regime avesse superato le tradizionali divisioni di classe.
La rivoluzione iraniana mancò di quel carattere tipicamente borghese-democratico che aveva contraddistinto altre rivoluzioni storiche, in particolare per l’assenza di una significativa mobilitazione contadina contro i residui rapporti feudali. Questo aspetto differenziava nettamente l’esperienza iraniana da rivoluzioni come quella francese del 1789 o quella russa, dove la questione agraria aveva svolto un ruolo centrale. In Iran il rapido processo di accumulazione capitalistica, accelerato dalla riforma agraria del 1962 e dall’aumento dei prezzi petroliferi, aveva già profondamente trasformato le campagne, integrandole nel circuito dell’economia capitalistica e creando un semi-proletariato rurale con rivendicazioni e aspirazioni diverse da quelle dei contadini tradizionali. La classe operaia industriale emerse come protagonista nella seconda metà del 1978, quando un’ondata di scioperi senza precedenti paralizzò progressivamente l’economia nazionale. Questa mobilitazione operaia si sviluppò in un contesto in cui altri gruppi sociali, intellettuali, studenti, professionisti, commercianti, clero e le masse urbane marginalizzate, erano già scesi in piazza da mesi, dando vita a imponenti manifestazioni che spesso sfociavano in sanguinosi scontri con le forze dell’ordine. L’episodio più drammatico di questa fase fu il cosiddetto Venerdì Nero (8 settembre 1978), quando l’intervento dell’esercito contro una manifestazione a Teheran lasciò sul terreno centinaia di vittime. Le radici profonde della rivoluzione affondavano nelle contraddizioni dello sviluppo capitalistico iraniano, esacerbate dalla crisi economica globale. La fine del boom economico della metà degli anni ‘70, la revisione del Quinto Piano di Sviluppo e l’inizio della recessione nel 1977 avevano creato le condizioni per un’impennata inflazionistica che erodeva drammaticamente il potere d’acquisto dei salari, particolarmente per i ceti più vulnerabili. Parallelamente il regime autoritario dello Shah, sempre più repressivo e corrotto, si dimostrava incapace di gestire le aspirazioni politiche delle nuove classi sociali emerse con il processo di industrializzazione, in particolare del proletariato urbano e della nuova borghesia intellettuale. La mobilitazione operaia assunse inizialmente la forma di scioperi spontanei a carattere prevalentemente economico. Già nel marzo 1978 i lavoratori della fabbrica Azmayesh a Teheran protestarono contro i piani di licenziamento mentre in aprile furono 2.000 gli operai dell’industria laterizia a Tabriz a incrociare le braccia per ottenere migliori condizioni lavorative. A partire dal settembre 1978 le rivendicazioni assunsero un carattere sempre più marcatamente politico. I dati disponibili, sebbene probabilmente sottostimati rispetto alla reale portata del fenomeno, indicano che almeno 35.000 lavoratori in diverse unità produttive parteciparono a scioperi che combinavano richieste economiche (aumenti salariali, miglioramenti welfare, applicazione delle classificazioni professionali) con rivendicazioni politiche esplicite: abolizione della legge marziale, liberazione dei prigionieri politici, scioglimento dei sindacati controllati dal regime, epurazione dei manager corrotti ed espulsione degli esperti stranieri.
L’apice della mobilitazione operaia si raggiunse tra ottobre e novembre 1978, quando scioperi massicci nei settori strategici dell’economia, petrolio, siderurgia, trasporti, determinarono una vera e propria paralisi del sistema produttivo nazionale. Il 6 ottobre vide la simultanea adesione allo sciopero di 40.000 operai siderurgici a Isfahan, dei minatori di rame di Sar Cheshmeh e Rafsanjan e dei dipendenti della Banca Shahriar. Nei giorni successivi il movimento si estese alle raffinerie, ai trasporti aerei, alle fabbriche automobilistiche (Zamyad, General Motors), fino a coinvolgere persino i dipendenti della radiotelevisione di Rezayeh. Particolarmente significativo fu lo sciopero dei lavoratori petroliferi, iniziato il 15 ottobre nella raffineria di Abadan e rapidamente estesosi a tutti i principali siti produttivi, che ridusse la produzione da 5,7 milioni di barili/giorno a livelli pressoché nulli entro novembre, con un crollo del 42% della produzione industriale nazionale e una contrazione del 21,4% delle entrate statali. Le rivendicazioni avanzate dai comitati di sciopero dei lavoratori petroliferi riflettevano questa evoluzione politica. Oltre alle tradizionali richieste salariali e di miglioramento delle condizioni lavorative, essi chiedevano esplicitamente la fine della legge marziale, la solidarietà con altri settori in sciopero (come gli insegnanti), la liberazione dei prigionieri politici, l’iranizzazione del settore petrolifero, l’eliminazione delle discriminazioni contro le lavoratrici e soprattutto lo scioglimento della SAVAK, la temuta polizia segreta del regime. Questa trasformazione delle rivendicazioni da economiche a politiche seguiva un percorso che Marx e Lenin avevano teorizzato: le lotte immediate per miglioramenti materiali possono evolversi, in particolari condizioni storiche, in una coscienza di classe più ampia che sfida direttamente le strutture del potere. Quando nel dicembre 1978 Shahpur Bakhtiar tentò di formare un governo di transizione la situazione era ormai irreversibile. L’economia nazionale era paralizzata, numerose industrie erano state nazionalizzate de facto e la fuga dei capitalisti aveva creato gravi carenze di materie prime, aggravando ulteriormente la disoccupazione. La rivoluzione iraniana dimostrò come, in un contesto di crisi sistemica, le lotte operaie potessero rapidamente trascendere le rivendicazioni economiche immediate per assumere un carattere politico rivoluzionario, contribuendo direttamente al crollo di un regime apparentemente solido.
Tuttavia il processo rivoluzionario iraniano del 1978-79 rappresenta un caso paradigmatico in cui la classe operaia, pur avendo svolto un ruolo determinante nell’abbattere il regime dello Scià, non riuscì poi a tradurre la sua forza organizzativa in un progetto politico alternativo. Nei primi mesi del movimento (maggio-luglio 1978), le richieste operaie erano quasi esclusivamente di natura economica (100% a maggio e giugno, 70% a luglio), focalizzate su aumenti salariali, miglioramenti del welfare aziendale e questioni legate all’orario di lavoro. Già in questa fase, come dimostrano i resoconti degli attivisti intervistati da Bayat, dietro a queste rivendicazioni apparentemente sindacali si nascondeva spesso un intento politico più profondo. In una fabbrica metalmeccanica, ad esempio, i lavoratori usarono strategicamente la richiesta del bonus annuale (che normalmente veniva corrisposto nel secondo semestre) come pretesto per dichiarare uno sciopero, ben consci che il vero obiettivo era destabilizzare economicamente il regime. Quando le forze della legge marziale intervennero arrestando alcuni operai, questi finsero di limitarsi a una protesta salariale mentre in realtà stavano già pianificando azioni più radicali. La svolta decisiva avvenne tra agosto e ottobre 1978, quando la percentuale di richieste politiche salì dal 36,5% di agosto al 45% di ottobre. In questo periodo emersero rivendicazioni come la fine delle discriminazioni tra operai, il controllo operaio sui fondi aziendali e la dissoluzione dei sindacati gialli legati al regime. Particolarmente significativo fu lo sciopero nel settore siderurgico di ottobre, dove i lavoratori iniziarono chiedendo miglioramenti abitativi ma finirono per avanzare richieste politiche come la fine delle regole militari nello stabilimento e il cambio della direzione. Quando l’esercito occupò la fabbrica, gli operai distribuirono volantini che denunciavano: “Venite a vedere come lavoriamo sotto la minaccia di carri armati e baionette. Entrare qui è come entrare in un campo di concentramento”. Il novembre 1978 segnò un ulteriore salto di qualità: le richieste politiche raggiunsero l’82,5% del totale, includendo ora la liberazione dei prigionieri politici, la fine della censura e lo scioglimento del SAVAK. Ma fu a gennaio 1979 che si raggiunse l’apice, con l’85,5% di rivendicazioni politiche, tra cui spiccavano la caduta del regime Pahlavi e l’abolizione dei contratti coloniali con le multinazionali straniere. In questo periodo il governo tentò una disperata strategia di contenimento, concedendo aumenti salariali medi del 25% (con picchi del 60% nei settori metalmeccanico ed edile) e miglioramenti nei benefit (case popolari, servizi medici, assegni familiari) mentre contemporaneamente emetteva decreti sempre più repressivi. L’organizzazione degli scioperi mostrava una sofisticata strutturazione orizzontale. In fabbriche come la Arj o la Caterpillar piccoli nuclei di operai con anni di esperienza nelle lotte clandestine coordinavano le azioni attraverso reti fiduciarie. Un attivista della Caterpillar raccontò come lui e i suoi compagni avessero lavorato per anni in semiclandestinità, testando la lealtà reciproca con metodi quasi da spy story: “Io e Kamali ci sospettavamo a vicenda di essere infiltrati della SAVAK. Lo misi alla prova dandogli un libro di Khomeini, visto che portava la barba e sembrava religioso. Solo dopo mesi di verifiche ci fidammo abbastanza da formare un nucleo operativo”. Questi gruppi, inizialmente segreti, con l’acutizzarsi della crisi diedero vita a comitati aperti che in molti casi assunsero il controllo totale delle fabbriche.
Il movimento presentava gravi limiti strutturali. Mancava completamente una coordinazione nazionale. In Russia nel 1917 il Soviet di Pietrogrado unificò le lotte in pochi giorni, in Iran non si riuscì a creare neppure un comitato cittadino stabile. Le esperienze più avanzate di autogestione (come i patti tra operai petroliferi e ferroviari per il trasporto di carburante saltando i canali ufficiali) rimasero episodi isolati. Particolarmente significativo fu il caso del Comitato di sciopero del settore petrolifero che per settimane gestì l’intera produzione energetica nazionale espellendo 800 tecnici stranieri, dimostrando una notevole capacità tecnica ma anche la mancanza di una visione politica alternativa. Khomeini seppe sfruttare abilmente queste debolezze. Già il 20 gennaio 1979, prima ancora della vittoria rivoluzionaria, creò il Comitato per il Coordinamento degli Scioperi (CCIS) che in dieci giorni riuscì a far riprendere il lavoro in 118 aziende strategiche. I lavoratori più radicali tentarono di resistere. I ferrovieri rifiutarono per giorni di trasportare carburante, temendo che fosse un trucco per muovere truppe, i doganieri bloccarono le merci dirette negli USA, il leader degli scioperanti petroliferi si dimise con una lettera aperta contro “il nuovo dispotismo clericale” ma ormai il movimento operaio, pur avendo dimostrato un’eccezionale capacità di lotta, aveva perso l’occasione di diventare soggetto politico autonomo. L’analisi dei 115 rapporti operai esaminati nello studio mostra come, nonostante l’enorme radicalizzazione (a febbraio 1979 il 100% delle richieste era politico), la classe lavoratrice iraniana non riuscì a sviluppare una coscienza socialista autonoma. Le lotte, pur essendo condotte in modo indipendente e spesso in contrasto con lo stesso Khomeini, rimasero prigioniere di una visione puramente negativa (abbattere lo Scià) senza elaborare un progetto alternativo di società. Questo spiega perché, nonostante il decisivo contributo operaio alla rivoluzione, il potere finì nelle mani del clero sciita piuttosto che nelle fabbriche. Una lezione storica che dimostra come la mera combattività, senza organizzazione politica e progetto egemonico, non sia sufficiente a trasformare una crisi rivoluzionaria in un cambiamento sociale duraturo.
3. Gli Shura
L’emergere degli shura, i comitati operai spontanei sorti nel vuoto di potere seguito alla rivoluzione iraniana del 1979, rappresenta un fenomeno complesso che riflette sia le aspirazioni radicali della classe operaia sia le contraddizioni insite nel processo rivoluzionario. Questi organismi, eletti democraticamente in ogni unità produttiva, includevano senza distinzioni operai manuali, impiegati e tecnici, unificando per la prima volta settori tradizionalmente separati della forza lavoro. La loro caratteristica distintiva era l’approccio orizzontale e assembleare, con un’impostazione che rifiutava la struttura gerarchica sia del sindacalismo tradizionale sia dei modelli leninisti di organizzazione operaia. Nei caotici mesi successivi all’insurrezione di febbraio, quando circa il 90% delle fabbriche erano paralizzate dagli scioperi, i lavoratori si trovarono improvvisamente a gestire impianti abbandonati da proprietari e dirigenti in fuga. Questo periodo di “controllo dal basso” (febbraio-agosto 1979) vide nascere forme innovative di autogestione. Nelle raffinerie di Abadan come nei complessi metalmeccanici di Teheran i comitati garantivano la continuità produttiva e ridefinivano radicalmente i rapporti di lavoro. Ad esempio, nella fabbrica Pompiran di Tabriz lo shura istituì turni di lavoro flessibili e ridistribuì gli utili secondo criteri egualitari mentre nel complesso petrolifero di Ahvaz venne abolita la distinzione tra uffici e reparti produttivi. Questa esperienza si scontrò presto con la controffensiva del governo provvisorio di Bazargan che già nel marzo 1979 cercò di reintrodurre il principio gerarchico attraverso la nomina di “manager rivoluzionari”. Le resistenze operaie furono immediate. Nella sola primavera del 1979 si registrarono 287 conflitti industriali, con picchi nelle industrie strategiche come quella petrolifera dove i lavoratori ottennero aumenti salariali del 53% rispetto all’anno precedente (dati della Banca Centrale iraniana). Parallelamente gli shura più radicali, come quello della fabbrica di trattori di Tabriz, avanzavano rivendicazioni politiche chiedendo la nazionalizzazione sotto controllo operaio di interi settori industriali.
La repressione sistematica iniziò nell’agosto 1979 quando il governo scatenò una campagna contro le organizzazioni di sinistra, accompagnata dall’intervento militare in Kurdistan. Nelle fabbriche venne introdotto gradualmente un doppio sistema di controllo, da un lato i manager nominati dall’alto, dall’altro le nascenti Associazioni Islamiche (Anjaman-i Eslami), cellule del Partito Repubblicano Islamico incaricate di sorvegliare l’ortodossia politica dei lavoratori. Questo periodo (settembre 1979-giugno 1981) vide un progressivo smantellamento degli shura indipendenti. A Gilan, dove operava un coordinamento regionale che rappresentava 300.000 lavoratori, l’intera struttura venne disciolta con la forza nell’inverno del 1980. La svolta autoritaria si consolidò dopo le Giornate di giugno del 1981, quando l’eliminazione fisica dell’opposizione liberal-nazionalista (rappresentata da Bani Sadr) e della sinistra radicale creò le condizioni per una militarizzazione totale del mondo del lavoro. I dati ufficiali mostrano un crollo verticale delle proteste. Dai 366 episodi di lotta del 1979-80 si passò a soli 89 nel 1981-82. Nelle fabbriche le Associazioni Islamiche assunsero un ruolo sempre più pervasivo controllando l’attività produttiva e la vita privata dei lavoratori, con misure come il divieto di assembramenti durante le pause e l’imposizione di codici di abbigliamento.
La resistenza operaia non si spense completamente. Tra il 1984 e il 1985, in piena guerra Iran-Iraq, si verificarono almeno 200 episodi di conflitto industriale, spesso legati al crollo del potere d’acquisto (l’inflazione aveva eroso circa il 70% del valore reale dei salari rispetto al 1979). Particolarmente significativo fu lo sciopero dei 27.000 operai edili dell’acciaieria di Esfahan nel dicembre 1984 che per quindici giorni paralizzò uno dei cantieri strategici del regime, ottenendo la revoca di un piano di licenziamenti di massa. L’analisi delle rivendicazioni avanzate nei diversi periodi mostra un’evoluzione significativa. Dalle richieste di controllo operaio totale (febbraio-luglio 1979) si passò alla difesa di conquiste parziali (agosto 1979-giugno 1981), per arrivare infine a lotte puramente difensive (dopo il 1981) concentrate su salari e condizioni di lavoro. Questa traiettoria riflette la repressione statale e le contraddizioni interne al movimento: l’assenza di coordinamento nazionale tra gli shura, le divisioni tra operai qualificati e non e la mancanza di un progetto politico alternativo al di là dell’orizzonte fabbrica. Questi organismi erano visti con grande timore da parte del clero sciita. Khomeini, appena tre giorni dopo il trionfo rivoluzionario del 14 febbraio, con un atto che dimostrava la chiara comprensione del pericolo rappresentato dall’autonomia operaia impose l’immediato ritorno al lavoro, argomentando che la fase insurrezionale era conclusa e che la ricostruzione del paese richiedeva la ripresa della produzione. Questa direttiva si scontrò con la tenace resistenza di settori cruciali della classe operaia, in particolare i lavoratori del petrolio, la cui posizione strategica nell’economia nazionale conferiva loro un potere contrattuale straordinario. Il governo rivoluzionario, in questa fase ancora fragile e bisognoso di consenso, fu costretto a ricorrere a minacce esplicite, arrivando a definire “controrivoluzionario” qualsiasi atto di disobbedienza, come documentato dal quotidiano Ettelaat già il 15 marzo 1979. Il ritorno alle fabbriche si configurò però come un processo estremamente differenziato che rivelò le profonde contraddizioni del nuovo ordine post-rivoluzionario. I lavoratori si trovarono ad affrontare tre scenari fondamentalmente distinti, ciascuno dei quali avrebbe plasmato in modo diverso l’evoluzione degli shura.
Nel primo caso, quello delle aziende abbandonate, i proprietari, spesso legati all’ancien régime, avevano deliberatamente smantellato le attività produttive durante le fasi più acute della crisi rivoluzionaria, trasferendo capitali all’estero e lasciando i lavoratori senza mezzi di sostentamento. Questa situazione, particolarmente diffusa nel settore delle costruzioni e nelle industrie a contratto, creò un vasto strato di disoccupati post-rivoluzionari, privi persino della possibilità di riappropriarsi dei mezzi di produzione, dato che i padroni avevano sistematicamente svuotato le fabbriche di qualsiasi valore residuale. Il secondo scenario, quello delle industrie pesantemente indebitate, presentava una dinamica più complessa. Qui i proprietari, dopo aver contratto ingenti prestiti bancari, erano semplicemente fuggiti, lasciandosi alle spalle la forza lavoro e un intricato groviglio di debiti. Il governo provvisorio, nella sua logica di stabilizzazione economica, si trovò costretto a nazionalizzare queste realtà, come dimostrano i dati della Banca Centrale iraniana che registrano l’assorbimento di almeno 483 unità produttive sotto l’egida dell’Organizzazione delle Industrie Nazionalizzate dell’Iran (ONII). Questo processo, apparentemente progressista, nascondeva però una precisa strategia di contenimento del potere operaio poiché le aziende nazionalizzate furono sottoposte a un ferreo controllo statale piuttosto che a forme di autogestione. Il terzo scenario, quello delle piccole e medie imprese a capitale indigeno i cui proprietari erano rimasti in Iran dichiarandosi sostenitori della rivoluzione, divenne il terreno più fertile per aspri conflitti di classe. In queste realtà gli shura emersero come diretta risposta alla persistenza di rapporti di produzione autoritari. È significativo notare come, secondo i resoconti dell’epoca, furono proprio queste fabbriche a sperimentare le forme più avanzate di controllo operaio, con i lavoratori che arrivavano a sequestrare dirigenti, imporre la loro firma sui contratti di vendita e assumere il controllo totale della contabilità. L’analisi di due casi concreti, la Pars Metal e la Eirfo, permette di comprendere la dialettica tra rivendicazioni immediate e radicalizzazione politica. Alla Pars Metal, lo shura si costituì inizialmente come organo di inchiesta sulle malversazioni del management e sui legami con la polizia segreta del vecchio regime per poi evolversi in una struttura di gestione operaia completa, con poteri decisionali su ogni aspetto produttivo. Particolarmente illuminante è la testimonianza di un operaio della Pars Metal che in un acceso dibattito denunciava: “Dove vanno i profitti della nostra fabbrica? Perché dobbiamo chiedere prestiti allo Stato quando siamo noi a produrre la ricchezza?”, una chiara espressione di quella coscienza di classe che andava sviluppandosi. Alla Eirfo, invece, la mobilitazione partì da richieste tradizionali (pagamento dei salari arretrati, bonus, stabilizzazione dei precari) ma si trasformò rapidamente in uno scontro frontale, con i lavoratori che ottennero aumenti salariali, il diritto di supervisionare gli affari finanziari e quello di veto sulle assunzioni/licenziamenti. I dati raccolti indicano che, nei primi cinque mesi post-rivoluzionari, almeno trenta fabbriche seguirono un percorso simile, con livelli di controllo operaio che variavano a seconda della forza relativa dei lavoratori e dell’ostilità dei datori di lavoro. La risposta statale a questo fenomeno fu duplice. In primis ci fu il tentativo di istituzionalizzazione attraverso la Legge delle Shura Islamiche (agosto 1980) che mirava a trasformare i consigli operai in organi di collaborazione di classe, secondariamente la repressione violenta attraverso le Guardie Rivoluzionarie (Pasdaran). La legge in questione, con il suo linguaggio ambiguo che mescolava retorica rivoluzionaria e controllo statale, rappresentava un tipico esempio di “cooptazione dall’alto”, simile alle esperienze europee di cogestione, ma fallì nel suo intento perché né i padroni né i lavoratori la riconobbero come legittima. La vera posta in gioco era il cosiddetto “confine del controllo” nell’organizzazione del lavoro. Gli shura più radicali, come dimostrano i rapporti dell’epoca, non si limitavano a questioni salariali ma intervenivano nell’organizzazione stessa del processo produttivo, nella determinazione degli orari, nella scelta delle tecnologie e persino nella destinazione degli investimenti. Questo spiega perché, nonostante la loro breve esistenza, rappresentarono una minaccia esistenziale per il nascente ordine teocratico, portando alla loro definitiva soppressione con la nuova Legge del Lavoro Islamica del 1982 che ripristinò pienamente i rapporti di proprietà privata sotto una copertura religiosa.
Nel contesto post-rivoluzionario iraniano del 1979, nonostante la caduta dello Scià Muhammad Reza Pahlavi e l’eliminazione del suo circolo ristretto (fratelli, sorelle e collaboratori più stretti), la struttura gerarchica e oppressiva delle fabbriche rimase sostanzialmente intatta, con manager, capisquadra e perfino agenti della SAVAK che continuavano a esercitare il loro potere in modo dispotico. I lavoratori, esasperati da condizioni disumane, come temperature di 80 gradi, ritardi nei pagamenti e metodi di controllo brutali, iniziarono a organizzarsi in assemblee generali che assunsero il ruolo di veri e propri tribunali popolari, processando e licenziando quelle figure ritenute responsabili del mantenimento di questo sistema oppressivo. Nella fabbrica Arj, per esempio, i lavoratori, resisi conto che la nuova direzione stava ripristinando gli stessi schemi di sfruttamento pre-rivoluzionari, reagirono con un’azione diretta: “i nostri ragazzi erano diventati sufficientemente coscienti da non tollerare un tale fardello. Di conseguenza i ragazzi cacciarono fuori i signori con un’azione improvvisa. Li cacciarono fuori, chiusero i magazzini e interruppero la consegna dei prodotti” (intervista di Bayat). Un caso ancora più significativo fu quello della Yamaha Motor Cycle di Ghazvin, dove lo shura inizialmente licenziò due manager (di produzione e amministrazione) e successivamente altri sette, per poi organizzare una marcia sull’ufficio centrale di Teheran. Qui i lavoratori, in un’azione dimostrativa di forza, “presero il direttore e il principale azionista dalle loro scrivanie e li cacciarono dall’ufficio”, occupando i locali per tre giorni per proteggere i documenti aziendali dall’accesso dei datori di lavoro mentre chiedevano al Consiglio Rivoluzionario, al Tribunale Rivoluzionario e al Ministero dell’Industria di riconoscere la legittimità dei licenziamenti.
Il processo di epurazione delle figure legate al vecchio regime assunse in alcuni casi forme istituzionalizzate. In diverse fabbriche, come la Tehran Auto Company e la Iran Cars, i lavoratori utilizzarono i registri del Dipartimento dei Documenti Nazionali (DND) per identificare sistematicamente i collaboratori del precedente governo. “Formammo un Comitato d’Inchiesta composto da un membro dello shura inviandoli al DND per investigare sulla lista di tutti i dipendenti. Trovammo un agente della SAVAK” (intervista di Bayat). In altri casi, come nella fabbrica Iran Cars, queste indagini portarono all’identificazione di ben undici agenti. È importante sottolineare che queste epurazioni non rispondevano solo a motivazioni politiche (l’opposizione allo Scià) ma anche a una critica strutturale della loro funzione nel sistema produttivo, considerata intrinsecamente oppressiva. Queste conquiste operaie si scontrarono presto con la resistenza dello Stato. Il Governo Provvisorio di Bazargan, rappresentante degli interessi della borghesia industriale, cercò di contenere il potere degli shura attraverso misure legislative. Verso la fine di maggio 1979 introdusse la legge delle Forze Speciali che espressamente vietava ai comitati di sciopero e agli shura di “intervenire negli affari del management e nelle nomine” (Appendice alla Legge sul Lavoro). Questa misura fu una risposta diretta al fatto che i lavoratori non si limitavano a epurare i vecchi manager ma contestavano anche le nuove nomine volute dallo Stato Rivoluzionario.
La contraddizione raggiunse il culmine quando, oltre un anno dopo, lo stesso governo islamico di Rajai (succeduto a Bazargan) fu costretto a istituire gli Heyat-i Paksazi (Organismi di Purificazione), formalmente con l’obiettivo di “purificare le unità produttive dalle cospirazioni degli agenti dell’Occidente, dell’Oriente e del deposto regime Pahlavi” ma in realtà con due scopi precisi. In primo luogo prevenire le azioni autonome dei lavoratori di base e degli shura più radicali che erano molto più determinati nelle epurazioni rispetto al governo, in secondo luogo epurare gli ex agenti della SAVAK e i lavoratori militanti, “coloro responsabili del ritardo nei piani, del rallentamento del lavoro e dei sabotaggi alla produzione”.
Parallelamente alla lotta contro le strutture autoritarie gli shura svilupparono forme avanzate di controllo operaio che andavano ben oltre le tradizionali rivendicazioni sindacali. Nella fabbrica Philips di Teheran lo statuto dello shura istituì un Comitato di Ispezione per gli Affari Amministrativi con il compito di “sorvegliare e investigare sugli affari amministrativi e del personale, inclusi assunzioni e licenziamenti” (Articolo 2B). Allo stesso modo il Comitato Finanziario e Amministrativo della Arj si proponeva di “sorvegliare la situazione finanziaria e le condizioni di lavoro della compagnia” (statuto dello shura, Articolo 2). Queste forme di controllo non rispondevano solo a esigenze immediate ma erano espressione di un principio ideologico più profondo, l’idea che che lo shura rappresentasse la “sovranità delle persone sul proprio destino” nei luoghi di lavoro (statuto dello shura dei lavoratori della Leyland).
Particolarmente significativo fu il controllo esercitato sui licenziamenti. Mentre nei paesi con sindacati forti questa funzione era esercitata per ridurre la disoccupazione, in Iran assunse un carattere più radicale. Nella fabbrica Eadem Motor Company, nel marzo 1979, lo shura decise di licenziare undici manager dopo un’indagine, classificandoli come “anti-operai”. Quando il direttore si rifiutò di eseguire l’ordine lo shura fece arrestare i due manager di grado più alto dalla sicurezza della fabbrica, li costrinse a restituire un prestito di 70.000 Rial e li cacciò fisicamente. L’aspetto più innovativo fu forse il controllo finanziario. In casi come la Fama Beton cement works di Teheran, dove prima dell’insurrezione il datore di lavoro aveva licenziato 165 operai e chiuso la fabbrica, lo shura ottenne dopo lunghe lotte: il ripristino dei salari arretrati, la settimana lavorativa di 40 ore e il diritto di monitorare “le decisioni del Consiglio di Amministrazione, i contratti, le nuove assunzioni, la determinazione di salari e stipendi”. Ancora più radicale fu l’azione nella Iran Cars dove nel marzo 1981 lo shura, dopo aver fallito le trattative sulla condivisione degli utili, prelevò direttamente i fondi necessari dalle casse aziendali per pagare i lavoratori. Questo controllo finanziario assunse in alcuni casi un carattere ideologico esplicito. Come spiegò un membro dello shura della Metal Works di Teheran: “Quando noi, 2.500 operai, lavoriamo tra queste mura, vogliamo sapere cosa succede qui; cosa otterremo in futuro, in quale direzione stiamo portando l’azienda, quanto profitto otteniamo, quanto possiamo prendere per noi stessi, quanto possiamo dare al governo per gli investimenti nazionali” (intervista di Bayat). In questa fabbrica lo shura scoprì e bloccò un assegno di 6.100.000 toman (circa 762.500 dollari) emesso a nome di vari rappresentanti dell’azienda, rivelando come solo una piccola parte fosse effettivamente destinata a pagare debiti mentre il resto sarebbe finito ai fratelli del datore di lavoro. L’apice del controllo operaio fu raggiunto nella gestione diretta della produzione e distribuzione. Nella fabbrica Eirfo foundry works di Teheran, dopo una lunga battaglia che coinvolse persino il Primo Ministro Bazargan e il Consiglio Rivoluzionario, i lavoratori ottennero che 1) un manager nominato dai proprietari fosse espulso, 2) il direttore si presentasse in fabbrica solo mezza giornata a settimana collaborando con lo shura, 3) la funzione di monitoraggio dello shura sulla fabbrica fosse suprema nella gestione responsabile dell’impianto, con qualsiasi documento aziendale non firmato dallo shura considerato invalido.
Un caso particolarmente significativo fu quello della Caterpillar plant, dove per cinque mesi lo shura controllò “tutti gli aspetti economici, sociali e politici della compagnia”, inclusi acquisti di materie prime, vendite e coordinamento del lavoro arrivando a inviare una delegazione a Ginevra per acquistare materiali. Come spiegò un leader dello shura: “Alcune persone pensavano che se questi manager ed esperti se ne fossero andati la fabbrica sarebbe stata paralizzata. Noi garantimmo, e riuscimmo in ciò, a far funzionare l’azienda”
Il movimento degli shura non fu omogeneo. Bayat identifica almeno cinque tipologie:
1. Shura di controllo completo (come Fanoos e Caterpillar), autonomi e militanti, con una visione universalistica del potere operaio;
2. Shura sindacali (come Alvand), con funzioni principalmente difensive;
3. Shura militanti interventisti (come Metal Works e Iran Cars), che pur non gestendo direttamente la produzione, contestavano costantemente il potere manageriale;
4. Shura consultivi (come Bloom Helm), che cercavano di mediare tra lavoratori e management;
5. Shura corporativisti islamici (come Behshar Car Plant e Amazon), che combinavano retorica anti-capitalista con obbedienza allo Stato islamico.
Proprio quest’ultimi rappresentarono una contraddizione peculiare. Combattevano i manager “liberali” e professionisti ma erano fortemente anti-democratici, come dimostra la dichiarazione di un membro dello shura Amazon: “Se anche 2000 operai eleggessero un membro dei Paykar o Mojahedin continueremmo a opporci a lui perché il 99% è ignorante”.
L’ideologia di questi shura islamici si basava su una visione corporativista che rifiutava sia il capitalismo (“dove il capitale circola nelle mani di una minoranza”) che il socialismo (“dove lo Stato sfrutta le persone”), proponendo invece un’economia islamica dove “il lavoratore che lavora dovrebbe ottenere i frutti del suo lavoro” (dichiarazione del leader dello shura I.T.N.).
L’indagine di Bayat rivela come, per operai che avevano subito decenni di sorveglianza poliziesca della SAVAK, la semplice possibilità di riunirsi e discutere liberamente rappresentasse una conquista rivoluzionaria di per sé. Le testimonianze raccolte nelle fabbriche, come quella dell’operaio Caterpillar che esaltava la nuova libertà di “parlare, protestare, criticare e persino respirare”, mostrano quanto fosse radicale il cambiamento percepito dai lavoratori. Bayat però mette in luce il paradosso per cui molti intellettuali marxisti, pur teorizzando il ruolo rivoluzionario del proletariato, rimanevano sorpresi di fronte all’effettivo radicalismo operaio, rivelando quanto la lunga repressione avesse distorto persino l’immagine che la sinistra aveva della classe lavoratrice. La ricerca documenta l’eccezionale diffusione del modello consiliare che travalicò ampiamente la sfera produttiva. Nelle università shura tripartiti (studenti, docenti e personale) gestivano autonomamente gli atenei, nelle campagne i consigli contadini amministravano le terre occupate, persino nell’esercito i tecnici dell’aeronautica insorsero per ottenere il diritto di eleggere i propri ufficiali. Questo carattere universalistico dimostrava come l’idea dello shura fosse radicalmente più avanzata di qualsiasi proposta della borghesia liberale, configurandosi come autentica forma-Stato delle classi subalterne. Come abbiamo già detto, dentro il movimento c’erano profonde divisioni interne. Gli shura democratici (come quello della Fanoos che imponeva il proprio controllo su management e associazioni islamiche) difendevano il pluralismo e l’autonomia operaia, gli shura corporativisti (come quelli della Behshar Car Plant) escludevano sistematicamente ogni opposizione, giustificando l’esclusione dei dissidenti con l’argomento che “la rivoluzione è islamica, non comunista”. Questa frattura si manifestava nella vita quotidiana delle fabbriche in molti modi. Negli shura democratici tutte le comunicazioni dovevano essere controfirmate dal consiglio operaio e le assemblee generali erano frequenti, in quelli controllati dai fondamentalisti la ricerca stessa di Bayat veniva ostacolata con la scusa che avrebbe “potuto causare problemi”. Per quanto riguarda la struttura organizzativa degli shura, le assemblee generali, che in teoria dovevano essere l’organo supremo di decisione, con il potere di ratificare statuti, eleggere e revocare i comitati esecutivi, in pratica venivano spesso eluse dagli shura burocratizzati. Bayat cassa il caso della Metal Works, dove i lavoratori denunciavano che “i capitalisti hanno già fatto sciogliere sette shura con accuse pretestuose”, dimostrando come la controrivoluzione agisse anche attraverso lo smantellamento selettivo delle istituzioni operaie. Particolarmente interessante è l’analisi della composizione sociale degli shura che unificavano operai, impiegati e tecnici in una stessa struttura organizzativa. Questa caratteristica rappresentava un tentativo concreto di superare la divisione tra lavoro manuale e intellettuale ma creava anche contraddizioni acute, come nel caso della Pars Metal Works dove l’inclusione di elementi manageriali portò al collasso del consiglio.
I diversi gruppi socialisti iraniani, nonostante si proclamassero avanguardie teoriche del proletariato, si rivelarono incapaci di analizzare correttamente l’emergere spontaneo degli shura, oscillando tra due errori fondamentali, ovvero la mancata comprensione delle esperienze concrete dei lavoratori e l’applicazione meccanica di categorie teoriche astratte, completamente scollegate dalla realtà materiale delle lotte operaie. Questa inadeguatezza si manifestò in particolare nella confusione terminologica e concettuale riguardo a quattro nozioni chiave: control-i kargari (controllo operaio), edareh/modiriyat (gestione), nezarat (supervisione) e dekhalat (intervento), termini che venivano utilizzati in modo ambiguo e intercambiabile senza alcuna rigorosa definizione teorica. L’analisi comparativa rivela come il concetto di controllo operaio abbia avuto significati radicalmente diversi a seconda dei contesti storici e geografici. Nei movimenti sindacali europei del secondo dopoguerra esso si riferiva principalmente a forme di regolazione del processo lavorativo nell’ambito dei rapporti di produzione capitalistici, come dimostrano le pratiche di job control e le restrictive practices dei sindacati britannici. Al contrario, nelle situazioni rivoluzionarie che seguirono la prima guerra mondiale (Russia 1917, Germania 1918-19, Italia 1919-20) e durante i sommovimenti sociali del 1968 il controllo operaio assunse un carattere decisamente più radicale, mirando a minare alla base il dominio padronale. Particolarmente illuminante è il confronto con l’esperienza jugoslava di autogestione operaia dove Vanek aveva teorizzato un sistema in cui i lavoratori esercitavano un controllo esclusivo sull’organizzazione produttiva attraverso un sistema di voto egualitario, pur operando all’interno di un quadro di mercato e con la proprietà sociale dei mezzi di produzione. Questo modello differiva sostanzialmente sia dal controllo operaio inteso come semplice regolazione sindacale del lavoro, sia dalle forme più radicali emerse in contesti rivoluzionari. L’indagine storiografica identifica tre principali tradizioni di movimento operaio radicale con cui gli shura iraniani mostrano significative affinità: il sindacalismo rivoluzionario (nelle sue varianti francese, americana, con l’Industrial Workers of the World, e spagnola), il socialismo di gilda britannico e il movimento dei comitati di fabbrica russi del 1917. Tuttavia, mentre questi movimenti svilupparono teorie e strategie complesse (dalla filosofia soreliana dell’azione diretta alle elaborazioni di Cole sul pluralismo sociale), gli shura iraniani rimasero confinati a esperienze isolate, senza riuscire a sviluppare né una teoria organica né una strategia politica unificata. La ricerca sul campo condotta attraverso interviste approfondite in tre importanti fabbriche di Teheran (Metal Works, I.T.N. Company e Arasteh) rivela come i lavoratori svilupparono almeno tre distinte concezioni degli shura:
1. Una visione sindacalista tradizionale che vedeva gli shura come semplici organi di rappresentanza per la difesa di salari e condizioni di lavoro;
2. Una concezione universalista-populista che attribuiva agli shura una responsabilità verso l’intera società, non limitata agli interessi di classe;
3. Una visione radicale di controllo operaio totale, espressa con particolare chiarezza da un operaio della I.T.N. Company che dichiarava: “Lo shura deve intervenire in tutto: affari finanziari, assunzioni, acquisti, vendite e tutto il resto”.
Quest’ultima concezione, la più diffusa tra i lavoratori intervistati, rivelava una profonda consapevolezza della necessità di sovvertire i tradizionali rapporti di potere nella fabbrica, come dimostrano le accorate dichiarazioni di operai che si interrogavano sul destino del loro lavoro (“Dove vanno i nostri prodotti? Dove finiscono i profitti delle vendite?”). La risposta della sinistra iraniana a questo movimento spontaneo fu caratterizzata da gravi incomprensioni teoriche. Alcune organizzazioni (come il Paykar) liquidarono gli shura come semplici “sindacati radicali”, criticandoli per non essersi trasformati in organi di potere alternativo allo Stato borghese. Altri gruppi caddero in un meccanicismo storico, paragonando acriticamente gli shura iraniani ai soviet russi del 1917, senza cogliere le profonde differenze tra i due contesti. Particolarmente grave fu la tendenza a giudicare gli shura non in base alla loro effettiva capacità di esercitare controllo sulla produzione ma esclusivamente in base all’orientamento politico dei loro membri, classificandoli in “gialli” (filo-Khomeini), “reali” (eletti dai lavoratori) o “rivoluzionari” (legati alla sinistra). Questo approccio ideologico impedì di comprendere la vera natura degli shura come esperimento di democrazia operaia diretta.
Nel contesto post-rivoluzionario iraniano i lavoratori intervistati manifestavano un forte interesse per la legalizzazione degli shura considerandola una forma di riconoscimento e protezione delle loro lotte. Questo atteggiamento positivo verso la legge, tuttavia, non equivaleva a un’accettazione passiva delle norme imposte dal regime ma piuttosto a una strategia per ottenere maggiore spazio di manovra. La richiesta di legalità era diffusa non solo tra i lavoratori attivi nelle proteste ma anche nel comportamento sociale generale, indicando una tendenza a cercare legittimazione anche in un sistema oppressivo. Tra i lavoratori emergevano posizioni diverse rispetto al regime islamico. Alcuni, specialmente quelli più vicini alle istituzioni, sostenevano che gli shura dovessero operare entro i limiti fissati dalla legge, dimostrando un apparente allineamento con le politiche ufficiali. Questa adesione era spesso superficiale poiché gli stessi lavoratori criticavano le politiche economiche del governo nelle fabbriche. Il sostegno al regime si rivelava dunque ambiguo. Inizialmente, negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, molti operai avevano partecipato alle manifestazioni di regime pur contestandone le misure sul lavoro ma col tempo questa adesione confusa si era trasformata in un’opposizione più netta nella maggioranza della classe operaia. I lavoratori filo-governativi costituivano una minoranza e potevano essere divisi in tre gruppi. Il primo includeva funzionari di organizzazioni ufficiali come la Khane-i Kargar (Casa del Lavoro) o le Associazioni Islamiche che traevano vantaggi materiali dal loro ruolo. Il secondo gruppo era legato al regime da rapporti familiari, come parenti stretti di religiosi influenti o funzionari statali, mostrando una forma di lealtà quasi tribale. Il terzo gruppo, invece, sosteneva lo Stato islamico in modo più ideologico, vedendolo come un baluardo contro il capitalismo e l’oppressione ma questa convinzione era fragile e destinata a scontrarsi con la realtà delle politiche economiche repressive.
Un esempio emblematico di queste contraddizioni viene dall’intervista al lavoratore B che dichiarava di volere uno shura “islamico e riconosciuto dalla legge” ma allo stesso tempo sosteneva che dovesse opporsi al management e gestire la fabbrica in modo autonomo, in netto contrasto con la visione governativa. Questa dissonanza rifletteva la tensione tra gli interessi di classe dei lavoratori e la loro percezione dello Stato, diviso tra retorica anti-capitalista e pratiche autoritarie. Un altro tema cruciale era la richiesta di riconoscimento legale come garanzia di efficacia. Alcuni operai sostenevano che, senza un formale riconoscimento statale, gli shura sarebbero rimasti impotenti come i vecchi sindacati. Questa lotta per il riconoscimento non era necessariamente riformista ma poteva essere un passo tattico per ottenere concessioni, come dimostravano esempi internazionali (ad esempio, Solidarność in Polonia). La legalità diventava così un’arma a doppio taglio perché dava visibilità e protezione ma rischiava di imbrigliare le rivendicazioni operaie entro limiti accettabili per il regime. La repressione sistematica, unita a un clima di paura e controllo poliziesco, aveva plasmato una mentalità cauta tra i lavoratori. L’articolo 33 del codice del lavoro, che permetteva licenziamenti arbitrari, e l’alto tasso di disoccupazione aggravavano questa insicurezza. Durante le interviste alcuni operai rifiutavano di parlare apertamente, temendo ritorsioni, come dimostrava l’episodio in cui un membro di uno shura suggeriva di condurre i colloqui individualmente per evitare delazioni. Nonostante la repressione i lavoratori sviluppavano tattiche di resistenza sottili, come il legalismo strategico, cioè utilizzare le stesse leggi e simboli del regime per proteggersi e avanzare rivendicazioni. Sotto lo Scià, ad esempio, i manifestanti avevano sventolato ritratti dello Shah per evitare repressioni mentre in epoca islamica usavano slogan religiosi (“Nel nome di Khomeini!”) come copertura per proteste. Un caso emblematico avvenne nella fabbrica Iran Cars nel 1981, quando gli operai, dopo aver prelevato fondi per pagare i bonus, videro arrestati i membri dello shura e dovettero ritirare le richieste per ottenerne la liberazione. Durante una riunione con i rappresentanti del regime un operaio azero dichiarò: “Come abbiamo abbattuto lo Scià, possiamo abbattere qualsiasi regime”, per poi calmare i colleghi incitandoli a gridare “Allahu Akbar” invece di applaudire, dimostrando come la protesta assumesse forme oblique per sfuggire alla censura. Questa dinamica rifletteva una più ampia cultura di resistenza in società repressive, dove le esplosioni di dissenso potevano essere improvvise e imprevedibili, come visto nella Russia del 1905 e del 1917, nell’Iran del 1978 o nella Polonia del 1980. La soggettività operaia iraniana si rivelava dunque un intreccio di adattamento tattico, opposizione sotterranea e momenti di ribellione aperta, in un costante negoziato tra legittimazione formale e autonomia di classe.
4. I limiti degli Shura
Bayat indaga le cause che portarono al collasso degli shura evidenziando sia i fattori esterni di repressione politica sia le contraddizioni interne che ne minarono la stabilità. La pressione esercitata dallo Stato e dal capitale si manifestò attraverso diverse strategie, a seconda delle fazioni al potere. Il governo provvisorio di Bazargan, di orientamento liberale-religioso, adottò un approccio apertamente ostile, istituendo una Forza Speciale composta da ispettori con il compito di monitorare e sabotare le attività degli shura mentre promuoveva sindacati controllati dall’alto. Al contrario, la fazione populista del Partito della Repubblica Islamica (IRP), la cosiddetta “Linea dell’Imam”, tentò di cooptare gli shura in un sistema corporativista di stampo islamico, dove operai, capitale “legittimo” (mashru) e Stato avrebbero dovuto collaborare per il bene della nazione. Questa strategia, però, finì per dividere il movimento operaio, creando una frattura tra shura “islamici” e “non islamici”, con quest’ultimi progressivamente emarginati e smantellati. La frangia più radicale del regime, rappresentata dalla setta Hojjatieh, arrivò a negare qualsiasi legittimità agli shura, considerandoli un’istituzione estranea all’Islam poiché, secondo la loro dottrina, il potere discende esclusivamente da Dio attraverso l’Imam o il suo rappresentante (naib Imam). Nel 1981 questa opposizione si concretizzò nel divieto di formazione di nuovi shura islamici, imposto dal ministro del Lavoro Ahmad Tavakoli, esponente di spicco della Hojjatieh. La resistenza operaia e le lotte intestine allo Stato portarono alla sua rimozione, dimostrando quanto il dibattito sugli shura fosse centrale nel conflitto politico post-rivoluzionario. Lo scontro tra Khomeini e l’ayatollah Taleghani, sostenitore degli shura prima della sua misteriosa morte nel 1979, rifletteva questa tensione. Oltre alla repressione politica gli shura dovettero affrontare un sistematico sabotaggio economico e gestionale. I manager, spesso in collusione con il Ministero dell’Industria, sfruttarono deliberatamente le carenze tecniche degli operai per paralizzare la produzione, rifiutandosi di collaborare o attuando scioperi bianchi. Alla Metal Works di Teheran, ad esempio, i dirigenti abbandonarono il posto di lavoro per 25 giorni, lasciando inattivi i forni fondamentali per la produzione mentre in altre fabbriche vennero boicottati gli approvvigionamenti di materie prime. Il controllo statale sull’economia permise di strangolare finanziariamente gli shura più indipendenti. Alla SAKA, accusata di essere controllata da comunisti, furono bloccate le transazioni commerciali mentre alla Orkideh, una fabbrica cinese, fu interrotta l’importazione di materiali dalla Germania Ovest. La repressione fisica rappresentò l’ultima ratio del regime. Già nell’agosto 1979, solo tre mesi dopo l’insurrezione, il governo Bazargan lanciò una prima ondata di arresti ed esecuzioni contro gli attivisti degli shura. La repressione si intensificò dopo il 1981 con l’intervento dei Pasdaran che irruppero in fabbriche come la Fanoos e la Iran Cars, arrestando decine di operai sulla base di liste nere fornite dalle Associazione Islamiche, organi di controllo interno al regime. Alla Iran Cars 73 lavoratori furono prelevati in un solo giorno mentre il leader dello shura, un operaio vicino ai Mujahidin, fu sequestrato all’ingresso della fabbrica e giustiziato pochi giorni dopo. Attribuire il fallimento degli shura esclusivamente alla repressione esterna sarebbe riduttivo. Le contraddizioni interne giocarono un ruolo altrettanto decisivo. Gli operai si trovarono divisi tra la volontà di mantenere il controllo sulla produzione e la necessità di avvalersi delle competenze tecniche dei manager. In fabbriche come Amazon, Teheran Auto e Behshar furono gli stessi lavoratori a chiedere al Ministero dell’Industria di reintegrare i dirigenti professionali, riconoscendo l’impossibilità di gestire autonomamente aspetti complessi come l’approvvigionamento delle materie prime o le transazioni internazionali. Un membro dello shura dell’Iran Cars ammise con rammarico che, senza i manager, la produzione era crollata al punto da non riuscire a pagare neanche un mese di salari. Questa contraddizione rifletteva la natura duale della gestione capitalistica: il coordinamento tecnico, necessario in qualsiasi sistema produttivo complesso, e il controllo autoritario, intrinseco al rapporto tra capitale e lavoro. Gli operai cercarono di separare le due funzioni, affidando ai manager solo il coordinamento, ma il potere gestionale, per sua natura, tende a riprodurre gerarchie. Come spiegò amaramente un operaio della Metal Works, anche quando lo shura nominava manager “responsabili”, il vero potere rimaneva nelle mani del capitale che poteva sempre sabotare l’esperienza autonoma dei lavoratori. Solo in settori a bassa complessità tecnica, come l’industria dei mattoni a Tabriz, Amol e Maragheh, gli shura riuscirono a esercitare un controllo duraturo, dimostrando che, senza un superamento della divisione capitalistica del lavoro, ogni tentativo di autogestione operaia era destinato a fallire. La storia degli shura iraniani rappresenta così un caso paradigmatico delle sfide che i movimenti operai devono affrontare quando cercano di conciliare democrazia diretta ed efficienza produttiva in un contesto di rapporti di produzione capitalistici. I lavoratori qualificati sono stati spesso la forza trainante di queste lotte anche se il loro ruolo ha prodotto esiti contraddittori. Nei consigli operai tedeschi del 1918-1919, ad esempio, furono i tornitori e gli strumentisti altamente specializzati a guidare il movimento. Allo stesso modo, nelle lotte difensive dei lavoratori britannici nel decennio 1910 gli artigiani qualificati furono gli agitatori principali mentre nella Russia post-rivoluzionaria del 1917 gli operai specializzati delle fabbriche Putilov furono i più attivi nel movimento dei comitati di fabbrica. In questi contesti la competenza tecnica divenne uno strumento spontaneo per dimostrare la capacità operaia di sfidare i rapporti di produzione borghesi, smantellare il feticcio dell’autorità manageriale e rivelare il carattere storicamente determinato dell’organizzazione capitalistica del lavoro. La qualifica professionale, sebbene elemento fondamentale delle capacità operaie, non sempre si traduce in coscienza di classe unitaria. Al contrario, in molti casi ha alimentato un pericoloso corporativismo, come nel caso dell’aristocrazia operaia britannica di fine Ottocento che considerava le proprie abilità come una proprietà privata, sviluppando una mentalità settaria e interessi di categoria. Questa chiusura fu una delle cause della sconfitta dei movimenti dei delegati di fabbrica britannici e tedeschi, dove i lavoratori specializzati, pur avendo un forte potere contrattuale, finirono per privilegiare le rivendicazioni di mestiere rispetto alla solidarietà di classe. Tale dinamica non è però inevitabile. Due fattori possono modificarla. In primo luogo il contesto politico. Ad esempio, i metalmeccanici russi prerivoluzionari, pur essendo un’élite operaia, svilupparono una coscienza radicalmente più avanzata rispetto all’aristocrazia operaia britannica grazie all’oppressione del regime zarista. In secondo luogo le competenze non vanno intese in astratto ma come divise lungo linee di classe. Esistono abilità manageriali, legate al controllo e all’estrazione del plusvalore, e abilità operaie, legate al lavoro concreto. La coscienza politica dipende quindi dalla collocazione nel processo produttivo. L’analisi del caso iraniano rivela un paradosso, gli ingegneri delle fabbriche metallurgiche, che avrebbero potuto guidare un movimento di controllo operaio offensivo, si mossero in direzione opposta. In Iran la figura dell’ingegnere gode di un duplice privilegio, sia nella divisione sociale che tecnica del lavoro. In un contesto produttivo arretrato come quello delle fabbriche metallurgiche iraniane, inoltre, non si verifica quel processo di “proletarizzazione della nuova classe media” teorizzato da Carchedi poiché la dequalificazione tecnica e sociale è limitata. In assenza di una gerarchia manageriale burocratizzata gli ingegneri stessi diventano figure di autorità, inserendosi direttamente nel processo di estrazione del plusvalore. Gli shura iraniani cercarono di cooptare gli ingegneri come esperti tecnici per rafforzare il proprio potere ma questa strategia si rivelò fallimentare. Nonostante la solidarietà ideologica iniziale, la divisione oggettiva del lavoro finì per prevalere, dimostrando che, senza un cambiamento strutturale, le alleanze soggettive sono destinate a frantumarsi. In situazioni di “doppio potere” nella produzione i lavoratori non specializzati possono esercitare solo un “potere economico negativo”, cioè bloccare la produzione, ma per un “potere positivo”, sostituire il capitale e riorganizzare il lavoro, è necessaria una trasformazione radicale della divisione del lavoro che a sua volta richiede la conquista del potere politico. Molti marxisti semplificano eccessivamente questa transizione, concependola come un passaggio formale di potere mentre in realtà il potere è un sistema di relazioni strutturali che ogni classe può esercitare solo in modi coerenti con la sua posizione sociale. La classe operaia non può impadronirsi degli strumenti di dominio borghesi ma deve crearne di nuovi. Per questo la presa del potere politico, sebbene necessaria, non è sufficiente. Senza una riorganizzazione radicale della divisione tecnica e sociale del lavoro ogni tentativo di controllo operaio è destinato a fallire.
5. Dopo la rivoluzione
Il concetto di relazioni industriali, sviluppato principalmente dalla sociologia industriale anglosassone ma visto con scetticismo dagli studiosi marxisti, assume nell’analisi del caso iraniano post-rivoluzionario una complessità particolare. Richard Hyman nel 1975 aveva proposto una definizione particolarmente utile per questo contesto: le relazioni industriali come studio dei processi di controllo sulle relazioni lavorative, dove per “relazioni lavorative” si intende l’intero spettro di interazioni che avvengono nel contesto produttivo. Questa prospettiva diventa cruciale per analizzare il periodo 1979-1983 in Iran, caratterizzato da una radicale trasformazione sia del sistema politico che delle dinamiche produttive. La specificità iraniana risiede nell’emergere di uno “Stato-capitale”, un concetto chiave per comprendere le peculiarità del sistema post-rivoluzionario. Questo termine, preferito alla semplice dicitura “capitale”, riflette la particolare configurazione del potere nella Repubblica Islamica, dove il principio del velayat-e faqih (governo del giurisperito) crea una struttura statale che mantiene un certo grado di autonomia rispetto agli interessi capitalistici tradizionali. Questa autonomia relativa produce tensioni visibili proprio nel campo delle relazioni industriali, dove lo Stato si trova costantemente a mediare tra le esigenze di accumulazione capitalistica e le pressioni ideologiche derivanti dalla rivoluzione. L’analisi delle strategie di controllo manageriale in questo periodo deve necessariamente confrontarsi con il quadro teorico sviluppato da Friedman nel 1977. La sua distinzione tra strategie strutturali (orientate al profitto di lungo periodo) e strategie funzionali (focalizzate sulla massimizzazione immediata) offre una griglia interpretativa particolarmente utile per il caso iraniano. Le strategie strutturali comprendono una serie di approcci storicamente determinati. Il controllo artigianale, tipico della fase pre-monopolistica del capitalismo, rappresentava un sistema in cui i lavoratori qualificati mantenevano un elevato grado di controllo sul processo produttivo. Questo sistema, che in Iran trovava espressione in particolare nel settore dei bazar e nelle piccole imprese tradizionali, entrò in crisi quando divenne incompatibile con le esigenze di accumulazione capitalistica su larga scala. La transizione al taylorismo rappresentò una rottura significativa. Il modello taylorista, introdotto in Iran principalmente attraverso le grandi imprese moderne legate allo Shah, frammentava il lavoro in mansioni ripetitive, separando radicalmente la concezione dall’esecuzione e istituendo rigide gerarchie manageriali. Tuttavia questo sistema presentava contraddizioni intrinseche che nel contesto iraniano si manifestarono in modo particolarmente acuto. Il fordismo, sviluppatosi in Iran soprattutto nel settore petrolifero e automobilistico durante gli anni ’70, rappresentava un’evoluzione del taylorismo verso forme di controllo ancora più integrate. Come evidenziano Aglietta e Lipietz il fordismo nei paesi avanzati era caratterizzato da un circolo virtuoso tra aumento della produttività, crescita dei salari reali e espansione del consumo di massa. Nel “fordismo periferico” iraniano, invece, questo equilibrio mancava completamente. L’introduzione di tecnologie ad alta intensità di capitale non era accompagnata da un corrispondente aumento del potere d’acquisto dei lavoratori, creando quelle tensioni sociali che esplosero drammaticamente nel periodo rivoluzionario. Il periodo post-rivoluzionario vide l’affermarsi di due modelli manageriali contrapposti. La gestione liberale, associata alla breve esperienza del governo Bazargan, rappresentava un tentativo di conciliare le esigenze produttive con le nuove istanze rivoluzionarie. Questo approccio, che trovava espressione in manager formati spesso all’estero, cercava di mantenere criteri tecnocratici minimizzando le interferenze ideologiche. Come dimostrano i casi studio della Fanoos Company e della Pars Metal analizzati questo modello entrò rapidamente in crisi per tre ragioni fondamentali: l’opposizione degli shura operai che vedevano in questa gestione una continuità con il passato regime, la crescente influenza delle Associazioni Islamiche legate al Partito Repubblicano Islamico e la mancanza di un sostegno politico chiaro da parte dello Stato in transizione. La gestione maktabi che si affermò progressivamente dopo il 1981 rappresentava invece una risposta radicalmente diversa alla crisi del sistema produttivo. Questo modello, profondamente radicato nell’ideologia del velayat-e faqih, privilegiava la fedeltà politica rispetto alle competenze tecniche nella selezione dei manager. L’analisi dettagliata di diverse aziende dimostra come questo sistema si basasse su un delicato equilibrio tra repressione diretta (attraverso le squadre ideologiche delle Associazioni Islamiche e dei Pasdaran) e tentativi di cooptazione (mediante la creazione di shura corporativisti). Questo sistema presentava contraddizioni insanabili. L’islamizzazione forzata dei luoghi di lavoro, con l’introduzione di preghiere obbligatorie e sessioni di indottrinamento politico, interrompeva regolarmente i ritmi produttivi. Ancora più significativo, il potere crescente delle Associazioni Islamiche all’interno delle fabbriche finì per minare l’autorità degli stessi manager maktabi, come dimostrano i casi di aperto conflitto registrati in diverse grandi imprese tra il 1982 e il 1983. La crisi del sistema delle relazioni industriali in questo periodo va letta alla luce delle più ampie contraddizioni del fordismo periferico iraniano. Come sottolinea Lipietz, mentre nei paesi capitalistici avanzati il fordismo aveva creato un equilibrio tra produzione e consumo di massa, in Iran questa sintesi era mancata. Le grandi imprese moderne, spesso importate come “pacchetti tecnologici” completi dall’estero, operavano in un contesto sociale ed economico profondamente diverso da quello per cui erano state progettate. Il risultato fu un sistema produttivo ibrido, dove convivevano settori ipermoderni e pratiche tradizionali, generando quelle tensioni che la rivoluzione aveva esacerbato piuttosto che risolvere. L’incapacità di sviluppare strategie strutturali efficaci in un contesto di fordismo periferico e dipendenza tecnologica dall’estero condannò il sistema a una permanente instabilità. I dati produttivi del periodo 1979-1983, con il loro andamento altalenante, testimoniano l’incapacità del regime di conciliare le esigenze dell’accumulazione capitalistica con le pretese ideologiche della rivoluzione, un dilemma che avrebbe continuato a caratterizzare l’economia iraniana anche nei decenni successivi. La crisi industriale che ha colpito l’Iran nel periodo post-rivoluzionario rappresenta un caso paradigmatico in cui le dinamiche economiche sono state profondamente plasmate da fattori politici e ideologici, creando una situazione di stagnazione produttiva e conflitto sociale che travalica la semplice sfera economica per assumere connotati strutturali e sistemici. La rivoluzione del 1979, con il suo carico di trasformazioni radicali, ha infatti instaurato un sistema in cui le esigenze di riproduzione del capitale si sono scontrate frontalmente con le restrizioni imposte dallo Stato islamico, generando una crisi multidimensionale che investe tanto la sfera della produzione quanto quella del controllo sociale e della legittimazione politica. Alla base di questa crisi si può individuare una contraddizione fondamentale: il capitale, nella sua incessante ricerca di valorizzazione, richiede condizioni di stabilità e prevedibilità per poter operare mentre lo Stato post-rivoluzionario, con il suo apparato ideologico e le sue istanze di controllo totalizzante, ha finito per alterare profondamente questi meccanismi, introducendo elementi di rigidità e discrezionalità che hanno minato alla base le possibilità di accumulazione. Mentre in una crisi economica tradizionale il capitale può tentare di risolvere le proprie contraddizioni interne facendo leva su fattori esterni come l’intervento statale o il ricorso a valori tradizionali, nel caso iraniano è stato proprio l’intervento coercitivo dello Stato, con la sua pretesa di subordinare ogni aspetto della vita economica e sociale ai dettami dell’ortodossia islamica, a creare una situazione di paralisi produttiva. Uno degli aspetti più emblematici di questa crisi è stata l’incertezza strutturale dello Stato nei confronti del capitale industriale privato, dimostrata in modo lampante dall’incapacità di definire un quadro normativo chiaro in materia di accumulazione. Il dibattito sul concetto di mashrou (proprietà privata islamicamente accettabile), protrattosi per anni senza arrivare a una definizione univoca, ha creato un clima di insicurezza giuridica che ha pesantemente scoraggiato gli investimenti nel settore produttivo. I dati sono eloquenti, già nel biennio 1982-83 gli investimenti industriali ammontavano a appena un terzo rispetto ai livelli pre-rivoluzionari del 1977-78, segnando un crollo verticale che testimonia la fuga di capitali dal settore. Paradossalmente, mentre l’industria su larga scala versava in condizioni critiche, si è assistito a una crescita del settore delle piccole officine artigianali, favorite da una serie di politiche protezionistiche tra cui l’esonero dai contributi assicurativi e il ritorno deliberato a rapporti di produzione di tipo padrone-apprendista. Questo fenomeno, sostenuto dall’ideologia populista del “piccolo è bello” diffusa tra il clero dominante, rappresentava da un lato il tentativo di aggirare le strozzature del sistema industriale, dall’altro una regressione a forme di organizzazione produttiva precapitalistiche. Questa decentralizzazione produttiva si è rivelata incapace di compensare il collasso dell’industria su larga scala, che, dopo le massicce nazionalizzazioni, era finita sotto il controllo di un labirintico apparato burocratico comprendente almeno 15 enti statali diversi, tra cui spiccavano la Bonyad-e Mostazafin (Fondazione degli Oppressi) e l’Organizzazione delle Industrie Nazionali (ONI), che da sola controllava circa 600 stabilimenti. La gestione di questo apparato industriale statalizzato si è rivelata disastrosa, come dimostra l’ammissione dello stesso ministro competente, il quale ha riconosciuto che “un singolo stabilimento poteva essere gestito da cinque o sei organizzazioni diverse”, con una moltiplicazione di centri decisionali che ha generato inefficienze sistemiche e un crollo verticale della produttività. A questo si aggiungeva la cronica carenza di tecnici e quadri dirigenti qualificati, molti dei quali avevano lasciato il paese o si rifiutavano di collaborare con il nuovo regime, creando un vuoto di competenze che aggravava ulteriormente la situazione. La lotta di classe operaia ha rappresentato un ulteriore fattore di destabilizzazione. Gli shura erano riusciti inizialmente a imporre conquiste significative come la settimana lavorativa di 40 ore e forme di partecipazione agli utili ma queste conquiste erano state progressivamente smantellate dal regime attraverso una combinazione di repressione e cooptazione. La risposta operaia a questa controffensiva padronale è stata una crescente radicalizzazione delle forme di lotta, con un passaggio dalle iniziali occupazioni e scioperi a forme più sottili ma non meno efficaci di resistenza quotidiana, come il rallentamento produttivo, il sabotaggio e la produzione deliberatamente scadente. Le statistiche ufficiali, per quanto parziali, offrono un quadro eloquente di questa conflittualità diffusa. Tra il 1979 e il 1980 si erano verificati ben 366 incidenti industriali, scesi a 180 nel 1980-81 e 82 nel 1981-82 a causa della crescente repressione, per poi risalire a 200 nel 1984-85, tra cui spiccavano 90 scioperi illegali, il più importante dei quali era stato quello degli operai dell’acciaieria di Isfahan contro i piani di licenziamento. Questa conflittualità endemica, unita alla cattiva gestione e alla carenza di investimenti, aveva prodotto un crollo verticale della produttività. Tra il 1978 e il 1983 la produzione pro capite era diminuita a un tasso annuo del 10,6% e nel 1981 lo stesso ministro del Lavoro aveva dovuto ammettere un calo complessivo del 30% della produzione industriale a causa dei “disturbi nelle fabbriche”. Per far fronte a questa crisi multidimensionale il regime aveva sperimentato una serie di strategie contraddittorie e spesso controproducenti. Aveva tentato di aumentare lo sfruttamento attraverso l’estensione dell’orario di lavoro e tagli salariali, abolendo ad esempio i tradizionali bonus di fine anno e sostituendoli con un sistema molto meno vantaggioso che prevedeva un’indennità calcolata in base agli anni di servizio, con un massimo di 85.000 rial (circa 850 dollari al cambio dell’epoca), provocando un’ondata di scioperi selvaggi nel febbraio-marzo 1981. Inoltre aveva cercato di introdurre metodi di organizzazione scientifica del lavoro di ispirazione taylorista, come dimostra il caso della fabbrica Arj, dove nel maggio 1981 era stato sperimentato un sistema di premi legati alla produttività che però, in assenza di controlli indipendenti e di un reale coinvolgimento dei lavoratori, si era rivelato del tutto inefficace. Ancora più emblematico era il tentativo di risolvere la crisi attraverso un ritorno a rapporti di produzione pre-industriali, con la promozione delle piccole officine artigianali esentate dall’applicazione delle leggi sul lavoro, dove venivano sistematicamente ignorati diritti fondamentali come il salario minimo, gli orari di lavoro regolamentati e le norme sulla sicurezza. La crisi iraniana però non era riconducibile esclusivamente a fattori economici ma investiva pienamente la sfera dell’egemonia politica e del controllo sociale. Lo Stato post-rivoluzionario, nonostante il suo apparato repressivo, si era rivelato incapace di assicurare quel minimo di consenso necessario al funzionamento del sistema produttivo. Le Associazioni Islamiche, create appositamente per sostituire gli shura indipendenti e assicurare il controllo ideologico sulle fabbriche, avevano svolto un ruolo profondamente ambiguo, oscillando continuamente tra indottrinamento religioso, repressione interna e mobilitazione politica a favore del regime.
Composte da un mix eterogeneo di ex capisquadra, piccoli proprietari terrieri e lavoratori legati al clero, queste associazioni avevano finito per operare come una vera e propria polizia politica all’interno dei luoghi di lavoro, identificando sistematicamente “elementi controrivoluzionari” e collaborando attivamente con i Pasdaran negli arresti di massa seguiti alle giornate del luglio 1981. La loro influenza aveva cominciato a declinare proprio quando il regime, consolidato il proprio potere, aveva preferito affidare la gestione diretta delle aziende a manager più tradizionali, marginalizzando progressivamente le componenti più ideologizzate. Contemporaneamente la progressiva militarizzazione delle fabbriche, con l’introduzione di pattuglie armate e l’istituzione di unità paramilitari Basij addestrate specificamente per il controllo della forza lavoro, aveva creato un clima di terrore e sospetto che, lungi dal risolvere i problemi produttivi, non aveva fatto che acuire il risentimento operaio e la resistenza passiva.